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Full text of "Confessioni di un metafisico"

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CONFESSIONI 


DI  UN  METAFISICO. 


^     ; 


CONFESSIONI 


DI   UN  METAFISICO 


TEEENZIO    MAMIANI. 


VoLUHB  Secondo 

PKINCIPJ  DI  COSHOLOeiA. 


FIRENZE, 

G.  BARBÈRA    EDITORE. 


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V. 


Libnzy 


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LIBRO   PRIMO. 


DEL, FINITO  IN  SÉ. 


■^  k. 


Mamuri.  —  II. 

550386 


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CAPO  PRIMO. 

ALTBB  INTIME   CONFESSIONI. 


I. 


1.  —  Sebbene  la  cronaca  (a  volerla  così  chiamare) 
ilei  miei  pensieri,  delle  mie  mutazioni  e  delle  conclu- 
sioni mie  intorno  alla  metafisica  dovesse  avere  compi- 
mento col  primo  volume,  dapoicbè  questo  secondo  non 
è  altro  più  che  un'applicazione  dei  principj  già  fermi 
e  accettati,  pure  v'  à  alcuni  concetti  e  alcune  opinioni 
importanti  in  filosofia  che  possono  grandemente  pro- 
fittare di  quella  storia.  E  voglio  significare  che  giova 
r andar  raccontando  con  semplicità  e  con  ordine  co- 
m' esse  sbocciarono  a  poco  a  poco  dentro  alla  intellet- 
tiva e  crebbero  a  competente  maturità;  e  per  quali 
vicende  di  dubj,  di  pentimenti  e  di  emendazioni  per- 
vennero alla  serenità  d'un  convincimento  perfetto,  quasi 
fiorì  che  tra  le  nebbie  ed  i  temporali  si  aprirono  in 
ultimo  alla  patente  luce  d'un  bel  sole  di  primavera. 

Io,  dunque,  allora  che  sentirò  il  bisogno  di  illu- 
strare con  più  chiarezza  e  persuadere  con  più  forza 
alcune  dottrine,  userò  ancora  di  questo  mezzo  di  esporre 


•   »     »  •    •   •  • 


4:-\:  ;••:  ;•':*.•  '::  .LfBÈ(^ 'Primo. 

altrui  brevemente  le  occasioni,  V  esitanze,  le  correzioni 
e  le  risoluzioni  finali  e  gagliarde,  in  fra  le  quali  la 
mia  povera  mente  pervenne  alla  verità  non  mai  con 
prestezza  e  sempre  con  travaglio  penoso  dell'animo. 
Attesoché  egli  mi  sembra  di  poter  dire  con  ischiettezza 
non  presuntuosa  ch'io  mai  non  ò  tenuto  in  picciolo 
conto  ne  valutato  come  poco  saldi  e  poco  fruttiferi  i 
sacri  studj  della  filosofia  e  massimamente  quelli  della 
Scienza  Prima. 

2.  —  Sappiasi,  impertanto,  che  avendo  io  da  lungo 
tempo  ordito  in  mente  la  tela  di  questa  mia  cosmologia, 
volle  fortuna  che  io  capitassi  in  paese  il  più  ricco  forse 
e  glorioso  d' antiche  memorie  di  quanti  se  ne  incontrano 
sulla  superficie  del  nostro  pianeta.  E  un  giorno  fra 
gli  altri  procacciando  alcuna  distrazione  piacevole 
alla  protratta  meditazione,  salii  ad  un  colle  dove 
grandeggiano  ancora  gli  avanzi  augusti  e  venerabili 
del  tempio  maggiore  e  più  bello  che  l'arti  umane  ab- 
biano saputo  alzare  e  dedicare  alla  Dea  della  scienza. 
Di  quivi  girando  l'occhio  all'intorno  e  avvisando  con 
più  attenzione  quella  pianura  che  stendesi  di  là  dal 
Ceramico  e  rasenta  la  colonna  sepolcrale  del  Miiller 
(il  lettore  conosce  ora  di  che  luogo  si  parla),  io  vi  cer- 
cava con  desiderio  melanconico  e  inutile  qualche  vesti- 
gio visibile  degli  orti  celebratissimi  di  Accademo,  i  quali 
si  sa  con  certa  notizia  che  dentro  quella  landa  nuda 
e  polverosa  fiorivano.  Se  fossi  poeta  o  scrivessi  roman- 
zi e  impressioni  di  viaggi,  curerei  di  descrivere  con  vi- 
vezza le  ricordanze  solenni  e  le  immagini  non  volgari 
che  risorge vanmi  in  mente  al  cospetto  di  quella  terra 
deserta,  ma  pure  insigne  e  ossequiata  da  tutto  il  ge- 
nere umano.  E  s'à  un  bel  dire:  colà  non  resta  più  nulla 
e  la  venerazione  tua  à  del  superstizioso,  o  per  Io  man- 
co, dello  astratto.  Quella  terra   che   tn   vedi   e  puoi 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  5 

loccai-e  e  pass^giare,  sostenne  i  piedi  di  Platone  e  ri- 
cevette Torma  de' suoi  sandali,  e  quivi  scrisse,  o  con- 
cepì per  lo  manco,  i  suoi  dialoghi  divini  e  dispensò  ai 
discepoli  il  tesoro  delle  sue  dottrine  eccelse  ed  impe- 
riture. Che  se  in  ogni  tempo  tali  riflessioni  e  ramme- 
morazioni m'avrebbero  commosso  altamente  e  legato 
i'auimo  di  parecchi  affetti  sublimi,  giudichi  il  lettore 
quali  fossero  i  miei  pensieri  ed  i  miei  sentimenti  in 
quel  punto  della  mia  vita  in  cui,  cessando  da  ogni 
dubiezza,  avevo  con  persuasione  non  più  alterabile  ab- 
bracciato la  verità  della  dottrina  delle  idee,  e  dopo 
Pittagora  salutato  Platone  siccome  il  solo  maestro  e 
il  solo  fondatore  dell' ontologia. 

3.  —  Ma  se  descrivere  una  commozione  profonda 
e  quasiché  religiosa  dell'  animo  non  è  facile,  ne  riu- 
scirebbe gran  fatto  opportuno,  credo  d' altra  parte 
che  la  sostanza  dei  miei  pensieri  in  quella  congiun- 
tura è  facilissimo  d'essere  iììdovinata;  perocché  alla 
mente  mi  si  affacciavano  due  contrarj  troppo  vi- 
sibili: la  caducità  e  mina  delle  opere  materiali  del- 
l'uomo e  la  eternità  e  gloria  dell'opere  dell'intel- 
letto. Caddero  le  mura,  io  diceva,  della  tua  patria, 
o  figliuolo  di  Efestione,  e  i  platani  e  le  fontane  della 
tua  silenziosa  Accademia  non  potettero  venir  custo- 
dite e  salvate  da  quelle  Muse  che  tu  invocavi  con- 
servatrici delle  tradizioni  né  da  quelle  Grazie  il  cui 
simulacro  ponevi  sulle  soglie  medesime  del  tuo  ri- 
t^etto  innocente  e  ospitale.  Ma  dopo  venti  e  più  se- 
coli il  fulgid'oro  e  incorrotto  delle  tue  dottrine  ca- 
vato dalla  più  schietta  e  profonda  miniera  della 
verità  mantiensi  bello  ed  immacolato  come  quel  pri- 
mo giorno  che  tu  il  traevi  dallo  stampo  della  tua 
mente  ispirata;  e  in  ciò  pagano  gli  uomini  un  giusto 
tributo  non  pure  alla  tua  sapienza  e  facondia  non  pa- 


6  Uhm  PRIMO. 

reggiabìle,  ma  8i  alla  dignità  e  grandezza  del  nostro 
essere  da  té  rivelata.  Perocché  tu  infondendo  quasr 
un  colirio  immortale  nelle  umane  pupille  facestile  ca- 
paci di  avvisare  e  discernere  le  forme  ideali  e  spiri- 
tualmente toccai'e  la  realità  loro  eterna  e  assoluta. 

4. — Ne  contento  a  questo  e  pieno  ancora  tutto 
r  animo  della  filosofia  Italica  e  levato  sopra  te  dalla 
solenne  armonia  degli  inni  di  Cleante,  annunziasti  agli 
uomini  il  governo  amoroso  di  Dio  sul  mondo  e  ogni 
cosa  rìvocasti  potentemente  air  idea  del  bello  e  del 
buono.  Fortunato  me,  se  un  qualche  raggio  del  tuo 
divino  intelletto  si  spanda  su  questo  mio  libro  che  la 
teorica  delle  idee  studia  di  rinnovare  con  quei  comple- 
menti ed  emendamenti  che  recò  per  sé  medesimo  il 
tempo  e  il  variare  e  il  permutarsi  di  cento  scuole. 

II. 

5.  —  Cotesti  pensieri,  com'  é  naturale,  mi  s'aggirava- 
no allora  per  la  fantasia;  quando  sopravvennero  i  dubj, 
cosa  che  sempre  m'accade,  e  fecero  poco  lùeno  che 
naufragare  le  mie  speranze.  Platone  è  sommo,  dissero 
i  successivi  pensieri,  ma  non  gli  è  conceduto  di  preoc- 
cupare le  vie  nuove  ed  intentate  dell'umana  medita- 
zione. Se  tu  porgi  orecchio  alle  cose  strane  e  diverse  che 
suonano  oggi  nel  mondo  dei  metafisici,  udirai  parlare  di 
Platone  per  incidenza  e  solo  perchè  indovinò  la  im- 
manenza dell'idea  in  tutte  le  cose,  e  disse  che  la  dia- 
lettica simigliava  al  movimento  generativo  di  quelle. 
Ma  quanto  al  povero  libro  tuo  che  va  sulle  orme  an- 
tiche e  pretende  di  romper  guerra  così  spietata,  agli 
avversarj  del  teismo,  persuaditi  bene  ch'egli  sarà  o 
non  letto  o,  subito  letto,  dimenticato.  In  tale  disposi- 
zione di  animo  io  scendevo  quel  giorno  dal  Partenone  e, 


DEL  FINITO  IN  SK.  7 

]K)co  allegro  de'  miei  studj,  volgevo  la  mente  a  cure 
molto  diverse  e  remotissime  dalla  filosofia. 

6.  —  Il  dì  dopo  gli  stessi  pensieri  mi  risorgevano  in 
animo  e  la  stessa  amaritudine  li  accompagnava.  Oh  la 
l)ella  scoperta  che  avrai  tu  fatto,  dicevo  io  in  fra  me, 
ilopo  tanto  meditare  e  leggere  e  scrivere;  ecco  alla 
line  ài  provato  che  il  senso  comune  à  ragione  e  in  ciò 
si  raccoglie  tutta  la  sostanza  di  tua  dottrina  !  Invece, 
il  mondo  à  sete  di  novità;  e  chiede  non  così  il  vero 
come  l'inaspettato  e  il  fantastico  a  quegP ingegni  in- 
ventori che  s'arbitrano  d'insegnare  al  genere  umano 
in  che  guisa  sia  costruita  la  fabbrica  dell'universo. 
Platone  e  Aristotile  furono  poco  meno  che  gittati  via 
tra  i  vecchiumi  appena  quel  francese  fortunatissimo  si 
)i06e  con  gran  sicumera  a  promettere  agli  uomini  che 
«'gli  avrebbe  con  lo  stropicciamento  dei  dadi  e  la  ma- 
teria sottile  da  indi  cavatane  mostrato  il  modo  pre- 
ciso col  quale  furono  fatti  i  mondi  e  quello  che  ci  sta 
rientro  e  cioè  le  piante  e  gli  animali;  né  dubitò  con  li 
suoi  dadi  vertiginosi  e  la  sua  materia  sottile  costruire 
])ersìno  le  forme  organiche  e  insegnare  una  notomia  e 
tisiologia  tanto  diversa  dal  vero,  quanto  un  orivolo 
dall'  uomo. 

7.  —  Ora  tu  di  cotesta  sorta  di  novità  e  di  ardimenti 
non  ài  vestigio;  ed  anzi  tu  presumi  in  filosofia  di  po- 
ter ripetere  con  sincerità  il  detto  di  Newton  hypotheses 
non  fingo,  che  è  il  detto  medesimo  stato  pronunziato  da 
(ralileo  mezzo  secolo  prima.  Smetti  dunque  ogni  fidu- 
«•ia  di  buon  successo.  Che  negli  studj  fisici  domanda 
ognuno  la  novità  dei  fenomeni  e  nei  razionali  la  no- 
vità per  lo  manco  delle  combinazioni  delle  idee. 

8.  —  Intrattenendomi  io  in  cotali  pensieri,  mi  trovai 
per  accidente  seduto  di  rimpetto  ad  un  tavolo  su  cui  po- 
sava una  statuetta  rappresentante  la  Venere  famosa  di 


8  LIBRO  PRIMO. 

Milo  che  io  porto  meco  dovunque  mi  vada,  e  subito 
mi  corse  alP  animo  questa  considerazione:  Egli  non 
accade  così  della  vera  bellezza  ;  che  il  tempo  mai  non 
la  invecchia  e  la  logora;  l'antichità  invece,  non  le 
scemando  novità  e  vaghezza,  le  cresce  venerazione  e 
quasi  la  converte  in  qualcosa  di  santo  e  degno  di 
culto.  Ecco  qua  una  effigie  bellissima  uscita  la  prima 
volta  dalle  greche  officine,  or  fanno  ventiquattro  se- 
coli. E  tornata  poi  inopinatamente  a  ricreare  lo  sguardo 
degli  uomini,  il  volgo  e  gl'intendenti  incoro  la  lodano 
a  cielo  e  non  si  saziano  d'ammirarla,  appunto  come 
facciamo  delle  rose  e  degli  altri  più  dilicati  fiori  di 
maggio  i  quali  sempre  che  riappariscono  dopo  i  rigori 
del  verno  ci  riescono  cari  e  avvenenti  a  uno  stesso 
modo  e  con  una  stessa  misura. 

9.  —  E  qui  mentre  gli  occhi  miei  fermi  nella  testa  e 
nel  corpo  della  bellissima  statua  giudicavano  di  scoprirvi 
ancora  alcuna  nuova  leggiadria  per  innanzi  non  sa- 
puta avvertire,  una  voce  dell'animo  quasi  genio  fami- 
gliare incominciommi  dentro  a  parlare  con  accento  sì 
vivo  e  con  tale  spedito  e  stretto  concatenamento  di 
ragioni,  ch'io  avrei  giurato  non  essere  io  l'autore  ed 
espositore  di  quel  soliloquio,  ma  sì  una  mente  stra- 
niera e  molto  migliore  della  mia  che  avesse  per  beni- 
gnità grande  pigliato  cura  di  pol'mi  in  pace  e  in  con- 
cordia l'animo  e  l'intelletto. 

in. 

10.  —  Diceva,  impertanto,  la  voce:  dunque  la  bel- 
lezza sola  è  immutabile,  e  mutabile  la  verità  ?  e  quella 
tornerà  sempre  nuova,  questa  non  mutando  parrà  cosa 
volgare  e  sazievole?  Ma  se  il  bello  esce  dalla  perfezione, 
qual  cosa  al  mondo  è  più  perfetta  della  verità?  e  se 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  9 

tutti  ripetono  con  Platone  il  bello  essere  splendenza 
del  vero,  come  può  l'ornamento  esteriore  differir  di 
natura  dal  suo  subbietto?  Ma  la  bellezza  figurativa 
nell'arte  greca  ti  si  mostra  appunto  perfetta;  laddove 
la  perfezione  di  quel  vero  di  cui  discorriamo  non  è 
visibile  ancora  e  in  ninna  scuola  raggiungeva  il  suo 
compimento. 

11.  —  Oltreché  la  bellezza  figurativa  o  plastica  seb- 
bene può  rivestire  a  manca  mano  aspetti  infiniti,  nien- 
tedimeno in  ciascuna  forma  particolare,  colto  che  sia 
e  delineato  l'archetipo  suo  rispettivo,  tu  dèi  pensare  che 
non  v'è  salita  al  migliore  e  al  diverso;  avvegna  prin- 
cipalmente che  in  quell'archetipo  è  la  intenzione  me- 
desima della  natura  e  quindi  v'è  l'assoluto  di  là  dal 
quale  non  può  cercarsi  e  ritrovarsi  che  il  falso. 

Ma  il  vero  non  imbattendosi  nei  limiti  della  materia 
come  ciò  è  forza  che  accada  alla  bellezza  figurativa,  ri- 
sulta infinito  e  nelle  parti  e  nel  tutto.  Il  perchè  nel- 
l'uomo è  naturale  quanto  legittimo  voler  sempre  salire 
alla  novità  nello  studio  del  vero.  Ma  tal  novità,  bada  qui 
bene  al  nostro  concetto,  debb'  essere  rintracciata  nella 
ascendente  perfezione  e  dee  risplendere  dentro  una 
sintesi  ognora  più  larga  e  feconda  tuttoché  uguale  e 
coerente  a  sé  stessa  ne' suoi  principj  e  ne' suoi  svi- 
luppi. 

12.  —  Dopo  ciò,  considera  che  quel  proverbio  che  dice, 
tvx  populi^  vox  Dfii  non  à  valore  solamente  nei  ne- 
gozj  civili  e  politici  ma  serba  la  certezza  sua  eziandio 
nella  scienza.  Per  fermo,  se  tu  avviserai  la  riposta 
saggezza  dei  parlari  antichissimi  nel  modo  che  il  Vico 
insegnava  a  noi  Italiani  segnatamente,  conoscerai  che 
mentre  i  Latini  non  avrebbero  mai  asserito  essere 
r  uomo  partecipe  di  volontà  od  anche  del  pensiero  o 
della  libertà,  perchè  in  essi  atti  è  troppo  manifesta 


10  LIBRO  PRIMO. 

r  attività  nostra,  ei  dissero  invece  che  noi  siamo  par- 
tecipi di  ragione,  dichiarando  con  questo  che  la  ragione 
non  è  punto  opera  nostra,  ma  è  divina  rivelazione.  Ghè 
qualora  tu  ti  rammemori  dei  lavoro  dello  spirito  intorno 
alle  idee  e  come  guardando  nei  loro  concetti  e  nelle 
loro  attinenze,  noi  componiamo  i  giudicj  ed  i  raziocinj 
e  tutto  questo  nel  fatto  sia  opera  umana,  io  ti  verrò 
altresì  ricordando  che  di  tutto  quel  cumulo  di  ope- 
razioni mentali,  parte  risulta  dalla  riflessione  varia 
fluttuante  e  meditativa  del  filosofo,  parte  è  comune  ad 
ogni  sorta  dMngegni  in  quanto  la  forma  stessa  innata 
delle  facoltà  nostre  mena  quelli  necessariamente  e  con 
metodo  uguale  a  riconoscere  e  persuadersi  di  certo  no- 
vero di  supreme  verità.  Così  V  uomo  partecipa  alla  di- 
vina ragione,  in  quanto  è  dotato  della  visione  delle 
idee  e  imita  come  può  per  felice  istinto  il  divino 
discorso  0  V  eterno  Verbo  che  tu  il  domandi.  Conosci 
da  ciò  essere  verissimo  che  il  senso  comune  è  voce  di 
popolo  e  similmente  è  voce  di  Dio. 

13. — Però  quando  la  filosofia  con  isforzo  inaudito  del 
meditare  e  dimostrare  perviene  per  le  sue  vie  al  ri- 
sultamento  medesimo  cui  giunge  di  balzo  la  mente 
del  popolo  mediante  certa  divinazione  arcana  e  pas- 
siva, la  scienza  umana  tocca  il  sommo  di  sua  nobiltà 
e  di  sua  potenza  perchè  tutto  quello  che  aduna,  or- 
dina, prova  ed  illustra,  tutto  esce  dall'attività  pro- 
fonda del  nostro  essere  intellettuale  e  morale.  E  la 
facoltà  del  ragionamento  apodittico  per  ciò  riesce  la 
pili  severa,  la  più  gelosa  e  quasi  a  dire  non  n\ai  con- 
tentabile delle  facoltà  del  pensiere  e  dell'animo  per- 
chè tiene  le  chiavi  della  nostra  coscienza  e  dell'auto- 
nomia nostra.  Quindi  il  traslatare  il  vero  dall'ordine 
<leir  istinto  a  quello  della  scienza  pura,  o  vogliam 
dire  dimostrativa,  è  opera  lunga,  travagliata  e  sopra 


DKL  FINITO  I2f  SE.  11 

Ogni  credere  difficilissima.  Laonde  noa  s' inganna  la 
scienza  stessa  a  scorgere  in  coiai  fatto  il  maggiore 
de' suoi  trionfi.  E  però  se  la  scienza  mediante  T  opera 
ina  fossesi  approssimata  notabilmente  a  cotesto  alto 
s^no,  lascia  ridere  a  posta  loro  i  poco  avveduti  a  cui 
paresse  un  bel  modo  di  screditare  cotesta  tua  onto- 
logìa, dicendo  ch'ella  conclude  col  gran  pronunziato 
che  il  senso  comune  à  ragione. 

14.  —  E  non  badano  cotestoro  che  il  riscontrarsi 
una  dottrina  con  gli  adagi  del  senso  comune  vale  in 
filosofìa  quello  che  nelle  fisiche  l'essere  un  supposto 
verificato  appunto  dall'esperienza.  Quindi  ne  i  prin- 
cipj  ne  il  termine  della  metafisica  debbo  riuscir  nuovo 
ed  inopinato,  essendo  che  la  natura  e  certo  dirozza- 
mento  ed  erudizione  comune  delle  genti  civili  ap- 
prende a  tutti  certa  notizia  ed  intuizione  delle  verità 
più  larghe  e  profonde  e  su  cui  si  fondamentano  la 
logica  naturale,  l'etica,  la  religione  e  l'altre  discipline 
più  necessarie  al  viver  sociale.  E  questo  progredire 
lento  e  quasiché  istintivo  della  scienza  popolare  da  cui 
direbbesi  come  costituita  e  serbata  una  perenne  filo- 
sofia capace  di  sviluppi  come  di  correzioni,  è  un  fatto 
notabilissimo  della  civiltà  che  la  superbia  dei  metafi- 
sici fece  male  a  non  avvertire  e  a  non  tenerne  gran 
conto. 


IV. 


15.  —  Ciò  veduto  e  posta  da  banda  ogni  impossibile 
novità  nel  principio  e  nel  termine  della  metafisica,  debbe 
la  tua  dottrina  venir  sindacata  per  gli  altri  rispetti. 
Ed  ei  si  vedrà  che  in  tutte  le  scuole  e  per  ogni  tempo 
materia  del  filosofare  sono  stati  i  fatti  e  le  idee.  Ma 
il  difficile  è  pur  sempre  di  porli  in  concordia  e  in 


12  LIBRO  PRIMO. 

connessione  tale  in  fra  loro  da  ricavarne  una  Scienza 
Prima  tutta  coerente  e  tutta  dimostrativa. 

16. — Né  già  l'armonia  loro  poteva  essere  rinvenuta 
in  sino  a  che  rimanevano  incertezze  ed  oscurità  intorno 
all'essere  delle  idee  e  all'essere  dei  fatti  e  sulla  fa- 
coltà e  maniera  di  pigliarne  cognizione.  E  quando  a 
te  fossero  bene  riuscite  queste  tre  cose  di  definire  con 
esattezza  la  natura  delle  idee  e  quella  delle  percezio- 
ni ;  di  trovare  la  cagione  e  ragione  vera  ed  essenziale 
del  loro  collegamento  e  di  esibire  prova  non  dubbia  e 
non  impugnabile  di  tutte  le  realità,  fondando  a  priori 
(e  ciò  forse  per  la  prima  volta)  l'ontologia,  la  tua  dot- 
trina, antichissima  di  principj  e  di  conclusioni,  avrebbe 
largamente  coiTetto  e  innovato  tutto  ciò  che  debbesi 
edificare  su  que' principj  e  a  quelle  conclusioni  avviare. 

17.  —  Al  che  debbesi  aggiungere  una  luce  nuova, 
la  quale  rifletterà  del  sicuro  abbondante  e  purissima 
sulla  scienza  del  Cosmo  il  quale,  per  lo  certo,  venne 
architettato  dall'autor  suo  in  conformità  mirabile  con 
le  prefate  conclusioni  e  j)rincipj.  Ed  anzi  dal  seno  di 
essi  principj  tu  se'  venuto  ritraendo  la  vera  e  sola  for- 
ma possibile  di  unità  che  può  legare  tutte  le  scienze, 
perchè  lega  necessariamente  il  finito  all'infinito,  e  con- 
ducendo le  cose  create  al  colmo  del  bene  partecipabile 
le  ritorna  a  queir  infinito  dal  quale  movevano. 

18.  —  Questi  pensieri  ed  altri  consimili  andò  espri- 
mendo con  voce  interiore  chiarissima  quel  grazioso  spi- 
ritello che  mi  si  svegliò  dt^ntro  1'  animo  quasi  improvvi- 
samente e  pareva  non  già  discorrere  quel  che  il  pensiere 
dettava  ma  leggere  franco  e  spedito  dentro  a  un  libro 
stampato.  Io  non  so  bene  dell'  indole  sua  e  se  tiene 
del  sogno  ovvero  dell'  apparizione.  Ciò  solo  che  il  caso 
mi  fece  di  lui  sapere  si  è  il  nome  impostogli  quando 
fu  tenuto  a  battesimo  e  lo  chiamarono  Amor  proprio. 


DEL  FINITO  IN  8È.  13 

Ad  Ogni  modo,  io  me  gli  tengo  un  poco  obbligato, 
perocché  quelle  sue  parole  tanto  sicure  e  baldanzose 
m'incorarono  all'opera  che  andremo  esponendo  ai 
lettori. 


CAPO  SECONDO. 

DEL  PRINCIPIO  DI  CAUSALITÀ. 


I. 

19.  —  Abbiamo  dimostrato,  ci  sembra,  che  Dio  è 
creatore  attuale  e  perpetuo.  Conciossiachè  egli  vuole  con 
atto  liberissimo  e  assolutissimo  il  bene  intinito,  e  dentro 
di  questo  è  una  incommutabile  relazione  coi  beni  finiti, 
come  nella  sapienza  increata  è  la  ragione  di  farli 
esistere  e  nella  potenza  è  la  causa  efficiente  di  tutti 
essi.  Il  che  poi  dicemmo  costituire  la  eterna  fattibilità 
e  la  possibilità  metafisica  di  tutte  le  cose. 

20.  —  La  creazione  non  à  materia  preesistente  e  non  è 
dì  soli  fenomeni,  perchè  la  dualità  eterna  e  assoluta  è 
contradittoria;  e  il  creato  esistendo  fuori  dell'infinito, 
esiste  come  essere  e  non  come  modo,  è  subbietto  e  non 
qualità,  è  sussistenza  e  non  inerenza. 

21.  —  Similmente  abbiam  dimostrato  che  la  crea- 
zione accade  nel  tempo  e  senza  moto  ninno  della  virtù 
efficiente,  la  quale  e  prima  e  poi  è  sempre  nel  medesimo 
atto.  Però  nessun  concetto  è  più  fallace  di  quello  che 
immagina  la  creazione  siccome  un  atto  singolare,  com- 
piutosi il  quale,  V  Opifice  eterno  ritirasi  dalla  natura 
lasciata  in  governo  alle  proprie  sue  leggi  ed  entra  nel 
sempiterno  riposo.  L'atto  creativo  è  impartibile  e  in- 


14  LIBRO  PRIMO. 

terminabile;  conciossiachè  opera  fuori  del  tempo;  ed 
è  parimente  sì  fatta  la  immanenza  di  Dio  nella  na- 
turante natura  come  nella  naturata. 

Cotale  immanenza  mantiene  fra  Dio  e  il  creaU» 
una  sorta  di  relazione  e  di  connessione  tanto  intima 
quanto  inconoscibile  nella  sua  forma;  atteso  che  questa 
sia  differente  per  essenza  dalPaltra  che  lega  il  modo  alla 
sostanza  e  1'  atto  all'  agente  ;  e  però  differisce  altresì 
per  essenza  da  quella  che  predicano  i  panteisti  sotto 
varj  nomi  e  sembianze. 

22.  —  Ora,  diciamo  che  la  cosmologia  intera  debbo 
provenire  appunto  dallo  studio  indefesso  intorno  di  talo 
immanenza,  invisibile  nella  sua  specie  di  atto  e  di 
nesso,  visibile  e  maravigliosa  ne'  suoi  influssi  ed  effet- 
ti. E  perchè  in  ogni  cosa  che  appare  nel  tempo  incon- 
transi  queste  due  condizioni  deir  essere  ella  un  sub- 
bietto  sostanziale  finito  e  dello  splendervi  F  immanenza 
della  buona,  santa  e  providissima  potestà  e  mentalità 
del  sovrano  artefice,  conviene  sia  da  noi  meditata  la 
creazione  partitamente  sotto  V  uno  e  V  altro  rispetto. 
Da  essa  relazione  perpetua  tra  il  finito  e  V  infinito 
escirà  poi  la  scienza  a  priori  della  natura  ;  e  inten- 
diamo quella  poca  e  modesta  che  è  lecito  per  al  presente 
di  statuire  con  lucidezza  e  persuasione.  E  per  essere 
brevi  e  precisi,  e  dall'altro  canto  per  non  mescolare 
i  dati  sperimentali  e  le  prove  empiriche  alle  deduzioni 
rigorose,  verranno  queste  significate  come  sentenze  e 
aforismi;  ed  a  ciascuno  aforismo,  dove  bisogni,  faremo 
succedere  qualche  nota,  onde  sia  meglio  chiarito  ;  ovvero 
affine  che  se  ne  scorga  1'  applic^azione  ai  fatti  speciali 
che  mal  si  presume  di  rivelare  e  stabilire  a  priori. 

23.  —Tre  larghe  divisioni  prenderà  la  nostra  specula- 
zione a  norma  della  gran  sintesi  che  noi  imitiamo  dal 
Vico  e  la  qual  dice  la  creazione  mover  da  Dio,  in  Dio 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  15 

consistere,  in  Dio  ritornare.  E  perciò  se  ritoma,  essa 
in  qualche  modo  sene  alienò  e  fece  contrario  cammino. 
La  qual  cosa  importa  che  il  finito,  siccome  tale,  opponesi 
air  infinito  e  da  lui  si  disgiunge.  E  questa  è  la  prima 
divisione.  La  seconda  guarda  il  finito  nelle  sue  attinenze 
con  la  mentalità  e  potenza  divina.  La  terza  lo  guarda  nel 
suo  progressivo  congiungimento  con  l'infinito  medesi- 
mo, in  quanto  questo  è  accessibile  alla  creatura  e  co- 
municabile. 

24. — Simili  partizioni  nella  sostanza  nuove  non 
sono  ;  che  la  natura  fu  meditata  e  conosciuta  da  troppo 
gran  tempo  Ma  nuovo  è  considerarle  intrinsecamente 
in  tutto  quello  che  valgono  e  nelle  applicazioni  loro 
air  ordine  vero  dei  fatti.  Aristotele,  dicendo  ogni  male 
della  materia  e  ogni  bene  della  forma,  volle  parlare  da 
un  lato  delle  necessità  e  impotenze  de!  finito,  dall'altro 
degl'influssi  incessanti  dell'infinito;  e  questi  da  ninno 
furono  ravvisati  e  misurati  con  più  giusto  compasso 
quanto  da  quel  platonico,  il  quale  domandò  la  bellezza 
una  vittoria  della  forma  sulla  materia,  e  volle  appun- 
to significare  una  vittoria  universale  dell'infinito  sul 
finito.  La  terza  partizione  dal  Vico  accennata  sentirono 
gU  altri  platonici  quando  pronunziarono  col  lor  maestro 
che  fine  dell'  uomo  è  la  perfetta  imitazione  di  Dio. 

n. 

25.  —  Ma  prima  per  fare  che  tutte  le  parti  di  questo 
breve  trattato  riescano  chiare  e  muovano  diritte  e 
spedite  al  loro  termine,  ci  accade  di  dover  qui  esporre 
succintamente  la  dialettica  del  principio  di  causa.  Con- 
ciossiachè  tutta  la'  materia  della  cosmologia  è  gover- 
nata da  tal  principio,  il  quale  d'altro  lato  fu  strana- 
mente descritto  e  abusato  dai  fondatori   di  sistemi. 


16  LIBRO  PRIMO. 

Forse  sì  fatta  dottrina  ed  altre  che  servono  di  pro- 
pedeutica alla  scienza  della  natura  vorrebbero  èssere 
state  di  già  discusse  in  luogo  piìi  confacevole.  Ma  noi 
aggiungiamo  sollecitamente  cotesta  pagina  alle  confes- 
sioni nostre  prima  che  il  lettore  ve  la  inserisca  egli 
con  un  pò* d' impazienza;  e  intendiamo  dire  che  bene 
si  riconosce  da  noi  la  metafisica  essere  un  grande  si- 
stema connesso  in  ogni  suo  membro  assai  strettamen- 
te; ne  si  può  per  avventura  trattarne  una  parte  dis- 
giuntamente da  tutte  le  altre,  e  massime  quando  non 
si  ripetono  i  detti  più  vulgati  di  tale  e  tale  autore,  ma 
i  proprj  pensieri  si  proferiscono.  Nullameno,  ci  mancò 
r  agio  e  più  la  forza  intellettuale  di  architettare  un 
edificio  vasto  insieme  e  compiuto  di  scienza  specula-, 
tiva  e  di  murarlo  da  ogni  banda  con  sodezza  e  con  or- 
dine, tanto  che  in  cima  al  tetto  non  s'avesse  a  dubitare 
dei  fondamenti.  Fuggimmo  anche  la  noia  di  ricercare  e 
definire  per  minuto  le  usuali  categorie  ;  proponendoci 
in  quella  vece  di  dirne  all'occasione  il  poco  od  il  molto 
che  sarebbe  stato  opportuno.  E  qui  giunge  il  caso  per 
appunto  ;  né  rincresca  al  lettore  l' indugio  non  lungo 
che  gli  si  fa,  dopo  il  quale  diverrà  il  nostro  cammino 
e  più  diritto  e  più  spedito. 

26. —  Noi  provammo  altra  volta  la  intrinseca  neces- 
sità di  cotesto  principio  di  causa  e  vogliam  dire  il  per- 
chè tutte  le  cose  le  quali  cominciano  e  più  in  generale 
ancora  tutte  le  esistenze  nuove  sono  precedute  da  una 
cagione.  Né  basta  affermare  con  un  filosofo  insigne 
italiano  *  che  tal  principio  risolvesi  nella  proposizione 
identica  :  ad  ogni  atto  dover  corrispondere  a  forza  un 
agente.  E  per  fermo,  nessuno  domanda  la  interna  ca- 
gione degli  atti  essenziali  e  perpetui  degli  agenti  sem- 


*  Roiiiiini. 


DEL  FINITO  IN  SE.  17 

plicì,  ma  si  domanda  la  cagione  del  mutare  di  quegli 
atti  ;  imperocché  essa  non  può  stare  nella  natura  pro- 
pria intema  e  immutabile  degli  agenti  medesimi,  e 
conviene  cercarla  altrove  e  fermarsi  alla  perfine  in  una 
ragione  suprema,  universale  e  apodittica  ;  e  cioè  a  dire 
che  la  ragione  causale  d' ogni  mutamento  nel  mondo 
creato  debbe  fondarsi  ella  pure  nel  piii  generale  prin- 
cipio della  identità  e  della  contraddizione.  E  simiglian- 
temente,  tutta  la  dialettica  della  ragion  sufficiente,  come 
Leibnizio  la  volle  denominare,  debbe  avere  per  riscon- 
tro e  per  prova  ultima  il  detto  principio.  Che  in  al- 
tra guisa  la  teorica  della  causalità  fondandosi  sopra 
un  adagio  di  senso  comune  creduto  e  non  dimostrato 
non  cancellerebbe  mai  il  suo  carattere  empirico  ;  ed  anzi 
lo  imprimerebbe  in  ogni  materia  a  cui  venisse  ap- 
plicata. 

27.  —  E  qui  notiam  di  passata  il  progresso  che  fa  la 
filosofia  teoretica  intomo  a  questo  subbietto  della  cau- 
salità mediante  la  nostra  particolare  dottrina  della  Per- 
cezione. Per  fermo,  quando  l'Hume  sentenziava  univer- 
salmente  non  apparire  in  alcun  fatto  il  carattere  del- 
Tefficacia  causale,  ma  solo  i  fenomeni  legarsi  fra  loro  per 
contiguità  di  luogo  e  di  tempo,  insorsero  i  psicologisti 
a  provare  che  T  anima  testifica  tuttogiorno  a  sé  stessa 
di  essere  cagione  formale  de'  proprj  atti.  Il  che  forse 
poteva  concedere  anche  V  Hume  senza  troppo  dannifi- 
care  le  sue  negazioni.  Nella  medesima  impotenza,  a 
nostro  parere,  sono  tutti  q uè' metafisici  i  quali  o  ne- 
gano l'intuito  immediato  della  compenetrazione  nel 
nostro  essere  degli  atti  esterni  ed  interni;  ovvero  lo 
spiegano  siccome  una  specie  d' immediata  divinazione. 
Invece,  per  la  nostra  dottrina  diventando  evidente  e 
certissimo  quello  che  abbiam  domandato  contatto  men- 
tale del  subbietto  e  dell'  obbietto.  la  filosofia  possiede 

Mahuhi.  —  M.  % 


18  LIBRO  PRIMO. 

una  prova  scientìfica  della  nozione  di  causa  efficace  o 
vogliam  dire  di  quella  che  opera  fuori  di  sé  e  penetra 
nel  subbietto  passivo. 

m. 

28.  —  Nel  generale,  domandasi  causa  ciò  che  per 
virtù  propria  e  immediata  origina  alcuna  esistenza  o 
dentro  o  fuori  di  se;  quella  che  opera  dentro  venne 
chiamata  formale  ;  V  altra,  efficiente. 

Egli  è  chiaro  che  la  esistenza  causata  non  può 
essere  lo  stesso  atto  causale,  salvo  che  quando  l'agente 
0  il  subbietto  dimori  per  natura  o  per  abito  in  quel  solo 
atto  primo  che  domandasi  facoltà  o  virtualità.  Perocché 
allora  la  esistenza  causata  è  un'esplicazione  di  atto, 
sebbene  vi  occorra  un'  altra  forza  eccitativa  e  determi- 
nativa come  si  vedrà  più  tardi.  Ma  se  l'atto  è  immanente 
e  sempre  ad  un  modo  è  spiegato?  Allora,  ripetiamo,  il 
dargli  per  causa  il  proprio  agente  o  subbietto  è  poco 
meno  che  un'astrazione  e  un  paralogismo  e  si  viene 
a  dire  che  l'agente  con  un  atto  fa  esistere  quel  suo 
medesimo  atto.  Per  fermo,  la  mente  stessa  distingue 
con  pena  il  subbietto  dall'atto  essenziale  e  imma- 
nente. Ad  ogni  modo,  diciamo  il  subbietto  non  essere 
causa  infino  a  tanto  che  non  si  considera  siccome 
agente,  perchè  la  cagione  è  qualcosa  d'intimamente 
ed  essenzialmente  attivo.  Che  se  il  subbietto  è  mai 
sempre  in  atto  e  con  quell'atto  s' immedesima,  e  per- 
ciò vogliamo  dire  eh'  egli  è  continua  causa,  doman- 
deremo allora  dove  sia  l' effetto  e  come  distinguesi 
dalla  causa.  Laonde,  com'io  notavo  più  sopra,  quando 
parlasi  delle  qualità  e  degli  atti  essenziali  e  imma- 
nenti d'una  sostanza  semplice,  e  taluno  ne  richiedesse 
la  ragione  e  cagione  interiore,  subito  gli  saria  rispo- 


DEL  FINITO  m  SÉ.  19 

!jto:  perchè  ella  è  fatta  cosi,  e  cioè  a  dire  così  venne 
costituita  originalmente;  onde  la  vera  cagione  è  cer- 
cata e  riconosciuta  esternamente  e  superiormente  nel- 
Tatto  creativo  medesimo  non  nel  subbietto  operante. 
Domandi  quale  sia  la  causa  deir  attrazione  generale? 
Se  tu  non  credi  ch'ella  provenga  da  un  altro  fatto 
più  ancor  generale  ed  intrìnseco  alla  materia,  ma  tu 
la  giudichi  una  facoltà  originale  e  costituente  la  es- 
senza di  quella,  tu  sei  pervenuto  all'ultimo  termine, 
e  vale  a  dire  all'  effetto  immediato  dell'  atto  di  crea- 
zione. 

29.  —  Del  resto,  il  solo  teismo  à  un  chiaro  e  rilevato 
concetto  della  causa  efficiente,  dacché  non  pure  la 
distingue  dagli  effetti  mediati  e  immediati,  ma  la  se- 
para sostanzialmente  da  quelli.  E  perchè,  a  nostro 
giudicìo.  nell'Assoluto  vera  causa  formale  non  opera, 
non  vi  si  distinguendo  l'  atto  dalla  potenza,  ne  segue 
che  ai  panteisti  il  concetto  di  causa  dee  comparire 
mal  contornato  e  d'incertissimi  lineamenti.  E  sebbene 
discorrono  assai  volentieri  dell'azione  reciproca  delle 
sostanze,  egli  si  può  sfidarli  alla  prova  del  dar  ra- 
gione sufficiente  delle  cause  esteriori  operanti  in  noi 
con  violenza,  di  qualità  che  l'anima  nostra  vi  rilutta 
con  ogni  forza  e  con  fatica  angosciosa  e  infruttifera. 
Strana  cosa,  davvero,  che  l'  ente  uno  ed  universale 
voglia  patire  la  propria  azione  e  continuamente  addo- 
lorarsi e  straziarsi. 

IV. 

30.  —  Raccogliendo  le  cose  discorse,  abbiamo  che  la 
causa  è  latamente  sinonimo  di  sostanza  attiva,  sinonimo 
di  potenza  e  di  forza,  la  quale  se  opera,  è  attuale;  se 
non  opera,  è  virtuale.  E  quando  non  esce  dal  proprio 


20  LIBRO  PRIMO. 

essere  piglia  (si  disse)  nome  di  formale;  quando  esce^ 
di  efficiente.  Ed  è  formale  ed  efficiente  nel  tempo  stesso 
quando  per  impiegare  l'efficacia  sua  al  di  fuori  in  al- 
cun subbietto  esteriore  à  d'uopo  di  passare  innanzi 
dentro  di  sé  dallo  stato  virtuale  all'attuale  e  sussi- 
stente. 

31.  —  Vollero  alcuni  dialettici  che  qualcosa  tramez- 
zasse fra  la  potenza  e  l' atto  e  la  chiamarono  conato.  Noi 
non  conosciamo  il  conato  se  non  là  dove  l' effetto  o 
vogliam  dire  l'esplicazione  dell'atto  è  impedita  este- 
riormente 0  per  lo  manco  ne  è  impedita  la  manifesta- 
zione sensibile;  come  l'atto  di  gravitazione  è  sempre 
in  conato  ne'  corpi  cui  è  impedito  da  altre  forze  di 
cadere  verso  il  centro.  Ogni  rimanente  è  sottigliezza 
ed  equivoco  di  parole. 

32.  —  La  causa  trae  sempre  qualche  cosa  dal  nulla, 
eziandio  se  produce  da  tutta  l'eternità.  Perchè,  dove 
la  causa  non  operasse,  l'effetto  non  sarebbe  in  nes- 
suna maniera,  ovvero  uscirebbe  dal  nulla  senza  ca- 
cone. E  sia  pure  preesistente  la  facoltà,  ovvero  la 
materia,  l'esplicazione  dell'atto  nell'un  caso  e  la  forma 
determinata  nell'  altro  saranno  esse  dedotte  dal  nulla. 
Se  entrambe  poi  esistevano,  il  modo,  1'  accidente  o 
che  altro  viene  causato  escirà  parimenti  dal  nulla.  Pe- 
rocché se  tutto  debbo  preesistere  e  nulla  cosa  è  pro- 
dotta, non  v'  à  più  causazione,  ovvero  la  causazione 
stessa  diventa  impossibile,  come  sembrò  affermare  la 
scuola  Eleate.  Produrre  adunque  alcuna  cosa  vuol  dire 
condurla  dal  non  essere  all'  essere.  E  appunto  perchè 
la  causa  è  creatrice  e  l'atto  onde  qualunque  essere 
od  anche  qualunque  modo  di  essere  esce  dal  nulla  è 
misterioso,  noi  non  avremo  mai  concetto  cfciaro  e  ana- 
litico della  nozione  di  causa,  e  intendo  causa  propria- 
mente efficace. 


DEL  FINITO  IN  SE.  21 

33.  —  Menare,  per  altro,  una  cosa  dal  non  essere 
all'essere,  inchìude,  chi  ben  guarda,  una  potenza  infi- 
nita; perchè  è  infinito  V  abisso  che  separa  Pente  dal 
nulla. 

Ogni  specie  adunque  di  causazione  o  sostanziale  o 
modale  che  sia,  opera  in  virtù  d'una  potenza  infinita. 

34.  —  Di  qui  si  traggo  che  una  sola  causa  sussista 
nell'uniTerso  a  cui  tal  nome  compete  veramente  e  asso- 
lutamente ;  perchè  due  infiniti  di  potenza  sono  impos- 
sibili, e  questa  causa  prima  ed  ultima  è  Dio. 

35.  —  Da  ciò  rampolla  (e  sia  qui  detto  per  transito) 
una  dimostrazione  assai  rigorosa  e  poco  avvertita  così 
dell'  esistenza  di  Dio  come  del  principio  di  causa.  La 
quale  dimostrazione  appena  vuoisi  affermare  che  pro- 
oada  a  posteriori,  bastando  a  costituirla  qualunque  atto 
del  pensiere.  E  per  lo  certo,  si  noti  il  legamento  delle 
infrascritte  proposizioni.  Io  penso,  dunque  esisto.  Tal 
mia  conclusione  è  un  secondo  pensiere  diverso  dal  pri- 
mo ;  io  esisto,  adunque,  mutando.  Ma  ogni  mutamento 
o  sostanziale  o  modale  è  una  nuova  esistenza;  ed  ogni 
si  fatta  ricerca  un  potere  il  quale  la  tragga  dal  non 
essere  all'essere;  e  perchè  dall'uno  all'altro  corre  in- 
tervallo infinito,  lo  può  solo  riempiere  una  potenza 
infinita.  Va  dunque  l'infinito  che  crea  e  determina 
tutte  le  esistenze  nuove  e  fornisce  altresì  al  pensiere 
la  facoltà  di  mutarsi. 

3G.  —  Impertanto,  dopo  Dio  tutte  le  altre  cause 
sono  per  partecipazione  e  si  domandano  cause  seconde. 

Nel  vero,  se  può  esistere  il  finito  possono  ezian- 
dio esistere  le  cause  finite  o  seconde;  e  se  esiste  una 
sola  causa  assoluta,  non  perciò  non  possono  esistere 
cause  relative  e  cioè  a  dire  partecipi  di  virtù  effettrice. 

37.  —  Ma  v'  à  chi  sostiene  che  il  mondo  creato  è  in- 
finito ed  è  intrinseco  alla  sua  cagione.  £  prova  il  primo 


22  LIBRO  PRIMO. 

eDunciato  con  questo,  che  da  causa  infinita  può  solo 
provenire  effetto  infinito. 

38.  —  Al  che  si  obbietta  col  presente  dilemma  :  o  le 
cose  create  sono  consustanziali  con  Dio  o  non  sono. 
Chi  afferma  il  primo,  cade  nel  gran  paradosso  d'im- 
medesimare il  finito  coli' infinito;  poiché  T esperienza 
ci  prova  che  nel  mondo  è  il  finito.  Chi  afferma  il  se- 
condo e  tuttavolta  sostiene  la  infinitudine  della  crea- 
zione, ammette  due  infiniti  V  uno  fuori  dell'  altro  ;  e 
poicliè  r  uno  debbo  all'  altro  mancare,  ei  sono  finiti 
ambedue.  Né  si  scampa  dal  dilemma  dicendo  con  Hegel 
la  cagione  e  l' effetto  essere  a  un  dipresso  identici  ; 
espressione,  che  toma  a  ripetere,  sotto  diverso  sem- 
biante, il  gran  paradosso  della  parità  dell'ente  e  del 
nulla.  Ma  in  realtà  cagione  ed  effetto  differiscono  tanto 
quanto  il  finito  dall'  infinito.  Gonciossiachè  questa  è 
vera  e  assoluta  cagione,  come  vero  effetto  è  l' universo 
creato.  Ne  gioverà  di  vantaggio  il  pronunziare  insieme 
col  Bruno  o  con  altri  più  moderni  che  l' effetto  dimora 
nella  cagione  come  l' atto  nella  potenza,  ovvero  che  la 
cagione  infinita  ed  implicata  diventa  esplicita  nell' ef- 
fetto pur  rimanendo  uguale  a  sé  stessa.  Cotesto  ambi- 
gue parole  di  atto  e  potenza  e  di  estrinseco  e  intrin- 
seco anno  corto  dominio  laddove  si  ragiona  schietto  e 
preciso. 

39.  —  Quando  l' effetto  non  trapassi  per  niente  fuori 
della  sostanza  divina,  la  risposta  fu  già  espressa  e  chia- 
rita più  d' una  volta.  Quando  trapassi  al  di  fuori, 
r  effetto  non  é  spiegamento  ed  emanazione,  ma  crea- 
zione reale  dal  nulla.  Quindi  la  potenza  rimanendo 
scissa  dall'  atto,  e  l' implicazione  dalla  esplicazione,  la 
causa  non  più  possiede  l'infinito  determinato  nel  pro- 
prio effetto  e  quindi  é  incompiuta  e  manchevole. 

Adunque,  dicendosi  che  da  cagione  infinita  può 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  23 

solo  uscire  effetto  infinito,  ei  si  fa  impossibile  al  tatto 
la  creazione  e  si  nega  la  esperienza  la  quale  atte- 
sta invittamente  a  ciascuno  che  il  finito  esiste.  E  sia 
questo  un  mero  fenomeno;  ciò  non  lo  confonde  col 
nulla.  V  à  nella  natura  serie  e  specie  di  modi,  serie  e 
specie  di  affezioni,  atti  e  accidenti  che  si  succedono  e 
passano  e  dei  quali  si  può  aver  il  numero,  la  quantità 
e  la  misura.  Ma  la  quantità  e  il  numero  sono  sempre 
limitati  e  per  nessuno  sforzo  e  nessun  miracolo  si  con- 
vertono neir  infinito,  ed  anzi  è  provato  evidentemente 
che  ciò  racchiude  una  logica  ripugnanza. 

40.  —  D'  altra  parte,  V  efficienza  infinita  mostrasi 
tale  eziandio  nell'  effetto,  in  quanto  tragge  le  cose  dal 
nulla.  Cavarne  un  granello  di  sabbia  od  un  infinito  è 
sotto  questo  rispetto  un  medesimo.  Altrettanta  potenza 
infinita  vi  vuole  a  conservare  la  creazione  in  ciascun 
attimo  di  tempo,  altrettanta  a  partecipare  agli  enti 
finiti  alcun  grado  di  causale  efficacia. 

41.  —  Da  ultimo,  ciò  che  davvero  riuscirebbe  defi- 
ciente e  però  non  divino  e  non  infinito  nella  virtù  crea- 
trice, sarebbe  se  la  natura  non  diventasse  tutto  quello 
che  mai  può  essere  a  rispetto  del  fine  ;  il  che  non  fu 
mai  dimostrato  da  alcuno  ed  anzi  fu  dimostrato  il 
contrario,  e  noi  ne  terremo  speciale  e  lungo  ragiona- 
mento. 

42.  —  Giordano  Bruno  aiuta  vasi  di  provare  con  venti 
diversi  argomenti  la  infinità  del  mondo.  Ma  prima 
avrebbe  dovuto  liberar  la  sua  tesi  dalla  logica  impos- 
sibilità che  racchiude  ;  e  intendesi  che  gli  conveniva 
mostrare  la  compossibilità  di  due  infiniti,  V  uno  dei 
quali  è  fornito  di  tutte  le  perfezioni  e  ciò  non  ostante 
nell'altro  è  certa  positiva  infinità  che  vuol  dire  per- 
fezione. Poi  gli  conveniva  mostrare  come  una  serie  di 
finiti  può  costituir  V  infinito,  e  il  sempre  manchevole 


24  LIBRO  PRIMO. 

costituire, il  perfettamente  compiuto.  Ne  solveremo  il 
Bruno  da  tali  contraddizioni  ripetendo  quello  che 
abbiamo  testé  ricordato  e  combattuto  e  cioè  ch'egli 
concepisce  in  fondo  un  solo  infinito  distinto  per  altro 
in  potenza  ed  in  atto  ;  la  natura  naturante  essere 
una  infinita  facoltà  o  virtualità;  la  natura  naturata, 
un  atto  infinito.  Ma  oltre  alle  ragioni  esposte  qua 
poco  addietro,  subito  ricorre  alla  mente  la  contraddi- 
zione manifesta  di  chiamare  facoltà  o  potenza  ciò  che 
dee  permanere  mai  sempre  in  atto;  ed  è  un  voler  fare 
a  forza  certa  distinzione  e  certo  separamento  dove  non 
può  sussistere.  La  distinzione  tra  facoltà  ed  atto  à 
luogo  unicamente  (chi  non  lo  sa?)  nelle  cose  finite  dove 
del  sicuro  l' atto  non  sempre  accompagnasi  alla  facoltà, 
e  dove  V  atto  è  pur  sempre  una  esplicazione  di  lei;  e 
come  altri  disse  è  un  atto  secondo  o  perfetto  a  riscon- 
tro della  facoltà  che  è  un  atto  primo  e  iniziale.  Certo 
nella  natura,  parlandosi  al  modo  di  Bruno,  le  mani- 
festazioni dell'  atto  assolutissimo  sono  diverse  e  succes- 
sive. Ma  se  queste  sono  altrettanti  atti  separati,  l' As- 
soluto è  composto  e  finito;  se  escono  da  un  solo  infi- 
nito atto,  riviene  l'opposizione  qui  innanzi  toccata. Per 
tale  rispetto,  il  sistema  dello  Schelling  e  quello  del- 
l' Hegel  tornano  nella  sostanza  un  medesimo  col  si- 
stema del  Bruno;  tutti  tre  fondamentano  il  loro  edificio 
sopra  una  distinzione  assai  positiva  di  potenza  e  di 
atto  che  è  impossibile  nell'  Assoluto. 

43.  —  Quindi  si  badi  che  in  fondo  una  sola  e  per- 
petua è  la  questione  la  qual  pende  fra  noi  e  costoro. 
Noi  concepiamo  e3  asseveriamo  un  vero  infinito  ed  una 
pienezza  intera  ed  assoluta  di  essere;  quelli  un  infinito 
che  vassi  facendo  e  compiendo,  e  cioè  qual  cosa  di  ri- 
pugnante con  la  germana  definizione  del  concetto  e  col 
falore  del  vocabolo. 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  25 


V. 


44.  —  Le  cagioni  seconde  come  sono  tali  per  sem- 
plice partecipa/ione  così  non  possono  contenere  una  eflS- 
cacia  diversa  o  maggiore  dì  quella  che  è  loro  infusa 
originalmente  e  la  quale  costituisce  la  loro  essenza. 

Di  quindi  gli  assiomi  che  valgono  solo  per  1'  or- 
dine delle  cagioni  di  cui  parliamo  ;  e  i  principali  sono  : 

Che  nelle  cause  formali  T  effetto  esser  non  può  dif- 
ferente di  natura  e  di  essenza  ;  e  nelle  cause  efiicienti 
che  il  tutto  diverso  non  opera  sul  tutto  diverso: 

Che  l'eflFetto  non  può  superare  di  quantità  né  di 
qualità  la  cagione,  come  non  può  essere  minore  e  in- 
feriore, se  parte  dell' eflScienza  causale  non  è  impedita  : 

Che  se  V  essere  della  cagione  è  meramente  facolta- 
tivo o  potenziale  che  voglia  dirsi,  il  principio  il  quale 
determina  la  facoltà  o  la  potenzialità  air  atto  non  è 
insidente  nell'essere  stesso,  ma  gli  viene  dal  di  fuori: 

Che  ogni  atto  è  ricevuto  secondo  il  modo  del  ri- 
cevente. 

Vi  sono  altre  massime  più  agevolmente  apprensi- 
bili, derivandole  per  egual  maniera  da  ciò  che  doman- 
deremmo la  proporzione  delle  cause  con  gli  effetti,  e 
delle  cause  in  fra  loro. 

45.  —  Ripetiamo  poi  che  tutte  le  cagioni  seconde  si 
adunano  nei  due  grandi  ordini  delle  formali  e  delle  effi- 
cienti od  efficaci  che  le  si  chiamino.  Nelle  prime  mi  sem- 
bra di  non  ravvisare  distinzione  di  genere  sebbene  si  di- 
stinguono per  la  natura  dell'  atto.  Conciossiachè  la  ca- 
gione formale  talvolta  opera  spiegando  la  facoltà  e 
attuando  la  potenza  ;  talaltra.  ricevendo  l' azione  este- 
riore nel  modo  determinato  e  speciale  della  propria 
indole;  dacché  in  quanto  l'estrinseco  atto  è  ricevuto 


26  LIBRO  PRIMO. 

cosi  o  cosi  la  sostanza  passiva  opera  in  sé  medesima 
ed  è  cagione  formale. 

46.  —  Invece,  noi  giudichiamo  che  delle  cagioni  effi- 
cienti sieno  da  notare  se  non  tre  generi  diversi,  certo 
tre  gradi  molto  distinti,  e  sono  Tefficienza  fattiva,  la  pro- 
vocativa e  r  occasionale.  Do  il  primo  nome  a  quelle 
cagioni  che  modificano  direttamente  e  prc^ondamente 
un  subbietto  per  la  insinuazione  del  proprio  atto.  Per 
centra,  do  il  secondo  nome  alle  cagioni  efficienti,  le 
quali,  meglio  che  imprimere  in  altri  la  virtù  propria 
particolare,  suscitano  nel  subbietto  passivo  alcuna  po- 
tenza latente  ovy?ro  alcuna  mutazione  nelle  qualità  e 
maniere  attuali.  In  fine,  cotesta  provocazione  può  tanto 
scostarsi  dalla  natura  della  sostanza  da  onde  muove 
che  meriti  nome  di  pura  virtù  occasionale. 

47.  —  Ma  d' altra  parte  cotesti  tre  gradi  o  sorte  di 
azione  efficace  si  mescolano  di  leggieri  insieme,  ed  i  loro 
confini  a  mala  pena  si  discernono.  Anzi  tratto  si  può  di- 
sputare se  v^  à  mai  cagione  propriamente  fattiva  e  non 
sieno  in  quel  cambio  tutte  cagioni  provocative.  Per 
fermo,  se  ogni  mutazione  nel  mondo  fisico  accompa- 
gnasi col  movimento  e  questo  è  promosso  e  non  già 
trasfuso,  tutte  le  cagioni  fisiche,  quando  pure  sieno  fat- 
tive, riescono  altresì  provocative  ed  occasionali.  Queste 
ultime  poi  allora  si  mostrano  neiressere  proprio,  quando 
uè  provocano  né  modificano  ma  tolgono  V  impedimento 
a  qualche  azione  diretta;  ovvero,  sebbene  cooperano  a 
qualche  effetto  notabile,  lo  fanno  per  solo  accidente  e 
per  caso  o  con  atto  remotissimo  dalle  ultime  effettua- 
zioni e  troppo  da  loro  sproporzionato. 

48.  —  L' esperienza  induce  chiarezza,  precisione  e  mi- 
sura in  tutte  queste  gradazioni;  invece,  la  speculativa 
giunge  a  mala  pena  a  riconoscere  alcun  che  di  assoluto, 
per  la  ragione  che  quanto  è  certo  V  operare  delle  cause 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  27 

efficaci  altrettanto  è  oscuro  il  lor  modo  di  penetrare  le 
sostanze  e  modificarle.  Nondimeno,  è  lecito  di  affermare 
nel  generale  che  tra  essenze  omogenee  interviene  un'azio- 
ne fattiva  e  fra  le  meno  ed  anche  eterogenee  quasi  al 
tatto  succede  V  azione  provocativa  e  Y  occasionale. 

49.  —  L' oscuro  modo  di  operare  delle  cagioni  pro- 
veniente dal  fondo  ignoto  ed  inconoscibile  delle  sostan- 
ze, dette  agio  agli  scettici  di  negare  a  dirittura  l'ef- 
ficienza delle  cagioni.  La  contesa  ci  appare  quotata  ed 
estìnta  per  sempre,  argomentando  dai  fatti  e  conclu- 
dendo in  una  cognizione,  cei*ta,  Kebbene  di  forma,  spe- 
rimentale. Nel  nostro  agire  e  patire  e  nelle  intuizioni 
die  sempre  lo  seguono  è  dimostrato  con  evidenza  che 
noi  siamo  causa  formale  e  causa  efficiente  e  che  a  vi- 
cenda il  nostro  corpo  e  le  forze  ambienti  sono  causa 
efficiente  sull'animo  nostro,  senza  distinguere  ora  la 
sorta  e  il  grado  della  loro  virtù  effettrice. 

50.  —  Ma  volendosi  intorno  al  proposito  ragionare 
a  priori  e  con  ordine  deduttivo,  credo  che  dovremo  ri- 
stringere ogni  conclusione  in  questi  pochi  pronunziati. 

51.  —  Esservi  una  potenza  infinita  determi  natrice 
di  ogni  finito;  e  però  esservi  una  cagione  suprema  ef- 
fettrice deir  universo.  Il  perchè  quando  anche  si  po- 
tesser  negare  tutte  le  cause  seconde,  sarebbe  necessità 
riconoscere  una  causa  efficiente  perenne  ed  universale 
per  tutte  le  sussistenze  finite  e  per  ogni  lor  mutamento. 

52.  —  Nessuna  delle  condizioni  e  limitazioni  che 
debbonsi  attribuire  alle  cagioni  seconde,  qualora  esi- 
stano, conviene  di  assegnare  alla  efficienza  infinita,  a 
cui  sono  possibili  tutte  le  sorte  di  relazione  causale  fra 
lei  ed  il  mondo,  salvo  quelle  che  implicano  ripugnanza 
logica  manifesta.  Però  l'Assoluto  potrà  effettuare  ad 
extra  il  simile  quanto  il  diverso;  ed  anzi  il  creato 
avrà  del  sicuro  essenza  diversa  da  lui. 


28  LfBRO  PRIMO. 

53.  —  E  cotesta  è  dottrina  teistica.  Invece  nel 
panteismo,  in  quella  maniera  che  poco  o  nulla  si  può 
concepire  la  causa  operante  fuori  di  sé,  del  pari  non 
vi  s' intende  com'  ella  eflFettui  ancora  il  diverso  da  sé; 
in  fatto,  nel  sistema  della  sostanza  una  ed  insepara- 
bile ogni  mutazione  debbe  da  ultimo  essere  un  atto  e 
un  modo  di  quella  sostanza.  Ora,  chi  può  farsi  capace 
di  questo  che  il  modo  e  V  atto  non  sieno  d'  una  es- 
senza e  d^una  natura  col  subbietto  e  l'agente? 

54.  —  Dicemmo,  ed  or  confermiamo,  poter  esistere 
le  cause  seconde  e  cioè  alcuna  specie  e  grado  di  ef- 
ficienza partecipata. 

55.  —  Atteso  poi  che  ogni  sostanza  per  operare 
al  di  fuori  conviene  sia  fornita  di  attività  e  questa  di- 
mora in  due  stati  diversi,  e  vale  a  dire  in  implicazione 
di  potenza,  ovvero  in  esplicazione;  seguita  che  ogni 
causa  efficiente  sia  innanzi  tratto  causa  formale  entro 
sé  medesima. 

56.  —  Da  ultimo,  considerando  che  la  creazione 
esce  dall'  assoluta  bontà  di  Dio,  e  che  però  ella  dee 
contenere  tanto  bene  quanto  il  finito  ne  sia  capevole. 
deesi  giudicare  che,  mercè  d' una  meditazione  intensa 
e  rigorosa  sulla  dispensazione  divina  del  bene,  la  mente 
à  facoltà  di  costituire  la  certezza  scientifica  della  esi- 
stenza delle  cause  seconde  e  ben  definire  i  modi  es- 
senziali d'ogni  loro  operato;  il  che  appunto  procaccerò 
d' indagare  e  fermare  la  nostra  cosmologia  ;  fondan- 
dosi precipuamente  su  quel  gran  vero  che  la  sola  e 
mera  passività  nelle  cose  non  è  nettampoco  apprensi- 
bile e  che  il  bene  risolvesi  in  attività  essenziale  e  per- 
manente. Questo  poco  è  lecito  di  argomentare  intorno 
alla  categoria  delle  cause  per  sola   virtù  discorsiva. 

57.  —  Altre  analisi  più  minute  della  materia  sono 
da  lasciare  ai  grammatici  e  ai  logici,  nelle  cui  distin- 


DEL  FINITO  IN  SE.  29 

zioni,  per  altro,  incontrasi  le  più  volte  una  chiarezza 
apparente  ed  è  mantenuta  l'occasione  di  molti  dubj 
e  la  noia  dell'  ambiguità.  Né  credere,  per  via  d'esem- 
pio, che  dopo  studiate  le  trattazioni  loro  tu  avrai  netta 
dentro  al  pensiere  V  idea  della  causa  generale  e  della 
particolare,  ovvero  l' idea  d'  una  efficienza  che  opera 
sostanzialmente  e  d'altra  che  opera  per  accidente. 

58.  —  Sul  che  diremo  pur  di  passata  essere  generali 
(come  suona  il  nome)  le  cause  che  operano  in  tutto 
un  genere  e  nel  comune  delle  cose,  laddove  sono  par- 
ticolari quelle  che  operano  nelle  specie  e  nel  proprio. 
Le  prime  appariscono  in  ogni  atto  del  genere  e  però 
sono  continue.  Le  altre  o  sono  discontinue  e  appari- 
scono qua  e  colà;  ovvero,  se  operano  sempre,  non  di- 
morano in  tutte  le  specie.  Fondamento  delle  prime 
è  la  identità,  la  diversità  delle  seconde.  In  ogni  cosa 
v'è  il  mutabile  e  l'immutabile.  Nel  primo  sono  gli 
accidenti,  nel  secondo  sono  le  essenze.  Gli  atti  del 
primo  sono  cause  accidentali,  gli  atti  dell'altro  sono 
cause  sostanziali.  E  perchè  il  mutabile  e  l'immutabile 
anno  spesso  del  relativo,  così  le  cagioni  cambiano  non 
rade  volte  il  nome  di  sostanziale  e  d'accidentale;  e 
perchè  gli  accidenti  per  la  loro  incostanza  non  la- 
sciano spesso  conoscere  le  cause  minute  e  fuggevoli 
alle  quali  appartengono,  di  tal  guisa  sono  chiamate 
cause  fortuite;  sebbene  alcuna  volta  paiono  condur 
seco  effetti  di  suprema  importanza,  il  che  avviene  per 
virtù  occasionale,  come  più  sopra  fu  notato. 

VL 

59.  —  Le  cause  finali  non  esistono  nella  natura, 
in  quanto  le  cose  sfornite  di  ragione  obbediscono  solo 
alla  intrinseca  necessità  della  loro  forma.  Però  ogni 


30  LIBRO  PRIMO. 

cosa  d'  altro  Iato  è  causa  finale  ìd  quanto  è  governata 
da  una  perenne  mentalità  che  le  coordina,  o  a  dir  più 
esatto,  le  preordina  ;  onde  esse  cose  operando  fatalmente 
giusta  le  necessità  della  propria  natura  si  conformano 
a  capello  air  attuazione  del  fine. 

Chi  afferma  che  Dio  opera  nell'  universo  creato 
senza  rispetto  a  fine  viene  ad  affermare  ch'egli  opera 
senza  ragione;  percliè  la  causa  propria  del  diventare 
delle  cose  è  nella  natura  di  esse,  ma  la  ragione  è  nel 
collegamento  loro  all'  ordine  od  al  fine  che  voglia  dirsi. 

Rimane  di  chiarire  questa  idea  medesima  del  fine. 

60.  —  Certo,  la  idea  del  fine  non  è  applicabile  a 
Dio  considerato  nella  sua  eterna  e  perfetta  esistenza; 
conciossiachè  V  infinito  non  diventa  e  non  si  perfeziona. 
Del  pari,  la  idea  del  fine  non  è  applicabile  alla  na- 
tura se  questa  è  necessariamente  tutto  ciò  che  può 
essere  e  non  v'  è  distinzione  tra  il  bene  ed  il  male,  in 
quanto  il  bene  ed  il  male  sono  entrambo  necessarj,  en- 
trambo  debbono  venire  all'  atto  sino  allo  esaurimento 
ultimo  della  possibilità  assoluta  e  sono  manifestazioni 
parziali  e  transitorie  di  Dio. 

61.  —  Invece  la  distinzione  profonda  tra  il  bene  ed  il 
male  è  cosi  propria  dell'  intelletto  quanto  quella  del 
vero  e  del  falso,  dell'  essere  e  del  non  essere.  Ora  il  bene 
si  converte  col  fine,  e  ciò  che  non  è  bene  ed  al  bene  non 
serve,  usurpa  il  nome  di  fine  ma  tale  non  è  in  sostanza. 
Il  fine  adunque  è  il  bene  conseguibile  dell'  universo. 
Impertanto  per  compiere  lo  intendimento  del  concetto 
di  fine  è  bisogno  intendere  il  termine  col  quale  essen- 
zialmente si  converte,  io  vo'  dire  il  bene.  Ciò  posto,  io 
affermo  che  il  bene  assoluto  in  Dio  si  converte  con 
l' essere.  Ma  nell'  Universo  creato  mescolandosi  il  male 
al  bene  è  impossibile  convertire  quest'ultimo  col  puro 
essere. 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  31 

E  converieiìdolo  di  tal  ^uisa  è  chiaro  che  non  v^  è 
più  modo  di  distinguere  il  mezzo  dal  fine;  e  se  ogni 
cosa  è  fine,  il  fine  più  non  esiste. 

62.  —  Va  dunque  nel  creato  il  bene  ed  il  male  e 
delle  cose  che  conducono  al  bene  ma  che  il  bene  non 
sono.  Da  ultimo,  egli  non  si  può  concepire  il  bene  in  una 
forma  positiva  e  quindi  desiderabile,  qualora  non  sia  si- 
nonimo di  beatitudine;  e  la  beatitudine  vuol  dire  la  pe- 
renne coscienza,  soddisfazione  e  armonia  di  tutte  le  fa- 
coltà deir  ente  personale  nel  colmo  delP  attività  loro. 
Tutti  gli  altri  beni  sono  un  vestigio  di  questo,  salvo  il 
bene  morale  in  quanto  è  legge  divina  prescrivente  Por- 
dine  secondo  il  quale  V  universo  creato  aggiunge  il  suo 
fine,  e  però  è  bene  assoluto  e  convertesi  con  esso  Dio 
l^slatore  supremo.  Oltreché,  la  beatitudine  e  il  bene 
morale  come  eziandio  la  perfezione  dell'  essere  sono 
termini  i  quali  da  ultimo  debbono  insieme  incontrarsi 
ed  unificarsi;  imperocché  sotto  un  rispetto  umano  e 
finito  r  uno  è  mezzo  e  V  altra  é  fine,  e  V  una  é  un  po- 
stulato della  assoluta  ragione  delT  altro. 

63. — I  vecchi  panteisti,  conseguenti  a  sé  stessi,  quanto 
fu  loro  possibile  negarono  la  distinzione  del  bene  e  del 
male  e  però  negarono  le  cause  finali  ed  ogni  progresso 
come  ogni  moralità.  I  panteisti  moderni  incoerenti  ad 
ogni  tratto  con  sé  medesimi  pongono  l'indefinito  sviluppo 
dell'Assoluto  e  però  Tordi  uè  dei  mezzi  e  dei  fini.  Vedemmo 
altrove  che  le  nozioni  o  idee  sono  le  eterne  possibilità 
delle  cose  e  quindi  le  loro  vere  cagioni  efficienti.  Ma 
rispetto  al  pensiere  umano  e  in  quanto  elle  porgono 
a  lui  r  esemplare  di  ciò  che  attua  nelle  opere  d' arte 
e  di  pratica,  torna  più  convenevole  registrarle  nelP  or- 
dine delle  cause  finali,  facendo  parte  essenziale  delle 
intenzioni  delT  uomo. 

64. — Le  altre  condizioni  proprie  e  specificate  del 


32  LIBRO  PRIMO. 

principio  causale  nei  secondi  agenti  o  vogliam  dire  nelle 
cause  create  e  finite,  verranno  descritte  nel  Capo  che 
segue.  I  cenni  dati  qui  sopra  ci  paiono  convenienti  e 
bastevoli  a  chiarire  e  ordinare  quanto  bisogna  il  pro- 
gresso della  trattazione. 

65.  —  Malebranche,  gran  filosofo,  conforme  fu  detto 
nel  Libro  quarto  dell'ontologia,  negò  a  dirittura  le 
cause  seconde  per  la  ragione  che  nemmanco  Dio  può 
loro  fornire  V  assoluta  causalità.  Ciò  prova  troppo  dav- 
vero 1  E  perchè  potrà  egli  il  Signore  Iddio  partecipare 
r  essere,  la  bellezza  la  mentalità  ec.  e  non  l' efficacia 
causale?  Noi  siamo  sempre  allo  stesso  discorso.  Oltre 
r  infinito  può  esistere  il  finito.  Dunque  oltre  la  po- 
tenza ed  efficienza  infinita  possono  esistere  gradi  e  ma- 
niere finite  di  efficacia  causale;  e  come  Dio  è  imma- 
nente nelle  sostanze  e  pure  non  le  immedesima  a  sé, 
del  pari  egli  è  immanente  nelle  efficienze  finite  che 
sono  air  ultimo  non  altra  cosa  che  attività  sostanziali. 
Che  se  al  Malebranche  manca  ardimento  di  ricusare 
air  uomo  la  facoltà  degl'  impotenti  desiderj  e  conati, 
come  non  s'  avvede  che  impotenti  o  no,  que'  conati  e 
que'  desiderj  sono  cause  formali  ?  Ora,  introdotta  nella 
natura  in  qualunque  via  e  maniera  una  poca  parteci- 
pazione di  causalità,  è  lecito  di  supporre  una  parteci- 
pazione maggiore  e  il  quanto  ci  verrà  discoperto  e  in- 
segnato dalla  coscienza  e  dall'  esperienza. 

66.  —  A  rispetto  poi  del  sapere  come  un  atto  pe- 
netra in  altro  subbietto  e  lo  modifica,  concedo  che  mai 
non  vi  perverremo,  perchè  converrebbe  avanti  disvelare 
r  ultima  essenza  delle  cose.  Quindi  tale  impossibilità 
di  conoscere  non  è  maggiore  intorno  le  cause  che  in- 
tomo a  tutte  le  essenze.  Chi  conoscesse  intimamente  il 
subbietto  dell'anima,  scorgerebbe  il  perchè  dell'esser 
ella  fornita  di  certe  facoltà  e  non  di  certe  altre.  Perciò 


DEL  FINITO  IN  8E.  S3 

quando  dicesi  che  nei  finiti  il  diverso  non  à  balia 
d'operar  sul  diverso,  è  ragionevole  d'intendere  che 
sono  diverse  compiutamente  due  cose  della  quale  l'una 
non  può  farsi  passiva  dell'  altra,  ovvero  che  non  v'  è 
fra  loro  ne  somiglianza  di  natura  ne  possibile  rela- 
zione di  causa  e  di  effetto.  Quello,  pertanto,  che  è  ac- 
cettabile nella  teorica  del  Malebranche  chiamata  occa- 
sionalismo, si  è  che  noi  vediamo  tra  esseri,  i  quali  giu- 
dicheremmo diversi  affatto,  sussistere  una  relaziono 
causale  e  ciò  non  per  un  atto  speciale  della  potenza  di 
Dio,  ma  per  una  originale  disposizione  e  costituzione 
di  quelle  sostanze;  il  che  torna  a  dire  che  la  diversità 
loro  non  va  sino  al  punto  di  fare  impossibile  ogni  ef- 
ficacia causale  dalFuna  all'altra. 

67.  —  In  mano  poi  degli  occasionalisti  il  concetto 
medesimo  di  causa  occasionale  si  va  alterando  e  fal- 
sando ;  dacché  siguifica  una  relazione  di  contempora- 
neità e  concomitanza  determinata  per  arbitrio  non  per 
necessità  delle  cose.  Nel  vero  e  nel  fatto,  pur  le  ca- 
gioni occasionali  operano  con  necessità  intrinseca  le- 
gata e  connessa  all'  estrinseca  di  tutti  gli  enti. 

68.  —  Ma  nel  generale  è  da  dirsi  che  la  categoria 
di  causa  fu  la  peggio  trattata  in  filosofia  ;  e  Aristotele 
ne  parlò  felicissimamente  da  logico,  scarsamente  da 
metafisico  ;  e  mentre  negava  a  Platone  l' intrudersi  delle 
idee  nelle  essenze  effettive,  chiamava  del  pari  cause 
formali  le  nozioni  e  il  principio  attivo  e  interiore  delle 
cose.  Onde  per  lui  le  definizioni  erano  cause  ;  e  dedurre 
per  sillogismi  era  dimostrare  dalle  cagioni.  Ne  mai 
sospettò  che  dovesse  farsi  luogo  alla  controversia  pro- 
mossa dall' Hume  tanti  secoli  dopo.  E  se  nell'undecimo 
della  metafisica  discorre  delle  cagioni  con  maggiore  pro- 
fondità e  le  quattro  classi  riduce  a  due,  sembrami  avere 
egli  concluso  bene   intorno  al  concetto  della   ragione 

Mamuhi  -  11.  S 


34  LIBRO  PRIMO. 

prima  assoluta,  ma  lasciare  incerta  e  incompiuta  la 
dottrina  delle  cause  seconde.  Kant,  postosi  a  rifare,  come 
ognun  sa,  il  libro  dei  Predicamenti  e  venuto  a  parlar 
della  causa,  la  estenuò  di  maniera  che  le  tolse  persino 
il  principio  attivo,  convertendolo  in  un  concetto  appli- 
cabile a  tutte  le  mutazioni  che  accadono  con  qualche 
legge. 


CAPO  TERZO. 

AFORISMI  DELLA   FINITÀ   DELLE   COSE. 


Aforismo  I. 

69.  —  Ora  seguono  gli  aforismi  annunciati  più  so- 
pra intorno  alla  condizione  e  natura  della  finità  in  sé 
medesima  considerata.  E  primo  nell'ordine  dialettico 
viene  l'infrascritto. 

Il  finito  in  quanto  tale  si  diversifica  necessariamente 
dall'  infinito.  E  se  questo  è  1'  uno,  V  altro  è  il  molte- 
plice. Quindi  il  finito  per  sé  opponesi  altresì  all'unione 
e  va  diviso  e  disgregato. 

70.  —  Del  pari,  non  è  omogeneo,  ma  eterogeneo  e 
diverso.  Perocché  V  unione  e  la  somiglianza  contiene 
certa  effigie  di  unità.  Non  è  ordinato,  concorde  ed  ar- 
monico, ma  confuso  e  discorde  per  la  ragione  medesima 
che  la  concordia  e  l' armonia,  e  però  V  ordine  inchiuso 
in  entrambe,  s' accostano  all'  unità  ed  stnzi  sono  certa 
unità  relativa.  Oltreché  l'ordine  e  l'armonia  dovun- 
que appariscono  fanno  forza  al  pensiere  di  ricono- 
scere quivi  entro  certa  mentalità  e  certa  intenzione 
finale.  Mentre  nelle  cose  contingenti  a  sé  medesime 
abbandonate  si  dee  concepire  o  la  immobilità  o  il  tu- 


DEL  FINITO  IN  SE.  35 

multo;  e  quando  nella  immobilità  si  scorgesse  qualche 
ordine,  sarebbe  per  accidente  e  senza  alcuna  razionalità. 
Perciò  se  nella  creazione  tu  scorgi  spesso  V  omogeneità, 
la  somiglianza,  la  concordia  e  così  seguita,  non  dèi 
guarì  attribuirle  al  finito  siccome  tale  ed  a  ciò  che  ne 
proviene  immediatamente,  ma  sì  ad  un  altro  principio 
che  è  necessario  di  riconoscere,  onde  sia  possibile  di 
spiegare  e  dMntendere  la  natura. 

71. —  Ne  si  obbietti  che  V  uno  può  molto  bene  sus- 
sistere nel  finito  salvo  che  non  ci  può  stare  perfetto  e 
senza  limitazioni.  Conciossiachè  V  unità  è  per  se  mede- 
sima qualche  cosa  di  assoluto,  ed  è  carattere  eminente 
dell'  Infinito;  talché  uno  e  infinito  sono  termini  che  si 
convertono.  Adunque  il  finito  siccome  tale  aver  dee  il 
carattere  della  moltiplicità.  E  se  tu  fingi  che  esista  un 
solo  finito  e  quindi  non  altro  che  certa  unità  relativa 
e  finita,  certo  eh'  ella  rimane  smisuratamente  indietro 
dalla  possibilità  del  finito,  il  quale  può  essere  ripetuto 
innumerevoli  volte  e  cioè  a  dire  che  può  sussistere  come 
moltiplicazione  e  reiterazione.  Perchè  quell'uno  finito  che 
pure  ài  finto  cosi  solitario  sarà  molteplice  nelle  mutazioni 
de' suoi  fenomeni  o  negli  atti  di  lui  necessariamente  suc- 
cessivi o  nelle  stesse  qualità  che  s'aggiunge  e  s'ap- 
propria o  per  ultimo  nella  possibilità  di  venir  replicato. 

72.  —  Il  simile  discorso  torna  per  le  diversità.  Con- 
ciossiachè se  tu  le  sopprìmi,  tu  abolisci  quasi  tutta  la 
creazione  ;  e  se  tu  le  ammetti  e  le  vuoi  sussistenti,  le 
dovrai  disgregare  ;  perchè  1'  uno  e  il  diverso  per  sé  me- 
desimi si  respingono. 

A. 

73.  —  Qui  si  vede  quanto  errano  coloro  i  quali 
danno  al  mondo  per  prìmo  ed  essenziale  carattere  la 


36  LIBRO  PRIMO. 

unità,  e  coloro  che  vi  cercano  certa  causa  prima  e  sem- 
plice e  conosciuta  la  quale  (dissero  gli  enciclopedisti) 
l'intero  universo  sarebbe  spiegato.  Intanto  la  scienza 
che  ancora  bambina  sperava  di  risolvere  tutto  il  creato 
corporeo  in  quattro  soli  elementi  ne  confessa  oggi  ol- 
tre a  cinquantasei,  non  contando  gV  imponderabili. 

74.  —  Così  pure  incontra  che  appena  stimiamo  di 
avere  raggiunta  certa  unità  di  causa  e  con  essa  ci 
poniamo  a  render  ragione  d'innumerevole  varietà  di 
fenomeni,  insorge  la  difficoltà  di  spiegare  il  perchè 
delle  differenze.  Tu  affermi,  per  via  d' esempio,  che  i 
quattro  fluidi  imponderabili  sono  uno  soltanto.  Tro- 
vami adunque  il  principio  della  diversità  in  ciascuno 
per  se  e  in  ciascuno  a  rispetto  degli  altri. 

75.  —  Hegel  aggiusta  ogni  cosa  ponendo  il  contra- 
rio e  il  diverso  ed  anzi  la  stessa  contraddizione  nell'Uno. 
Ma  ciò  sta  bene  pel  solo  Hegel  il  qual  disconobbe  sem- 
pre il  vero  e  positivo  infinito  e  quindi  sempre  la  vera 
unità. 

Fu  eziandio  presunto  e  cercato  nella  grande  sfera 
mondiale  un  centro.  Ma  esso  disparve  piii  sempre  quanto 
la  osservazione  nostra  venne  armata  di  poderosi  stru- 
menti. 

76.  —  Né  si  opponga  che  i  fisici  anno  mille  volte 
presentita  e  scoperta  la  unità  e  semplicità  delle  cause; 
e  che  rimovendosi  questa  divinazione  dell'  uno  nel  vario 
e  del  semplice  nel  composto,  le  scienze  naturali  cadono 
in  confusione  e  diventano  ciò  che  furono  lungo  tempo, 
un  elenco  vale  a  dire  di  fatti  e  fenomeni  sdrusciti  e  scon- 
nessi. Nói  più  tardi  considereremo  questa  maraviglia  in- 
cessante dell'uno  e  del  semplice,  apparente  in  mezzo  alle 
divisioni  ed  implicazioni  della  materia;  e  vedremo  allora 
che  entrambo  i  termini  procedono  da  un  principio  su- 
periore e  alla  materia  stesso  straniero  ;  e  nulladimeno^ 


DEL  FINITO  IX  SÉ.  37 

noi  manteniamo  che  il  molteplice,  il  disgregato,  il  di- 
verso, il  particolare  e  simili  sono  i  caratteri  proprj 
tanto  ed  essenziali  del  finito  che  non  perverrebbe  ad 
annientarli  nemmanco  la  potenza  di  Dio  ;  e  che  il  pro- 
gredire delle  fisiche  sebbene  ritrova  partitamente  e  in 
certi  ordini  speciali  di  esseri  la  unità  relativa  e  la 
semplicità  dei  principj  e  dei  mezzi,  tuttavolta  va  di- 
lungandosi ognora  più  dalla  sintesi  generale,  testimo- 
nio a'  nostri  giorni  il  Cosmos  di  Alessandro  Humbolt. 

AroRisMo  II. 

77.  —  Ne  il  finito  apparisce  in  una  parte  dell' es- 
^re  e  in  altra  cessa  o  decresce.  La  finalità  circonda, 
per  così  dire,  e  contorna  a  forza  l' essere  intero  e  pe- 
netra ogni  sua  condizione  atto  accidente  e  relazione. 
Del  che  non  bisogna  dar  prova,  tanto  è  per  se  mani- 
festo ed  apparisce  in  ciascuna  umana  esperienza.  Solo 
conviene  recarselo  a  mente  in  ciascuna  trattazione,  par- 
ticolare o  generale  di  cosmologia. 

78.  —  Dal  tutto  insieme  poi  delle  condizioni  essen- 
ziali e  innemendabili  del  finito  fu  dagli  antichi  ritratta 
r  imagine  del  Caos,  che  nella  più  parte  delle  cosmogo- 
nie dai  popoli  celebrate  segna  la  prima  epoca  della 
storia  della  creazione.  Nullameno,  il  Caos  debbesi  in- 
tendere che  è  mera  astrazione;  in  quanto  che  in  niun 
momento  di  tempo  il  finito  venne,  a  così  parlare,  ab- 
bandonato a  sé  stesso,  e  la  divina  mentalità  presedeva 
air  ordine  di  lui. 

79.  —  Non  pertanto,  come  dall'  esordio  della  crea- 
zione al  regno  della  ragione  e  della  legge  morale  v'  à 
certo  un  corso  di  durata  intermedia  ;  perchè  il  finito 
anche  sovvenuto  dalla  divina  mentalità  non  vince  la 
propria  limitazione  e  impotenza  che  a  grado  per  grado 


38  LIBRO  PRIMO. 

e  mediante  la  cospirazione  e  coordinazione  dei  mezzi; 
in  tal  guisa  è  giusto  considerare  i  primordj  dell'uni- 
verso come  un'alienazione  da  Dio.  E  l'immagine  del 
Caos  è  appropriatissima  a  figurare  il  finito  a  sé  mede- 
simo abbandonato  e  cozzante  in  perpetuo  contro  di  so. 

Afobismo  m. 

80.  —  Diventa  per  ciò  manifesto  che  altresì  l' Uni- 
versale non  è  in  natura.  Atteso  che  esso  è  proprio 
insieme  dell'  uno  e  dell'  infinito  e  vuol  dire  il  tutto 
compreso  nell'  unità.  La  natura  invece  risulta  di  par- 
ticolari, i  quali  noi  contempliamo  sotto  forma  univer- 
sale cioè  rappresentandoci  le  simiglianze  loro  comuni 
ovvero  le  eterne  loro  possibilità.  Vero  è  che  le  forme 
universali  sono  applicate  da  noi  a  qualunque  cosa,  e 
la  scienza  della  natura  generalizza  il  proprio  subbietto 
non  meno  di  tutte  l' altre  scienze.  Ma  ciò  rimane  sem- 
pre esteriore  ad  essi  particolari,  come  la  luce  per  la 
quale  si  vedono  i  corpi. 

81.  —  Similmente,  quel  concetto  d' alcune  nature 
attive  ed  universali  che  pensò  Aristotele  ci  sembra 
vano,  nel  modo  che  fu  dimostrato  più  d' una  volta  da 
noi.  Come  trovare  nelle  cause  seconde  una  causa 
determinata  e  individua  da  cui  tutte  le  altre  del  ge- 
nere stesso  dipendano  e  perciò  sia  ricca  di  virtù  pro- 
priamente infinita  sì  per  la  latitudine  e  sì  per  gli  effetti  ; 
nel  modo  che  egli  figurava  il  primo  mobile  e  gli  altri 
cieli  e  forse  anche  il  suo  intelletto  agente?  Imperocché 
tale  infinita  efficienza,  tuttoché  speciale,  limita  di  neces- 
sità la  efficienza  increata  che  non  può  essere  due  volte 
infinita,  l'una  in  sé  stessa,  l'altra  nella  sua  creazione. 
£  si  dica  il  simile  d'ogni  natura  universale  positiva  e 
feconda. 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  39 


82.  —  Di  qui  si  scorge  V  abbaglio  di  tutti  coloro 
che  Togliono  rinvenire  le  idee  nel  fondo  concreto  degli 
esseri  naturali.  Le  idee  sono  tutte  a  priori  e  quindi 
tutte  ante  rem^  e  non  sono  mai  confondibili  con  la  po- 
tenzialità giacente  in  quegli  esseri  di  spiegare  le  intime 
forze.  La  possibilità  ideale  troppo  differisce  dalla  con- 
tingente e  dinamica,  secondo  che  altrove  abbiamo 
chiarito. 


JB. 


83.  —  Esce  pure  da  questi  concetti  un  principio 
metodico,  ed  è  che  si  dilungano  troppo  dal  vero  quelle 
c^)smoIogie  tendenti  a  trasmutare  in  iugaci  apparenze 
il  particolare  e  T individuo;  od  anche  immaginano  con 
Aristotele  la  universalità  dell'Ile  (y>>j)  e  con  Platone 
Tanima  una  del  mondo,  ovvero  cercano  nel  tutto  visibile 
qualcosa  di  più  vivente  e  di  più  sostanziale  che  la  cospi- 
razione coordinata  delle  parti  all'effettuazione  progres- 
siva dei  fini  eccelsi  di  creazione  ;  e  di  là  dal  visibile 
non  credono  ad  altri  mondi  alieni  da  noi  ed  affatto  esclusi 
da  quella  unità  che  possono  attingere  in  qualche  grado 
mediante  la  nSstra  geometria  e  la  nostra  fisica.  Ma  di 
([uesto  si  parlerà  meglio  più  tardi.  Giova  poi  di  osser- 
vare (e  altrove  se  ne  farà  alcuna  parola)  che  l'anima 
del  mondo  descritta  dal  Timeo  può  essere  interpretata 
sanamente,  perchè  forse  nel  concetto  di  Platone  quel- 
r  anima  è  la  idea  del  mondo,  e  cioè  la  etema  efficienza 
e  la  eterna  mentalità  che  regge  ed  anima  la  natura 
tutta  quanta  e  di  cui  mostreremo  in  fra  breve  potersi 
anzi  doversi  dire  che  vive  immanente  in  essa  natura. 


40  LIBRO  PRIMO. 

C. 

84.  —  Il  sistema  dell'Hegel  dà  air  infinito  le  limi- 
tazioni del  finito  e  a  questo  il  potersi  mutare  nel  suo 
contrario.  Ma  se  taluno  andasse  pensando  di  applicare 
cotali  concetti  alla  sola  natura  o  (parlandosi  col  dizio- 
nario hegeliano)  al  solo  diventare,  potrebbeglisi  consen- 
tire? Non  già,  perchè  colui  ne  formerebbe  certa  entità 
universale  e  universalmente  feconda  che  non  può  esistere. 

Afobismo  IV. 

85.  —  Discende  per  altro  dal  sopradetto  che  sono 
impossibili  solamente  le  nature  universali  attive  e 
perfette.  Ma  quelle  che  fossero  universale  sostegno  di 
modi  sempre  finiti  e  costituenti  con  esse  una  entità 
inferiore  e  valessero  come  un  limite  ed  una  negazione 
allato  all'universale  vero  e  perfetto?  Affermo  che  in 
simili  universali  non  giace  veruna  contradizione  logi- 
ca ;  e  penso  ve  ne  sia  forse  un  esempio  nel  subbietto 
dello  spazio  che  è  una  virtuale  ed  universale  capacità 
d' indefinite  estensioni.  Ma  di  ciò  si  discorse  altrove. 

86.  —  Se  non  che  un  subbietto  universale  e  cioè 
infinito  può  egli  essere  negativo?  0  possiamo  concepire 
un  che  positivo  il  quale  torni  ad  imperfezione  assoluta 
introducendolo  nell'infinito?  Certo  sarebbe  tale  un  sub- 
bietto universale  (quando  esister  potesse)  di  tutte  le  cose 
deformi  ossia  se  fossevi  il  brutto  universale  efi'ettivo 
come  altri  va  pensando  del  bello;  il  simile  si  dica  se 
tutte  sorte  di  mali  fossero  un  che  positivo  e  congiunto  e 
si  risolvessero  sostanzialmente  in  vera  unità.  La  natura 
finita,  appunto  perchè  finita,  incontra  certe  condizioni  e 
opera  certi  atti  che  sono  contrarj  alla  perfezione  seb- 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  41 

bene  BÌeno  positivi  e  in  mera  negazione  non  si  conver- 
tano. Il  dolore,  per  esempio,  non  è  mera  negazione;  ma 
è  nn  positivo  che  parte  si  concorda  con  l'ordine  e  parte 
proviene  dalla  finità  delle  cose.  Del  pari,  il  mal  mo- 
rale non  è  semplice  negazione  tuttoché  provenga  fon- 
talmente  da  negazione;  imperocché,  sarebbe  impossibile 
in  ogni  maniera,  se  gli  enti  morali  avessero  cognizione 
perfetta  dell'  infinita  verità  sapienza  e  bontà.  Il  sentire  in 
generale  è  cosa  ben  positiva  ma  del  sicuro  non  é  in  Dio. 
87.  —  A  quell'assoluta  asserzione  adunque  di  pa- 
recchi metafisici  che  tutto  il  positivo  della  creazione  e 
dell'  uomo  esiste  infinitamente  in  Dio,  conviene  apporre 
la  distinzione  tra  il  positivo  che  convertesi  con  una 
perfezione  e  1'  altro  che  é  cagionato  fontalmente  da 
qualche  condizione  d' insufficienza  e  di  finità.  Le  quali 
conclusioni  si  ragguagliano  esattamente  con  quelle  del 
primo  e  secondo  Libro  della  nostra  ontologia. 

A. 

88. — Ora,  seguiterebbe  forse  il  considerare  se  nella 
virtù  estensiva,  o  nello  spazio  in  potenza  che  altri  lo 
chiami,  dimora  mai  un  universale  che  possa  stare  nel- 
l'Assoluto, e  vogliam  dire  se  in  quella  virtù  di  esten- 
sione giace  un  positivo  che  sia  perfezione;  o  per  lo 
contrario,  debba  venir  registrato  fra  le  esistenze  le  quali 
procedono  dall'  assoluta  finità  delle  cose.  Ma  questo 
venne  trattato  da  noi  largamente  in  altra  scrittura.^ 


B, 

89.  —  Pe^  rimanente,  dal  non   potersi  negare  un 
subbietto  infinito  di  spazio  e  cioè  capace  d'  un  inde- 

*  AppeoUiee  I. 


42  LIBRO  PRIMO. 

finito  numero  di  estensioni  particolari  dovrebbesi  ri- 
trarre senza  dubitazione  che  il  subbietto  delle  esten- 
sioni è  un  positivo  che  in  niuna  guisa  è  convertibile 
in  una  perfezione  divina.  Conciossiachè  il  nudo  e  mero 
capimento,  sfornito  di  attività,  non  è  perfezione  e  non 
può  diventare  mai  tale  con  V  aumentazione  infinita  o 
superlazione  che  s'abbia  a  dire.  Laonde  il  concetto  piii 
confacente  a  cogliere  la  natura  della  immensità  di  Dio 
consiste,  per  nostro  avviso,  nel  figurarci  la  onnipotenza 
e  la  ubiquità,  per  così  chiamarla,  dell'  atto  creativo. 

90.  —  Ad  ogni  modo,  per  dissipare  qualunque  dub- 
bietà  e  qualunque  pericolo  di  riuscire  a  dottrine  incoe- 
renti, giova  di  affermare  che  quando  la  virtii  estensiva 
abbia  in  se  alcun  principio  perfettivo,  ella  del  sicuro 
non  è  infinita,  e  se  diventa  capace  d'ogni  indefinito 
numero  di  estensioni,  ciò  le  avviene  per  infusione  rin- 
novatale perpetuamente  dall'  atto  creativo. 

a 

91.  —  Questo  negare  a  dirittura  gli  universali  nella 
creazione  e  non  far  luogo  che  ai  soli  particolari,  con- 
tradicendo opinioni  inveteratissime  debbe  ofi'endere 
molti  ingegni  e  dispiacere  ai  moltissimi  partigiani  delle 
cosmologie  animate  ed  organiche,  i  quali  recitando  di 
gusto  quel  virgiliano  spiritus  intits  cdit  et  tato  se  car- 
pare miscet  non  cercano  guari  più  là  e  scambiano  la 
scienza  col  lor  sentimento.  Nondimeno  confidiamo  che 
a  poco  a  poco  si  vedrà  la  necessità  e  certezza  dei  no- 
stri pronunziati.  E  d'altra  parte,  crediamo  ogni  ge- 
nerazione di  fisici  starsene  dal  nostro  lato  e  ripetere 
in  coro  che  nel  creato  visibile  non  sussistqpQO  salvo  che 
i  singoli  esseri  perfettamente  individuati.  11  concetto 
delle  specie  e  dei  generi  oltre  all'insegnare  intorno 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  43 

alle  cose  quello  che  è  sostanziale  od  accidentale  e  la 
maggiore  o  minore  larghezza  e  profondità  delP  opera 
delle  cagioni  più  diffuse  e  frequenti,  rivela  eziandio  la 
realità  d'infinito  numero  di  attinenze  col  nostro  spirito 
e  con  le  possibilità  eterne.  Il  che  sia  detto  per  coloro 
i  quali  reputassero  la  nostra  teorica  troppo  in  ciò 
dissomigliante  dalla,  platonica.  Del  divario  poi  tra  il 
positivo  della  specie  e  il  positivo  dei  generi  si  parlerà 
in  altro  luogo. 

Afoeismo  V. 

92.  —  Le  precedenti  proposizioni  esprimono  dèi 
finito  ciò  che  dobbiamo  considerare  come  una  aliena- 
zione da  Dio  e  una  confusione  e  discrepanza  intestina 
del  Caos.  E  V  attuazione  di  tutti  i  possibili  se  dee  co- 
minciare dal  meno  e  salire  per  grado  a  maggiore  acqui- 
sto di  essere,  principierà  del  sicuro  da  una  specie  in- 
fima di  sussistenze  in  cui  le  angustie  del  finito  sieno 
le  più  appariscenti,  e  cotale  è  la  materia.  Ma  questo  co- 
minciamento  debbe  venir  contemplato  piuttosto  in  senso 
logico  di  quello  che  in  cronologico.  A  ninna  sostanza 
originale  ed  elementare  può  dar  nascimento  un'altra 
sostanza.  Quindi  escono  tutte  immediatamente  dal- 
l'atto creativo.  Nondimeno  vi  escono  giusta  1'  ordine  di 
Convenienza,  conforme  verrà  spiegato  nel  Libro  secondo. 

• 

A. 

93.  —  Nella  stessa  materia,  per  altro,  v'  è  diversità 
e  gradazione  di  essere.  Conciossiachè  i  metalloidi  sono  al 
certo  superiori  di  attributi  a  molti  metalli  e  l'ossigeno 
primeggia  senza  paragone  fra  i  metalloidi  medesimi. 
Oltreché,  si  può  immaginare  alcuna  cosa  più  bassa  e 


44  LIBRO  PRIMO. 

più  limitata  d'  ogni  metallo  ;  ma  l' esperienza  non  ci 
consente  di  conoscere  né  cosa  più  alta  dell'  uomo  ne 
più  infima  delle  basi  metalliche. 


Atorismo  vi. 

94.  —  Pure  bisogna  che  il  particolare,  il  diviso,  il 
disgregato  e  simile  abbiano  essi  medesimi  un  limite  e 
però  terminino  in  elementi  incapaci  di  divisione.  L'am- 
mettere, sotto  qualunque  rispetto  di  passività  o  di 
attività,  r  infinito  reale  in  atto  in  ciascuna  monade 
0  in  ciascun  aggregato  di  monadi  dà  nell'  assurdo  ; 
perocché  avremo  o  composti  senza  ultimi  componenti, 
ovvero  esseri  semplici  contenenti  un  vero  infinito  ; 
laonde  noi  moltiplicheremo  ciò  che  è  uno  assoluta- 
mente. E  asserire  con  Aristotele  che  nella  materia  è 
un  infinito  meramente  potenziale  e  intendersi  una  infi- 
nita possibilità  di  esser  divisa,  non  ischiva  il  para- 
dosso enormissimo.  Perocché  la  potenza,  a  cui  in  eterno 
è  impossibile  ed  anzi  è  contradittorio  venire  tutta  in 
atto,  per  quella  parte  che  in  atto  non  viene  e  non 
può  venire,  non  é  potenza.  E  perchè  la  potenza  at- 
tuabile è  sempre  minima  a  rispetto  dell'  infinito  non 
attuabile  che  lasciasi  dietro,  ognun  vede  a  quali  ter- 
mini si  riduce  il  pensamento  d'Aristotele.  Oltreché, 
come  altrove  fu  dimostrato,  qualunque  progresso  al- 
l'infinito à  bisogno  d'un  sostentamento  infinito. 

95.  —  Qui  poi  non  fa  mestieri  spiegare  come  da 
parti  inestese  paia  provenire  1'  estensione.  Conciossia- 
ohè  queste  parti,  o  meglio,  questo  molteplice  si  trova 
nella  estensione  ma  non  la  produce;  e  sebbene  cia- 
scuna monade  o  atomo  in  quanto  inesteso  non  occupi 
luogo,  ciò  non  vieta  alla  sua  forza  di  operare  in  luogo 
e  nel  luogo  farsi  sentire. 


DEL  FINITO  IN  8È.  45 


Afobismo  Vn. 

%.  —  Adunque  ogni  elemento  corporeo  è  semplice 
in  quanto  è  inesteso.  Ma  potrebb'  egli  essere  costituito 
(li  più  parti  inestese?  o  vogliam  dire  di  più  esseri 
semplici  sostanzialmente  congiunti  ?  Al  che  si  risponde  : 
La  congiunzione  sostanziale  non  può  mai  pervenire  a 
confondere  l'uno  nel  piii  ed  il  più  nell'uno;  insino  a 
tanto  che  la  congiunzione  non  si  trasmuta  in  medesi- 
mezza di  essere.  Però  a  rigore  di  dialettica  quel  so- 
stanziale composto  di  cui  si  parla  risulterebbe  di  più 
atomi  o  monadi;  e  vogliam  dire  di  più  elementi  sem- 
plici e  inconfondibili,  ognuno  de' quali  possiede  un 
essere  proprio,  individuo  e  incomunicabile.  Egli  biso- 
gna, pertanto,  che  1'  essere,  quando  esce  dal  nulla,  sia 
necessariamente  o  uno  o  più;  ma  se  è  più,  risolvesi  da 
capo  in  tanti  esseri  costitutivi  e  in  altrettante  unità. 

97.  —  È  perciò  impossibile  di  negare  alle  cose 
create  questa  unità  di  ultima  attenuazione  (per  co&ì 
domandarla)  che  fa  che  non  sieno  un  altro  ente  ne 
parte  e  modo  di  esso,  ma  le  distingue  dal  nulla  e  da 
ogni  rimanente;  e  in  fine  congiunte  alle  altre  le  fa  ca- 
paci di  costituire  il  molteplice  ed  originare  il  composto. 

A. 

98.  —  Per  ciò  similmente  due  monadi  uguali  e 
conformi  in  perfetto  modo,  nullameno  non  sono  iden- 
tiche o  sia  non  fanno  uno  ;  e  se  1'  occhio  e  il  senso 
non  può  distinguerle,  lo  può  molto  bene  il  pensiere  ; 
perocché  i  due  esseri  permanendo  in^^oraunicabili  ed- 
impenetrabili,  permangono,  a  così  parlare,  l' uno  fuoii 
dell'  altro  e  costituiscono  un  doppio  e  però  un  molte- 


46  LIBRO  PRIMO. 

plice.In  algebra  tutte  le  quantità  simili  sono  forse  uno  ? 
o  la  simiglianza  loro  è  imperfetta?  Ripetiamo,  adunque, 
che  il  principio  leibniziano,  degl' indiscernibili,  non  à 
valore  alcuno  ontologico  e  riducesi  ad  una  vista  sub- 
biettiva  dell'  uomo.  In  natura,  invece,  il  perfettamente 
simile  non  è  necessario  che  termini  nella  unità  obbiet- 
tiva ;  egli  bisognerebbe  per  ciò  negare  quella  distin- 
zione e  separazione  metafisica  e  realissima  che  anno 
in  fra  loro  due  subbi  etti  sostanziali  per  questo  sol- 
tanto che  ciascheduno  d'  essi  è  impenetrabile  nella  sua 
propria  unità  ;  e  se  anno  attributi  simili,  non  gli  anno 
comuni  e  indivisi. 

99.  —  Onde  a  noi  sembra  quasi  puerile  quella  ob- 
biezione: or  di',  0  valentuomo,  che  cosa  li  distingue 
e  li  separa,  dacché  sono  similissimi  e  indiscernibili. 
Risponderò  sempre  che  li  distingue  e  li  separa  la  entità 
propria  e  incomunicabile  ;  e  però  la  dualità  loro  è  so- 
stanziale, primitiva  ed  originale.  Per  lo  Spinoza,  in- 
vece, il  simile  è  sempre  comune  e  si  risolve  nell'  unità; 
di  quindi  egli  deduceva  eziandio  la  impossibilità  della 
creazione.  Perchè  poi  si  neghi  per  esperienza  la  perfet- 
tissima somiglianza  di  due  o  più  esseri,  converrebbe 
poter  conoscere  le  ultime  molecole  dei  corpi  le  quali 
si  dee  in  quel  cambio  supporre  che  essendo  inalterabili 
sieno  similissime.  Ad  ogni  modo,  chi  sosterrà  mai  che, 
per  via  d' esempio,  nella  copia  innumerabile  dei  piccioli 
regolari  cristalli  d' una  qualche  sostanza  delle  comuni 
e  diffuse  per  tutto  il  globo,  non  ve  ne  sia  neppure  uno 
perfettamente  identico  a  qualcun  altro? 

100.  —  Aggiungeva  Leibnizio  che  quando  in  natura 
sussistessero  due  enti  così  uguali  da  non  essere  discer- 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  47 

nibili,  Dio  ed  essa  natura  opererebbero  senza  ragiono 
trattando  V  uno  di  quelli  diversamente  dall'altro.  Ma  il 
simile  perfettissimo,  diciamo  noi,  verrà  per  lo  contra- 
rio dalla  natura  e  da  Dio  trattato  ugualissimamente,  e 
manca  il  supposto  di  Leibnizio.  Oltreché  mi  sembra 
ch'egli  s'impeusierisca  troppo  del  creduto  impaccio  della 
natura  e  di  Domeneddio.  Sapranno  entrambo  trovar  la 
ragione  assai  bene,  tuttoché  non  sia  visibile  a  noi. 
Così  neghiamo  da  capo  e  togliam  di  mezzo  il  princi- 
pio chiamato  degl'  indiscernibili. 

Afobismo  Vili. 

101.  —  La  divisione  e  disgregazione  originaria  e  fa- 
tale in  ogni  finito,  produce  che  1'  uno  rimanga  escluso 
dall'  altro,  e  sebbene  possono  congiungersi,  mai  non 
possono  penetrarsi.  Di  quindi,  eziandio  la  impossibilità 
pel  sapere  umano  di  pervenire  alla  cognizione  della 
essenza  ultima  delle  cose  ;  avvegnaché  per  conoscerla 
direttamente  converrebbe  innanzi  penetrarla  ;  e  d' al- 
tra parte,  ogni  cognizione  nostra  immediata  e  propria- 
mente peculiare  e  specifica  dimanda  l'attinenza  pure 
immediata  del  conoscente  e  del  cognito. 

A. 

102.  —  Da  ciò  si  raccoglie  quanto  vana  cogitazione 
sia  quella  di  alcuni  filosofi  che  dannosi  a  credere  co- 
tale ultima  essenza  degli  enti  creati  non  rimanere  na- 
scosta all'  uomo  ed  impenetrabile  ;  o  per  lo  manco  pre- 
sumono che  il  sapere  umano  presto  o  tardi  vi  arriverà. 
Noi  diciamo  in  quel  cambio,  che  sempre  un  che  di  più 
intimo  e  di  più  profondo  giacerà  nelle  cose  oscuro  al 
tutto  e  sepolto  al  nostro  giudicio  per  la  ragione  testé 


48  LIBRO  PRIMO. 

allegata  che  i  finiti  sono  necessariamente,  l' uno  fuori 
dell'altro.  Onde  poi  segue  che  dentro  la  percezione 
accade  bensì  la  compenetrazione  degli  atti,  non  mai 
quella  dei  subbietti. 

JB. 

103.  —  Per  simile,  coloro  i  quali  attribuiscono  al- 
l' Assoluto  la  stessa  coscienza  dell'uomo,  invece  di  con- 
fessarla non  perscrutabile  e  aliena  dai  nostri  concetti, 
non  considerano,  siccome  fanno,  impossibile  a  quello  la 
cognizione  intera  ed  intrinseca  di  sé  medesimo.  Peroc- 
ché, la  coscienza  umana  induce  nello  spirito  una  du- 
plicità fra  oggetto  e  subbietto.  Laonde,  affine  che  l'As- 
soluto colga  al  modo  umano  la  coscienza  di  tutto  sé 
stesso,  occorre  che  egli  sia  interamente  nel  subbietto 
e  interamente  nell'obbietto;  ovvero  raddoppi  sé  stes- 
so, e  v'  abbia  due  Assoluti  in  vece  di  uno.  E  questo 
è  ciò,  al  nostro  parere,  che  dovrebbe  succedere  del- 
l'Assoluto  di  Hegel. 

AroRisMo  IX. 

104.  —  Ma  se  il  finito  negli  ultimi  suoi  componenti 
è  semplice  ed  è  impenetrabile,  non  si  scontreranno  nel 
inondo  creato  che  sole  unità;  e  i  composti  assoluti 
sono  impossibili,  e  tali  due  nomi  s' irritano  di  trovarsi 
annodati  insieme,  dacché  1'  Assoluto  non  può  cessare 
di  essere  uno,  e  il  composto  di  essere  più.  Quindi, 
esclusa  la  compenetrazione  e  1'  assoluta  composizione, 
resta  possibile  ai  finiti  la  congiunzione  in  fra  loro,  e 
questa  in  diverse  maniere  e  gradi  secondo  la  natura 
(li  ciascheduno;  e  vorrebbesi  domandarla  una  parziale 
e  ristretta  penetrazione  di  atti  ;  quindi  proviene  il  com- 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  49 

posto  effettivo  o  dir  vogliamo  certa  totalità  con  qualclie 
grado  di  relativa  unificazione. 


A. 

105.  —  Se  consultiamo  la  sola  esperienza,  ei  non  ci 
viene  fatto  di  rinvenire  un  ente  isolato  in  perfetto  modo 
e  senza  verun  legame  concreto  con  alcun  altro^  e  il 
legame  concreto  è  ciò  per  appunto  che  domandasi  con- 
giunzione 0  reale  attinenza.  D' altro  lato,  come  avverte 
l'Aforismo,  chi  nega  cotesta  congiunzione  e  attinenza 
reale,  nega  eziandio  il  reale  composto;  e  chi  nega  que- 
sto ultimo,  riconosce  in  natura  la^sola  unità  ed  escludo 
il  molteplice.  Avvegnaché  il  molteplice  vero  risulta  di 
parti  sostanzialmente  divise  e  non  già  di  modi  e  attri- 
tributi  d'un  solo  subbietto.  Ma  se  fra  esse  parti  non 
corre  che  un  legame  ideale  e  cioè  di  relazioni  avvisato 
da  un  intelletto  e  senza  una  rispettiva  e  obbiettiva 
realità,  il  molteplice  stesso  diventa  ideale  e  mentale  e 
non  vi  sarebbe  in  effetto  fuor  del  pensiere  altra  cosa 
che  le  divise  unità,  con  un  abisso  in  tra  mezzo  dal- 
l' una  air  altra.  Dunque  tra  la  identità  e  la  separa- 
zione interponesi  un  terzo  termine  diverso  dai  due  che 
è  il  congiungimento  di  cui  nulla  è  più  certo  e  più 
manifesto  in  via  di  fatto,  ma  il  quale  essendo  cosa  ele- 
mentarissima  e  così  semplice  come  primitiva,  ne  ap- 
partenendo a  genere  alcuno  ma  formando  genere  per 
sé  stesso,  non  rimane  capace  di  analisi  precisa  e  dimo- 
strazione diretta. 

106. — Leibnizio  pieno  di  geometria  negò  arditamente 
che  le  monadi  avessero  finestre  e  porte  onde  alcuna  cosa 
vi  entrasse  ed  alcuna  ne  uscisse.  E  veramente,  i  nu- 
meri né  agiscono  né  patiscono,  e  i  loro  composti  sono 
mentali  e  nominali.  Per  lo  contrario,  le  quantità  estese 

Uahuri.  —  li.  4 


50  LIBRO  PRIMO. 

sono  fenomeni  nello  spazio  che  mai  non  dividono  e  se- 
parano il  comune  subbietto  o  il  continuo  dell'esten- 
sione che  voglia  dirsi.  Ma  tra  le  sostanze  reali  finite 
come  appariva  impossibile  al  Leibnizio  qualunque  con- 
giungimento effettivo  ossia  qualunque  parziale  com- 
penetrazione? Certo,  fra  l'assoluta  identità  e  l'asso- 
luta diversità,  tra  1'  uno  e  il  più  nessuna  cosa  tramezza. 
Ma  njei  finiti  v'  à  V  esterno  e  V  interno,  e  cioè  a  dire 
che  oltre  al  subbietto  intimo  v'  anno  gli  atti,  i  modi 
e  le  accidenze  ;  e  non  è  punto  contradittorio  che  due 
sostanze  poste  in  certa  mutua  condizione  di  essere 
sieno  un  molteplice  quanto  alla  diversità  del  sub- 
bietto loro  incomunicabile  e  sieno  parzialmente  uno 
quanto  alla  compenetrazione  di  certi  atti;  ne  dimen- 
ticandoci mai  che  questa  espressione  parziale  pene- 
trazione è  al  tutto  metaforica  e  vuole  da  ultimo  signi- 
ficare r  attinenza  reale  e  reciproca  dell'azione  e  passione 
fra  due  sostanze,  escluso  qualunque  intermezzo.  Una 
cosa  è  per  sé  patente  e  non  può  cadere  in  controversia, 
e  cioè  che  mentre  Leibnizio  aflPermava  la  solitaria  vita 
delle  sue  monadi,  cento  minimi  atti  di  forze  esterne  lo 
penetravano;  onde  egli  veniva  costretto  a  negare  da 
mane  a  sera  il  suo  senso  intimo  e  la  evidenza  intuitiva. 

Afobismo  X. 

107.  —  Può,  pertanto,  un  finito  per  eff'etto  di  con- 
giunzione :  1°  occasionare  od  anche  promuovere  gli  atti 
delle  facoltà  degli  altri  finiti;  ed  e  converso^  venire 
eccitato  esso  medesimo  o  trovar  l' occasione  degli  atti 
proprj  ;  2"  può  per  la  cooperàzione  dei  simili  e  la  par- 
tecipazione dei  diversi  dilatare  e  variare  la  propria 
efficienza,  come  quelli  mediante  la  sua;  3"  da  ultimo, 
può  gli  esseri  inferiori  a  se  abilmente  coordinare  a 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  51 

guisa  di  suo  proprio  strumento.  In  questi  tre  modi  si 
raccolgono  le  tre  generali  possibilità  di  ciascun  ente 
finito  di  estendere  la  sua  esistenza  mediante  gli  altri 
finiti.  Il  che  diciamo  mirando  a  ciascuno  di  essi  in  di- 
sparte e  come  se  tutte  le  creature  si  riferissero  a  lui. 
Invece,  considerati  nel  lor  tutto  insieme  e  rispetto  al- 
l'economia intera  e  continua  della  natura,  debbesi  oltre 
alla  comunicazione  dei  simili  e  partecipazione  dei  di- 
Tersi  rassegnare  eziandio  un'  altra  maniera  di  crescere 
la  potenza  della  finità,  o,  per  dir  meglio,  scemare  la 
insufficienza,  e  consiste  a  coordinare  i  simiglianti  e  i 
diversi  per  modo  che  ne  risulti  un  fatto  complesso  e 
terminativo  al  quale  aiutino  e  cospirino  tutti  gli  altri  ; 
e  perciò  debb'  essere  tale  sorta  di  congiunzione  doman- 
data la  coordinazione  dei  mezzi  ed  ancora  un  macchi- 
namento  e  un  sistema,  pensato  e  procurato  dalla  na- 
tura, secondo  i  principi  che  andrà  spiegando  il  Libro 
a  questo  successivo. 

AroBisMo  XI. 

108.  —  Ma  d'  altro  canto,  la  intima  essenza  della 
finità,  che  noi  teste  abbiamo  avvisata,  oppone  a  tutto 
ciò  alcune  invincibili  necessità  e  limitazioni.  L'  essere 
da  altri  eccitato  genera  la  dipendenza  dagli  altri  e  mo- 
difica r  attività  propria  secondo  il  modo  dell'  eccita- 
tamento  esteriore.  La  cooperazione  dei  simili  non  muta 
la  qualità  ma  solo  accresce  la  quantità;  e  se  non  in- 
terviene il  diverso  ed  anzi  l'opposto,  la  coopcrazione 
cade  subito  nella  immobilità  e  più  non  rinviene  l'ef- 
fetto che  cerca.  Cosi,  per  grazia  d'esempio,  l'attrazione 
delle  masse  non  combattuta  da  forze  contrarie  mene- 
rebbe air  eflFetto  finale  che  i  corpi  disseminati  pel  vano 
unirebbersi  tutti  in  una  compagine  enorme  ed  eterna- 


52  LIBRO  PRIMO. 

mente  inerte  ed  immobile,  ove  cesserebbero  per  questa 
solo  tutte  le  azioni  meccaniche  e  ciò  diverrebbe,  a  cosi 
parlare,  un  congiungimento  di  morte.  E  si  voglia  notare 
che  intanto  operano  quelle  masse  1'  una  inverso  del- 
l' altra,  perchè  la  direzione  dei  moti  loro  non  è  identica 
ma  convergente,  e,  consumata  la  convergenza,  cessa  da 
capo  il  moto  e  col  moto  la  mutazione. 

Afokismo  Xn. 

109.  —  Del  pari,  la  partecipazione  del  diverso  no» 
può  andare  di  là  da  quel  limite  in  cui  il  simile  al  di- 
verso si  mischia.  Avvegnaché  il  tutto  diverso  è  contra- 
dittorio  che  operi  nel  tutto  diverso  e  però  modifichi  a 
sua  somiglianza  la  natura  di  questo.  Negli  enti  finiti 
il  semplice  agire  in  altri  e  patire  da  altri  suppone  certa 
omogenea  e  reciproca  recettività,  il  che  importa  certo 
grado  di  simiglianza. 

Aforismo  XUI. 

110.  —  Nello  stesso  modo  non  può  il  simile  operare 
nel  compiutamente  simile.  Dacché  1'  operare  dell'  uno 
riscontrandosi  a  capello  con  l' operare  dell'  altro,  ne 
segue,  come  a  dire,  la  neutralità  dell'  atto  medesimo. 

Ili.  —  Né  si  trascorra  a  sentenziare  che  il  tutto 
diverso  non  esiste  e  non  può  esistere,  attesoché  gli  enti 
finiti  anno  in  comune,  il  manco  che  sia,  le  condizioni 
più  universali  dell'essere  e  queste  medesime  angustie 
e  necessità  del  finito  di  cui  discorriamo.  A  ciò  si  risponde 
per  primo  che  le  condizioni  comuni  dell'  essere  da  noi 


DEL  FINITO  IN  SEf  63 

dÌTisate  e  dedotte  per  virtù  logicale  guardano  pres- 
soché tutte  a  certa  forma  costante  ed  inalterabile,  le 
cui  nozioni  fondamentali  traemmo  originalmente  dai 
generi  superiori  delle  cose  a  noi  manifeste  per  espe- 
rienza: ma  il  mondo  dei  possibili  allargarsi  molto  di 
là  da  que'  confini.  Certo,  le  cose  aliene  dai  generi  più 
universali  a  noi  noti  non  contraddiranno  giammai  alle 
conclusioni  logiche  stabilite  intórno  di  essi  ;  e  per  via 
d'esempio,  in  niun  lato  della  creazione  avverrà  che 
sussista  un  modo  e  un'attribuzione  senza  subbietto  cor- 
respettivo,  né  una  sostanza  priva  d' ogni  qualunque  de- 
terminazione; e  ciò  si  ripeta  per  tutte  l'altre  conclu- 
sioni assolute  circa  l' essere  di  sostanza.  Ma  con  tutto 
ciò,,  nulla  non  c'impedisce  di  concepire  che  possano 
nella  creazione  sussistere  altre  forme  e  nature  di  enti 
che  non  sieno  sostanze  a  propriamente  parlare,  ma  sì 
altra  cosa  infigurabile  e  inconoscibile  a  noi  mortali.  1 
limiti  del  nostro  pensare  non  sono  del  sicuro  i  limiti 
dell'essere;  e  benché  gli  enti  i  quali  sono  fuori  dei  nostri 
concetti  non  possono  contravvenire  agli  adagi  assoluti 
della  nostra  logica,  non  però  dimeno  possono  essere 
altra  cosa,  e  cioè  appunto  il  diverso  affatto  da  quello 
che  conosciamo  e  pensiamo. 

112.  —  Né  questo  inconoscibile  della  natura  pen- 
sato da  noi  per  mera  supposizione  é  inutile  ed  infrut- 
tifero nella  scienza.  Dacché,  se  non  produce  altro  bene, 
aiuta  la  mente  a  vincere  l' abito  inveterato  di  giudi- 
care impossibile  tutto  ciò  che  oltrepassa  i  limiti  natu- 
rali del  nostro  sapere.  E  di  ciò  torneremo  forse  a 
discorrere  in  qualche  altro  Capo. 

113.  —  Quanto  alle  necessità  del  finito,  per  lo  certo 
non  può  fuggirle  nemmanco  il  tutto  diverso.  Se  non  che 
quelle  necessità  chi  bene  le  avvisa,  risolvonsi  tutte  o 
in  privazione  di  essere  o  in  cosa  positiva  che  à  per 


54  '  LIBRO  PRIMO. 

cagione  fontale  la  privazione  medesima.  Laonde  per 
questo  rispetto,  la  simiglianza  degli  enti  riducesi  a  ne- 
gazione 0  Yogliam  dire  a  somiglianza  non  più  che  men- 
tale. Ma  come  ciò  sia,  e  non  costringendo  nessano  in- 
gegno a  seguirci  in  tale  ardita  dialettica,  basterà  pel 
proposito  nostro  di  dire  che  noi  vedremo  più  tardi  es- 
sere cònsono  alla  ragione  la  esistenza  del  tutto  diverso 
in  questi  confini  almeno  che  vi  sieno  e£fettualmente 
mondi  di  natura  ignotissima  a  noi  ed  aliena  compiu- 
tamente da  ogni  forma  la  quale  consente  fra  i  diversi 
una  qualche  recettività  di  scambievole  azione  e  pas- 
sione. 


B. 


1 14.  —  Sarebbe  una  istanza  affatto  contraria  quella 
di  affermare  che  il  tutto  diverso  può,  nondimeno,  operare 
con  efficacia  fuori  di  se,  allegando,  per  esempio,  l'azione 
dell'  anima  sul  proprio  corpo  organato,  ovvero  l' atto 
medesimo  creativo  che  fa  esistere  fuori  di  se  il  diverso 
da  sé.  Noi  dell'  atto  creativo  parlammo  nell'  altro  vo- 
lume e  già  nel  Capo  che  precede  toccammo  della  di- 
versità assoluta  la  quale  interviene  tra  la  cagione  in- 
finita e  r  effetto  finito.  In  quanto  all'esempio  dell'anima 
agente  sul  corpo,  sarà  materia  che  verrà  sotto  la  no- 
stra penna  un  poco  più  tardi. 

a 

115.  —  Ma  qui  si  avverta  da  capo,  come  quando  i 
tìsici  e  i  metafisici  discorrono  a  posta  loro  della  unità 
delle  leggi  dell'  intero  creato  si  avvolgono  col  pensiere 
senza  avvedersene  in  quel  picciol  mondo  che  discemono 
e  sperimentano  ;  il  quale  appunto  perchè  lasciasi  scor- 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  55 

gere  e  in  qualche  modo  sperimentare  da  noi  non  può 
al  tutto  riuscire  dissimile  né  fuggir  da  ogni  banda  ogni 
specie  di  unificazione,  per  lo  manco,  intellettuale. 


AifOBisMo  XTV. 

116.  —  L'operare  poi  sopra  gli  enti  inferiori  e  tra- 
mutarli in  esistenze  strumentali  ed  appropriabili  implica 
una  serie  e  un  ordinamento  di  atti  il  quale  non  è  conce- 
pibile dove  non  sieno  subbietti  razionali  e  morali,  e  cioè 
congiunti  in  alcuna  maniera  e  grado  con  Y  infinita  men- 
talità. E  per  fermo,  la  finità,  in  quanto  tale,  è  cieca  e  non  à 
senso  e  ragione  del  fine,  mentre  ogni  ordine  strumentale 
ed  ogni  sorta  di  organamento  richiede  il  concetto  razio- 
nale del  fine.  Ma  tutto  ciò  che  è  razionale  è  similmente 
universale  -,  mentre,  come  vedemmo  poc'  anzi,  la  finità 
per  sé  non  possiede  nulla  di  universale,  essendo  que- 
sto mai  sempre  alcuna  cosa  d' infinito.  Se,  pertanto, 
nella  natura  scorgesi  da  ogni  parte  una  virtiì  organa- 
trice,  ella  proviene  da  altro  principio  alla  natura  su- 
periore. E  se  gli  enti  finiti  eseguiscono  le  intenzioni 
finali  per  disposizione  ed  atto  della  propria  natura, 
questo  disporre  e  atteggiar  la  natura  di  tutte  le  cose 
in  modo  conformissimo  al  compimento  di  tutti  i  fini 
coordinati  é  opera  che  alle  cose  non  appartiene,  e  rac- 
chiude una  virtù  trascendente  solo  possibile  alla  onni- 
potenza dell'  atto  creativo. 

Aforismo  XV. 

117.  —  Ma  pure  premettendosi  cotale  principio  in- 
finito di  virtù  ordinatrice,  la  essenza  dei  finiti  involge 
ad  extra  V  azione  di  lei  in  molte  necessità  ineluttabili 
che  verremo  via  via  esponendo.  E  prima,  nella  moltitu- 


56  LIBRO  PRIMO. 

dine  differentissima  degli  enti  creati  si  debbono  avvisare 
la  somiglianza,  la  diversità,  la  varietà  e  V  opposizione. 
Intende  ognuno  quello  che  vogliono  significare  simi- 
glianza  e  diversità  e  la  mistione  delle  due.  Domandiamo 
più  propriamente  varietà  il  diverso  che  appare  nelle 
attribuzioni  particolari  e  individuali  degli  esseri;  tanto 
che  per  essa  ogni  singolo  si  difierenzia  dagli  altri  della 
sua  specie,  quanto  pel  diverso  le  specie  si  differen- 
ziano fra  di  loro  e  dal  genere.  La  opposizione  eziandio 
debbe  venir  ripartita  in  tre  sorte  e  cioè  nelP  opposi- 
zione metafisica  nella  morale  e  nella  fisica.  La  prima 
interviene  tra  il  finito  e  l'infinito;  e  riduconsi  a  que- 
sta le  altre  tutte  assolute  come  del  sì  e  del  no,  del- 
l' essere  e  del  nulla,  dell'  essere  e  della  privazione  ;  e 
così  r  altre  del  bene  e  del  male,  del  bello  e  del  brutto, 
della  verità  e  dell'errore.  Dico  che  obbiettivamente  noìi 
avvi  opposizione  essenziale  di  termini,  salvo  cotesta  del 
finito  e  dell'  infinito  ;  dacché  l' altra  opposizione  uscente 
dalle  contradittorie  è  sempre  ideale  e  nella  stessa  idea- 
lità il  pensiero  non  giunge  a  raccoglierla  mai  sotto 
l'unità  sintetica  del  concetto. 

118.  —  L*  opposizione  morale,  e  intendesi  del  bene 
e  del  male  assoluto,  può  agevolmente  convertirsi,  come 
testé  accennammo,  nella  esclusione  del  finito  dall'in- 
finito, dappoiché  il  male  à  le  sue  radici  secreto  ed 
ultime  nelle  condizioni  del  finito. 

119.  ^-  L'opposizione  fisica  (e  domandiamo  così  ogni 
specie  non  rassegnata  nelle  anteriori)  risulta  da  un 
misto  speciale  di  simile  e  di  diverso.  Atteso  che  l' intera- 
mente diverso  non  genera  opposizione.  Un  suono  per  via 
d' esempio,  o  un  odore  non  opponesi  al  fantasma  mentale 
d'un  circolo  o  d' una  quantità  algebrica.  Le  forze,  invece, 
si  oppongono  l'una  all'altra,  sempre  che  abbiano  azione 
identica  nel  genere  e  contraria  nella  determinazione. 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  57 

120.  —  Conviene,  pertanto,  ai  finiti  o  rimanersi  inat- 
tivi l'uno  rispetto  all'altro,  ovvero,  mescolando  l'essere 
loro  di  simile  e  di  diverso,  incontiare  gli  opposti  e  quindi 
dagli  opposti  dipendere  e  sottostare  eziandio  alla  ne- 
cessità o  di  superarli  o  di  venire  da  essi  predominato. 
Le  rimanenti  necessità,  o  per  meglio  dire  le  principali, 
saranno  mostrate  e  chiarite  piii  avanti. 

A. 

121.  —  Ora,  anticipando  un  poco  le  prossime  dedu- 
zioni affermiamo,  che  questo  dipendere  continuo  dal- 
l' esterno  e  cercare  la  dilatazione  o  dell'  essere  o  del- 
l' efficacia  propria  mediante  la  congiunzione  coi  simili 
e  la  partecipazione  dei  diversi  ;  questo  incessante  biso- 
gno di  rinvenire  e  coordinare  i  mezzi  gli  strumenti  e  gli 
aiuti  al  conseguimento  parziale  del  fine  ;  questo  dovere  ad 
ogni  tratto  superare  gli  opposti;  e  da  ultimo,  nel  modo 
che  verrà  significato  più  avanti,  questo  dover  procedere 
sempre  con  grado  e  misura  e  alternando  lo  scomporre 
al  comporre  e  i  decrementi  agli  incrementi  e  resistendo 
ai  conati  gagliardi  e  assidui  delle  potenze  distruggitive, 
fa  e  mantiene  lo  stato  generale  e  perpetuo  della  na- 
tura materiale  ed  organica,  e  ciò  domandiamo  con  pro- 
prietà di  vocabolo  il  suo  diventare.  Espressione  esatta, 
(vuoisi  ripeterlo  ancora)  nella  sola  natura; e  cosi  l'in- 
tendeva Aristotele  laddove  scrisse  :  tra  V  essere  e  il  noìi 
essere  tramezza  pur  sempre  la  generazione,  come  tra 
Venie  e  il  non  ente  ciò  che  va  generandosi,^  Ma  il  di- 
ventare medesimo  quale  l' abbiamo  descritto,  riesce  fat- 
tibile in  virtù  d' un  principio  superiore  e  diverso  dalla 
natura,  com'  è  proposito  nostro  di  venir  dimostrando. 


*  MtlafUUn,  libro  II,  cup.  S. 


58  LIBRO  PRIMO. 

122.  —  A  Ogni  modo,  vedesi  per  ciascheduno  quanto 
tutto  ciò  diflFerisca  dalla  teorica  la  quale  sostiene  che 
non  pure  la  diversità  e  V  opposizione,  ma  la  ripugnanza 
compiuta  dei  termini  è  intrinseca  all'  ente  ;  e  che  il  sem- 
pre diventare  e  mutare  dell'assoluta  esistenza  esce  per 
intero  da  questo  scorrere  essa  uniformemente  per  V  arco 
d'  una  eterna  cicloide  varcando  e  tornando  infinite  volte 
sotto  diverso  sembiante  dall'  essere  al  nulla  ovvero  dal- 
l'essere  in  sé  all'essere  in  altro.  Di  guisa  che  le  necessità 
invincibili  le  quali  rampollano  dalle  viscere  del  finito  e 
lo  violentano  a  guadagnar  l' essere  con  fatica  e  lentezza 
e  ognora  imperfettamente  né  gli  consentono  di  muover 
piede  salvo  che  tra  forze  contrarie  e  mediante  un  con- 
flitto durissimo  e  interminabile,  coteste  necessità,  dico, 
delle  finite  e  caduche  esistenze  vengono  invece  attribuite 
alla  sopraeminente  natura  di  Dio,  il  quale  non  conosce 
contrari  né  opposti,  non  sostiene  trapassi  né  alienazioni 
e  in  cui  il  diventare,  qual  che  si  fosse,  varrebbe  il  di- 
scendere nella  impotenza  e  nella  caducità.  Lo  Schelling 
pensò  a  far  precipitare  dal  cielo  empireo  certo  numero 
d' idee.  Ma  presso  Hegel  la  divinità  intera  ruit  ad  in- 
teritum. 


CAPO  QUARTO. 
dell'  azione  dei  finiti. 


AroBisMo  I. 

123.  —  Le  proposizioni  tutte  quante,  per  altro,  le 
quali  escono  dal  supposto  del  legamento  dei  finiti  in 
fra  loro,  mediante  la  congiunzione,  e  intendesi  dire  me- 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  59 

dìante  ciò  che  intramezza  fra  la  identità  e  la  separa- 
zione, inchiudono  la  possibilità,  anzi  il  fatto  dell'  azione 
e  passione  reciproca  ;  essendo  che  il  solo  combacia- 
mento delle  sostanze  sfornito  d'ogni  atto  reciproco, 
quando  pure  non  si  riconosca  impossibile,  lascia  del 
sicuro  i  subbietti  contigui,  per  così  chiamarli,  nell'  iner- 
zia ed  inefficacia  anteriore.  Ma  intorno  a  ciò  non  avendo 
noi  pronunziato  nulla  di  rigoroso  e  apodittico,  facciamo 
luogo  a  questo  aforismo  ed  ai  susseguenti  ripigliando 
il  filo  delle  deduzioni  là  dove  fu  stabilita  la  necessità 
per  le  cose  create  d' un  subbietto  onninamente  impar- 
tibile  e  semplice  (Afor.  V  e  VI). 

124.  —  Posto  che  il  semplice  e  l'impartibile  costi- 
tuisca r  ultimo  fondo  dell'  ente  finito,  segue  che  ogni 
ente  finito  in  questa  sua  forma  non  capace  di  divi- 
sione è  pure  non  capace  di  mutazione  ;  e  che  mutare 
per  lui  varrebbe  quanto  annullarsi.  Per  fermo,  l'ente 
rimane  integro  non  ostante  le  mutazioni,  ognora  che 
queste  sieno  atti,  modi  e  accidenti  di  quello.  Ma  il 
subbietto  concreto  ed  ultimo  che  non  racchiude  alcuna 
composizione  e  non  à  nulla  di  piiì  occulto  e  di  più 
intrinseco  e  tutto  consiste  in  certa  forma  peculiare  e 
immediata  di  essere,  debbe  o  rimanersi  qual  è,  o  la 
mutazione  reca  un  altro  essere  in  luogo  suo.  Del  si- 
curo A  quantità  incomposta  non  mutasi  in  B  senza 
cessare  di  essere  A.  Quindi  mal  si  direbbe  ch'egli  è 
mutato  ;  ma  parlandosi  con  rigore  dovrebbe  esser  detto 
che  r  ente  B  è  succeduto  all'  Ente  A. 

A, 

125.  —  Hegel  a  ciò  non  pensava,  quando  dalla  no- 
zione pura  dell'  ente  e  del  nulla  (elementi  semplicis- 
simi) volea  ritrarre  una  mutazione  che  fosse  il  diven* 


V 


60  LFBRO  PRIMO. 

tare  di  quelli.  Ma  ciò  era  invece  una  evidente  surro- 
gazione. Il  diventare  o  significa  il  suo  contrario  ov- 
vero implica  di  necessità  una  permanenza  di  essere 
anteriore  alle  mutazioni  e  poi  simultanea  con  esse. 
Quindi  r  essere  astratto  e  puro  e  tanto  indeterminato 
da  pareggiarlo  e  scambiarlo  col  nulla  non  può  diven- 
tare nessuna  cosa;  stantechè  conviengli  per  ciò  esi- 
stere innanzi  del  diventare  ed  esistere  identicamente 
cosi  nella  forma  anteriore  siccome  in  quella  che  in- 
dice le  mutazioni  e  per  cui  può  essere  detto  eh'  egli 
diventa.  E  neramanco  si  può  qui  pensare  all'antece- 
denza d'un  ente  possibile  o  di  qualsivoglia  astratta 
virtualità.  Perocché  1'  ente  puro  e  iniziale  dell'  Hegel 
è  appunto  il  mero  possibile. 

126.  —  Adunque,  insino  a  che  certi  vocaboli  serbe- 
ranno intatte  le  loro  significazioni  comuni  a  tutte  lo 
lingue,  niuna  sottigliezza  dialettica  terrà  gli  Hegeliani 
alle  dure  morse  entro  cui  li  stringe  la  logica  d'ogni  uomo 
sensato  che  è  pur  la  sola  conceduta  al  genere  umano. 

Aforismo  n. 

127.  —  Ogni  cosa,  impertanto,  nelF  ultima  sempli- 
cità ed  attenuazione  del  proprio  essere  rimansì  perpe- 
tualmente  quella  che  è  ;  né  può  venire  annullata  salvo 
che  da  Dio.  E  Dio  (vedremo  ciò  meglio  nel  progresso 
di  questo  trattato)  non  annienta  le  sue  creazioni,  sì 
bene  le  moltiplica  in  infinito  e  in  infinito  le  differen- 
zia. Egli  crea  sempre  e  mai  non  distrugge. 

Afobismo  ih. 

128.  —  Certo  é  poi  che  cotesto  ente  impartibile  può 
sottostare  ad  alcune  qualità  od  a  molte.  Qualora  le 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  61 

maocassero  tutte  le  qualità  e  modificazioni  possibili, 
già  non  sarebbe  un  che  di  determinato  e  di  sussi- 
stente. 


A. 


129.  —  Ai  Panteisti  succede  non  radamente  di  porre 
in  dimenticanza  questo  sostegno  uno  e  impaitibile  delle 
determinazioni.  Notammo  ciò  nel  terzo  Libro  dell'  on- 
tologia rispetto. al  Dio  di  Spinoza;  epotrebbesi,  sottiliz- 
zando un  poco  l'analisi,  scoprire  forse  la  deficienza  me- 
desima nel  Dio  di  Hegel.  Imperocché  se  il  fondo  fondo 
di  tutte  le  cose  è  l' idea  e  tutta  la  idealità  nel  sistema 
hegeliano  spunta  e  germoglia  dalla  nozione  dell'  ente 
puro  e  indeterminato,  le  determinazioni  che  seguono  ri- 
mangono tutte  in  aria  come  tetti  e  camere  senza  so- 
laio. E  perchè  quel  diventare  dell'Assoluto  non  à  vera- 
mente principio  di  successione  e  il  tempo  e  V  eternità 
in  lui  s' immedesimano,  noi  dovremmo  reputare  che  le 
ultime  forme  non  cancellino  già  le  anteriori  ma  tutte 
compongano  il  maraviglioso  sviluppo  dell'  ente,  il  quale 
sebbene  acquista  coscienza  chiarissima  della  identità 
propria  nella  Idea,  nella  Natura  e  nello  Spirito  non 
però  dimeno  à  per  fondamento  e  sostrato  l' essere  in- 
determinato e  identico  al  nulla. 

130.  —  Errore  forse  non  meno  grave  ci  sembra 
quello  del  Kant  di  convertire  i  subbietti  quali  ohe 
sieno  in  forme  e  rappresentazioni  del  nostro  spirito. 
Nel  vero,  se  i  fenomeni  non  anno  subbietto  sono  essi 
medesimi  un  reale  subbietto.  Per  fermo,  il  fenomeno 
apparisi  e  1'  apparire  è  un  atto  e  l' atto  inchiude 
r  agente.  E  quando  si  neghi  essere  un  atto,  conviene 
ammettere  per  lo  manco  che  sia  mutazione  di  qualche 
cosa  ;  e  perchè  giusta  il  Kant  lo  spirito  nostro  riceve 


G2  LIBRO  PRIMO. 

ma  Bon  produce  il  fenomeno  a  cui  impone  le  forme 
del  sentire  e  dell'  intendere  ;  seguita  di  necessità  che 
il  fenomeno  sia  o  mutazione  od  atto  di  qualche  sub- 
bietto  diverso  e  separato  dal  nostro. 

Afobismo  rv. 

131.  —  Ma  se  l'ente  finito  è  un  che  di  determina- 
to, non  si  riconosce  che  debba  essere  altresì  necessa- 
riamente determinabile  e  vogliam  dire  capace  di  mu- 
tazione. Muta  egli  poi  da  sé  ovvero  per  efficacia  este- 
riore? e  il  mutar  suo  è  un  nuovo  agire  e  un  nuovo 
patire,  o  semplicemente  un  mutare  di  qualità  senza 
alterazione  e  partecipazione  del  subbietto  ?  Come,  per 
esempio,  sarebbe  un  atomo  di  materia  nel  quale  la 
forma  esterna  cambiasse  non  per  atto  di  potenza  pro- 
pria 0  d'altrui,  ma  in  virtù  solamente  di  certo  or- 
dine fatale  prestabilito?  Per  vero,  supporre  un  ente 
finito  e  determinato  incapace  di  qual  che  sia  cambia- 
mento e  modificazione  nuova  non  è  concetto  contra- 
dittorio,  ma  ci  riesce  inesplicabile.  Conciossiachè  non 
vedesi  a  che  servirebbe  in  tal  caso  l' atto  creativo.  Si 
dica  il  simile  nel  presente  nostro  subbietto  di  altri 
supposti  non  impossibili,  ma  di  cui  la  scienza  non 
trae  costrutto  nessuno. 

Invece,  è  importante  e  profittevole  a  ricercare  se 
l'ente  finito  è  sempre  e  necessariamente  una  forza 
e  intendiamo  dire  un  principio  attivo  come  sembrò  a 
Leibnizio. 

Afobismo  V. 

132.  —  Per  primo,  dal  concetto  del  finito  in  quanto 
finito  esce  piuttosto  la  necessità  del  patire  che  del- 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  63 

r  agire  ;  badando  anzi  tutto  che  il  principio  attivo  as- 
soluto non  può  risedere  fontalmente  ed  essenzialmente 
in  nessuna  creatura  ;  mentre  in  lei  può  risiedere  il  prin- 
cipio contrario  e  intendesi  quella  passività  che  senza 
implicazione  logica  non  può  essere  traslatata  né  punto 
né  poco  neir  infinito.  Certo  é  che  tutto  il  creato  è  as- 
sunto dal  pensiero  assai  convenevolmente  come  la 
generale  e  perpetua  recettività  dell'azione  divina;  e 
tale  apprensione  ebbero  già  della  materia  i  filosofi 
antichi.  Senza 'di  che,  basterà  porre  in  considerazione 
che  dire  cosa  finita  viene  a  significare  cosa,  la  quale 
non  determina  sé  medesima  ;  sì  veramente  è  determi- 
nata ;  e  ciò  esprime  passività  e  impotenza  piuttosto 
che  altro. 

133.  —  Ad  ogni  modo,  perchè  l' infinito  è  atto  pie- 
nissimo e  assolutissimo  e  determinante  ogni  cosa,  se- 
guita che  r  attività  nel  finito  trasfusa  mai  non  riesca 
né  originale,  né  intera,  né  indipendente,  ma  sempre 
mescolata  di  mera  potenza  e  circoscritta  per  ogni  parte 
e  vale  a  dire  che  contenendo  tale  facoltà  manchi  di 
tale  altra  e  toccando  questa  misura  desideri  vana- 
mente di  raggiunger  queir  altra. 

A. 

134.  —  Né  arbitriamoci  di  affermare  che  il  patire 
medesimo  inchiude  una  qualche  sorta  di  agire,  essendo 
tale,  per  ultimo,  la  facoltà  recettiva.  Fondasi  tutto 
ciò,  a  parer  nostro,  nella  equivocazione  del  vocabolo, 
il  quale  cavato  dalle  espressioni  che  tengono  riferi- 
mento al  sentire  degli  animali  trae  seco  mai  sempre 
un  qualche  vestigio,  a  così  parlare,  delle  vitali  reazio- 
ni. Ma  neir  universale,  e  rimovendo  ogni  significazione 
traslata,  perchè  una  cosa  operi  efficacemente  in  un'  al- 


64  LIBRO  PRIMO. 

tra,  basta  che  cotest^  altra  sia  naturata  e  congenerata 
a  quella  penetrazione  di  atto,  il  che  induce  una  dispo- 
sizione e  non  guari  una  facoltà.  Cosi  niuno  vorrà  man- 
tenere che  lo  spazio  operi  un  qualche  atto  passivo 
nella  recezione  dei  corpi.  E  dico  ciò  per  coloro  i  quali 
opinano  come  noi  che  lo  spazio,  o  vogliam  dire  il  sub- 
bietto  comune  delle  estensioni,  non  si  risolve  in  mera 
entità  subbiettiva  e  in  certa  relazione  di  ordine. 

B. 

135.  —  È  da  stimare  il  medesimo  per  rispetto  della 
congiunzione  della  mente  con  la  verità,  la  qual  con- 
giunzione essenziale  ed  originaria  accade  per  una  di- 
sposizione recettiva  innata  del  nostro  spirito  e  indi- 
pendente da  qualsiasi  movimento  ed  atto  speciale 
dalla  parte  di  lui.  Sebbene  non  avvi^nga  poi  senza  un 
atto  dello  spirito  V  accorgersi  eh'  egli  fa  di  avere  pre- 
sente r  idea,  e  del  pari  non  sono  inattive  le  forme 
diverse  d' intuizione  ed  ogni  lor  mutamento. 

Aforismo  vi. 

136.  —  Nondimeno,  se  negli  enti  finiti  in  fra  loro 
considerati  esiste  la  passività  nel  senso,  per  lo  manco, 
di  ricevere  alcun'  azione  esteriore,  bisogna  altresì  che  vi 
esista  un'  azione  respettiva  e  corrispondente  ;  il  patire, 
chiama  senza  meno  l'agire.  Per  escludere,  adunque,  dalla 
creazione  1'  attività,  occorre  che  la  pensiamo  o  tutta  e 
per  ogni  dove  incapace  di  mutamento  o  che  Dio  lo 
produca  egli  stesso  con  azione  immediata  entro  ai  sub- 
bietti  sostanziali.  Nel  primo  supposto,  la  natura  inope- 
rante ed  immobile  non  à  alcuna  ragione  di  essere.  Nel- 
r  altro  supposto,  cessano  di  esistere  tutte  le  cagioni 


DEL  FINITO  IN  SE.  65 

becQpde  e  mediate  e  la  creazione  non  partecipa  nem- 
manco  in  minimo  grado  della  potenza  infinita.  E  per- 
chè d' altra  parte,  il  bene  è  potenza  ed  attività,  man- 
cherebbe di  nuovo  il  creato  d' ogni  ragione  d' esistere. 

afomsmo  vn. 

137.  —  Per  le  distinzioni  che  precedono  egli  si  dee 
pertanto  fermare  che  altra  cosa  è  un  essere  qualificato 
o  determinato,  altra  un  essere  passivo  nella  più  astratta 
accezione,  ed  altra  un  essere  fornito  di  attività.  Un 
ente  qualificato  è  sostanza;  un  ente  passivo  è  natu- 
rato con  certa  recettività;  l'ente  attivo  è  causa;  pe- 
rocché, se  non  altro,  egli  è  causa  immediata  della  espli- 
cazione del  proprio  atto.  Ora,  abbiam  conosciuto  che 
privando  gli  enti  finiti  d'ogni  virtù  causale  e  però 
d'  ogni  specie  d' azione,  essi  perdono  la  capacità  del 
bene  e  quindi  non  anno  ragione  di  esistere.  Ma  d'altro 
lato,  essere  essenzialmente  causa  e  principio  è  ciò  pro- 
priamente che  all'infinito  appartiene,  quindi  i  finiti  deb- 
bono per  se  medesimi  possederne  sol  qualche  grado; 
e  le  cagioni  che  usiamo  chiamar  seconde  riuscir  deb- 
bono poverissime,  ciascuna  per  sé,  di  eflScacia;  perocché 
r  efficacia  cresce  con  la  cooperazione,  l' ordine,  l' ar- 
monia e  r  unificazione  tutte  cose  opposte  all'  indole 
dei  finiti  in  quanto  finiti.  Occorrerà,  dunque,  una  mente 
la  quale  preordini  la  cospirazione  delle  cagioni  seconde, 
come  si  verrà  sponendo  nei  Libri  successivi. 

A. 

138.  —  Con  tutto  questo  non  sembrami  da  negare 
la  possibilità  d' un  ente  capace  di  sola  passività  e  d'ogni 
potenza  spogliato  a  un  dipresso  come  Aristotele  con- 

llABUNI     -    II.  5 


66  LIBRO  PRIMO. 

cepiva  la  universale  materia  per  contrapposto  della 
forma  o  del  principio  attivo  che  la  si  chiami.  £  a  noi 
sembra  eziandio  un  parlar  tropologico  quello  che  af- 
ferma r  essere  doversi  manifestare  ed  ogni  manifesta- 
zione voler  dire  un  atto  ed  ogni  atto  emanare  da  qual- 
che energia  causale.  L' ente  finito  è  già  manifesto  per 
sé  con  r  esistere  determinato  e  qualificato  così  o  così  ; 
la  qual  cosa  non  inchiude  alcuna  necessità  logica  che 
la  determinazione  e  specificazione  di  lui  esser  debba 
un  atto  della  sua  propria  energia  ovvero  che  a  qual- 
che energia  debba  a  forza  andare  congiunta.  Vero  è  che 
r  esperienza  non  ci  fa  imbattere  in  niun  subbietto  for- 
nito di  sola  recettività.  Imperocché  eziandio  nella  na- 
tura meccanica  niun  corpo  mostrasi  privo  per  intero 
d' elasticità,  ninno  di  virtù  attrattiva  e  tutti  obbedi- 
scono a  certe  leggi  e  impulsioni  speciali,  e  diverse  di 
affinità  chimica.  Ciò  non  ostante,  egli  é  lecito  d' imma- 
ginare che  alcune  sostanze  appunto  per  la  condizione 
infima  di  loro  essere  e  la  mera  e  nuda  passività  in  cui 
dimorano  non  mai  venissero  avvertite  e  considerate  da 
senso  0  da  mente  umana.  Atteso  che  noi  conosciamo 
gli  enti  esteriori  per  ciò  propriamente  che  operano  in 
noi  e  vogliam  dire  per  le  reazioni  loro  inverso  le  azioni 
nostre.. 


B, 


139.  —  Comunque  ciò  sia  e  pur  concedendo  che  ogni 
sostanza  in  natura  sia  prò  veduta  d'alcuna  specie  d'at- 
tività, non  se  ne  dee  concludere  che  tale  sia  di  neces- 
sità la  forma  dell'  ente  finito,  siccome  parve  a  Leibni- 
zio,  il  quale,  peraltro,  mai  non  ne  dette  dimostrazione. 
V  à  il  mutamento  nel  mondo,  disse  egli,  e  questo  dee 
provenire  o  solo  da  Dio  e  cadesi  nello  spinozismo  fa- 


DEL  FINITO  IN  SE.  67 

cendosi  Dio  autore  unico  d'ogni  azione  e  operazione 
nel  mondo,  ovvero  dee  provenire  dalle  cause  seconde  ; 
e  qualunque  ente  finito  sarà  una  causa  sì  fatta  perchè 
r  una  monade  non  opera  dentro  V  altra  e  ciascuna  è 
principio  d'  ogni  mutamento  suo  proprio.  Ognuno  vede 
che  negandosi  tale  ultima  supposizione  è  pur  negata 
la  necessità  per  gli  enti  finiti  di  essere  tutti  provveduti 
di  attività.  E  in  tale  sentenza  di  Leibnizio  avvi  ancora 
un  altro  supposto  non  dimostrato,  e  cioè  che  non  possa 
nel  creato  sussistere  cosa  immune  al  tutto  da  muta- 
mento. Dall'  altro  canto,  perchè  alle  cause  seconde 
s'attribuiscono  tutte  le  mutazioni  degli  enti  creati,  ba- 
sterà supporre  che  abbiano  facoltà  di  promovere  scam- 
bievolmente i  loro  principi  attivi  nel  modo  che  sarà  in 
fra  breve  significato  ;  e  ciò  importa  un  ordine  al  tutto 
contrario  a  quello  che  pigliò  nome  di  armonia  presta- 
bilita. 


a 


140.  —  Giova  di  ricordare  a  cotesta  occasione  la  prin 
cipale  differenza  che  corre  tra  la  dottrina  nostra  e  quella 
del  Leibnizio  o  d'altri  assai  metafisici  che  tengono  dalla 
sua.  A  noi  sta  in  cospetto  innanzi  ogni  cosa  la  natura 
del  finito  e  come  essenzialmente  si  diversifica  dallo  in- 
finito. In  quel  cambio  Leibnizio  piglia  le  mosse  da  una 
presunta  simiglianza  dell'ente  finito  con  Dio.  Dal  che 
discendono  tre  pronunziati  ch'io  reputo  falsi  in  gran 
parte  ed  i  quali  poi  informano  del  loro  carattere  la 
cosmologia  tutta  quanta  così  appo  Leibnizio,  come  appo 
una  schiera  numerosissima  di  filosofi  antichi  e  moderni. 
L' un  pronunziato  dice  che  qualunque  ente  creato  rac- 
chiude certo  principio  attivo  di  spiegamento  e  perfe- 
zionamento, un  che  d' infinito,  una  semenza  immortale 


68  LIBRO  PKIMO. 

donde  può  uscire  ogni  cosa;  perocché  tutto  è  virtual- 
mente in  questo  e  in  cotesto  ma  vi  si  attua  in  modo 
diverso.  Il  secondo  pronunziato  afferma  che  il  fondo 
d'  ogni  qualunque  entità  è  il  medesimo  e  dichiara  esso 
Leibni/io  ciò  costituire  una  massima  la  quale  regna  in 
tutte  le  parti  della  sua  filosofia.  Il  terzo  pronunziato 
ne  fa  sapere  che  noi  giudichiamo  tutte  le  cose  per  si- 
militudine con  r  animo  nostro.  Ora,  la  finità  in  ogni 
condizione  di  esistenza  e  i  germi  dell'  infinito  non  posso- 
no naturalmente  combinarsi  in  un  essere  qualechessia. 
La  medesimezza  generale  e  comune  delle  esistenze  è  con- 
tradetta da  ciò  che  dentro  al  finito  padroneggia  invece  il 
diverso  e  non  già  l'identico;  stantechè  la  vera  moltipli- 
cità  sempre  inerente  al  finito  risolvesi  nel  diverso  e  non 
già  nel  medesimo.  La  terza  massima  fu  dissipata  da  noi 
neir  ontologia,  laddove  mostrammo  che  la  percezione 
degli  oggetti  esteriori  accade  immediatamente  e  per 
contatto  spirituale  fra  il  conoscente  ed  il  cognito. 

Afobismo  Vili. 

141.  —  Tenendo,  impertanto,  l'occhio  mentale  bene 
addirizzato  ed  aperto  sulle  necessità  e  limitazioni  delle 
cose  create  in  quanto  seguono  la  cieca  natura  o  ne- 
cessità inconsapevole  che  tu  la  dimandi,  affermiamo  nel 
generale  che  le  cagioni  seconde  possederanno  :  Primo, 
un'  attività  potenziale  più  presto  che  viva  e  attuosa  ; 
e  ciò  importa  che  bisognerà  loro  un  esterno  eccitamento 
e  il  concorso  d' una  cagione,  per  men  che  sia,  di 
virtù  occasionale.  Secondo,  il  termine  dell'  attività  loro 
non  sarà  in  sé  medesimi  tutto  e  compiuto  e  spesso 
nemmeno  in  parte;  onde  ella  è  sempre  qualcosa  che 
cerca  il  suo  complemento  e  da  chiamarsi  appetizione 
con  miglior  senso  ed  uso  che  non  fece  Leibnizio  di 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  69 

«]uesta  voce.  Terzo  ;  V  eflicacia  produttiva  di  lei  sarà 
modale  e  non  mai  sostanziale.  Quarto  ;  andrà  operando 
per  gradi  e  ognora  imperfettamente  a  rispetto  dell'  ec- 
cellenza archetipa  la  vuoi  di  genere  e  la  vuoi  di  spe- 
cie alla  quale  può  venir  riferita.  Quinto  ;  sarà  sempre 
e  tutta  particolare;  avvegnaché,  come  in  cosa  niuna 
finita  può  dimorare  V  universale  che  è  infinito,  cosi 
nemmanco  nella  virtii  eflfettrice  delle  cagioni  seconde. 

A. 

142.  —  Aggiungasi  che  V  esperienza  in  conferma  di 
tutto  ciò  non  rivela  alcun  subbietto  operante  solo  da  se 
e  non  conoscendo  stato  di  mera  virtualità.  Aristotele, 
già  si  disse,  oltre  alla  natura  perennemente  attiva  ed 
universale  che  pose  nei  cieli,  od  almeno  nel  primo 
mobile,  parlò  eziandio  d'un  atto  perpetuo  ed  essen- 
ziale del  nostro  intelletto.  Il  che  mi  sembra  fosse 
imitato  dai  Cartesiani,  ponendo  la  essenza  dell'  anima 
umana  nel  continuo  pensare  ;  e  parecchi  platonici  opi- 
nano avere  la  mente  nostra  una  intuizione  innata  di 
certe  idee  originali  e  anteriori  a  qualunque  atto  di 
sienso  e  di  percezione.  Tutto  questo,  per  altro,  non  si 
dimostra;  e  quanto  al  supposto  ultimo  delle  idee  in- 
nate potrebbesi  ad  ogni  modo  affermare  che  la  mente 
nostra  viene  eccitata  continuamente  all'atto  di  sua 
visione.  Oltreché  in  quel  fatto  e  in  altri  consimili 
d'intuito  e  contemplazione  intervenendo  un  congiun- 
gimento speciale  e  immediato  dell'  anima  con  l' Asso- 
luto abbiamo  altresì  l' intervenimento  d'  un  altro  prin- 
cipio che  non  è  il  finito  e  l' efficienza  creata.  E  perchè 
la  volontà  non  si  move  e  la  libertà  non  si  determina 
senza  la  cognizione  anteriore,  perciò  il  libero  arbitrio 
medesimo,   tuttoché  partecipi  dell'  assoluta  causalità. 


70  LIBRO  PRIMO. 

ricerca  1'  antecedenza  dell'  atto  conoscitivo,  e,  questo 
rimosso,  giace  eternamente  in  istato  di  mera  virtualità. 

143. — L'esperienza  afferma  il  medesimo  per  la  se- 
conda necessità  e  limitazione  notata  nell'  aforismo. 
Conciossiachè  in  nessun  luogo  ed  in  nessun  tempo 
manifestasi  a  noi  nelle  cose  finite  un  atto  il  quale  non 
abbia  o  in  tutto  o  in  parte  fuori  di  sé  il  termine  suo. 
Nulla  è  più  intimo  e  più  personale  e  però  meno  espan- 
sivo e  comunicabile,  quanto  l'amore  di  noi  medesimi 
e  il  desiderio  ed  il  godimento  del  nostro  bene  indi- 
viduo. Eppur  nondimanco  nell'  esercizio  di  tale  atto 
la  materia  ed  i  mezzi  non  sono  immediati  ed  intrinseci 
e  r  una  e  gli  altri  il  più  delle  volte  sono  cercati  fuori 
dell'  anima  o  noi  senso  mediante  i  corpi  o  nella  so- 
cialità mediante  gli  altri  uomini  o  nel  vero  e  nel 
bene  assoluto  che  sono  tanto  all'  uomo  superiori  quanto 
esteriori. 

144.  —  Affermasi  che  la  materia  corporea  qualeches- 
sia  determinata  ad  un  qualche  moto  da  qualche  impulso 
esteriore  proseguirebbe  a  moversi  perpetuamente  nella 
immensità  dello  spazio  per  una  retta  infinita  e  cioè 
nella  direzione  della  forza  impellente;  il  quale  atto 
parrebbe  quindi  non  più  dipendere  se  non  da  sé  stesso 
e  non  più  ricadere  nello  stato  di  semplice  virtualità. 
Forse  più  avanti  discorreremo  di  tale  attività  motrice 
interiore.  Basti  per  al  presente  avvertire  che  nel  Cosmo 
a  noi  visibile  neppure  un  sol  movimento  accade  di 
corpi  siderei  il  quale  manifesti  di  non  venir  governato 
dall'  attrazione,  e  cioè  a  dire  il  cui  termine  non  sia 
fuori  di  ciascuno  di  essi  corpi.  Quanto  al  supposto 
del  moto  incessabile  e  rettilineo,  è  pur  degno  di  av- 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  71 

vertimento  che  se  nel  vuoto  infinito  nulla  cosa  lo  può 
mutare  o  interrompere  esso  avrebbe  sembianza  di 
quiete  perfetta  e  ninna  potenza  nel  mondo  riuscirebbe 
piii  improduttiva;  ed  infine,  l'efiFetto  manterrebbesi 
identico  a  sé  medesimo  in  maniera  tale  da  potersi 
aflFermare  eh'  egli  è  mai  sempre  quella  passiva  deter- 
minazione che  fu  nel  momento  primo  del  moto. 

145. — Ma  lasciando  la  materiale  natura  e  consul- 
tando i  fatti  piii  proprj  del  nostro  spirito,  V  esperimento 
cotidiano  e  comune  ci  apprende  che  gli  atti  medesimi 
della  coscienza  inchiudono  un  qualche  termine  estemo 
e  diverso  dalla  intima  attività  loro.  Per  fermo,  egli  si  à 
coscienza  o  del  pensare  o  del  percepire  o  del  volere.  Ma 
gli  oggetti  del  pensiere  speculativo,  come  qua  addietro 
avvertimmo,  si  compiono  in  un  che  di  esteriore  ;  la 
percezione  è  dai  sensi  e  dagli  organi,  e  la  volontà  ap- 
petisce il  di  fuori.  Solo  per  astrazione  e  dimezzando 
r  oggetto  della  consapevolezza  nostra  giungiamo  a  tutta 
radunarla  e  addensarla  soj>ra  materia  interiore  ;  come 
quando  riflettesi  sulla  volontà  in  quanto  tale  e  non 
sulla  cosa  voluta;  ovvero,  riflettesi  sull'  atto  cogitativo 
in  disparte  dall'  oggetto  determinato  della  cogitazione. 

Né  opponsi  minimamente  a  ciò  queir  afi'ermazione 
nostra  nel  Capo  primo  del  Libro  che  ogni  subbietto 
sostanziale  in  cui  succeda  lo  spiegamento  di  un  atto 
è  causa  formale  dell'atto  medesimo;  imperocché  questo 
sebbene  s' inizia  e  sustanzia  dentro  al  proprio  subbietto 
può  in  altro  avere  il  suo  termine  e  in  altro  avere  il 
principio. 

Aforismo  IX. 

146.  —  Dicemmo  l' attività  del  finito  non  mai  poter 
contenere  l'energia  creatrice  delle  sostanze;  il  che  par- 


72  LIBRO  PRIMO. 

landosi  empiricamente  non  sembra  bisognevole  di  mag- 
gior prova  oltre  quella  fornita  dalla  pili  costante  e 
comune  esperienza  di  tutti  gli  uomini.  Nientedimeno 
una  dimostrazione  a  priori  intorno  al  proposito  non 
è  agevole  a  rinvenirsi.  Veramente,  tra  l'essere  e  il 
nulla  correndo  intervallo  infinito,  ricercasi  per  riem- 
pierlo un  potere  eziandio  infinito  o  che  si  tratti  di 
creare  subbietti  sostanziali  o  semplici  modi  e  feno- 
meni; perocché  questi  ancora  sono  fatti  trapassare 
dal  niente  alla  realità,  secondo  venne  notato  da  noi 
altra  volta.  Come,  dunque,*  daremo  al  finito  la  po- 
testà del  creare  i  modi  e  i  fenomeni?  E  se  questa  gli 
diamo,  perchè  interdirgli  quell'altra  del  creare  le 
sostanze,  non  cadendo  d' altra  parte  alcuna  contrad- 
dizione nel  supposto  che  Dio  faccia  operare  ad  un 
ente  finito  la  creazione  di  finite  sostanze,  converten- 
dolo in  istrumento  immediato  della  onnipotenza  sua? 
147.  —  In  tutto  ciò  è  dimenticato,  per  nostro  avviso^ 
che  noi  meditiamo  al  presente  sulla  natura  peculiare  dei 
finiti  in  disparte  dall'infinito,  o,  per  dir  meglio,  in  con- 
trapposto con  esso;  e  da  un^  banda  consideriamo 
tutto  quello  che  proviene  dal  contrapposto  medesimo, 
dall'  altro  tutto  quello  che  è  pur  necessario  all'  ente 
'finito  onde  possa  esistere  ;  e  vi  si  aggiungono  le  rela- 
zioni del  molteplice  in  fra  sé  o  vogliam  dire  dell'  un 
finito  con  l'altro,  e  da  ultimo  quel  minimo  che  con- 
viene attribuire  al  molteplice  per  la  minima  ragion 
sufficiente  della  esistenza  de' suoi  componenti.  Ricor- 
date cotesto  cose  sulla  natura  dei  finiti,  abbiamo  ar- 
bitrio di  affermare  che  non  possedendo  essi  verun 
principio  informativo  e  dispositivo  del  proprio  essere 
e  della  propria  energia,  non  solamente  sono  inabili  a 
crear  le  sostanze,  ma  niuna  maniera  di  creazione  può 
loro  competere.  Ciò  che  producono  i  finiti,  in  quanto 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  73 

li  consideriamo  quali  subbietti  attivi  e  passivi,  rìsol- 
Tesi  in  emanazione  appunto  di  atti  immutabili,  i  quali 
se  vengono  ricevuti  da  altri  finiti,  condizionano  e  va- 
riano costantemente  i  modi  e  gli  atti  di  cotesti  altri  ; 
essendo  primamente  state  naturate  le  cose  a  queir  agire 
«*d  a  quel  patire. 

Afobismo  X. 

148.  —  Le  altre  due  necessità  menzionate  qui  sopra 
delle  cause  seconde,  e  cioè  di  dover  progredire  grada- 
tamente e  dover  essere  particolari  e  singole,  sono  ma- 
nifeste per  sé  medesime.  Di  vero,  del  non  essere  uni- 
versali né  come  sostanze  né  come  cause  videsi  il  per- 
chè nel  secondo  aforismo  del  terzo  Capo.  Una  causa 
finita  poi  non  vale  a  produrre  eflfetto  infinito.  Quindi, 
se  cresce  di  produzione  e  di  quantità,  ciò  accade  per  suc- 
«essione  e  vale  a  dire  gradatamente. 

Aforismo  XI. 

149.  —  La  emanazione  degli  atti  poc'anzi  accennata 
non  può  differire  dalla  essenza  del  subbietto  operante  ; 
conciossiaché  quella  emanazione  è  da  ultimo  esso  me- 
desimo il  subbietto  in  quanto  opera;  ed  ogni  opera- 
zione è  poi  ricevuta  nel  subbietto  passivo  secondo  il 
modo  del  ricevente  e  vale  a  dire  con  tenore  immutabile. 

150.  —  Di  quindi,  quella  universale  persuasione  degli 
uomini  che  tra  la  facoltà  e  1'  atto  e  tra  la  cagione  e  V  ef- 
fetto proprio  e  immediato  debbe  sussistere  compiuta 
omogeneità  di  natura.  Di  quindi  pure  V  altra  sentenza 
comune  che  i  subbietti  causali  non  mutano  né  alte- 
rano comecchessia  la  loro  essenza  e  gli  atti  loro  essen- 
ziali. Per  fermo,  da  noi  non  s' ignora  che  il  subbietto 


74  LIBRO  PRIMO. 

intimo  e  sostanziale  è  semplice  e  il  semplice  assoluto 
è  incapace  di  mutazione;  e  perchè  tal  subbietto  è  causa 
formale  de'  proprj  atti  ninna  mutazione  può  entrare  in 
questi  se  in  quella  non  entra. 

A. 

151.  —  Qui  cade,  per  verità,  uno  de' punti  più  astrusi 
dell'ontologia,  perchè  quasi  non  sembra  possibile  scam- 
pare dalla  contraddizione.  Si  affermò  il  finito  essere  mol- 
teplice e  però  essere  ancora  diverso,  in  quanto  il  di- 
verso scostasi  dall'  unità  più  che  il  simile.  Pure,  se 
neir  ultima  attenuazione  del  finito  o  vogliam  dire  nel- 
r  ultimo  elemento  suo  impartibile  egli  non  racchiude 
il  diverso,  tutta  la  natura  convertesi  in  certa  unifor- 
mità infeconda  ed  immobile.  Tu  dirai:  ponvi  dentro 
non  il  diverso  ma  il  vario.  Rispondo  che  il  vario  diver- 
sifica dal  diverso  in  quanto  è  pure  il  diverso  ma  iden- 
tificato con  certa  unità  di  subbietto.  L'  omogeneità,  im- 
pertanto,  fra  tutto  quello  che  statuisce  certa  natura 
determinata  di  cosa,  altro  non  vuole  significare  se  non 
certa  temperanza  originale  primitiva  ed  inalterabile  del 
diverso  e  dell'identico.  D'  altra  parte,  non  è  concepibile 
che  ogni  qualunque  diverso  possa  unificarsi  con  ogni 
qualunque  identico,  ma  debbevi  esistere  qualche  ragione 
di  attinenza  e  qualche  perchè  unitivo  di  tali  forme  e  se- 
parativo di  tali  altre;  ciò  appunto  noi  esprimiamo  col 
vocabolo  omogeneità.  Tengasi,  adunque,  per  sicuro  che 
il  solo  infinito  unifica  e  semplifica  eminentemente  ogni 
])erfezione  infinita  quantunque  diversa.  Ma  per  opposto 
nel  finito  bisogna  che  tal  diverso  escluda  cotale  altro 
e  quello  che  è  omogeneo  escluda  una  serie  innumere- 
vole di  forme  a  sé  eterogenee,  e  tale  esclusione  avvenga 
ella  pure  per  gradi  tenendo  l' ultimo  luogo  quelle  so- 


DEL  FINITO  IN  8È.  75 

stanze  in  cui  il  diverso  è  tanto  da  escludere  ogni  qua- 
lunque reciprocazione  di  causa  e  di  effetto,  il  che  esa- 
mineremo di  nuovo  più  tardi. 

152.  —  Ciò  si  accorda  con  quanto  si  disse  nel  primo 
e  secondo  Libro  dell'  ontologia  intorno  alle  facoltà  dello 
spirito  nostro,  le  quali  rinvenir  debbono  nel  più  secreto 
di  noetra  essenza  quella  omogeneità  di  forma  che  negli 
atti  non  apparisce.  Conciossiachè  chi  non  procaccia  di 
violentare  il  significato  delle  voci  e  il  valor  delle  cose 
dee  tenere  per  evidente  che  la  volontà,  l'intelletto  ed 
il  senso  differiscono  intimamente  in  fra  loro  benché 
sieno  facoltà  d'  uno  stesso  principio  attivo. 

AroBisMo  Xn. 

153.  —  Però  è  manifesto  che  se  un  ente  finito  è  con- 
dizionato ad  un  atto,  quell'ente  permarrà  sempre  in 
queir  atto;  e  per  simile,  se  le  disposizioni  primigenie  di 
lui  in  risguardo  di  certi  atti  sono  meramente  virtuali, 
egli  non  rinverrà  mai  in  sé  medesimo  le  cagioni  che 
lo  determinino  a  trapassare  dalla  potenza  all'attualità. 
Conciossiachè  supponendo  tali  ragioni  insidenti  nell'es- 
sere suo,  elle  vi  opererebbono  sempre  o  non  mai;  ov- 
vero converrebbe  cercare  una  terza  cagione  la  qual 
traesse  la  prima  dal  virtuale  all'  attuale  e  così  all'in- 
finito. È  poi  manifesto  eziandio  che  qualunque  sorta 
d' azione  quando  verrà  esercitata  dal  di  fuori  nell'  ente 
finito  di  cui  si  parla,  sarà  ricevuta  sempre  ad  un  modo, 
e  cioè  secondo  lo  stato  e  l' indole  della  propria  pas- 
sività. 


76  LIBRO  PRIMO. 


Afobismo  XIII. 

154.  —  Questo  perseverare  nelle  condizioni  assortite^ 
qualunque  sieno,  fu  dai  fisici  domandata  legge  d'iner- 
zia. Ciò  riscontrasi  parimente  con  l' assioma  popolare 
che  dice  le  leggi  della  natura  riuscir  tutte  e  sempre  e 
in  ogni  dove  immutabili;  ovvero,  com'  altri  significò  la 
cosa  con  più  eleganza,  le  leggi  della  natura  essere  iden- 
tiche a  sé  medesime  in  ogni  spazio  ed  in  ogni  tempo. 
Per  fermo,  considerandosi  gli  aforismi  di  già  esposti,  non 
può  sorgere  dubbio  veruno  che  le  monadi  o  subbietti 
sostanziali  che  si  domandino,  qualora  sortiscono  la  es- 
senza medesima,  non  ripetano  in  qualunque  punto  dello 
spazio  i  medesimi  atti  e  fenomeni,  mancando  loro  per 
ogni  dove  la  ragion  sufficiente  per  mutare  in  sé  stessi 
0  l'uno  a  rispetto  dell'altro.  E  del  pari,  in  ogni  lun- 
ghezza di  secolo  non  alterandosi  per  niente  le  essenze 
degli  esseri  e  ricevendosi  in  modo  invariabile  tutte  le 
azioni  esterne  secondo  la  natura  propria  e  l'altrui, 
debbe  proseguire  in  perpetuo  la  precisa  reiterazione 
de' medesimi  atti  e  fenomeni. 

Aforismo  Xrv. 

155.  —  Vero  é,  nondimeno,  eh'  egli  non  sembra  farsi 
contradittorio  il  concetto  d'  una  forza,  la  quale  fosse 
originalmente  costituita  a  mandar  fuori  una  serie  di 
atti  r  uno  diverso  dall'  altro.  Il  che  sarebbe,  tutta  volta, 
un  serbarsi  costante  e  identico  alla  natura  propria  ;  e 
tutte  le  simili  monadi  nella  lunghezza  del  tempo  ed  in 
ogni  spazio  riprodurrebbero  identicamente  la  serie  stessa 
di  mutazione  :  come,  per  via  d'esempio,  dee  dirsi  costante 
e  medesima  la  natura  del  filugello,  il  quale  trapassa 


DEL  FINITO  IN  SE.  77 

pure  con  vicenda  non  alterabile  dallo  stato  di  verme 
a  quello  di  crisalide  e  dalla  crisalide  esce  trasmutato 
in  farfalla. 

156.  —  Ma  chi  ben  guarda  nell'intimo  della  cosa, 
dovrà  procedere  con  più  distinzioni  ;  e  innanzi  a  tutto 
supporrà  le  forze  finite  operanti  da  sé  e  per  sé  ;  nel  qual 
caso,  tali  forze  saranno  in  un  primo  tempo  tutto  ciò  che 
possono  essere  giusta  la  propria  essenza  immutabile.  Per 
fermo,  nel  secondo  tempo  e  ne' successivi,  non  interve- 
nendo dal  di  fuori  alcuna  cagione  eflScace,  come  spie- 
gherebbero esse  forze  un  diverso  atto  e  di  seguito  molti 
atti  diversi,  mentre  nulla  non  à  cambiato  nella  forma 
intrinseca  del  subbietto  o  vogliam  dire  nella  forma  es- 
senziale della  cagione?  e  certo  si  rimanendo  che  gli 
atti  emanati  debbono  riuscire  infallantemente  a  quella 
omogenei,  anzi  dovendosi  dire  che  sono  la  stessa  forma 
causale  in  ispiegamento  di  atto?  La  qual  cosa  apparisce 
più  chiara  con  questa  considerazione  che  l'ultima  muta- 
zione supposta  giaceva  antoriormente  in  potenza  entro  al 
subbietto  causale;  come  dunque  tal  mutazione  trapassò 
dalla  potenza  nell'  atto?  quando  non  operava,  secondo 
il  supposto,  alcuna  cagiono  esteriore  ne  superiore? 

157.  —  Ma  non  si  à  differenza  nessuna  nell'  altro 
supposto  di  un'  azione  esteriore.  Perocché  questa  opera 
sempre  con  lo  stesso  tenore  e  con  lo  stesso  è  ricevuta  ; 
e  però  nel  secondo  momento  non  accade  azione  este- 
riore diversa  da  quella  che  nel  primo  si  compieva. 

158.  —  Bimane  il  supposto  dell'  azione  superiore  di- 
vina, alla  quale  certo  non  é  impossibile  il  recare  per 
entro  i  subbietti  finiti  una  serie  di  mutazioni  eziandio 
diverse  tutte  e  slegate.  Salvo  che  in  questo  caso  non 
opera  il  subbietto  finito  ma  la  potenza  infinita  imme- 
diatamente, e  in  quel  subbietto  è  soltanto  una  conforme 
disposizione  di  recettività. 


78  LIB^O  PRIMO. 

159.  —  Mirandosi,  impertanto,  alle  forze  attive  finite 
per  ciò  che  possono  in  se  medesime  e  V  una  a  rispetto 
deir  altra,  ei  si  debbe  con  gran  saldezza  affermare  ed 
asseverare  che  in  ogni  tempo  ed  in  ogni  luogo  sono 
identiche  con  se  medesime  e  quindi  manca  loro  ogni 
facoltà  di  emanare  in  successivi  momenti  diverse  forme 
di  atti  e  fenomeni. 


A, 


160.  —  Scorgesi  da  questo  aforismoe  dagli  anteriori 
quanto  sia  bizzarro  il  sistema  leibniziano  delle  monadi 
non  già  solitarie  ma  al  tutto  isolate  e  le  quali  però  effet- 
tuano il  mondo  intero  delle  mutazioni  per  una  serie  inter- 
minabile e  variatissima  di  atti  successivi,  spontanei.  E 
molto  strano  è  quel  dire  che  una  percezione  nasce  dal- 
l'altra, quando  sono  diverse  tra  loro  e  il  subbietto  cau- 
sale è  semplice  ed  immutabile.  Stranissimo  poi  in  par- 
ticolar  modo  per  esso  Leibnizio  negante  a  dirittura  ogni 
realità  obbiettiva  di  spazio  e  però  ancora  di  moto,  che 
è  la  sola  eflScienza,  come  tra  poco  sarà  conosciuto,  onde 
può  scaturire  la  mutazione.  Vero  è  che  il  Leibnizio 
impone  a  tutto  ciò  il  bel  nome  di  armonia  prestabilita, 
e  vale  a  dire  una  serie  di  fatti  diversi  che  in  sé  me- 
desimi non  racchiudono  l' eflScacia  del  proprio  esistere 
ma  ranno  superiormente  dall'atto  assoluto  e  immediato 
di  creazione.  Quindi  non  provengono  da  spiegamento 
naturale  e  omogeneo  di  atti  o  vogliam  dire  da  cause  me- 
diate 0  seconde  come  si  usa  chiamarle,  ma  sì  provengono 
senza  mezzo  da  causa  divina  che  opera  continuamente 
ne'  subbietti  immutabili  e  semplici  ;  di  diretto  contrario 
a  quello  che  voleva  e  cercava  con  massima  cura  Tautor 
del  sistema,  desideroso  anzitutto  di  costituire  l'ente 
finito  in  certa  perenne  essenziale  e  spontanea  operosità. 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  71) 


B, 


161.  —  Che  se  Pente  qualechessia  può  differire  di 
mano  in  mano  da  se  medesimo  e  quindi  operare  e  mu- 
tare senza  cagione,  Hegel  non  debb'  essere  rimprove- 
rato di  far  diventare  V  ente  suo  astratto  ogni  cosa  senza 
anteriorità  di  cagione;  salvo  che  conveniva  perciò  risol- 
vere quella  specie  di  mezza  infinitudine  che  appresso  il 
Leibnizio  ripetevasi  in  monadi  innumerevoli,  risolverla, 
io  dico,  in  una  monade  sola  ed  universale.  Altro  esem- 
pio del  travasarsi  gli  errori  di  età  in  età  pel  potere 
e  r  influsso  d'  un  nome  grande  e  riverito. 


Aforismo  XV. 

162. —  Non  pertanto,  se  il  naturale  e  perenne  princi- 
pio di  mutazione  non  è  insito  ne'subbietti  finiti  ne  s'invo- 
ca l'intervenimento  immediato  della  efficienza  suprema, 
da  onde  il  trarremo  noi  ed  in  qual  maniera  saranno  di- 
leguate le  incongruenze  che  paiono  andar  seco  di  compa- 
gnia? Perocché,  nel  modo  che  già  venne  accennato  nei 
superiori  aforismi,  sebbene  si  forniscano  gli  enti  finiti  di 
certa  virtù  di  operare  V  uno  nell'  altro  quali  cagioni 
provocative  o  modificatrici,  nientedimeno,  noi  non  ve- 
dremo da  ciò  suscitate  le  mutazioni  e  moltiplicata  la 
varietà  degli  effetti.  Per  fermo,  posti  i  finiti  in  presenza 
r  uno  dell'altro,  egli  è  chiaro  che  subito  emaneranno  la 
loro  efficacia  causale  reciproca  e  subito  saranno  indotte 
da  ogni  parte  tutte  mai  le  modificazioni  ed  eccitazioni 
convenienti  all'  essere  loro;  le  quali,  non  mutandosi 
punto  i  subbietti  né  le  facoltà  passive  ed  attive,  rimar- 
ranno identiche  e  inalterabili  dal  primo  istante  del 


80  LIBRO  PRIMO. 

proprio  apparire   insino  alla   estrema   consumazione 
del  tempo. 

A  questo  dimando  della  ragione  risponderanno  gli 
aforismi  del  Capo  seguente. 

A, 

163.  —  Ad  ogni  modo  e  trovato  anche  il  principio 
naturale  e  perenne  di  mutazione,  la  immutabilità  delle 
essenze  e  degli  atti  essenziali  dee  comparire  nel  fondo 
medesimo  dei  cambiamenti.  E  non  soltanto  la  immu- 
tabilità delle  essenze,  ma  la  immobilità  degli  atomi  e 
dei  loro  composti,  laddove  dal  di  fuori  non  sopravvenga 
azione  nuova  causale.  Guardisi  alla  immobilità  delle 
roccie  di  primitiva  formazione,  e,  con  maggior  maravi- 
glia, guardisi  ai  composti  organici  più  delicati,  ognora 
che  non  sia  mutevole  1'  ambiente  dove  dimorano  ;  il  che 
si  avvera  nei  gracili  semi  di  grano  stati  sepolti  nei 
sarcofagi  egizj  o  nelle  buste  delle  mummie,  e  quivi  du- 
rati un  qualche  migliaio  d' anni  senza  cambiare  un  mi- 
nimo che  della  propria  struttura,  di  qualità  che  con- 
segnati di  poi  alla  terra  e  in  debito  tempo  inumiditi 
e  scaldati  svolsero  il  germe  racchiuso  e  maturarono  il 
frutto  loro  aspettato  per  almeno  quaranta  secoli. 

164.  —  Per  lo  certo,  cotesta  immobilità  è  relativa 
e  non  assoluta;  ma  ci  rende  figura  di  quel  che  sarebbe 
tutto  il  finito,  qualora  gli  accadesse  di  dover  ritrarre 
dalle  sue  condizioni  proprie  e  non  declinabili  un  prin- 
cipio perenne  e  fruttuoso  di  attività  e  di  mutazione. 


DEL  FINITO  IN  SE.  81 


CAPO  QUINTO. 

PRINCIPJ   DI  MUTAZIONE   E   DI   CONGIUNZIONE 
E   LORO  INSUFFICIENZE. 


AroRiSMO  I. 

165.  —  Adunque  manteBendoci  nella  considerazione 
di  quello  che  possono  e  fanno  i  finiti  per  se  e  posto  che 
sieno  yere  cagioni  seconde  e  però  autori  immediati  degli 
atti  proprj,  noi  dobbiamo  escludere  la  efficienza  di  Dio 
quale  operatrice  diretta  delle  mutazioni  del  mondo 
creato  e  ci  conviene  indagar  novamente  da  che  e  come 
possa  procedere  cotal  principio  perenne  del  mutar  delle 
cose.  E  ci  risolviamo  a  supporre  che  la  mutazione  debba 
essere  insita  nello  stesso  atto  primo  essenziale  ed  ori- 
ginale di  quelle  ;  talché  per  esse  la  causazione  for- 
male intema  consista  per  appunto  nel  sempre  modifi- 
car sé  medesime  in  certa  maniera  identica  ad  una  e 
diversa  ;  e  cioè  a  dire,  che  per  un  lato  Tatto  loro  essen- 
ziale in  un  primo  attimo  di  tempo  consista  in  certa 
mutazione  determinata  la  quale  nel  secondo  momento 
ripetendo  sé  stessa  in  ugual  maniera  e  aggiungendosi  al- 
l' altra  di  già  compiuta  divenga  di  là  a  qualche  tempo, 
per  la  somma  degli  aggiungimenti,  causa  provocatrice 
od  occasionale,  od  anche  efficiente  d'altre  mutazióni. 

Poniamo  caso,  impertanto,  di  un  atomo  o  di  piii  atomi 
ineéeme  congiunti  il  cui  atto  essenziale  consista  in  tra- 
scorrere da  un  punto  dello  spazio  al  punto  più  pros- 
simo. £i  non  si  avvisa  in  tale  ipotesi  alcuna  contraddi- 
zione col  detto  di  sopra.  Atteso  che  questa  virtù  di  moto 
è  congenita  ed  essenziale  air  atomo,  anzi  compone  la 

JIaiiaiii  —  II.  6 


82  LIBRO  PRIMO. 

forma  stessa  dell'atto  di  lui.  È  certo  altresì  che  giunto 
r  atomo  neir  istante  primo  ad  occupare  l' attiguo  spa- 
zio, quivi  la  natura  medesima  della  sua  forza  costitu- 
tiva permanendosi  identica,  lo  sospinge  a  ripetere  lo 
stesso  trascorrimento  di  spazio  ed  occupare  il  luogo 
immediatamente  contiguo,  e  così  di  seguito. 

A, 

166.  -—  Non  occorre  qui  di  avvertire  che  sebbene  in 
ogni  molecola  risiede  un  essenziale  principio  di  moto 
il  che  vuol  dire  di  mutazione,  esso  vi  può  risiedere  in 
atto  ovvero  in  semplice  facoltà;  nel  qual  caso  è  biso- 
gno d' un'  azione  esteriore  per  far  trapassare  il  detto 
principio  dalla  mera  virtualità  all'  atto.  Ma  di  ciò  verrà 
proposito  di  ragionare  più  oltre. 

Afobismo  il 

167.  —  Appar  manifesto  eziandio  che  movendosi  due 
atomi  ovvero  due  molecole  l' una  inverso  dell'  altra  per 
iscambievole  eccitazione  e  determinazione,  e  aggiungen- 
dosi d' ambo  le  parti  all'impulso  primo  il  secondo  e  a 
questo  il  terzo  e  così  di  seguito,  cresce  nella  ìstessa  mi- 
sura la  intensione  del  moto  e  scema  altrettanto  lo  spazio 
interposto. 

168.  —  Del  pari,  ei  si  può  fingere  che  alcun'  altra 
specie  di  azione  e  passione  reciproca  rimanga  virtuale 
ed  occulta  insino  a  che  due  molecole  non  sieno  venuta 
per  un  maggiore  accostamento  prossimissime  l' una  al- 
l' altra  ovvero  non  si  tocchino  o  non  si  urtino.  Da  tutto 
questo  risulta  una  serie  di  mutazioni  e  una  serie  di 
varietà  nelle  mutazioni  medesime,  il  cui  vero  e  comune 
principio  dimora  sempre  nella  essenza  del  moto. 

Né  la  sopraddetta  finzione  è  suppositiva  al  tutto 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  83 

e  arbitraria.  Cionciossiachè,  se  lo  spazio  il  tempo  ed  il 
moto  sono  elementi  inseparabili,  e  però  ancora  inse- 
parabili dal  principio  di  mutazione,  questo  apparirà 
tanto  più  attuoso,  quanto  non  solo  nel  moto  ma  nello 
distanze  e  in  altri  accidenti  di  estensione  e  di  durata 
mostrerà  in  diversa  guisa  T  efficacia  sua.  Quindi  si 
può  statuire  a  priori  che  V  azione  vicina  o  remota, 
lenta  o  spedita,  suscitata  per  entro  gli  atomi  ovvero 
per  entro  le  masse,  riuscirà  differentissima  e  ne  pro- 
verrà una  lunga  serie  di  differentissimi  effetti. 

A. 

169.  —  Nessuna  cosa  è  più  abituale  e  quasi  a  dire 
più  domestica  air  uomo  quanto  vedere  le  mutazioni  ed 
il  moto.  Eppure,  come  testé  avvisammo,  è  difficilissimo 
di  rinvenirne  il  principio  speculativo;  e  l'essenza  stessa 
del  moto  racchiude  una  sorta  di  antilogia;  perocché 
mette  insieme  un  subbietto  immutabile  il  quale  à  per 
atto  proprio  essenziale  una  certa  guisa  uniforme  di 
mutazione.  Dal  che  si  disceme  quale  stima  dobbiamo 
pur  fare  d'  alcune  cosmologie  audacissime  in  cui  pre- 
tendesi  di  fabbricare  a  priori  la  costituzione  intera 
della  materia  e  tutte  le  leggi  della  meccanica  e  della 
chimica.  Nessuna  necessità  logica  sospinge  la  mente  a 
figurare  e  affermare  che  gli  atomi  materiali,  o  a  dir  me- 
glio i  loro  aggregati,  divisi  e  distanti  si  attraggano  mu- 
tuamente e  sieno  forze  accelleratrid  V  uno  inverso  del- 
l' altro,  e  che  venuti  in  contatto  spieghino  virtù  diverso 
di  coesione  e  di  affinità  chimica.  Parlandosi  con  rigore, 
l'antecedente  aforismo  ne  dichiara  solo  in  modo  apo- 
dittico la  possibilità  astratta,  e  quindi  prova  ancora  la 
possibilità  della  varianza  indefinita  e  interminabile  dei 
fenomeni  e  solo  v'aggiunge  l'efficacia  d'alcune  pix)ve 


84  LIBRO  PRIMO. 

indirette  e  d'alcune  giuste  illazioni.  NuUameno,  vedremo 
nel  progresso  della  trattazione  come  oltre  ai  cenni  dati 
qui  sopra  e  in  virtù  di  nuovi  principj  quelle  astratte 
supposizioni  e  possibilità  una  volta  trovate  e  pensate 
nei  loro  elementi  è  necessario  se  ne  effettuino  tutte  le 
conseguenze.  E  però  qui  pure  avremo  un  nesso  stretta- 
mente dialettico.  Ma  quello  che  mai  non  può  provenire 
a  priori  si  è  la  forma  speciale  delle  nature  corporee; 
e  giudichiamo  eziandio  impossibile  di  dedurre  per  legge 
assoluta  d' identità  e  causalità  il  concetto  del  moto  dal 
concetto  della  materia  e  dai  due  insieme  il  concetto 
dell'  attrazione  e  da  questo  ultimo  il  concetto  delle  af- 
finità chimiche. 

Afobismo  m. 

170.  —  Nella  impulsione  motrice  dei  corpi  non  di- 
mora certo  una  efficacia  infinita;  e  d' altra  parte,  come 
nei  finiti  ogni  cosa  procede  gradatamente,  cosi  accade 
per  la  impulsione  motrice.  Avremo  dunque  che  i  corpi 
movono  1'  uno  inverso  l' altro  con  certa  ragione  di  di- 
stanza, la  quale  tanto  sarà  maggiore  e  tanto  farà  mi- 
nore il  grado  dell'impulsione  e  da  ultimo  segnerà  un 
termine  all'  impulsione  medesima. 

A. 

171.  —  Non  cade  dubbio  che  oggidì  la  meccanica 
non  sia  razionale  tuttaquanta  e  dimostrativa  e  però  la 
non  si  annoveri  tra  le  glorie  maggiori  e  più  salde  della 
scienza  umana  e  della  umana  speculazione.  Non  per- 
tanto, ella  pure  à  i  suoi  postulati  e  questi  non  s'in- 
dovinano. Onde  Cartesio,  che  volle  tentarlo,  fu  dai 
filosofi  sperimentali  trovato  in  errore  e  con  ciò  solo  man- 
darono a  fondo  il  sistema.  Gli  Hegeliani,  a  cui  non  è 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  85 

lecito  d' ignorare  le  leggi  del  moto,  mi  sembra  che  ado- 
perino peggio  di  Cartesio,  interpretandole  in  modi 
strani  e  facendo  sembiante  di  dedurle  a  priori  col 
taHsinano  di  quelle  loro  generalità  della  nozione  este- 
n<Mre  a  se  stessa  ovvero  della  materia  che  cerca  una 
forma,  ovvero  anche  della  idea  che  alienandosi  in 
mille  particolari  e  in  mille  individualità  procaccia 
di  pervenire  alla  vita,  al  senso  ed  all'  intelletto.  Ma 
non  si  tratta,  o  signori,  di  adattare  ai  casi  concreti 
quelle  vuote  concezioni  che  tutto  abbracciano  e  nulla 
strìngono.  La  difficoltà,  o  parlandosi  con  esattezza,  la 
impossibilità  giace  in  quel  punto  in  cui  converrebbe 
dedurre  a  priori  le  specie  peculiarìssime  delle  cose  ;  e 
intendiamo  quella  entità  singolare,  onde  la  materia 
ed  il  moto,  per  via  d' esempio,  differiscono  da  ogni 
altra  esistenza  ;  e  cosi  d' ogni  rimanente. 

«  Avvi  una  prima  e  astratta  manifestazione  della  ma- 
»  teria;  e  come  questa  possiede  una  esistenza  distinta 
»  dalla  natura,  avvi  una  relazione  della  materia  con 
»  se  medesima,  la  quale  in  tal  guisa  si  pone  in  istato 
^  d' indipendenza  a  rimpetto  delFaltre  determinazioni.  E 
»  simile  identità  universale  della  materia  è  la  luce.  »  Con 
qu^te  parole  deirHegel  tu,  mi  penso,  ài  chiarissima  in 
mente,  o  lettore,  Tidea  della  luce,  e  comprendi  a  mera- 
viglia quello  che  sia  e  la  vedi  procedere  dal  concetto  di  ma- 
teria con  la  necessità  logica  che  il  rettangolo  esce  dalla 
somma  dei  tre  !  Con  gli  stessi  vocaboli  più  universali  e 
indeterminati  del  mondo  e  col  metodo  stesso  di  deduzio- 
ne è  spiegato  e  dimostrato  a  priori  quello  che  sia  V  aria, 
il  fuoco,  la  terra,  l' acqua,  il  calore  e  va'  discorrendo. 

172.  —  Scherza  coi  fanti  e  lascia  stare  i  santi,  dice 
un  proverbio  italiano:  ed  io  volgendomi  agli  Hegeliani 


86  LIBRO  PRIMO. 

direi  loro  per  amicizia:  scherzate  con  le  nozioni  e  le 
concezioni,  se  v'  aggrada  ;  ma  i  fatti  lasciateli  stare  ;  che 
nonostante  che  vi  rimaniate  sempre  nelle  inaccessibili 
astrazioni  della  vostra  idea  che  va  viene  e  non  si  trat- 
tiene, pure  non  iscanserete  le  smentite  dei  fatti  e  sbu- 
giardarli non  è  possibile  e  dalla  loro  sentenza  non  e'  è 
appello  ;  e  quando  anche  vi  pronunziate  sopra  cose  non 
possibili  a  sperimentare,  la  evidenza  dei  teoremi  geome- 
trici  vi  condanna.  Citiamo  un  sol  caso  per  mille.  Hegel 
asserisce  che  se  il  pendulo  dopo  alquante  oscillazioni  si 
ferma,  ciò  non  proviene  per  l' attrito  e  per  V  aria  am- 
biente, ma  si  perchè  la  gravitazione  supera  ed  annulla 
in  poco  di  tempo  la  forza  accidentale  contraria.  L'esem- 
pio fu  scelto  con  finissimo  accorgimento.  Gonciossiachè 
il  fatto  non  darà  mai  prova  sensata  della  perpetuità  e 
inalterabilità  del  movimento  del  pendulo.  Nientedime- 
no, scordò  il  grand^  uomo  che  V  impulso  accidentale 
suscita  bensì  e  determina  nel  pendulo  la  forza  motiva 
ma  non  la  crea.  Né  pose  mente  che  ogni  qualunque 
forza  meccanica  à  questo  carattere  di  perseverare  uni- 
forme ed  inalterabile  appunto  perchè  V  impulso  este- 
riore opera  occasionalmente  e  non  efficientemente.  It 
perchè  le  forze  meccaniche,  o  picciole  o  grandi,  acci- 
dentali o  no,  sono  valutate  a  capello  e  in  anticipazione 
dal  calcolo.  Ed  eziandio,  rispetto  al  pendulo,  può  il  cal- 
colo misurare  con  esattezza  squisita,  quanto  saranno 
(poniamo)  più  veloci  o  quanto  più  durevoli  le  oscil- 
lazioni secondo  che  V  aria  verrà  rarefatta  o  sce- 
mato r  attrito  od  altre  circostanze  mutate.  Quindi  la 
legge  chie  apparisce  nel  moto  del  pendulo  (per  chi 
non  nega  la  intera  fisica  matematica)  à  la  stessa  ne- 
cessità e  permanenza  di  tutte  le  altre  moderatrici  del 
sistema  solare  e  le  quali  tutte  non  cambieranno  tenore 
<*  Se  r  universo  pria  non  si  dissolve.  » 


DEL  FINITO  IN  SE.  87 


AroRiSMO  IV. 


173.  —  Gli  antichi  per  virtù  di  traslato  fecero  il  mo- 
vimento sinonimo  di  mutazione;  ma  bene  è  manifesto 
che  dove  non  fosse  spazio  ne  corpo,  nemmanco  sarebbe 
il  moto  ;  e  pure  vi  si  potrebbe  concepir  mutamento  o 
per  dir  meglio  tornerebbe  strana  cosa  e  non  concepibile 
che  in  un  mondo  spirituale  si  ma  finito  non  accades- 
sero mutazioni.  Imperocché  ei  si  rimarrebbe  inferiore 
d' assai  al  mondo  corporeo,  in  quanto  questo  mediante 
le  mutazioni  potrebbe  ampliare  e  perfezionarsi.  Noi 
dobbiamo  adunque  aggrandire  e  universaleggiare  il  con- 
cetto di  mutazione  e  cercarne  un  principio  applicabile  a 
tutto  il  creato. 

174.  —  Ora  cotesto  principio  non  può  consistere  salvo 
che  nel  riporre  la  mutazione  nell'  atto  essenziale  me- 
desimo del  subbietto  operante,  al  modo  che  fu  avvi- 
sato per  le  forze  corporee.  Sarà  dunque  il  subbietto 
operante  una  causa  conforme  sempre  a  sé  stessa  e  cau- 
sante sempre  ad  una  maniera;  se  non  che  questa  sarà 
per  appunto  costituita  in  un  certo  mutare  uniforme- 
mente ripetuto.  E  per  via  d' esempio,  gli  enti  spirituali 
per  una  mutua  promozione  usciranno  prima  dal  loro 
essere  potenziale  e  troverannosi  in  certo  atto  e  grado 
di  volontà.  Poi  nel  secondo  momento  per  la  essenziale 
natura  delF  atto  medesimo  il  grado  sarà  replicato  e  così 
nel  terzo  ed  in  seguito;  di  maniera  che,  conforme 
accade  fra  i  corpi  ne'  quali  prosegue  tuttavia  il  moto 
per  aggiungimento  d'impulso  e  di  spazio,  così  prò- 
}^ua  tra  gli  spiriti  T incremento  del  volere;  il  quale 
con  lo  incremento  suo  stesso  può  quindi  venir  promo- 
vendo altre  facoltà  e  vogliam  dire  altra  sorta  di  mu- 
tazione. 


88  LIBRO  PRIMO. 

Afobismo  V. 

175.  —  Tuttociò  per  altro  è  suppositivo  non  solo  ma 
puramente  analogico  e  piuttosto  che  discoprire  le  leggi 
del  mondo  spirituale  dimostra  la  insufficienza  della 
fantasia  uman^,  che  sentesi  astretta  a  pigliare  dalle 
figure  del  mondo  corporeo  il  concetto  e  l' immagine  di 
quel  mondo  spirituale 

«  Dove  chiave  di  senso  non  disserra.  » 

176.  —  Ed  anzi  quanto  pili  guarderemo  dentro  Tipo- 
tesi,  più  parrà  malagevole  a  intenderla  per  non  dire 
affatto  impossibile.  Attesoché  imparammo  non  molto 
addietro  V  attività  degli  enti  finiti  trovare  al  di  fuori 
r  oggetto  od  il  termine  suo  ;  e  simile  oggetto  o  termine 
doversi  proporzionare  air  attività  siccome  questa  a 
quello.  La  volontà,  pertanto,  svegliata  nel  supposto  ente 
spiiìtuale  ricerca  non  solo  un  oggetto,  ma  eziandio 
certa  proporzione  e  convenienza  con  esso.  E  per  fermo, 
sente  ciascuno  che  per  volere,  bisogna  voler  qualche 
cosa  e  un  più  forte  volere  seguita  a  più  forte  impulso 
oggettivo.  Perchè,  dunque,  nell'ente  spirituale  cresca  via 
via  il  grado  di  volontà,  occorre  che  cresca  in  antece- 
denza l'oggetto  di  quel  volere.  Ma  quando  poi  cotal 
moto  dell'  animo  non  conseguisca  ne  poco  ne  molto 
l'oggetto  suo,  la  relazione  costituita  fra  q uè' due  ter- 
mini è  falsa,  e  quindi  viene  abolita  fra  loro  ogni  pro- 
porzione ed  ogni  convenienza.  l'orza  è  dunque  che 
l'oggetto,  0  parte  di  lui  per  lo  manco,  sia  conseguita. 
E  però  accade  non  solamente  che  vi  sia  un  potere 
proporzionato  all'oggetto  e  alla  volontà,  ma  che  va- 
dano tutti  e  tre  in  infinito.  Dappoiché,  se  il  volere 
soddisfatto  si  ferma,  non  v'  é  più  mutazione.  Se  ri- 
comincia nel  modo  stesso  anteriore,  del  pari  muta- 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  89 

zione  non  à  più  luogo.  D'altro  canto,  ogni  successione 
progressiva  ed  interminabile  à  suo  fondamento  nel!' in- 
finito ;  il  che  sta  fuori  della  nostra  considerazione  ;  dac- 
ché noi  intendiamo  per  al  presente  conoscere  quello 
die  i  finiti  sono  e  valgono  Tuno  a  rispetto  dell'altro. 

177.  —  Quando  poi  si  ricorra  all'  ipotesi  d' un  in- 
cremento limitato  e  nondimeno  sì  fatto  che  avendo  mu- 
tate le  condizioni  dell'  ente  spirituale  diventi  cagione 
promotrice  d' altro  cambiamento  e  poi  d' altro,  noi  av- 
vertiamo per  prima  cosa  il  soverchio  cumulo  di  sup- 
posti che  accade  di  mettere  insieme  per  ricavare  da 

•essi  tutti  un  principio  di  mutazione;  e  quanto  somigli 
cotal  principio  al  presupposto  non  guari  accettabile  del- 
l' armonia  prestabilita.  Indi  ci  rechiamo  al  pensiero  che 
tal  principio  non  è  perpetuo.  Conciossiachè,  provocata 
che  sia  da  lui  la  serie  intera  dei  supposti  incrementi 
e  quelle  altre  mutazioni  ohe  abbiam  figurato  a  quelle 
connettersi,  toma  la  necessità  o  di  ricominciare  ogni  cosa 
nella  maniera  stessa  o  di  fermarsi.  £  ciò  è  »i  vero,  che 
Leibnizio  volendo  perpetuare  le  serie  delle  mutazioni 
po6e  a  dirittura  nelle  monadi  una  specie  d' infinito. 

Aforismo  vi. 

178.  —  V  à  per  altro  un'  altra  forma  pensabile  del 
principio  di  mutazione  in  un  mondo  al  tutto  spirituale 
ed  è  soprammìsura  più  alta  e  più  confacevole  a  quella 
grande  maggioranza  che  tener  debbo  lo  spirito  sulla 
materia  ;  e  la  forma  consiste  nelP  attribuire  ad  esso , 
spirito  parte  della  causalità  prima  e  incondizionata  o 
vogliam  dire  la  libertà.  Per  lo  certo,  ponendosi  in 
un'  anima  la  potestà  di  accrescere,  sminuire,  interrom- 
pere o  proseguire  a  sua  posta  quell'impulso  operoso 
ch'ella  diflFonde  nelle  sue  facoltà  e  negli  organi,  ovvero 


90  LIBRO  PRIMO. 

resistere  od  agevolare  ad  arbitrio  suo  l'effetto  delle  azioni 
esteriori,  ne  ridonda  una  serie  di  mutamenti  che  può 
quindi  eccitarne  ed  occasionarne  innumerevoli  altri.  E 
posto  ancora  che  non  si  conceda  cotesta  sequela  non  ter- 
minabile d' innovazioni,  certo  è  che  la  libertà  muta  ed 
innova  sempre  le  cose  in  tale  significato  eh'  ella  è  nel- 
r  arbitrio  continuo  di  volere  o  disvolere,  di  romper 
l'azione  o  di  proseguirla;  nel  che  risiede  un  principio 
opposto  alla  necessità  per  la  quale  ogni  cosa  dee  pro- 
seguire identicamente  e  invariabilmente  nelP  atto  o 
nella  virtualità  in  cui  trovasi. 

179.  —  Ma  contro  cotesta  forma  sublime  di  causa,  o  * 
tu  la  chiami  partecipazione  di  prima  e  incondizionata 
efficacia,  insorgono  le  necessità  tutte  e  le  insufficienze 
del  finito  che  abbiamo  discorse;  onde  occorrono  altre 
nature  di  fatti  e  altre  considerazioni  per  rimoverle  e 
superarle  così  nell'  ordine  delle  realità  come  del  pen- 
siere.  Rimanga  qui  dunque  per  al  presente  cotesto  cenno 

e  ripigliamo  la  trattazione  al  termine  dov'  è  pervenuta. 
E  veggasi,  intanto,  come  la  pura  speculazione  intomo 
all'  attività  e  spontaneità  del  finito  conduca  il  pen- 
siero a  fermarsi  nel  supposto  del  libero  arbitrio;  ri- 
mosso il  quale,  viene  sottratta  al  finito  incorporeo 
perfino  la  possibilità  del  mutare  e  quindi  la  possibi- 
lità di  accrescere  e  perfezionare  sé  stesso. 

Aforismo  vii. 

180.  —  Visto  e  fermato  che  la  forza  motrice  è  in- 
sita negli  atomi  e  nelle  molecole,  almeno  quale  facoltà, 
se  non  quale  determinazione,  diciamo  ch'ella  non  è 
mai  trasferibile  in  altro;  perchè  ninna  sostanza  vale 
il  trasmettere  l'attività  in  un  subbietto  non  attivo  o 
non  fornito  di  quella  speciale  efficacia.  Trasmettere  o 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  91 

infondere  un'  attÌTÌtà  vuol  significare  che  s' infonda  in 
altri  una  forza  o  principio  efficiente  e  però  si  crei  den- 
tro a  un  subbietto  sostanziale  un  nuovo  subbietto.  E  ciò 
lignifica  o  produrre  una  sostanza  la  quale  sia  modo  o 
produrre  un  modo  il  qual  sia  sostanza.  Di  più;  torna 
contradittorio  asserire  che  la  sostanza  divenga  attiva 
per  UDO  stato  passivo;  conciossiachè  quello  che  si  ri- 
ceve induce  una  reale  passività  in  quanto  induce  un 
effetto  e  dal  di  fuori  viene  operato. 

181. —  La  comunicazione  del  moto  è  però  non  una 
prestanza  di  forza  e  di  efficacia  motiva  impossibile  a 
darsi,  impossibile  a  riceversi,  ma  certa  modificazione 
profonda  ed  appariscente  dell'  attività  propria  del  corpo 
eccitata  dal  di  fuori;  è  insomma  la  forza  stessa  mo* 
tiva  del  corpo  la  quale  per  V  impulso  esteriore  o  tra- 
passa dalla  potenza  all'  atto  e  dall'  occultazione  alla 
manifestazione,  ovvero  è  libera  dell'impedimento  che 
la  costringeva  alla  forma  e  ai  limiti  del  solo  conato. 

AroRisMo  Vin. 

182.  —  Posto,  dunque,  che  il  moto  non  si  comunichi, 
gli  effetti  esteriori  delle  forze  istantanee  debbono  pro- 
seguire perenni  e  immutabili.  Onde  la  pietruzzola,  a 
pur  citare  un  esempio,  scagliata  dalla  mano  di  un  putto 
quando  fosse  libera  nel  moto  suo  e  da  ninno  impulso 
contrario  sollecitata  proseguirebbe  a  correre  equabil- 
mente negli  spazi  infiniti  per  la  serie  di  tutti  i  secoli.  Ma, 
certo,  sarebbe  la  essenza  costitutrice  della  pietruzzola 
non  il  braccio  del  piitto  cagione  di  ciò. 

183. — Per  simile,  egli  è  sicuro  che  il  moto  libero 
degli  atomi  si  compirà  sempre  in  linea  retta  e  perfet- 
tamente uniforme  a  sé  stesso.  Perocché,  dovendo  il  moto 
degli  atomi  nel  secondo  momento  tornare  ugualissimo 


92  LIBRO  PRIMO. 

air  altro  accaduto  nel  primo,  non  possono  per  nulla, 
alterarsi  né  la  direzione  di  esso  moto  né  la  velocità 
né  altra  condizione  e  accidenza. 

Aforismo  IX. 

184.  —  Ed  anche  conseguita  dal  principio  annunziato 
che  la  somma  delle  forze  motrici  dee  sempre  riuscire 
la  stessa  invariabilmente;  siccome  venne  osservando 
Leibnizio  contro  il  supposto  cartesiano  che  avesse  a 
permanere  medesima  eziandio  la  quantità  di  moto.  Pei* 
fermOy  se  le  forze  sono  piìì  che  spesso  impedite  di  spiegare 
il  lor  movimento  e  possono  giacere  assai  tempo  in  istato 
virtuale  od  anco  tornarvi,  nessuna  necessità  costringe  la 
mente  a  giudicare  la  somma  del  moto  identica  sempre 
a  sé  stessa,  quando  anche  ciò  si  avverasse  nel  fatto. 

A, 

185. — Né  contraddicono  a  ciò  le  veramente  mirabili 
corrispondenze  ed  equivalenze  trovate  oggidì  dai  fisici 
tra  tutte  le  sorte  di  moto  e  comunque  sieno  suscitate 
o  per  affinità  chimiche  o  per  forze  meccaniche  o  per 
vibrazioni  di  etere.  Tali  sorte  diverse  di  moto,  noi  ri- 
petiamo, si  rispondono  e  misurano  esattissimamente, 
sempre  che  sieno  in  atto  ;  e  la  mente  altresì  presume 
e  prenunzia  con  somma  precisione  quello  che  accaderà 
di  loro  varcando  dalla  potenza  all'atto. 

186.  —  Nel  modo  stesso  che  il  movimento  non  si 
comunica,  egli  nemmanco  trasmutasi  in  questo  speciale 
significato  che  una  forza  si  trasformi  in  un'  altra,  come 
usano  dire  oggidì  con  poca  precision  di  parlare  molti 
naturalisti.  Le  forze  le  quali  da  ultimo  sono  atti  o  po- 
tenze formali  ed  essenziali  dei  subbietti  entro  cui  risie- 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  93 

dono,  serbano  inalterabile  Tessere  loro  e  la  loro  effi- 
cacia per  la  ragione  che  non  possono  farsi  causa  di 
perdere  e  annullare  sé  stesse  diventando  un  altro,  ossia 
facendo  che  un  altro  essere  pigli  il  luogo  ed  ufficio 
loro.  Oltreché,  notavasi  già  più  sqpra  che  ogni  natura 
di  cosa  mantiensi  perpetuamente  quello  che  é  e  quello 
che  opera  nelT  istante  primo  dell'  esistere  ;  e  sebbene 
paò  soggiacere  a  molte  azioni  e  modificazioni  esterne, 
rintimo  subbietto  suo  non  cambia,  e  quelle  azioni  sono 
ricevute  secondo  l'innata  disposizione  del  ricevente. 

Afobismo  X. 

187.  — Egli  é  chiaro  che  una  virtù  motrice  quale- 
chessia  non  sale  dalla  potenza  all'atto  quando  le  manchi 
ogni  direzione  di  moto.  Nelle  esistenze  finite  ogni  cosa 
è  determinata  e  singola,  e  però  un  moto  esente  da  ogni 
direzione  non  é  determinato  né  singolo.  Ma  d'altro 
canto  r  impulso  esteriore  che  sveglia  la  virtù  motrice, 
essendo  determinato  e  singolo  esso  medesimo,  non  può 
altramente  eccitare  che  in  modo  a  sé  conformissimo, 
e  però  suscita  la  virtù  motrice  insieme,  e  certa  dire- 
zione di  lei.  Quindi  e  il  moto  e  la  direzione  si  perpe- 
tuano e  mai  non  si  mutano.  Come  poi  da  qualchessia 
mutamento  possono  venirne  eccitati  altri  o  per  promo- 
zione o  per  efficienza  o  per  mero  impulso  occasionale, 
di  simile  maniera  può  il  moto  passivo  farsi  causa  oc- 
casionale del  moto  attivo,  secondoché  andremo  spie- 
gando a  convenevole  luogo. 

Aporismo  XI. 

188.  —  Si   fa  manifesto  che   tra  forze  uguali  in- 
terverrà pure  uguaglianza  perfetta  e  perfetta  recipro- 


94  LIBRO  PRIMO. 

cazìone  dell'  agirle  del  patire.  La  qual  cosa  i  mate- 
matici esprimono  dicendo  la  reazione  dover  pareggiare 
r  azione.  Così  un  corpo  attrae  con  tanto  dì  forza  con 
quanta  viene  attratto  e  giusta  la  proporzione  rispettiva 
di  loro  masse. 

Apobismo  XII. 

189.  —  Abbiamo  veduto  qua  poco  addietro  che  nello 
spazio  e  nella  materia  il  principio  di  mutazione  con- 
siste in  un  atto  essenziale  di  moto  che  sempre  e  unifor- 
memente ripete  sé  stesso.  Ma  perchè  a  svegliare  cotale 
atto  è  spediente  l'impulso  esteriore;  e  questo  medesimo 
racchiude  un  atto  essenziale  di  mutazione,  egli  accade 
che  nel  secondo  momento  l'impulso  non  può  tornare 
identico  assolutamente  se  non  in  quanto  dee  contenere 
il  principio  stesso  di  mutazione  che  forma  V  essenza 
dell'  atto,  e  sebbene  d'  altra  parte  tal  mutazione  riesca 
simile  e  costante  con  se  medesima.  Laonde,  a  dir  tutto 
in  breve,  consiste  la  mutazione  in  solo  incremento  ed 
aggiungimento  di  quantità.  Occorre  adunque  che  1'  atto 
secondo  essenziale  aggiungasi  al  primo  e  così  di  se- 
guito, e  da  ciò  è  spiegata  evidentemente  l'origine,  e  de- 
finito il  perchè  universale  e  astratto  delle  forze  acce- 
leratrici. 

A. 

190.  —  Di  tal  guisa,  tenendo  la  mira  alle  nozioni  e 
definizioni  che  noi  ricaviamo  dialetticamente  dai  pri- 
mitivi concetti  dell'ente  finito  e  della  materia  movi- 
bile,  non  sembra  malagevole  venir  dimostrando  per 
semplice  raziocinio  i  principj  più  generali  della  mec- 
canica. 


DEL  FINITO  IN  SE.  95 

Aforismo  XIII. 

191.  —  Co8Ì  questo  fatto  generalissimo  dell'attra- 
zione delle  masse  o  parlandosi  più  preciso  questo  vo- 
cabolo cUtrasione,  a  cui  si  rimprovera  di  significare  un 
che  di  misterioso  di  suppositivo  e  d'indefinibile,  con- 
vertirebbesi  in  un  principio  razionale  e  patente  e  vor- 
rebbe esprimere  nulla  più  che  1'  atto  impulsivo  e  reci- 
proco onde  le  masse  acquistano  1'  efi'ettuazione  e  la 
direzione  di  loro  forza  virtuale  motrice,  la  qual  vedremo 
più  avanti  in  che  guisa  piglia  e  mantiene  il  carattere 
attivo. 

Aforismo  XIV. 

192.  —  Ma  pervenuti  i  corpi  al  contatto  scambie- 
vole, credo  che  la  mente  può  pronunziare  la  loro  im- 
penetrabilità. Per  fermo,  se  la  penetrazione  vuol  dire 
annullamento  dello  esteso,  i  corpi  cessano  d' essere  tali, 
perocché  sta  nella  essenza  loro  di  comparire  nello  spa- 
zio e  con  certa  individuata  determinazione  dello  spazio 
medesimo.  Quando  poi  s'intenda  della  penetrazione  delle 
fòrze,  egli  è  chiaro  che  gli  atti  possono  bene  compe- 
netrarsi, salvo  sempre  il  subbietto  distinto  e  incomu- 
nicabile. Una  penetrazione  ulteriore  equivale  alla  con- 
sumazione totale  dell'  essere. 

A. 

193.  —  In  tutti  questi  aforismi  ci  sembra  con  suflR- 
cienza  aver  tratteggiato  l' ente  finito  siccome  subbietto 
e  cagione  attiva  e  indagando  il  suo  principio  di  mu- 
tazione massime  nelle  nature  corporee.  Ma  noi   toc- 


96  LIBRO  PRIMO. 

cammo  più  sopra  della  congiunzione  e  come  i  finiti 
\aIgono  per  essa  a  fuggire  in  piìi  modi  le  loro  limita- 
zioni più  anguste  e  immediate.  E  sebbene  cotesto  allon- 
tanamento, 0  se  piace  meglio,  cotesta  vittoria  sopra  i 
limiti  accader  non  possa  per  un'  azione  cieca  e  fortuita 
quantunque  scambievole,  e  qui  pure  sia  necessario  l'in- 
tervenimento  continuo  della  ragione  e  delle  finalità,  non 
di  meno  per  compiere  questa  parte  della  trattazione  che 
è  volta  a  far  conoscere  la  impotenza  del  finito  in  se 
stesso  e  le  necessità  ed  insufiicienze  che  d'ogni  banda  lo 
stringono,  verremo  in  breve  delineando  parecchie  di  tali 
necessità  ed  insufiicienze  che  incontra  la  congiunzione 
medesima  e  non  ostante  che  il  raziocinio  introduca  in 
lei  senza  quasi  avvedersene  certa  ragione  e  finalità 
nelle  sue  specie  e  ne' suoi  conseguenti. 

Aforismo  XV.  ^ 

194.  —  Primamente,  fu  avvisato  più  sopra,  che  la 
insuflBcienza  e  tenuità  dei  finiti  à  potere  di  compen- 
sarsi in  più  guise,  e  fra  l' altre  di  spiegare  le  facoltà 
proprie  ovvero  dilatarne  1'  eflScacia  mediante  la  con- 
giunzione e  cooperazione  dei  simili.  Ma  questi,  dove  non 
abbiano  alcun  che  di  diverso,  o  non  operano  affatto  ov- 
vero non  inducono  alcun  moto  di  variazione.  In  secondo 
luogo,  la  cooperazione  non  à  efScacia  veruna  se  negli 
aggregati  stessi  dei  finiti  non  è  un  qualche  principio 
di  permanenza  e  di  resistenza  il  quale  risponda  per  li 
composti  alla  impenetrabilità  dei  semplici  o  vogliam 
dire  degli  atomi.  Salvo  che  questo  principio  medesimo 
di  conservazione  e  di  resistenza  non  sembra  venir  de- 
dotto dalla  natura  universale  dei  finiti  corporei;  av- 
vegnaché dall'  incontro  disordinato  delle  forze  corporee 
giudicheremo  dover  risultare  un  congregarsi  e  un  di- 


DEL  FINITO  IN  SE.  97 

sciogliersi  altrettanto  disordinato,  ovvero  una  immobilità 
generale  e  senza  riscossa.  Non  è  dunque  il  detto  principio 
essenziale  ai  corpi  e  nativo;  e  conviene  pensarlo  come 
fatto  in  essi  e  costituito  originalmente  e  razionalmente, 
e  vale  a  dire  con  intendimento  del  fine. 

Allora  è  lecito  d' immaginare  che  gli  aggregati  sieno 
fatti  e  mantenuti  da  tali  forze  di  coesione  e  di  aflBnità, 
le  quali  non  solamente  resistano  con  vigorezza  a  forze 
contrarie,  ma,  turbate  nel  loro  equilibrio  e  nell'  ordine  e 
forma  delle  molecole  dove  risiedono,  ristaurino  gagliar- 
damente si  Funo  e  si  T altro;  il  che  domandasi  general- 
mente la  elasticità  dei  corpi.  Nel  caso,  adunque,  più 
semplice  delP  aggregazione  e  cooperazione  dei  simili,  fa 
bisogno  certa  diversità  almeno  di  forma  e  collocazione 
tra  le  molecole;  e  nel  complesso  loro  ordinato  e  confi- 
gurato fa  bisogno  certa  energia  naturale  da  non  potere 
essere  coatta  salvo  che  in  certi  limiti.  D'altra  parte,  que- 
sto resistere  d' ogni  ente  alle  azioni  esteriori  dove  non 
fosse  nel  più  dei  casi  tonfinato  entro  gli  ultimi  com- 
ponenti de' corpi,  ma  esteso  invece  ad  ogni  composto 
e  ad  ogni  molecola,  farebbe  impossibile  quella  continua 
trasmutazione  di  figure,  di  qualità  e  di  atti,  che  è  ne- 
cessario al  mondo  chimico  e  al  mondo  organico.  Di  tal 
guisa  la  finità  tragittando  le  cose  da  un  estremo  ad  un 
altro  sempre  ricerca  una  qualche  legge  di  proporzione 
e  di  misurata  varietà  e  medesimezza. 

Afobismo  XVI. 

195.  —  Dicemmo  i  finiti  poter  fuggire  i  limiti  loro 
con  la  varietà  degli  atti  e  dei  modi  raccolta  ed  eccir 
tata  nella  unità  del  subbietto,  ovvero  con  la  quantità 
estensiva  e  intensiva  accresciuta  in  ciascuno  di  essi; 
e  tatto  ciò  mediante  la  congiunzione  del  simile,  la  par- 

Mahiari.  —  li.  *>     7 


98  LIBRO  PRIMO. 

tecipazione  del  diverso  e  Y  appropriazione  dell'  uno  e 
dell'altro  per  virtù  dell'organamento,  assumendo  cotal 
vofe  nelle  sue  diverse  accezioni  e  dilatazioni.  Imperocché 
il  finito,  insino  a  tanto  che  è  solo,  non  esce  dalla  identità 
inalterabile  della  sua  essenza  primitiva  ed  ingenita. 
Ma  in  tutte  queste  sorti  e  maniere  d' ampliazione  in- 
contrasi un  limite  molto  prossimo  e  contro  il  quale  è 
inefficace  l'azione  medesima  di  principj  superiori  spi- 
xituali  quando  sieno  creati  e  finiti.  E  prima,  sebbene 
tu  voglia  dentro  un  subbietto  fingere  assai  numerosa 
la  varianza  delle  facoltà  e  dei  modi,  tuttavolta  simile 
varietà  e  numero  non  può  uscire  dalla  specie  a  cui  ap- 
partiene il  subbietto  medesimo;  e  se  contiene,  per  via 
d' esempio,  le  qualità  minerali,  esclude  da  se  le  gazose 
ovvero  le  vegetabili  o  le  animali.  Conciossiachè  nel  sub- 
bietto deve  sussistere  una  natura  semplice  insieme  e 
determinata  e  le  sue  condizioni  ed  attribuzioni  deb- 
bono serbare  con  lei  certa  omogeneità  e  coerenza. 

• 

A. 

196.  —  Ciò  torna  contrario  a  coloro  che  fanno  della 
natura  un  essere  talmente  proteiforme  che  nessuna  spe- 
cie vi  è  separata  e  permanente  ;  ma  l' una  trasmutasi 
o  può  trasmutarsi  nell'  altra  ;  dacché  ogni  cosa  per 
detto  loro  è  virtualmente  in  ogni  cosa.  Intanto,  i  chi- 
mici vanno  riconfermando  ciascun  dì  maggiormente  che 
le  trasformazioni  degli  elementi  non  sono  possibili;  e 
se  le  forze  strumentali  onde  fanno  uso  crescono  di  mano 
in  mano  di  potenza  scompositiva,  ne  risulta  bensì  un 
numero  sempre  maggiore  di  principj  semplici,  ma  non 
mai  la  essenziale  metamorfosi  dell'  uno  nell'  altro.  Anzi 
fu  deriso,  non  fa  molti  anni,  quel  Brown  di  Edimburgo 
che  disse  avere  trasmutato  il  ferro  in  rodio  e  il  para- 


DEL  FINITO  IN  8È.  99 

cianogene  in  silicio;  non  volendo  qui  ricordare  la  va- 
nità dei  vecchi  alchimisti  vissuti  qualche  secolo  nella 
speranza  di  cambiar  gli  elementi  per  congegno  di  for- 
nelli e  lambicchi. 

197. — Noi,  concordi  pur  sempre  col  senso  comune, 
didamo  invece  che  non  potendo  nei  finiti  apparire  la 
pienezza  e  compitezza  della  unità  vi  apparisce  in  cam- 
bio suo  e  spartitamente  la  disgregata  e  inesauribile 
diversità;  e  le  forme  poi  diverse  degli  enti  durano  nella 
sostanza  loro  perpetue  e  non  alterabili,  perchè  niuna 
forza  creata  varrebbe  ad  annullarle;  e  la  mutazione 
introdotta  per  sino  nell'intimo  atto  essenziale  sappiamo 
che  porterebbe  un  annullamento  ed  un  porre  altro  es- 
sere in  luogo  del  primo. 

Afobismo  XVII. 

198.  —  Toccammo  in  parecchi  aforismi  delle  neces- 
sità insuperabili  entro^cui  si  stringe  cosi  la  congiunzione 
del  simile  e  la  partecipazione  del  diverso,  come  il  per- 
venire a  qualche  maniera  ed  opera  di  macchinismo  e 
di  organamento.  Ora  aggiungiamo  che  ad  ogni  orga- 
namento il  pili  raaraviglioso  e  squisito,  e  ancora  che 
tutto  pensato  e  voluto  in  ordine  al  fine,  aderisce  un 
limite  oltre  il  quale  non  può  valicare.  Per  fermo,  esso 
debbe  mantenersi  omogeneo  con  sé  medesimo  e  con  le 
forze  che  lo  governano.  Quindi  il  ruminante,  per  via 
d'esempio,  si  muore  nudrito  di  carne,  e  il  carnivoro  nu- 
drito  di  fieno.  Debbe  venire  disposto  a  un  fine  determi- 
nato e  diciamo  pure  a  più  fini,  ma  sì  analoghi  in  fra 
di  loro  e  non  diversi  ed  eterogenei  ;  l' uccello  è  disposto 
al  volo,  al  canto  e  ad  ovificare,  non  al  nuoto  od  allo 
strisciare  sul  suolo  od  a  filare  il  suo  bozzolo.  Né  mai  può 
r  organamento  uscire  da  certa  misura  e  compensazione 


100  LIBRO  PRIMO. 

tra  la  semplicità  dei  mezzi  e  la  grandezza  ed  efficacia 
dell'  effetto  finale.  Che  se  V  organamento  si  dilata  e  si 
complica,  di  leggieri  eziandio  si  scompone  e  disordina. 
Se  il  contrario  accade,  riesce  non  sufficiente  o  poco 
efficace.  E  quando  i  mezzi  coordinati  all'opera  finale 
del  tutto  sono  inferiori  e  sono  distolti  dagli  abiti  proprj 
e  sottratti  in  parte  alle  leggi  loro  ordinarie,  essi  per 
virtù  della  essenza  nativa  procacciano  sempre  di  ri- 
tornarvi, e  però  la  distruzione  procede  ognora  di  costa 
alla  produzione.  Del  pari,  quando  lo  strumento  supera 
di  natura  e  di  nobiltà  la  materia  sopra  la  quale  dee 
spiegare  la  virtù  sua  intrinseca,  trova  ciò  impedito 
dalla  sproporzione  e  inferiorità  del  subbietto  passivo. 
Per  centra,  quando  lo  strumento  si  ragguaglia  troppo 
bene  col  mondo  ambiente,  può  di  leggieri  discordare 
e  sproporzionarsi  dalla  potenza  a  cui  serve.  Ma  è 
troppo  lunga  faccenda  registrare  ad  una  ad  una  le  im- 
possibilità, le  privazioni,  le  incompatibilità  e  le  insuffi- 
cienze d'  ogni  cosa  creata  ;  e  certo  più  entreremo  nel 
suo  midollo  e  più  ne  diverremo  capaci. 

Afobismo  XVni. 

199.  —  Ben  si  afferma  che  nel  finito  è  nascosto  l'in- 
definito ;  e  che  ponendosi  da  una  parte  un  numero  in- 
terminabile di  varietà  e  differenze;  e  dall'altra,  un 
numero  altresì  interminabile  di  combinazioni,  ei  se  ne 
può  dedurre  una  cotale  sembianza  e  maniera  d'infinito. 

200.  —  Ma  coloro  che  la  discorrono  così,  paiono  di- 
menticare che  l'indefinito  o  la  serie  sempre  crescente 
ed  inesauribile  che  s'  abbia  a  dire,  tuttoché  manifesti 
un  effetto  determinato  e  finito,  move  da  una  potenza 
infinita,  come  altrove  dimostrammo,  e  la  quale  poi  si 
prova  essere  superiore  ed  estrinseca  all'  indefinito  me» 


•    9     , 


DEL  FINITO  ÌN*.8È.  ::":''':  :•  :  IQl 


d^mo.  Adunque  l'indefinito,  lo  vuoi  nell'atto,  lo  vuoi 
nella  facoltà,  proviene  da  un  principio  che  non  à  limite 
ed  è  opposto  al  finito.  Questo  invece,  à  ben  circoscritte 
e  ben  numerate  le  sue  varietà  e  combinazioni.  Laonde 
Aristotele  o  le  scuole  da  lui  nominate  pensarono,  le 
cose  tutte  create  dover  ritornare  identiche  con  se  me- 
desime infinite  volte,  posto  che  il  mondo,  o  la  mate- 
ria per  lo  manco,  non  abbia  mai  principiato. 

AroBTSMo  XIX. 

201.  —  Per  ultimo,  se  la  creazione  è  attuata  a  fine 
di  bene  e  questo  debbe  venir  conseguito  a  grado  per 
grado;  conciossiachè  ogni  ampliazione  del  finito  non 
può  essere  se  non  successiva,  necessario  è  che  la  crea- 
zione sempre  si  muova.  Quindi  è  pur  necessario  che  i 
principi  ^*  ^^^  conosciuti  più  sopra  di  durabilità  e 
di  mutazione,  di  azione  e  di  resistenza  si  avvicendino 
con  regola  e  in  ogni  modo  operino  coordinatamente  a 
rispetto  del  fine.  Ma  d' altro  lato,  quelle  due  sorte  di 
principi  dimorando  in  certe  nature  determinate  ed  inal- 
terabili 0  trovano  le  une  inverso  le  altre  un  punto  di 
equilibrio,  ovvero  noi  trovano.  Nel  primo  caso,  abbiamo 
la  costanza  e  l'identità  nell'ordine  stesso  delle  muta- 
zioni ed  è  sbandita  la  forza  innovatrice  perpetua.  Nel 
secondo  supposto,  abbiamo  confusione  e  scomposizione 
soverchia  ed  improduttiva  od  abbiamo  da  capo  la  im- 
mobilità generale  per  compressione  o  separazione  di 
tutte  le  forze. 

202.  —  Se,  pertanto,  il  mondo  diventa  e  si  perfe- 
ziona, intendasi  bene  che  ciò  non  accade  e  accader  non 
potrebbe  mai  per  alcuna  virtù  eflSciente  cavata  dalle 
essenze  finite  operanti  in  se  o  fuori  di  sé.  Queste, 
in  quanto  che  anno  per  intrinseco  e  per  essenziale  la 


J02  :  .      :  :  LIBRO  PRIMO. 

privazione  e  limitazione,  sono  il  molteplice,  il  disgre* 
gato,  il  diverso,  l' eterogeneo,  il  discorde  e  il  disordi- 
nato come  si  disse  in  principio  di  questo  libro. 

A. 

203.  —  Gli  Hegeliani  nel  modo  che  disconoscono  af- 
fatto, per  mio  giudicio,  la  idea  del  vero  infinito,  cosi 
non  sembrano  aver  riguardo  alla  natura  e  necessità 
del  finito  da  noi  descritta.  E  per  fermo,  se  le  nozioni 
sono  appo  essi  il  principio  d' ogni  cosa,  è  da  chieder 
loro  come  le  originano  e  le  sviluppano.  Quando  le  fac- 
ciano determinazioni  eterne  d'  una  increata  idea  e  po- 
tenza, non  vi  sarebbe  divario  fra  me  e  loro;  e  converrebbe 
poi  domandare  in  che  guisa  tali  idee  o  nozioni  increate 
discendono  nel  contingente, nel  temporale  e  nel  limitato; 
ed  anche  precederebbe  a  tutte  logicamente  una  ca- 
gione ed  una  sostanza  infinita  contro  il  dogma  profes- 
sato da  essi  Hegeliani.  Ma  se  invece  quelle  loro  no- 
zioni escono  una  dopo  altra  dal  nulla  e  diventano 
effettualmente  quello  che  sono,  per  lo  certo  elle  fug- 
gir non  potranno  alcuna  delle  necessità  e  insuffi- 
cienze descritte  e  la  terminazione  continua  e  la  im- 
potenza generale  che  abbiam  notato  in  ciascuno  ente 
finito,  il  che  tutto  ripugna  al  carattere  universale  e 
assoluto  della  nozione.  Nessuna  ragione  poi  dee  va- 
lere a  persuaderci  che  la  nozione  uscendo  dal  nulla 
non  torni  similmente  nel  nulla.  Perchè  dura  ella  e  di- 
venta alcun' altra  cosa  e  non  piuttosto  si  consuma 
e  ritorna  indietro  e  diventa  da  ultimo  quello  Assoluto 
dei  Budisti  che  l' Hegel  à  talvolta  citato  a  favore  di 
sua  dottrina? 


DEL  FINITO  IN  SE.  103 


CAPO  SESTO. 

DEL   FINITO,   IN   QUANTO   È   ACCAGIONATO 
DELLA   ESISTENZA   DEL   MALE. 


Afobismo  I. 

204.  —  Chiedi  a  chicchessia  se  le  impotenze,  le  an- 
gustie e  le  necessità  del  finito  debbono  esser  credute 
un  bene  od  un  male,  subito  affermerà  questo  secondo. 
E  se  per  lo  contrario  verrai  componendo  la  idea  della 
perfezione  assoluta  col  levare  ogni  limite  a  tutte  le 
cose  che  paiono  buone,  come  la  bellezza,  la  scienza  e 
simili,  ognuno  estimerà  che  quella  perfezione  interis- 
sima  ed  illimitata  si  fa  sinonima  col  bene  infinito.  Ap- 
pare dunque  evidente  che  la  finità  delle  cose  è  cagione 
comune  e  perpetua  di  male.  Bonum  ex  causa  integra; 
malum  ex  quolihet  defectu, 

A, 

205.  —  Questo  concetto  di  porre  immediatamente  e 
sostanzialmente  la  cagione  del  male  nella  privazione  e 
limitazione  non  removibile  delle  cose  è  più  moderno 
che  antico;  o,  a  dir  più  giusto,  la  espressione  sua  ricisa 
e  assoluta  come  suona  o^gi  nelle  scuole,  non  trovasi, 
per  ciò  che  io  conosco,  in  nessun  antico  a  noi  perve- 
nuto e  nemmanco  in  Platone.  Questi  esclude,  certo,  ogni 
male  da  Dio  e  lo' confina  nella  materia  e  cosi  fanno 
Aristotele  e  gli  altri.  Quindi  se  nella  materia  giace  un 
subbietto  sostanzioso  eterno  e  increato,  rettamente  giu- 
dicò Zoroastro,  e  Manete  dopo  lui,  che  a  costa  al  prin- 


0 


104  LIBRO  PRIMO. 

cipio  del  bene  sedesse  in  trono  eziandio  il  principio  del 
male. 

206. — Ognun  sa  che  sant'Agostino  da  prima  credette 
a  Manete.  Ma  forse  per  deviare  da  lui  giovògli  non 
poco  lo  studiar  meglio  in  esso  Platone  ed  accorgersi 
che  il  divino  filosofo  attenuava  con  ogni  sforzo  la  so- 
stanzialità della  materia  (in  quanto  non  fatta  da  Dio) 
e  giungeva  a  dichiararla  una  mera  recettività.  Il  per- 
chè, se  il  male  si  origina  dalla  materia,  à  per  genitore 
piti  presto  una  negazione  che  cosa  effettuale  ed  assai 
positiva.  1)'  altra  parte,  sant'  Agostino  apprendeva  nelle 
scuole  cristiane  ortodosse  la  materia  essere  stata  come 
tutte  le  altre  cose  creata  dal  nulla  ;  e  però,  se  il  male 
proviene  da  lei,  conviene  recarlo  né  più  ne  manco  a 
Dio  autore  della  materia.  Quindi  fu  pronunziato  net- 
tamente da  sant'  Agostino  il  male  originarsi  da  quella 
limitazione  delle  cose  a  cui  non  le  può  sottrarre  nep- 
pure la  onnipotenza  divina.  Leibnizio  d' accordo  col 
maggior  numero  dei  teologi  e  dei  moralisti  rinnovò 
quella  sentenza  nella  sua  celebre  Teodicea.  Salvochè 
nel  corpo  dell'  opera  e  nel  Compendio  della  controver- 
sia dettato  da  lui  medesimo,  sembra  concedere  agli 
avversarj  eh'  egli  era  possibile  di  fare  un  mondo  esente 
dal  male.  Il  che  non  venendo  spiegato  ed  interpretato, 
combatte  1'  assioma  del  non  potere  nem  manco  Dio  as- 
solvere la  creazione  da  ogni  specie  di  finità  ;  e  però  da 
ogni  specie  di  male. 

Afobismo  U. 

207.  —  Ma  il  finito,  benché  converso  in  principio  cau- 
sale, à  carattere  privativo  e  non  eflSciente;  e  però  gli 
manca  ogni  potenza  di  creare  effetto  positivo.  D'altro 
canto,  i  torti  giudicj  umani  e  le  azioni  malvage  ;  il  do- 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  105 

lore  ed  altre  miserie  e  sofferimenti  delle  nature  sensi* 
bili;  la  bruttezza  e  deformità  naturale  di  alcuni  og- 
getti; r  impulso  alla  strage  e  alla  crudeltà  insito  in 
fMurecchi  animali;  i  terremoti,  le  pesti  ed  altri  flagelli 
che  troncano  anzi  tempo  le  vite  dMntere  generazioni, 
sono  aspetti  diversi  di  mal  positivo  a  cui  bisogna  asse- 
gnare altresì  una  positiva  cagione. 

Quindi  non  par  dileguata  per  niente  la  difficoltà 
del  dilemma  espresso  con  mirabile  brevità  e  forza 
da  Severino  Boezio  :  Si  Deus  est,  unde  malum  ?  Si 
iim%  est^  unde  banum? 

208.  —  Di  vero,  parlandosi  con  rigore,  la  limitazione 
delle  cose  create  necessita  solo  la  limitazione  del  bene. 
DoTea  perciò  comparire  in  esse  una  bellezza  finita; 
negli  enti  sensibili  un  finito  godimento;  negli  intel- 
letti una  finita  cognizione  e  dentro  gli  animi  certa  bontà 
nativa  operante  in  certi  confini.  È  lecito  anzi  di  figu- 
rare un  ente  razionale  e  sensibile  che  ignorando  al  tutto 
quello  che  giace  o  potrebbe  giacere  di  là  dai  limiti 
suoi  naturali,  e  perciò  ignorando  ch'esistere  possa  il 
dolore,  la  falsità,  la  malizia  e  V  altre  miserie,  non  sia 
contristato  nemmanco  o  dal  timore  del  danno  o  dal 
desiderio  del  meglio.  Costui  del  sicuro  vivrebbe  felice 
tuttoché  circoscritto  nelle  facoltà  e  nelle  opere.  Laonde 
ripetiamo  dalla  limitazione  del  creato  non  provenire 
alcuna  necessità  del  male  positivo,  anzi  è  contraditto- 
rìo  che  ne  la  si  faccia  provenire  immediatamente;  pe- 
rocché cagione  negativa  ed  effetto  positivo  sono  ter- 
mini che  fanno  implicanza. 

Afobisho  IIL 

Le  risposte  a  tutto  ciò  sono  le  infrascritte. 

209.  —  Primamente,  la  creazione  debbe  venir  raffron* 


106  LIBRO  PRIMO. 

tata  non  pure  con  la  divina  sapienza  e  bontà,  ma  sì  an- 
cora con  la  onnipotenza.  Sotto  tale  rispetto  convien  giu- 
dicare che  una  efficienza  infinita  dee  produrre  non  già  la 
replicazione  sua  (che  non  potrebbe)  ma  l'indefinito  e 
r  interminato  dei  possibili,  e  intendiamo  dire  tante  esi- 
stenze finite  da  non  capire  in  verun  numero  assegnato 
e  assegnabile  vuoi  pel  tempo  e  vuoi  per  lo  spazio.  Fra 
queste  v'  à  tutte  le  forme  diverse  del  mal  positivo. 

210.  —  In  secondo  luogo,  il  finito  non  solo  è  restrin- 
gimento di  bene,  ma  racchiude  una  essenza  contraria 
alla  essenza  divina,  come  provammo  ampiamente  nei 
superiori  aforismi  mostrando  quello  che  importa  la 
finità  nelle  sue  conseguenze  le  quali  non  vengono  per 
affatto  annientate  neppure  dalla  potestà  infinita  crean- 
te, perocché  le  essenze  non  mutano. 

211. — In  terzo  luogo,  Dio  operando  ad  extra  per 
atto  di  assoluta  bontà  vuole  il  bene  più  sostanzioso  e 
durabile,  e  sì  lo  vuole  partecipato  al  maggior  numero 
di  enti.  Ma  d' altro  lato  il  bene,  come  più  volte  fu 
espresso,  è  attività  suprema  e  feconda  e  fassi  onnina- 
mente impossibile  di  ricavarlo  dalla  passività  e  dalla 
inerzia.  Bisogna,  impertanto,  che  il  bene  venga  trovato 
e  posseduto  per  atto  delle  cause  seconde,  la  qual  cosa 
importa  eh'  elle  a  poco  a  poco  uscendo  dal  puro  stato 
di  passività  e  recettività  diventino  cause  efficaci  e  rag- 
giungano in  questo  atto  il  maggior  grado  asseguibile. 

212.  —  In  ultimo,  siccome  il  bene  non  è  meramente 
attività  ed  efficienza,  ma  sì  è  perl'ezione  e  quindi  rac- 
chiude le  condizioni  contrarie  al  finito  in  quanto  finito, 
come  sarebbero  1'  uno  e  il  vario  nell'  uno,  il  coerente, 
il  medesimo,  l' ordinato,  l' armonizzato  e  simili,  deb- 
bono altresì  le  cagioni  seconde,  per  appropriarsi  il  bene, 
superare  a  grado  per  grado  le  condizioni  contrarie,  tut- 
toché compiutamente  noi  possono  m£ti. 


DEL  FINITO  IN  SÉ.  107 

213.  —  Queste  tre  cose,  adunque,  à  messe  in  cou- 
oordia  la  sapienza  increata  e  cioè  di  lasciar  fluire  la 
serie  interminabile  e  innumerevole  dei  possibili  ;  di  fare 
che  il  bene  sia  conquistato  a  poco  per  volta  dalle  ca- 
gioni seconde  con  uscir  le  medesime  dalla  impotenza, 
dalla  inerzia  e  dalla  passività;  di  preformare  esse  ca- 
gioni in  maniera  da  farle  vincere  ad  oncia  ad  oncia 
gran  parte  delle  oppugnazioni  che  incontra  il  bene 
nella  essenza  del  finito. 

Aforismo  tv. 

214.  —  Ora,  in  cotesto  ordine  maraviglioso  costi- 
tuito nella  natura  delle  cause  seconde  e  dilatato  al 
maggior  numero  dei  possibili  non  poteva  non  compa- 
rire certa  quantità  e  certa  forma  di  male  positivo. 
Conciossiachè,  alloraquando  il  pensiere  guarda  al  vero, 
al  bello  e  al  buono  meramente  chiuso  da  limite  e  senza 
mescolamento  alcuno  di  male  positivo,  non  avvedesi  di 
comporre  un'  astrazione  ideale  che  non  è  compossibile 
con  le  necessità  perdurevoli  della  essenza  del  finito.  Per 
fermo,  la  moltiplicità  non  vuol  dire  soltanto  la  non 
unità,  ma  qualcosa  di  positivo  che  è  disgregato,  ov- 
vero è  composto  e  però  è  dissolvibile.  Del  pari,  la  di- 
scordia e  il  disordine,  oltre  a  non  essere  unione,  ordine 
ed  amicizia,  sono  una  mutabilità  cieca,  irrazionale  e 
confligente.  Il  diverso,  oltre  a  mancare  dell'  unità  è 
qaal  cosa  di  positivo  e  di  opposto,  dacché  la  stessa 
moltiplicazione  del  simile  serba  certo  leggiero  vestigio 
dell'  uno,  dove  che  il  diverso  noi  serba.  L' inerzia  e 
passività  non  solo  anno  privazione  di  forza  determi- 
nata efficiente,  ma  dipendono  dal  di  fuori  e  soggiac- 
ciono air  altrui  veemenza. 

215.  —  Già  disse  Spinoza  che  ogni  qualunque  de- 


108  LIBRO  PRIMO. 

terminazione  è  negazione;  e  disse  bene,  discorrendo 
delle  cose  finite;  male,  applicando  ciò  alP infinito,  pe- 
rocché quivi  ogni  determinazione  è  perfezionamento 
compiuto  che  si  unifica  insieme  con  tutti  gli  altri.  Ma 
se  nel  finito,  qualificare  vale  determinare  e  questo  vale 
negare  o^ni  rimanente  e  cioè  tutte  le  cose  diverse  da 
quella  special  qualità,  s'intende  subito  come  questa 
serie  quasi  infinita  di  negazioni  o  privazioni  che  le  sì 
chiamino  induce  seco  efi'etti  positivi  molto  più  rincre- 
scevoli,a  così  parlare,  delle  privazioni  medesime.  E  per 
fermo,  se  il  finito  assumendo  tali  qualità  e  tali  altn^ 
diversifica  da  tutte  quelle  che  non  assume,  e  sono  in- 
numerevoli, egli  à  bisogno  di  uscire  sempre  di  sé  per 
dilatare  l'essere  proprio;  il  che  subito  lo  costituisco 
nella  dipendenza  di  tutto  e  di  tutti.  E  perchè  sono 
molto  più  le  nature  diverse  da  lui  ed  eterogenee  che  le  si- 
mili ed  omogenee,  dovrà  operare  molte  azioni  poco  o 
nulla  fruttifere  a  sé  e  soggiacere  a  molte  passioni  gra- 
vose e  nocive.  Ora,  questo  dipendere  perpetuamente 
dal  mondo  estemo  ;  questa  poca  efficacia  di  molti  atti, 
e  questo  dover  sostenere  azioni  contrarie  ed  eteroge- 
nee, vede  ciascuno  che  non  riesce  a  pura  negazione  e 
limitazione  ma  sì  a  qualcosa  di  positivo  e  che  ad  ogni 
poco  si  ripete.  Ed  appena  vadasi  immaginando  al- 
cun ente  fornito  di  senso  e  ragione,  subito  convien  pen- 
sare al  suo  perpetuo  desiderio  di  tutto  quello  che  gli 
manca  e  all'  altrettanta  avversione  sua  per  tutto  quello 
che  discorda  da  lui  ;  né  il  desiderio  e  1'  avversione 
sono  cose  meramente  privative. 

216.  —  Ma  gli  è  manifesto  eh'  esse  medesime  le 
qualità  del  finito  non  possono  dilatarsi  infinitamente; 
e  questa  loro  restrizione  è  ciò  che  domandasi  il  quanto. 
Nel  finito,  adunque,  ed  i)i  ogni  suo  atto,  modo,  dispo- 
sizione e  correlazione  entra  a  forza  il  più  ed  il  meno 


DEL  FINITO  IN  SE.  109 

o  r  essere  quantitativo  che  s^  abbia  a  chiamarlo  ;  sia 
esso  discreto  o  continuo,  estensivo  o  intensivo.  Ora, 
sebbene  la  quantità  provenga  dalla  finità,  tuttavolta 
è  più  che  mera  negazione  e  partecipa  al  reale  ed  al 
positivo.  Di  quindi  pure  alcuna  specie  di  mal  positi- 
vo. Conciossiachè,  dovendo  sussistere  pel  quanto  alcun 
grado  di  omogeneità  come  per  le  qualità  i  modi  le 
azioni  ed  ogni  altra  cosa,  se  ne  origina  il  gran  bisogno 
universale  della  proporzione,  e  dove  questa  manchi, 
sorge  il  mal  positivo.  Imperocché  gli  è  chiaro  che 
mancando  la  proporzione  fra  V  attivo  e  il  passivo  debba 
nelle  cose  materiali  generarsi  il  disordine  e  la  distru- 
zione  e  nelle  cose  organate  e  animate  il  dolore.  Di  quindi 
pure  il  bello  diventa  difforme  e  Tazion  morale  uscendo 
di  sua  misura  diventa  non  buona;  e  persino  tutti  gli 
errori  mentali  con  agevolezza  possono  tramutarsi  in 
concetti  senza  proporzione  e  misura,  o  vogliam  dire 
talvolta  difettivi  e  talvolta  per  lo  contrario  eccessivi. 

217.  —  Pros^uendo  di  tal  maniera  si  scorge  come 
da  ogni  condizione  finita  (e  sono  finite  tutte  le  con- 
dizioni dell'  ente  creato)  procede  per  indiretto  alcun 
che  di  effettivo  molto  diverso  dalla  nuda  e  pretta  li- 
mitazione che  per  sé  sola  convertesi  in  nulla. 

218.  —  Il  mal  positivo  adunque,  oltre  all'  essere  nei 
possibili  chiamati  all'attuazione,  à  la  sua  fon  tale  ca- 
gione nella  essenza  del  finito,  la  quale,  vogliamo  ripe- 
tere,  non  solo  à  certa  privazione  di  essere  ma  infor- 
masi di  condizioni  contrarie  all'  essenza  dell'  infinito  o 
del  bene  che  tu  lo  chiami. 

Aforismo  V. 

219.  —  Tale  deduzione  a  priori  è  di  somma  im- 
portanza per  ispiegare  a  rigor  di  scienza  l' esistere  del 


no  LIBRO  PRIMO. 

mal  positivo  nella  creazione,  e  gioverà  grandemente  ai 
concetti  della  cosmologia  razionale  come  ai  concetti  della 
stupenda  teodicea  che  dentro  vi  si  rivela  a  chi  la  consi- 
dera attentamente.  L'argomento  del  Leibnizio  che  il  mal 
positivo  esiste  a  fine  di  potere  introdurre  nelle  cose 
create  una  maggior  dose  di  bene  à  un  carattere  supposi- 
tivo che  disdice  alla  scienza;  e  il  quale,  per  altro  verso, 
non  possono  l'induzione  e  l'esperimento  del  tutto  can- 
cellare, non  iscorgendosi  per  virtii  d'esperienza  che  un 
maggior  bene  esca  mai  sempre  da  certo  male  visibile.  01- 
tredichè,  Leibnizio,  per  mio  giudicio,  danneggiava  tal  suo 
supposto  aifermando  che  può  sussistere  un  mondo  esente 
al  tutto  d'infelicità  e  di  peccato;  il  che  vuol  dire  un 
mondo  costituito  da  certo  bene  limitato.  E  per  fermo, 
con  tal  concessione  dassi  arbitrio  agli  avversarj  di  chie- 
dere perchè  Dio  invece  di  mescolare  il  male  al  bene  non 
abbia  aumentato  al  possibile  cotest'  ultimo  mantenen- 
dolo tuttavolta  dentro  certi  confini,  come  è  necessario 

* 

alle  nature  finite. 


A. 


220.  —  Posta  la  necessità  del  mal  positivo  nell'uni- 
verso come  conseguente  ineluttabile  della  essenza  del 
finito,  e  perchè  dalla  efficacia  infinita  debbono  prove- 
nire tutte  sorte  di  esistenze  quante  sono  compossibili 
col  maggior  bene  delle  creature,  egli  si  vedrà  dall'  espe- 
rimento e  dalla  induzione  uscire  questo  gran  vero,  che 
Dio  rivolge  in  occasione  di  bene  sostanziale  e  durevole 
ogni  dose  di  mal  positivo  che  dalla  essenza  del  finito 
è  prodotta.  E  ninno  vorrebbe,  a  cagion  d'  esempio,  ve- 
getare come  arbore  senza  dolore  veruno,  piuttosto  che 
godere  come  può  1'  uomo  sebbene  con  mescolamento 
di  male.  Per  simile,  ognuno  ricuserà  le  poche  intelle- 


DEL  FINITO  IN  SK.  Ili 

zioni  e  notizie  (poniamo)  d' un  selvaggio  d'  Australia 
quando  anche  sceverate  d'errore  a  paragone  della  scienza 
d'un  Leibnizio  ancora  che  mista  d'abbagli  o  con  pericolo 
di  commetterne.  Possono  dunque  i  beni  ed  ì  mali  es- 
sere librati  sebbene  di  opposta  natura,  e  il  peso  traboc- 
care secondo  i  casi  verso  gli  uni  o  verso  gli  altri. 
Esempio  notabile  di  ciò  danno  pure  i  fisiologi,  provando 
con  abbondanza  la  utilità  somma  del  dolore  nella 
economia  generale  del  mondo  organico.  E  se  tu  rifletti 
che  la  libertà,  come  vedemmo  ad  altra  occasione,  è  per 
gli  enti  spirituali  principio  unico  di  mutazione  (Afo- 
rismo  IV,  Capo  Quinto)  e  mena  1'  uomo  bel  bello  ad 
appropriarsi  e  immedesimarsi  la  legge  morale  che  è 
r  essenza  del  bene  partecipato,  intendesi  chiaramente 
perchè  sia  posta  nelF  uomo  la  facoltà  di  traviare  e 
commettere  colpa.  Questi  e  altrettali  riscontri  e  indu- 
zioni possono  venire  moltiplicati  quasi  a  piacimento 
nostro,  e  Leibnizio  v'  à  ragionato  sopra  con  finissimo 
ingegno  e  copia  di  esempj.  Ma  ripetiamo  che  nella 
sostanza  concluderebbero  poco,  quando  fosse  fattibile  a 
Dìo  mutare  in  tanto  la  essenza  del  finito  da  colmarlo 
di  bene  sommo,  tuttoché  limitato,  spegnendo  ogni  mal 
positivo  e  conducendo  altresì  al  colmo  l'attività  delle 
nature  create  senza  che  vincano  a  grado  per  grado 
gl'impedimenti  di  loro  impotenza  ed  insufScienza. 

Aforismo  vi. 

221.  —  Con  tuttociò  non  sembra  che  il  male  esser 
possa  in  niun  caso  cagione  di  bene  ed  anzi  di  bene 
maggiore,  perchè  l' un  contrario  non  nasce  dall'  altro. 
E  pure,  ammettendo  per  al  presente  cotesta  massima, 
non  ne  discendono  Tanzi  espresse  conseguenze.  Avve- 
gnaché quel  bene  maggiore  avuto  in  vista  da  Leibni-. 


112  LIBRO  PRIMO. 

/io  procede  dal  male  accidentalmente  e  vuoisi  dire, 
come  apparirà  manifesto  nei  '  casi  particolari,  che 
il  male  è  occasione  e  accompagnamento  del  bene  e 
non  mai  cagione  diretta,  formale  e  completa  di  esso. 
Dal  dolore,  per  grazia  d'esempio,  viene  suscitato  spesso 
il  coraggio,  l'energia  e  la  previdenza  dell'uomo,  tutte 
forze  che  operano  anzi  ih  contraddizione  ed  oppugna- 
zione  del  dolore  medesimo.  Per  simile,  il  mal  morale 
provoca  talvolta  per  gli  effetti  suoi  dolorosi  e  ango- 
sciosi il  pentimento  e  la  correzione.  Esso  è  adunque 
indiretta  occasione  del  bene. 

A, 

222.  —  Del  resto,  secondo  Hegel  ogni  cosa,  invece, 
nasce  dal  suo  contrario,  perchè  l' essere  diventa  negan- 
dosi e  opponendosi  mille  volte  a  se  stesso.  Ma  queste,  a 
nostro  parere,  sono  astruserie  fatte  e  trovate  per  iscom- 
buiare  qualunque  criterio  piano  e  comune  di  verità  e  di 
scienza.  I  contrarj  assoluti  si  escludono  e  in  eterno  si 
escluderanno,  come  vedesi  nell'  ente  e  nel  nulla,  nel  sì  e 
nel  no,  nel  finito  e  nell'infinito.  Ma  dentro  alle  cose  finite 
i  contrarj  sono  un  mescolamento  di  diverso  e  di  simile. 
Quindi  esser  non  possono  del  sicuro  cagione  formale 
r  uno  dell'  altro,  ma  sì  cagione  provocatrice  e  forse 
anche  efficiente  secondo  la  mistione  del  simile  e  del 
diverso.  E  però  la  legge  di  polarità,  così  efficace  nel 
mondo  fisico,  sembra  risultare  da  mescolamento  di 
contrarj  in  un  medesimo  genere. 

B. 

223.  —  Ancora  che  non  appartenga  al  presente 
trattato  di  controvertere  sui  principj  dell'Etica,  io 


DEL  FINITO  m  SÉ.  113 

• 

non  mi  perito  di  affermare  che  la  massima  non  esse 
facienda  mala  ut  eveniant  bona  à  carattere  di  asso- 
luta verità  e  Dio  stesso  non  può  con  l'opera  sua 
contradirla.  Ondechè  le  prove  contrarie  recate  in  mezzo 
da  Leibnizio,  o  per  dir  meglio,  le  interpretazioni  sotti- 
lissime che  ne  fa  e  le  distinzioni  che  v'  introduce  non 
giungono  a  persuadermi  ;  e  il  lettore  ne  leggerà  il  mio 
gìndicio  ad  altra  occasione  ;  ed  allora  vedrà  che  il 
mal  positivo  di  tutte  le  opere  avverse  sostanzialmente 
alle  prescrizioni  assolute  della  legge  morale  mai  non 
fa  volato  da  Dio  in  considerazione  del  maggior  bene 
che  indi  sarebbene  germogliato. 

224.  —  Per  al  presente  si  replica  che  il  mal  morale 
è  una  sorta  di  mal  positivo,  ed  ogni  sorta  di  mal  po- 
sitivo vedemmo  trovare  le  sue  radici  profonde  e  ama- 
rissime  nella  essenza  del  finito,  la  quale  a  torto  è 
giudicata  una  sola  e  mera  privazione  e  limitazione; 
perocché  questa  in  sé  e  per  sé  riducesi  al  nulla  ; 
e  r essenza  del  finito  vorrebbe  significare  l'ente  in- 
compiuto. Né  si  considera  ch'eziandio  sotto  tale  ri- 
guardamento  il  finito  contrae  subito  una  essenza 
diversa  dall'  ente  compiuto  ;  avvegnaché  s'  egli  non 
è  intero,  qualcosa  gli  può  essere  aggiunta  ;  ed  una 
delle  sue  condizioni  é  la  quantità  che  dell'infinito 
è  assolutamente  rimossa.  Tal  ragionamento  può  di 
l^gieri  venir  replicato  sopra  altre  non  poche  ne- 
cessità della  essenza  del  finito.  Ma  basti  per  ora,  e 
da  capo  si  voglia  concludere  che  la  limitazione  pene- 
trando neir  essere  non  lo  scema  soltanto,  ma,  per  modo 
di  parlare,  lo  spezza  e  profondamente  lo  altera  ;  come  ' 
ogni  diminuzione  che  tu  facessi  all'integrità  d'una 
bella  scultura  greca  non  solo  la  renderebbe  incom- 
piuta, ma  vi  scorgeremmo  alterata  e  quasiché  spenta 
la  formosità  sua. 

UiHunt.  —  11.  H 


114  LIBRO  PRIMO. 

Afobismo  vii. 

225.  —  È  per  altro  da  notare  come  il  male  positivo 
proyenendo  fontalmente  e  mediatamente  dalla  finità 
rincontra  in  sé  medesimo  una  più  pronta  e  ferma 
limitazione  di  quello  che  avvenga  ad  ogni  bene  creato, 
e  facilmente  urta  e  consuma  sé  stesso.  Il  dolore,  esem- 
pligrazia, rampollando  da  qualche  disproporzione  o 
lesione  di  organi,  laddove  cresca  e  moltiplichi  sforma- 
tamente distruggerà  gli  organi  e  a  sé  medesimo  darà 
fine.  La  schifa  bruttezza  che  apparisce  nella  putrefa- 
zione dei  corpi  dileguasi  tosto  col  dileguare  di  quelli. 
L'errore,  doveché  aumentasse  soverchio,  distruggerebbe 
sé  e  la  mente,  la  quale  à  natura  conveniente  con  la 
realità  e  non  coli' opposto  che  è  il  falso,  e  falsità  ed 
eiTore  perfettamente  si  convertono.  In  fine,  il  mal 
morale  o  1'  azione  perversa,  invadendo  V  altrui  bene, 
incontra  la  reazione  delie  forze  contrarie  ed  offese. 

Quindi  la  ragione  ci  rivela  questo  gran  vero,  che 
il  mal  positivo  tende  per  ultimo  risultamento  al  ter- 
mine onde  ebbe  origine  Contale  e  mediata  e  vogliam 
dire  la  privazione  dell'essere. 

A. 

226.  —  Da  cotesta  intrinseca  e  fortunata  limita- 
zione e  consumazione  del  mal  positivo  sorge  quel  pre- 
cetto in  cui  fondasi  ogni  giustizia  repprimente  e  che 
ordina  di  punire  il  male  col  male.  E  simile  precetto 
esprime  in  sostanza  la  legge  forse  più  universale  del 
mondo  etico,  e  ciò  è  a  dire  che  il  male  debbe  riscuotere 
male.  Il  che  si  avvera,  come  io  avvisavo,  nella  rea- 
zione continua  delle  forze  contrarie  ed  offese,  la  qual 


DEL  FIKITO  IN  SÉ.  115 

reazione  governata  dalla  autorità  pretoria  e  dalla 
equità  della  misura  piglia  nome  di  giudicio  e  condan- 
nazione publica. 

B. 

227.  —  Che  quando  in  un  popolo  la  reazione  contro 
r  azione  del  mal  morale  è  poca  e  debole,  tosto  quegli 
degenera  e  va  consumando  rapidamente  ogni  sua  forza 
civile.  Quindi  si  avvera  la  l^ge  storica  avvertita  dal 
Vico,  che  cioè  tale  popolo  diverrà  preda  d' uno  più 
integro  e  vigoroso  di  lui. 

Afobismo  Vin. 

228.  —  Debbesi  ancora  notare  qualcosa  intorno  alla 
natura  del  mal  morale.  Noi  toccammo  più  sopra  della 
necessità  per  gli  enti  spirituali  finiti  di  farsi  capaci  di 
mutazione  mediante  un  principio  attivo  interiore  e  il 
quale  pigli  cagione  da  sé  medesimo  e  con  altro  voca- 
bolo sia  una  virtù  di  libero  arbitrio.  Ora,  un  principio 
tale  negli  enti  spirituali  dotati  d' intelligenza  diventa 
a  forza  una  facoltà  di  deliberare  intorno  alle  verità 
pratiche,  e  quindi  sorge  V  arbitrio  di  confermarle  con 
r  opera  o  di  contradirle.  Così  dalle  leggi  del  finito  che 
per  addietro  abbiamo  avvisate  emerge  primamente  la 
necessità  del  mutare,  se  vuoisi  che  le  cose  nel  tempo 
fuggano  gradatamente  i  limiti  proprj  e  spieghino  tutto 
quello  che  è  in  loro  di  virtuale.  Ma  mediante  il  moto 
mutano  solo  gli  enti  corporei.  Le  anime  non  incarce- 
rate nella  materia  bisognano  d^  altro  principio  di  mu- 
tazione ;  e  se  non  ne  avessero  uno  proprio,  quando  anche 
le  fasci  qualche  costruttura  di  corpo,  sarebbero  più  sog- 
gette alle  forze  ambienti  che  non  sono  le  macchine;  ed 
ogni  automa  imperfettissimo  prevarrebbe  di  nobiltà  ed 


116  LIBRO  PRIMO. 

efficacia  a  tutte  le  anime;  uè  dalla  materia  potrebbero 
uscire  senza  pur  sempre  cadere  nella  immutabilità  del- 
l'atto  in  cui  si  trovassero.  Perciò,  fornite  come  sono 
di  libera  attività,  secondo  che  ella  è  accresciuta  o  di- 
minuita 0  sospesa,  variano  gli  effetti  d'ogni  loro  facoltà  e 
potenza  e  le  opere  si  conformano  ovvero  si  differenziano 
dalle  nozioni  del  bene.  Se  dunque  il  mal  morale  appa- 
risce nel  mondo,  la  sua  ragione  precipua  debb'  essere 
ricercata  nella  necessità  di  sottrarre  gli  spiriti  al  giogo 
della  materia  ovvero  alla  immobile  potenzialità  me- 
diante il  libero  arbitrio,  ossia  mediante  un'  attività  che 
possiede  la  propria  cagione,  sola  e  tutta  in  sé  stessa  ; 
quantunque  non  esente  ella  pure  da  limitazione  e  da 
suggezione. 

A. 

229.  —  Ne  alcuno  obbietti  che  negli  animali  bruti 
è  uno  spirito  eppure  non  è  principio  autonomo  di  at- 
tività. Dacché  noi  prestamente  risponderemo  che  per 
ciò  appunto  quegli  spiriti  non  anno  progresso  né  re- 
gresso e  la  materia  comanda  loro  assiduamente  con 
r  impulso  degli  organi  ;  e  dove  questi  mancassero  e  ogni 
moto  al  di  fuori  venisse  meno,  debbesi  giudicare  con 
sicurezza  che  il  principio  spirituale  dei  bruti  giacerebbe 
invariabilmente  nella  quiete  e  nel  sonno.  Salvo  che 
egli  non  si  conviene  d' indovinare  tutte  le  sorte  e  i  tra- 
passi serbati  a  quelle  animate  sostanze  le  quali  d' altra 
lato  compaiono  assai  superiori  a  qualunque  forma  di 
corpo  e  di  corporale  organamento. 

B, 

230.  —  Vero  é  che  la  libertà  può  venire  esercitata 
in  condizione  più  alta  e  gloriosa  di  vita  deliberando  e 


DEL  FINITO  IX  8É.  117 

scegliendo  fra  il  bene  ed  il  meglio  ed  anche  fra  il  meglio 
e  r  ottimo,  conforme  sarà  veduto  nelF  ultimo  Libro  e  si 
accennò  neir  ontologia.  Ma  i  gradi  inferiori  come  sono 
possibili,  così  debbono  avverarsi  a  certo  tempo  in  certi 
enti  razionali  ;  e  di  questo  si  toccherà  nel  capo  seguente. 

Ajoaismo  DL 

231.  —  Noi  siamo  ora  pervenuti  alla  conclusione  del 
primo  Libro  che  mira  a  discemere  il  fondo  della  na- 
tura dei  finiti,  senza  la  qual  cognizione  non  è  fattibile 
di  condurre  la  mente  con  sicurezza  e  verità  nelle  in- 
dagini cosmologiche. 

232.  —  Ma  sarebbe  stato  vano  il  cercare  quello  che 
sia  il  finito  in  sé  e  per  sé,  qualora  la  ragione  ci  avesse 
negato  non  pure  di  conoscere  la  possibilità  del  suo  esi- 
stere ma  il  suo  reale  esistere  in  atto.  Perocché  Tespe- 
rienza  avrebbe  certo  supplito  abbondantemente  a  tal 
mancamento  della  ragione  speculativa,  ma  la  scienza 
ne  avrebbe  subito  contratto  un  carattere  empirico, 
quando  noi  ci  travagliamo  di  stendere  quanto  si  possa 
il  più  la  cognizione  a  priori  dell'universo  creato. 

233.  —  Noi  stimiamo  di  avere  esibita  prova  salda 
e  apodittica  del  dovere  esistere  in  atto  il  finito,  mo- 
strando la  possibilità  del  bene  finito  e  la  necessità  sus* 
seguente  che  cotal  bene  si  efi'ettui. 

Ma  noi  schivammo  Terrore  grave  occorso  a  molti 
cosmologi  di  considerare  il  bene  creato  quale  una  con- 
trazione del  bene  assoluto.  Avvisammo  invece  con  dili- 
genza quello  che  sia  il  finito  neir  intima  sua  essenza 
privativa  e  positiva. 

Nel  che  £are  V  abbiamo  riscontrato  di  mano  in  mano 
con  le  categorie  comuni  e  le  convenienze  necessarie 
dell'  ente. 


118  LIBRO  PRIMO. 

234.  —  Studiammo  il  finito  come  sostanza  e  come 
causa,  e  scoprimmo  le  sue  insufficienze  ed  angustie  nel- 
r  uscire  dalla  virtualità  all'  atto,  nel  pervenire  al  ter- 
mine deir  atto  medesimo,  nella  quantità  dell'  azione, 
nel  diversificare  ed  unire  le  facoltà  proprie  e  lo  spie- 
gamento loro  correspettivo. 

235.  —  S^uitammo  indagando  il  principio  di  muta- 
zione nella  materia  e  nello  spirito  ;  appresso,  studiammo 
le  relazioni  da  finito  a  finito  o  vogliam  dire  la  recipro- 
cazione degli  atti  e  le  maniere  di  congiunzione  per  la 
quale  è  possibile  l'ampliamento  dell'  essere.  In  tutte  le 
quali  cose  fu  forza  di  ravvisare  le  necessità,  i  limiti, 
le  dipendenze  e  le  insufficienze  più  generali  d' ogni  ente 
finito  in  se  medesimo  considerato. 

Aforismo  X. 

236.  —  Ma,  come  è  agevole  a  concepirsi,  non  potette 
il  pensiere  distendersi  in  ricerca  si  fatta  senza  talvolta 
paragonare  il  finito  al  contrario  suo;  perocché  dal  pa* 
ragone  medesimo  usciva  più  netta  e  più  contornata 
quella  diversità  che  costituisce  il  proprio  ed  il  pecu- 
liare della  natura  del  finito.  E  per  via  d' esempio,  men- 
tre abbiamo  scorto  evidentemente  nel  bene  sommo  una 
somma  attività  e  l' unificazione  d'  ogni  specie  di  per- 
fezione e  che  il  bene  non  pure  non  può  essere  fiitto 
senza  una  estrema  energia,  ma  nemmanco  può  esser 
fruito  ;  dall'  altro  lato  vedemmo  il  finito  essere  per  sé 
inattivo  ed  inerte  e  contrario  a  tutte  le  specie  di  unità. 

237.  —  Dai  quali  riscontri  si  é  ricavato  un  primo 
cenno  di  alcune  massime  che  sono  il  pernio  ed  il  fon- 
damento della  nostra  cosmologia  e  specificano  di  mano 
in  mano  quel  pronunziato  supremo  del  Vico  onde  ella 
piglia  le  mosse.  Per  fermo,  il  creato  in  quanto  consta 


DEL  FINITO   IN  SÉ.  119 

di  finiti  sebbene  esce  da  Dio,  à  certa  essenza  che 
r  aliena  e  dilunga  da  Ini  ed  è  espressa  terribilmente 
dalla  immagine  del  caos,  intorno  di  che  versa  quasi 
per  intero  il  preseiite  Libro. 

238.  —  Ma  il  creato,  afferma  il  Vico,  in  Dio  si  so- 
stenta, ed  è  come  dire  che  per  la  mentalità  eterna  o  la 
finalità  perenne  che  l'abbiamo  a  chiamare  il  creato 
sdoslìesi  dair  ombra  e  confusione  del  caos  e  tragge  di 
se  medesimo  tutto  quello  che  ne  può  uscire  di  meno 
difettoso,  anzi  di  più  attivo  e  coordinato.  Che  se  il  bene 
è  attività  e  unità  e  V  ente  passivo  in  quanto  è  tale  noi 
può  a  oiun  patto  possedere  e  fruire,  forza  è  che  le  cause 
seconde  operino  e  producano,  e  mediante  la  congiun- 
zione si  dilatino  neir  essere  e  incontrino  qualche  forma 
di  unificazione  vincendo  a  grado  per  grado  ogni  ma- 
niera d'impedimento.  Tutto  il  che,  per  altro,  non 
varrebbe  a  condurre  le  cose  verso  la  vera  e  assoluta 
finalità,  la  quale  è  poi  conseguita  col  ritorno  della  crea- 
zione a  Di^,  secondo  che  verremo  esponendo  nei  libri 
successivi. 


LIBRO   SECONDO. 


DEL  FINITO 

IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO. 


CAPO  PRIMO. 

DEL   POSITIVO  NEGLI  ENTI  FINITI. 


I. 


1.  —  Gli  enti  finiti  mai  non  possono  scompagnarsi 
dalla  finità  loro,  e  questa(come  fu  provato)  ne  penetra 
e  intacca,  per  modo  di  parlare,  la  sostanza  e  il  fondo  ;  di 
qualità  che  non  risolvesi  tntta  in  privazione  soltanto 
ma  in  piii  maniere  di  mal  positivo;  e  conviene  altresì 
radunare  sotto  tale  considerazione  tutte  le  forme  di 
essere  che  sono  incapaci  deir  infinito,  o  come  V  abbiam 
domandata,  della  superlazione  ;  avvegnaché  tutte  que- 
ste mostrano  chiaramente  di  provenire  per  diretto  o 
per  indiretto  dalla  limitazione  ;  e  tali  sono  la  materia, 
la  sensibilità,  il  moto  corporeo  e  simili. 

2.  —  Nondimeno  i  limiti  e  pure  le  forme  che  ne 
provengono  non  costituiscono  del  sicuro  tutto  Tessere; 
anzi  sono  come  T ombra  che  contoma  i  corpi  luminosi; 
e  il  mal  positivo  può  venire  rassomigliato  a  quella 
penombra  che  occupa  gli  orli  di  quelli.  Ma  il  resto 
è  propriamente  il  positivo  delP  essere  ed  è  la  sede  na- 
turale del  bene  che  di  sua  natura  è  tutto  positivo. 


124  LIBKO  SECONDO. 

3.  —  Dopo  ciò,  viene  il  domandare  perchè  V  atto 
creativo  non  riempie  quanto  è  possibile  il  più  questa 
parte  dell'essere,  e  onde  avvenga  che  il  finito  cominci 
dagP  infimi  gradi  deir esistenza  e  non  pervenga  ai  su- 
])eriori  salvo  che  a  lentissimi  passi  e  con  un  travaglio, 
a  così  parlare,  lungo  e  sempre  combattuto.  Toma  il 
discorso  medesimo  a  rispetto  della  congiunzione  del- 
l'anima  con  r  Assoluto  e  alla  partecipazione  diretta 
eh'  egli  fa  di  se  stesso  alla  creatura.  Attesoché,  se  tal 
forma  di  congiunzione  e  partecipazione  non  è  impedita 
dalla  finità,  onde  accade  che  sia  tanto  scarsa  in  pa- 
ragone del  desiderio,  anzi  del  bisogno  che  ne  sente 
continuo  la  nostra  miseria? 

4.  —  Leìbnizio  a  queste  interrogazioni  ed  alle  con- 
simili rispondeva  con  un  argomento  ab  ahsurdis.  Dio 
è  infinitamente  buono,  e  non  potendo  comunicare  al 
creato  il  bene  infinito  ne  partecipa  la  quantità  mag- 
giore possibile,  e  con  altri  termini  egli  attua  il  me- 
glio, attuar  non  potendo  la  perfezione  assoluta.  Ora, 
come  di  ciò  non  è  lecito  dubitare,  così  rimane  certis- 
simo che  l'ordine  a  cui  vediamo  soggette  le  cose  è  il 
migliore  di  quanti  al  divino  intelletto  sono  presenti  ; 
e  tutto  quello  che  a  noi  apparisce  inferiore  di  bontà 
di  bellezza  di  appagamento  e  va' discorrendo  trova 
nell'ordine  universale  la  sua  ragione  ed  il  sno  com- 
penso, tanto  che  non  potrebbe  essere  né  diverso  ne 
superiore  a  quello  che  è. 

IL 

5.  —  Non  diciamo  che  a  cotesto  argomento  man- 
chi compiutamente  la  verità  e  la  drittura  dialettica  ; 
o  prima  di  Leibnizio  molti  metafisici  e  moralisti,  se- 
gnatamente cristiani,  trovarono  a  un  di  presso  tale 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'  INFfNITO.    125 

norma  di  ragionare  a  difesa  della  bontà  e  provvidenza 
di  Dio.  Sembra  tuttavolta  che  la  scienza  vi  scapiti  ;  ed 
il  pensiere  nmano  si  arrende  con  pena  alla  forza  delle 
remote  illazioni,  mentre  si  acqueta  e  compiace  infini- 
tamente nelle  ragioni  dedotte  per  dritto  filo  dai  prin- 
cipj  superiori  e  quando  le  vede  germogliare  dall'es- 
senza stessa  delle  cose.  Stantechè,  come  notavasi  nella 
ontologia,  r  uomo  ragionando  converte  in  attività  pro- 
pria il  vero  e  Y  assimila  a  sé  quanto  è  lecito  al  subbietto 
di  assimilare  l'oggetto  assoluto.  Io  mi  reputai  dunque 
in  debito  di  assaggiare  da  ogni  parte  il  tema  proposto 
e  indagare  se  alla  cosmologia  razionale  fosse  fattibile 
mai  di  produrre  in  mezzo  alcuna  dimostrazione  del- 
l' ordine  che  regna  dentro  il  creato  di  maniera  che  la 
mente  sia,  per  lo  manco,  disposta  di  più  ed  avvicinata 
a  capirlo  e  senta  come  in  realtà  esser  non  potrebbe  mi- 
gliore di  quello  che  i  fatti  da  ogni  parte  lo  manife- 
stano. 

6.  —  Né  voglio  raccontare  per  quante  perplessità 
f^ono  trapassato  e  quanti  disegni  ed  abbozzi  del  tenia 
sieno  stati  dentro  il  mio  povero  ingegno  rifatti  ridi* 
pinti  e  rilavorati.  Perocché  gli  é  negozio  facile  a  figu- 
rarsi da  ogni  sorta  lettori  ed  io  ne  ò  già  fatto  qual- 
che descrizione  ad  altro  proposito.  Invece,  raccogliendo 
in  un  tutto  con  certo  metodo  e  certo  rigore  di  dedu- 
zione quei  raziocinj  sparti  sciolti  e  sconnessi  che  in 
più  tempi  esercitarono  la  facoltà  mia  discorsiva,  ne 
porgerò  al  lettore  il  risultamento  ed  il  frutto  con  lar- 
ghezza maggiore  di  meditazione  e  di  stile  che  non  fu 
usata  qua  sopra  negli  aforismi.  Perocché  in  questi  è 
certa  indole  di  ragionare  compendiosa  ed  austera  che 
non  torna  sempre  confacevole  ad  ogni  genere  di  ra- 
ziocinio. 


126  LIBBO  SECONDO. 


III. 


7.  —  Dico  dunque  per  prìma  cosa  che  in  ogni 
mutazìon  di  pensiere  sempre  tornò  a  rappresentarmisi 
come  evidente  che  nel  mondo  creato  adempiesi  di  con- 
tinuo una  convenienza  ed  una  conciliazione  fra  due 
termini  opposti,  non  che  diversi,  quali  pur  sono  T  in- 
finito e  il  finito.  Quindi  venni  persuaso  della  necessità 
di  tener  1'  occhio  assiduamente  all'  uno  ed  all'  altro  e 
cogliere  il  concetto  mezzano  che  n'  esce. 

8.  —  Così  raffrontando,  per  primo,  le  cose  finite 
con  la  efficienza  infinita,  mi  fu  manifesto  eh'  ella  dee 
volere  mettere  in  atto  la  sua  pienezza  profonda  ed 
inessiccabile.  Ma  d' altro  lato,  come  i  possibili  in  grembo 
di  Dio  sono  realmente  infiniti,  così  rimane  dimostrato 
che  ogni  attuazione  loro  nello  spazio  e  nel  tempo  si 
mostrerà  inferiore  d'  intervallo  non  misurabile  a  quel- 
r  infinito.  E  ciò  non  ostante  aggiungerà  tutta  la 
dovizia  la  diversità  e  il  numero  che  può  capire  nella 
contenenza  e  nel  contenente  finito.  Conciossiachè,  l' ef- 
ficienza divina,  dove  non  intervenga  altra  necessità 
razionale,  dee  solo  fermarsi  ai  limiti  estremi  della  ca- 
pacità del  creato,  non  potendo  rimanere  di  lei  porzione 
nessuna  (facendomi  lecito  di  sì  parlare)  la  quale  non 
produca  effetto  nessuno. 

9.  —  D'altra  parte  io  consideravo  che  l'effettua- 
zione del  maggior  numero  dei  possibili  riscontravasi 
molto  convenientemente  col  fine  voluto  dalla  suprema 
bontà.  Mercechè,  io  sempre  sonomi  sentito  fare  forza 
alla  mente  quando  ò  voluto  negare  che  l'esistenza, 
qualechessia,  non  sia  migliore  del  nulla.  Tuttoché  io 
confessi  l' essere  non  convertirsi  onninamente  col  bene, 
salvo   che   nella   sostanza  divina  e   il  nulla   tornar 


DEL  FINITO  m  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    127 

preferìbile  al  male  positivo  per  sé  solo  considerato. 
All'ultimo  mi  à  sembrato  disciogliere  il  groppo  avvi- 
sando che  lo  spinto  della  bontà  e  intelligenza  infinita 
Telando,  a  parlare  con  le  Scritture,  sopra  l'oceano  delle 
esistenze  le  fa  convergere  tutte  quante  al  fine  o  come 
partecipi  di  esso  fine  o  nella  condizione  di  mezzo,  ov- 
vero per  qualche  attinenza  remota  o  prossima  diretta 
o  indiretta  col  mezzo  e  col  fine.  Di  quindi  si  origina 
che  la  esistenza  in  universale,  e  soppressa  qualunque 
notizia  delle  nature  speciali,  ci  si  rappresenta  migliore 
a  marcia  forza  del  nulla.  Dovea,  pertanto,  dalla  po- 
tenza divina  balzar  fuori  il  possibile  non  certo  infinito 
ma  indefinito  e  maggiore  d'  ogni  termine  assegnabile. 
Che  se  tornandovi  sopra  con  la  meditazione  mi  ven- 
nero poi  vedute  alcune  necessità  razionali  restringenti, 
per  81  dire,  la  sfera  immensa  dei  possibili,  non  x)er 
questo  mi  si  dileguò  la  persuasione  che  quelle  neces- 
sità vi  operano  a  maniera  eccettuativa  nel  modo  che 
andrò  mostrando  a  suo  luogo. 

IV. 

10.  —  Tra  gli  ammendamenti  e  i  rimutamenti  oc- 
corsimi nel  proposito,  un  altro  concetto  permaneva 
saldo  e  chiarissimo,  ed  era,  che  il  bene  finito  essendo 
fattibile  la  divina  bontà  l'avea  del  sicuro  menato  al- 
l'atto, e  che  quindi  alla  creazione  intera  sopraponevasi 
sempre  una  ragione  finale  e  questa  la  conduceva  alla 
fruizione  massima  del  massimo  bene  partecipato.  Con- 
vernva,  impertanto,  a  volere  intendere  il  proposito 
secondo  i  principj,  intendere  e  penetrare  la  natura 
del  bene.  Sopra  il  che  mi  sgomentavano  le  parole  di 
Platone,  il  quale  in  ninna  cosa  fermò  piiì  lungamente 
il  pensiere  e  aguzzò  l' occhio  intellettuale  quanto  nella 


128  LIBRO  SECONDO. 

nozione  del  bene.  Eppure  da  ultimo  confessava  non 
potersene  avere  giusta  definizione  e  T  essenza  di  lui 
chiudersi  nell'altezza  inaccessibile  della  suprema  unità. 

Con  tutto  ciò  Platone  medesimo  non  nega  air  uomo 
la  cognizione  di  molti  caratteri  sopraeminenti  del  bene 
e  di  molti  segni,  accompagnamenti  e  misure  che  ce  ne 
discoprono  le  attinenze,  diremmo,  più  sostanziali.  Quindi  ' 
raccoltomi  più  d'  una  volta  in  me  stesso  per  meditare 
intorno  al  bene,  parvemi  di  conoscere  con  evidenza  che 
la  forma  sotto  la  quale  il  bene  ci  si  manifesta  compiuto 
e  desideratissimo  e  per  ogni  lato  si  converte  col  fine  è  la 
forma  della  beatitudine  ;  e  questa,  a  considerarla  nella 
sua  ragione  e  cagione,  consiste  nell'esercizio  attivissimo 
e  libero  di  tutto  l'essere  o  dir  si  voglia  nel  possesso  e 
però  nella  fruizione  della  unità  sostanziale  d'ogni  es- 
senza positiva  ed  attiva  le  quali  sinonimano  con  tutte  le 
sorti  di  perfezione.  E  ancora  che  il  pensiere  distingua 
pur  sempre  la  beatitudine  dalla  perfezione  dell'  essere, 
per  lo  certo  non  si  distinguono  in  Dio,  e  fuori  di  Dio 
al  pensier  nostro  è  altrettanto  impossibile  separarle 
sostanzialmente;  conciossiachè  dov'  è  perfezione  asso- 
luta sentiamo  non  potere  la  beatitudine  far  difetto,  ed 
e  converso  sentiamo  che  dove  è  beatitudine  deve  stare 
la  perfezione  ;  e  questa  seconda  intanto  ci  sembra  differir 
dàlia  prima  in  quanto  nell'animo  nostro  il  più  puro  e 
sublime  dei  sentimenti  e  compiacimenti  serba  ognora 
un  vestigio  di  passività  e  dipendenza;  ne  la  possiam  con- 
vertire in  una  forma  essenziale  del  nostro  libero  volere. 

11.  —  A  prima  giunta,  ninna  cosa  mi  parve  diffe- 
rir maggiormente  dal  bene  quale  l' ò  descritto,  quanto 
la  finità;  perocché  questa  è  molteplice  mentre  il  bene 
è  uno;  e  se  la  perfezione  racchiude  sempre  una  forma 
attiva  (ed  anzi  la  pienezza  del  bene  vuol  dire  pienezza 
di  attività),  il  finito  per  sé  richiama  la  idea  della  di- 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    120 

pendenza  e  della  passione  o  per  lo  manco  richiama 
la  idea  d' una  attÌTità  mai  sempre  angustiata  e  biso- 
gnosa del  diverso  da  sé. 

12.  —  Nullameno,  ei  non  mi  comparve  impresa 
difficile  il  conciliare  cotesti  estremi,  e  vidi  e  conobbi 
non  essere  vietato  alle  cose  finite  certa  unità  relativa; 
e  del  pari  la  lor  passione  richiedere  altrettanta  azione 
nelle  sostanze  circonvicine.  Che  se  col  finito  pup  stare 
l'attività,  ^li  si  può  eziandio  figurare  un  ordine,  me- 
diante il  quale  V  attività  proceda  in  aumento  continuo. 

13.  —  Che  poi  il  bene  risieda  sostanzialmente  nella 
virtii  attìva  e  tale  che  possieda  per  intero  sé  stessa  e 
r  opera  sua,  mi  diventava  certo  e  chiarissimo  quanto 
più  conducevami  innanzi  nella  indagazione  dei  beni 
umani  e  della  loro  essenza  e  ragione.  Quel  detto  volgare 
mens  sana  in  torpore  sano  che  altro  si  vuole  significare 
salvochè  il  postulato  della  felicità  sulla  terra  consistere 
in  una  disposizione  di  membra  e  di  animo  per  la  quale 
il  libero  e  pieno  esercizio  delle  facoltà  nostre  sia  facile 
intenso  ed  armonico?  è  dunque  la  felicità  umana  sul 
mondo  un'attività  proporzionata  ed  agevole  di  tutto 
il  nostro  essere.  E  le  voluttà  dei  sensi  perciò  saziano 
e  stancano  e  viziano  a  breve  andare  lo  spirito  perchè 
sono  passive  la  maggior  parte,  ancora  che  T  animo  si 
sforzi  di  tramutarle  in  attività  concentrandosi  tutto 
in  esse,  non  patendo  di  esserne  distolto  e  distratto, 
schiudendovi  incontro  le  porte  di  tutti  i  sensi  e  stu- 
diando cento  arti  fi  cj  e  congegni  per  accrescerne  la 
intensione  la  varietà  e  la  durata. 

V. 

14.  —  Si  fa  manifesto  d'altra  parte  che  il  compiaci- 
mento più  immediato  e  proprio  delF  animo  e  a  inter- 

ÌHìmia.xi.  —  11.  9 


À 


130  LIBRO  SECONDO. 

rompere  il  quale  non  bastano  tutte  le  forze  esteriori  si  è 
quello  che  sgorga  dk\  cotidiano  esercizio  della  virtù,  e 
cidè  a  dire  dalla  pronta  e  facile  determinazione  della  vo- 
lontà secondo  i  dettami  della  ragion  morale  ;  dettami  che 
r  attività  stessa  virtuosa  immedesima  a  grado  a  grado 
con  noi  per  maniera  che  libertà  ed  autorità  piii  non 
fanno  che  uno  e  la  legge  morale  diventa  legge  nostra 
volontaria  ed  autonoma  propriamente.  Il  perchè  dee 
sembrar  naturale  che  cot^ta  profonda  e  continua  pa- 
dronanza di  noi  medesimi  e  della  nostra  ragione  siesi 
manifestata  agli  stoici  come  il  maggiore  dei  beni,  per- 
chè è  la  maggiore  e  migliore  delle  attività  e  il  piii 
sicuro  dei  possessi  e  ninna  cosa  può  conturbare  la 
serenità  veramente  beata  che  l' accompagna. 

15.  —  Ma  oltre  di  ciò,  io  venni  guardando  nelle 
diverse  condizioni  e  fortune  delP  uomo  ragguagliate 
tutte  a  quel  punto  in  cui  egli  si  stima  e  sente  felice 
a  rispetto  delle  sue  potenze  e  degli  abiti  suoi  ;  e  vidi 
pur  sempre  che  questo  aweravasi  nell'  attivo  operoso 
ed  intero  possedimento  di  sé  e  dell'  oggetto  desiderato, 
talché  nulla  gli  reca  soddisfazione  compiuta  ed  imma- 
colata s' egli  non  è  autore  e  facitore  del  proprio  bene. 
Per  ciò  vidi  e  conobbi  che  se  V  imparare,  a  modo 
d' esempio,  è  sempre  gradevole  e  utile,  quel  sapere  ci 
torna  grandemente  più  accetto  che  noi  produciamo  a 
noi  stessi  mediante  V  efficacia  della  ragione  e  dei  prin- 
cipj.  Avvegnaché  sembra  allora,  già  lo  dicemmo,  che 
r  attività  nostra  fabbrichi  essa  il  vero  e  lo  assimili 
alla  nostra  natura  e  della  sua  certezza  ed  assolutezza 
intimamente  godiamo,  perocché,  come  disse  il  Vico,  cri- 
terio supremo  del  vero  è  farlo. 

16.  —  Alle  conclusioni  medesime  giunsi  con  pre- 
stezza e  facilità  scendendo  a  meditare  suU'  operazioni 
dell'  arte.  E  per  fermo  mi  si  rappresentò  fortunato  e 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'  INFINITO.     131 

felice  sopra  tutti  i  cultori  dell'  arte  colui  il  quale  è  più 
attivo  e  fecondo  autore  dell'  opera  sua  ;  quel  poeta,  per 
esempio,  e  quello  scultore  che  ogni  cosa  anno  tratto  dal 
fondo  proprio,  tanto  che  suolsi  dar  nome  di  creazione 
ai  poemi  ovvero  alle  statue  loro.  E  certo,  se  gli  ac- 
cidenti esteriori  o  le  proprie  passioni  non  li  tribulas- 
sero,  essi  in  quanto  spiegano  nei  prodotti  dell'  arte 
quella  ricca  ed  originale  attività  e  padronanza  debbono 
di  necessità  godere  e  sentirsi  partecipi  di  beatitudine. 
17.  —  Dall'altro  canto,  perchè  l'attività  libera  e 
somma  del  bene  non  può  giacere  discosto  dall'unità,  io  mi 
diedi  a  cercare  per  lungo  tempo  se  a  rispetto  dell'unità 
r^perienza  mia  propria  e  quella  degli  altri  uomini 
confermavano  i  risultamentì  dell'  astratta  speculazione. 
E  non  tardai  guari  ad  avvedermi  che  l' unità  del  nostro 
spirito  vivendo  isolata  in  mezzo  della  natura  è  insuffi- 
ciente ai  suoi  fini  e  convienle  studiare  il  modo  di  cre- 
scere e  dilatarsi  all'  intomo  con  quelle  tre  specie  di 
ampliazione  che  abbiamo  avvisato  essere  soltanto  pos- 
sibili agli  enti  finiti,  e  cioè  la  congiunzione  dei  simili,  la 
partecipazione  dei  diversi  e  la  coordinazione  dei  mezzi 
od  organamento  che  la  si  chiami.  Quest'  ultimo,  assunto 
segnatamente  nella  sua  forma  migliore  ed  istrumentale, 
è  del  sicuro  la  specie  più  prossima  all'  unità  e  che  più 
le  somiglia,  e  però  di  tutti  i  modi  di  congiunzione  e 
composizione  che  intervengono  tra  gli  enti  finiti  quello 
si  è  che  mostra  maggiore  efficacia  ed  arreca  frutto 
maggiore  di  bene.  Ma  che  vuol  dire  organizzare  se  non 
dispiegare  tale  e  tanta  energia  che  l' uno  assimili  a 
sé  il  molteplice  e  nel  molteplice  diffonda  quasi  e  pro- 
paghi r  essere  proprio?  Di  tal  maniera,  diventa  beato 
il  legislatore  che  informa  della  sua  volontà  e  del  suo 
pensìere  lo  Stato,  il  quale  opera  quindi  siccome  fosse 
un  organo  nobilissimo  e  fornito  di  mille  attitudini;  e 


132  LIBRO  SECONDO. 

obbedisce  con  ispontaneità  e  con  ingegno  alla  mente 
legislatrice.  Una  pari  felicità  è  nel  capitano  che  regge 
i  moti  diversi  ma  sempre  coordinati  di  quell'esercita 
da  lui  scelto  adunato  e  disciplinato  e  che  pende  do- 
cilissimo  dai  cenni  di  lui  nelle  vicende  prospere  e  nelle 
contrarie.  Così  da  ogni  parte  e  dalla  natura  più  dif- 
ferente dei  fatti  mi  ridondava  un  concetto  medesimo. 
e  vale  a  dire  che  il  bene  nella  creazione  è  certa  unità 
sommamente  attiva  e  operosa  e  la  quale  si  fa  centro 
d'  una  varietà  pressoché  infinita  per  via  dell'  organa- 
mento. 


VI. 


18.  —  Esce  da  tutto  questo  la  conseguenza  che  Dio 
pur  volendo  fornire  le  creature  d'ogni  abbondanza  di 
attributi  noi  potrà  fare  se  non  per  gradi,  essendo  quelle 
necessitate  a  condizioni  finite  e  vale  a  dire  sempre  in- 
compiute, come  sempre  capaci  di  incremento  maggiore. 
In  secondo  luogo,  esse  creature  mai  non  potranno  di- 
latarsi nel  bene  insino  a  tanto  che  si  rimangono  in 
essere  meramente  passivo  e  sono  una  schietta  e  sola 
recettività  dell'  azione  divina.  Per  lo  contrario,  è  loro 
grandemente  mestieri  essere  dotate  di  attività  somma 
od  a  tale  attività  poter  pervenire  ;  e  similmente  fa  loro 
mestieri  di  agire  continuo  sugli  esseri  circostanti  e  di 
convertirli,  quanto  è  possibile,  in  mezzo  e  strumento 
proprio. 

19.  —  Se  non  che,  pur  sottoponendo  l'intero  uni- 
verso al  loro  ihtento  del  bene,  questo  non  uscirà  mai 
del  temporaneo  e  del  relativo  e  la  serie  delle  varietà 
ed  ampliazioni  avrà  un  termine  non  valicabile.  Atte- 
soché il  finito  (si  disse  più  d'  una  volta)  per  ispaziare 

crescere  senza  termine  domanda  il  fondamento  e  la 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'  INFINITO.    133 

conn^sione  deli'  infinito.  Per  lo  certo,  Dio  può  provve- 
<lere  a  questo,  partecipando  direttamente  sé  stesso  alle 
creature.  Ma  pongasi  mente  che  qui  torna  intera  in* 
tera  la  difficoltà  poc'anzi  accennata  e  vogliam  dire 
che  la  partecipazione  stessa  divina  conviene  che  sve- 
^li  Fattività  delle  creature  e  divenga,  per  modo  di  par- 
lare, una  conquista  e  un  possesso  loro,  senza  di  che 
non  germoglierà  da  essa  il  frutto  prezioso  del  bene. 

20.  —  Entrato  io  a  volta  a  volta  in  cotesta  sequela 
«li  raziocinj  e  convintomi  della  loro  sodezza,  mi  accorsi 
<lella  gran  luce  che  spandono  sopra  molti  problemi  di 
^mUÀùgia,  e  cosmologia  e  qualmente  al  riflesso  di  quella 
luce  r  aspetto  di  molte  cose  comparisca  diverso  ed  anzi 
opposto  al  giudicio  che  se  ne  fa  per  ordinario  dagli 
scrittori  non  che  dal  volgo.  Allora  io  vidi  manifesto 
perchè  la  intuizione  nostra  di  Dio  incominci  così  velata 
ed  ombratile  e  perchè  dobbiamo  pensare  ad  appro- 
priarci a  poco  per  volta  Y  infinito  dell'  idea  che  sempre 
incombe  al  nostro  intelletto.  Né  feci  diverso  giudicio  di 
sifueir  altro  stato  dell'  animo  nostro  che  io  notava  nel 
libro  secondo,  Capo  settimo  dell'ontologia,  dove  definii 
brevemente  le  quattro  maniere  d' influsso  che  movono 
immediatamente  da  Dio  ed  operano  con  viva  efficacia 
nel  fondo  dello  spirito  umano.  Quivi,  ricordi  il  lettore 
che  io  m' intrattenni  a  spiegare  siccome  di  quelle  ma- 
niere d'influsso  manifestansi  unicamente  gli  effetti,  i 
quali  sebbene  riescano  maravigliosi  ed  abbiano  suffi- 
cienza di  risv^liare  in  diverso  modo  la  nostra  energia, 
non  però  dimostrano  senza  velo  e  senza  intermezzo 
giammai  la  fonte  sublime  ed  inaccessibile  da  onde  pro- 
vengono. Quindi  ella  non  è  intuita  ma  propriamente 
argomentata.  Mi  sembrò  del  pari  discernere  allora  con 
distinzione  e  chiarezza  che  quando  lo  spirito  umano 
«enza  buona  preparazione  e  senza  spiegamento  propor- 


134  LIBRO  SECONDO. 

zionato  dì  attività  e  di  opera  venisse  in  contatto  im- 
mediato con  la  verità  o  la  bellezza  o  la  santità  od 
altra  perfezione  divina,  questa  a  se  il  rapirebbe  e  in 
se  medesima  il  terrebbe  assorto  invasato  ed  immobile 
come  per  povera  similitudine  fa  la  nostra  terra  delle 
stelle  cadenti  e  il  Sole  delle  comete  che  gli  cascano 
dentro. 


vn. 


21.  —  Pervenuto  a  questo  punto  della  mia  medi- 
tazione intorno  al  principio  deir  universo,  mi  persuasi 
della  verità  e  certezza  delle  massime  infrascritte. 

22.  —  Che,  cioè  nell'  universo  spiegasi  l'indefinito 
della  possibilità  non  però  ciecamente  e  per  la  sola 
necessità  del  dovere  ogni  potenza  venire  alF  atto,  ma 
in  maniera  a  Dio  convenevole  e  in  virtù  del  decreto 
della  bontà  infinita,  la  quale,  scorgendo  che  il  bene 
finito  è  fattibile,  lo  chiamò  air  esistenza  e  di  quanti 
esseri  cava  dal  nulla  nessuno  vuole  che  sia  onnina- 
mente alieno  dal  cooperare  all'attuazione  del  bene. 

23.  —  Quindi  non  si  dee  chiedere  perchè  la  natura 
comincia  da  questo  grado  dell'esistenza  ovvero  da 
quello.  Perocché  nella  catena  degli  enti  creati  qualun- 
que punto  sia  scelto  da  noi  ovvero  posto  dall'  espe- 
rienza ordinaria  nella  comune  veduta  comparirà  sem- 
pre, a  chi  ben  lo  guarda,  ne  il  primo  assolutamente  né 
l'ultimo;  e  sempre  al  pensiero  si  affacceranno  dei 
possibili  antecedenti  e  inferiori  come  de' susseguenti 
e  superiori  non  numerabili,  i  quali  tutti,  replichiamo, 
anno  qualche  attinenza  remota  o  vicina  all'attuazione 
incessante  ed  universale  del  bene. 

Nemmanco  si  dee  cercare  in  qual  parte  delle  cose 
create  e  in  qual  punto  di  loro  durata  si  aduni  maggior- 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    135 

mente  o  per  lo  contrario  si  diradi  quel  mal  positivo  che 
dalle  limitazioni  proviene  come  da  fontale  promozione. 
E  se  cotal  male  si  spanda  invece  con  poca  disparità  nel 
mondo  visibile  e  neir  invisibile.  Egli  mi  parve  che  inda- 
gare la  giusta  misura  di  tutto  ciò  sia  temerario  e  a  qua- 
lunque altezza  di  scienze  non  conceduto.  Salvo  il  sapere, 
come  altrove  fu  notato,  che  nel  generale  ampliandosi  la 
virtù  del  finito  e  l' operare  coordinato  degli  enti  par- 
tecipi di  ragione  debbe  al  mal  positivo  venir  scemando 
Tia  via  la  latitudine  e  T  efficacia.  Quindi  mi  persuasi 
che  r  economia  del  creato  debbe  sempre  venir  divisata 
nel  suo  tutto  insieme  e  nell'  àmbito  immenso  de'  suoi 
contenenti.  Ed  una  cosa  essere  l'indefinito  svariatis- 
sìmo  e  strano  e  incomposto,  a  cosi  chiamarlo,  di  tutti 
i  possibili  ;  altra  la  sapienza  infinita  che  pensa  e  or- 
dina le  combinazioni  loro.  Quindi  sono  come  caratteri 
che  mescolati  nella  grande  urna  del  Caos  riescono 
informi  ed  incoerenti;  ma  combinati  da  una  mente  espri- 
mono (poniamo  caso)  V  Iliade  o  la  Divina  Commedia, 
24.  —  In  secondo  luogo,  visto  e  riconosciuto  per 
raziocinio  e  per  induzione  che  il  bene  tragittandosi 
dall'infinito  al  finito  non  cambia  essenza  ne  attribu- 
zione e  che  il  sol  modo  di  possederlo  consiste  nel  farlo 
e  la  sua  pienezza  massima  convertesi  con  la  massima 
attività  ;  e  in  fine  che  convertendosi  egli  eziandio  con 
r  Uno,  bisogna  che  il  bene  creato  cerchi  tutte  le  simi- 
glianze  e  imitazioni  dell'  unità  mediante  ogni  maniera 
di  congiunzione  e  coordinazione  e  quella  segnatamente 
che  piglia  nome  di  strumento  o  di  organo;  perciò  è 
da  giudicare  con  sicurezza  che  il  mondo  creato  risulta 
di  una  catena  immensa  e  correspettiva  d' azione  e  pas- 
sione, e  parte  fa  e  s' appropria  il  bene,  parte  fornisce 
alcuna  materia  o  alcun  mezzo  per  1'  attività  intorno 
al  bene. 


136  LIBRO  SECONDO. 

25.  —  In  ciò  si  comprende  un  principio  fondamen- 
tale e  fecondo  della  scienza  cosmologica,  il  quale  dice  : 
che  Dio  nella  natura  tutto  crea  e  nulla  opera,  tutto 
preordina  e  nulla  eseguisce. 

26.  —  Ultimamente,  perchè  la  impotenza  ed  in- 
sufficienza congenita  d'ogni  qualunque  finito  e  il  mal 
positivo  che  ne  proviene  e  la  diversità  sregolata  e  di- 
scorde di  tutti  i  possibili  viene  parte  impedita  e  parte 
corretta  dall'  artificio  divino  delle  combinazioni  ;  ed 
oltre  di  ciò,  i  subbietti  attivi  destinati  a  partecipare 
il  bene  debbono  coordinare  a  sé  stessi  la  serie  dei 
mezzi  e  degli  apparecchi,  necessario  è  che  nella  natura 
apparisca  quasi  un'  immagine  di  fatica  di  tardità  e  di 
stento  ;  mentre  invece  non  può  figurarsi  cagione  alcuna 
la  quale  si  muova  ed  operi  con  prestezza  ed  agevolezza 
maggiore,  in  quanto  né  mai  si  spende  nella  natura 
un  attimo  di  tempo  di  più  né  le  cose  adempiono  un 
solo  atto  contrario  minimamente  all'indole  loro  ed  al 
loro  fine  immediato. 

Vili. 

27.  —  Ò  raccontato  a  filo  a  filo  il  succedersi  de'  miei 
raziocinj  intorno  al  proposito  ;  ancora  che  in  fatto  sia 
nel  corso  loro  intervenuta  piii  d'  una  incertezza  ed 
abbia  toccato  alla  riflessione  la  cura  e  il  disagio  del 
tornarvi  sopra  assai  volte.  Ciò  non  ostante,  io  vorrei 
pure  che  tutte  le  pagine  di  queste  mie  Confessioni  as* 
somigliassero  alle  qui  presenti,  non  vi  essendo  occorsa 
necessità  di  pentirmi  né  obbligo  di  disdire  innatizi  al 
pubblico  il  fatto  mio  proprio  ;  e  quanto  all'  aver  dile- 
guato dalla  mia  mente  quell'errore  volgare  di  credere 
che  il  fondamento  della  felicità  sia  nel  riposo,  nella 
passività  e  nel  ricevere  il  bene  senza  produrlo,  io  mo- 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    137 

strai  di  stimare  il  contrario  insino  da  quando  furono» 
mandati  fuori  i  Dialoghi  di  Scienza  Prima. 

28.  —  Intanto,  egli  pare  che  da  coteste  mie  medi- 
tazioni rampolli  una  ragione  gagliarda  e  feconda  con- 
tro gli  scettici,  i  quali  non  finano  mai  di  chiedere  ai 
metafisici  perchè  nel  mondo  è  il  mal  positivo  e  per- 
chè il  bene  potendo  essere  partecipato  ^Ue  creature, 
ciò  non  accade  immediatamente  e  con  abbondanza  per 
lo  manco  sì  fatta  che  pareggi  il  bisogno  e  il  desiderio 
che  se  ne  à  ;  ed  infine  perchè  la  natura  sembri  dannata 
a  certo  travaglio  incessante  per  attingere  lo  scopo  suo 
e  da  per  tutto  compariscano  sequele  e  concatenamenti 
di  mezzi  di  apparecchi  di  organi,  laddove  una  potenza 
e  una  sapienza  infinita  ebbe  piena  balìa  di  costruire 
c^ni  cosa  nella  maturità  e  compitezza  delF  essere 
proprio. 

29.  —  Noi,  dunque,  in  cambio  di  argomentare  dal 
solo  assurdo  come  fece  Leibnizio  ed  altri  prima  e  dopo 
di  lui,  provando  che  la  spiegazione  di  tutto  ciò  debbe 
esistere  comunque  non  apparisca,  da  poiché  Dio  bontà 
e  potenza  infinita  vuole  del  sicuro  il  bene  del  mondo 
anzi  il  massimo  bene  partecipabile,  noi,  dico,  in  luogo 
di  questo  inferire  e  arguire  dalla  impossibilità  del 
contrario  rispondiamo  agH  scettici  soprallegati  con 
ragioni  dirette  e  palmari  tutte  ricavate  dalla  essenza 
stessa  di  ciò  che  riceve  V  esistere  e  dalle  relazioni  es- 
senziali tra  il  finito  e  T  infinito. 


138  LIBRO  SECONDO. 


CAPO  SECONDO. 

DELLA  IMMANENZA  DI  DIO  NEL  CREATO. 


I. 

30.  —  AfFermano  i  moderni  filosofi,  segnatamente 
alemanni,  che  il  maggior  pregio  de'  panteisti  da  Gior- 
dano Bruno  a  Spinoza  e  da  questi  all'Hegel  vuol 
essere  riconosciuto  in  ciò  che  Dio  nelle  cosmologie 
loro  vive  presente  e  immanente  nella  natura  ;  come  se 
il  teismo  disgiungesse  la  creazione  dall'autor  suo;  e 
noi  per  la  parte  nostra  già  non  avessimo  dimostrato 
centra  ogni  sorta  di  atomisti  e  materialisti  la  necessità 
continua  per  entro  al  finito  di  una  mente  e  d'una  ra^one 
nella  assenza  di  cui  regnerebbe  informe  e  sconvolto  il 
Caos  e  la  notte  perpetua.  E  sebbene  non  sia  una  mente 
ed  una  ragione  dilatata  per  le  membra  infusa  per 
artus  a  modo  di  anima,  è  tuttavolta  più  essenziale  ed 
intima  ad  esse  che  un'  anima  dentro  ad  un  corpo  ; 
perocché  le  fa  esistere  e  le  mantiene.  Sicché  il  teismo 
afferma  ed  assevera  senza  dubitazione  veruna  che  tatto 
non  è  Dio  ma  Dio  é  in  tutte  le  cose.  NuUameno,  per- 
ché noi  d'altra  parte  affermiamo  il  moto  lo  spiega- 
mento e  la  vita  della  creazione  uscire  dall'  opera  in- 
cessante e  coordinata  delle  cause  seconde,  occorre  di 
sciogliere  con  più  disteso  discorso  la  contraddizione 
apparente.  E  si  fatte  contraddizioni  apparenti,  da  capo 
il  diciamo,  debbono  rinnovarsi  ad  ogni  definizione 
d'alcun  principio  supremo  ed  originale;  perocché  quivi 
si  toccano  l' infinito  e  il  finito  e  i  modi  nostri  abituali 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'  INFINITO.    139 

di  ragionare  e  concludere  vi  riescono  insafficienti.  Tal- 
ché dee  bastare  ad  ogni  savia  speculazione  di  sciogliere 
r  incongruenza  e  concludere  in  una  realità  così  vera 
e  certa,  come  poco  o  nulla  esplicabile.  L'arcano  oc- 
cupa sempre  il  varco  estremo  della  scienza. 

n. 

31.  —  In  antico,  per  Aristotele  e  i  suoi  seguaci  la 
patena  del  mondo  e  la  potenzialità  sua  esistendo  ab 
eiemo  e  indipendente  da  Dio,  ebbesi  arbitrio  di  con- 
cepire un  primo  atto  efScieute  di  moto  bastevole  a  su- 
scitare tutte  le  forme  e  dato  quasi  fuori  delle  inten- 
zioni di  esso  Dio.  Ma  chi  piglia,  siccome  noi,  le  mosse 
dalla  creazione  ex  nihilo  è  invece  costretto  a  fare  im- 
manente e  perpetua  nella  natura  la  efficienza  divina, 
rimossa  la  quale  per  ancora  un  istante,  le  cose  tor- 
nerebbero al  nulla  onde  uscirono.  Ne  simile  legamento 
è  parziale  o  comechessia  limitato,  anzi  limita  esso 
tutte  le  cose.  Per  fermo,  nulla  nell'  ente  finito  sussiste 
che  non  sia  causato,  l' interno  quanto  V  esterno,  il  sub- 
bietto  come  le  qualità,  gli.  accidenti  non  punto  meno 
dell'  essenza.  Le  stesse  limitazioni  ed  insufficienze  di 
luì  sono  dalla  cagione  assoluta  determinate,  ancora  che 
nell'universale  la  limitazione  e  l'insufficienza  sieno 
cosa  negativa  e  da  Dio  non  provengano;  ma  che  tal 
limite  ovvero  cotesto  altro  accada  in  un  essere  e  in 
quella  maniera  e  in  quel  grado  Dio  solo  prescrive  nel- 
r  atto  sue  creativo  ;  e  da  ultimo,  perchè  ogni  condizione 
delle  create  esistenze  è  finita,  appare  manifesto  che 
l'infinito  da  ogni  banda  le  involge  e  le  penetra.  Quando 
una  molecola  sola  di  qual  sia  corpo  e  un  solo  atto  di 
qual  sia  spirito  valessero  a  slegarsi  dalla  efficienza  di- 
vina quell'  atto  e  quella  molecola  o  annichilirebbesi. 


'J40  LIBRO  SECONDO. 

come  testé  si  notava,  o  per  lo  contrario  sarebbero  tras- 
mutati subito  in  enti  assoluti  e  sarebbero  Tuna  e 
r  altro  due  Dei. 

32.  —  Ma  viceversa  eotesta  divina  efficienza  crea  e 
determina  delle  sostanze  emananti  certi  atti  e  fornite 
della  capacità  di  promovere  altri  atti  in  altre  sostanze. 
Laonde  tuttociò  che  operano  le  cause  create  non  è  atto 
divino  e  non  sono  esse  veicolo  dell"  atto  divino  ;  ancora 
che  la  forma,  le  condizioni,  il  modo,  la  misura  ed  ogni 
accidente  dell'  operazione  venga  determinato  da  Dio.  Il 
perchè,  sebbene  i  subbietti  creati  sono  causa  immediata 
delle  proprie  azioni  e  modificazioni,  non  sarebbe  sotto 
diverso  rispetto  un  parlare  sconveniente  quello  di  dire 
che  Dio  è  cagione  pure  immediata  di  qualunque  azione 
e  modificazione  dacché  ogni  subbietto  operante  riceve 
r  esistenza  di  sé  e  del  suo  principio  attivo  eziandio  in 
quel  momento  in  che  opera.  Ad  ogni  maniera  (e  que- 
sto conviene  pur  sempre  tenersi  a  mente)  Y  atto  crea- 
tivo e  Teffetto,  quale  che  sia,  sono  divisi  sostanzialmente. 
E  poniamo  che  Dio  fosse  cagione  immediata  delle  azioni 
di  certe  sostanze  o  di  tutte,  ciò  neir  ultimo  vorrebbe 
significare  che  Dio  fa  comparire  certe  forme  attive  ade- 
renti a  certi  subbietti;  ma  quelle  forme  attive  già  non 
sarebbero  azioni  di  Dio  rimanendo  fuori  di  lui  e  so- 
stanzialmente da  lui  divise.  Onde  poi  seguita  che  quelle 
forme  non  potendo  essere  azioni  di  Dio  né  azioni  dei 
subbietti  in  cui  appariscono  o  sarebbero  non  atti  ma 
fenomeni,  ovvero  conterrebbero  in  sé  medesime  il 
principio  d' azione,  che  vale  quanto  dire  che  sarebbero 
un  subbietto  causale  dentro  un  altro  subbietto.  Cosa 
(lo  notiam  di  passata)  che  Malebranche  non  avvertiva 
quando  pose  in  mezzo  la  sua  teorica  delle  cause  oc- 
casionali e  si  arbitrò  di  privare  d' ogni  efficienza  i  sub- 
bietti creati. 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    141 


111. 

33.  — Veduto  quello  che  sia  la  causa  efficiente  su- 
pirema,  e  che,  non  ostante  il  partecipare  eh'  ella  fa  alle 
cause  seconde  il  principio  attivo,  questo  medesimo  creato 
e  determinato  tuttora  da  lei  a  lei  connette  e  lega  ogni 
cosa  ad  ogm  momento,  sembra  strana  la  sentenza  dei 
panteisti,  la  qual  non  vuole  che  nel  nostro  sistema  Dio 
r^ni  e  viva  presente  e  immanente  nella  natura,  come 
:9e  Dio  non  fosse  continuo  nell'  atto  suo  creativo  e  de- 
terminativo d'ogni  esistenza. 

34.  —  Ma  oltre  di  questo  nessuna  ragione  ci  vieta 
d'immaginare  che  fra  le  determinazioni,  a  così  dire, 
impresse  negli  enti  ve  ne  sia  alcuna  o  molte  od  innu- 
merevoli le  quali  consistono  in  qualche  modo  di  con- 
giunzione di  essi  enti  con  Dio.  Che  anzi  di  parecchie 
abbiamo  notizia  manifesta  come  dell'intelletto  congiunto 
con  la  infinita  idealità.  E  quelle  aspirazioni  nostre  no- 
bilissime e  cotidiane  al  vero,  al  bene,  al  bello  e  al  santo 
assolato  dicemmo  altrove  essere  provocate  da  certo  in- 
flusso od  azione  divina  particolare,  la  quale,  sebbene 
non  intuita  nella  sua  fonte  e  cagione,  pure  è  sentita 
<la  noi  nell'  effetto  mirabile  prodotto  dentro  dell'animo 
?30tto  forma  di  spontaneità,  e  la  quale  venir  confusa  non 
può  con  veruna  delle  cagioni  finite  in  noi  operanti. 
Quindi  noi  non  poniamo  limite  alcuno  così  al  genere 
di  congiunzione  delle  cose  con  Dio,  come  all'  intensione 
e  penetrazione  di  lei.  Soltanto  affermiamo,  che  se  tali 
sorte  di  unimento  con  Dio  corrono  al  fine  universale 
del  bene,  porta  la  necessità  che  gli  esseri  creati  e  con- 
giunti vi  spieghino  il  supremo  dell'  attività  e  s' appro- 
priino  r  unione  sì  fattamente  da  convertirla  in  loro  fa- 
coltà e  possesso. 


142  LIBRO  SECONDO. 

Dicemmo  pure  altrove,  e  qui  ripetiamo,  che  sebbene 
o  V  unimento  nostro  con  V  atto  creativo  od  altra  spe- 
cie di  congiunzione  possa  venir  giudicata  più  intrinseca 
a  noi  e  alle  cose  di  quello  che  V  altre  tutte  congiun- 
zioni ed  unioni  delle  cose  create  in  fra  loro,  nientedi- 
meno ella  è  di  tale  essenza  e  forma,  che  non  trasmuta 
noi  e  le  cose  in  modi  e  azioni  di  Dio  e  noi  vuole  e 
conserva  autori  dei  nostri  atti  imputabili  e  ad  ogni 
subbietto  creato  mantiene  la  inalterabile  e  sostanziale 
individualità  che  sortiva.  Del  pari,  a  discorrerla  con 
rigore,  non  puossi  dell' unimento  di  Dio  con  la  crea- 
zione asserire  né  la  specie  né  il  quanto,  e  dire  che  è 
più  intrinseco  o  meno  o  altrettanto  di  quelli  unimenti 
fra  le  cose  a  noi  conosciuti  per  esperienza.  Come  non 
è  possibile  dire,  a  modo  d'  esempio,  che  i  corpi  si  con- 
giungono più  strettamente  allo  spazio  di  quello  che 
noi  con  essi  quando  li  tocchiamo  ovvero  li  sollecitiamo 
al  moto  ;  perocché  sono  due  maniere  di  unimento  af- 
fatto diverse  ed  incomparabili. 

IV. 

35.  —  Dopo  tali  dichiarazioni  non  avvi  dubbio  nes- 
suno che  il  divario  capitale  che  passa  tra  noi  ed  i  pan- 
teisti circa  al  proposito  raccogliesi  in  questo,  ch'eglino, 
incapaci  per  condizione  di  nostra  mente  di  intuire  per 
via  diretta  l' azione  creatrice  di  Dio  e  non  concependo 
altra  forma  d'immanenza  eccetto  che  quelle  manife- 
stateci dai  subbietti  e  dalle  cagioni  finite,  trasmutarono 
le  operazioni  e  le  leggi  della  natura  in  atti  necessarj 
e  immediati  di  Dio  medesimo.  Quindi  la  immanenza 
suona  per  essi  perfetta  consustanzialità.  Né  solo  Dio 
è  in  tutte  le  cose,  ma  tutte  le  cose  sono  Dio.  In  co- 
testa  guisa  abbassarono,  per  mio  giudicio,  la  divinità 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    143 

• 

altissiina  insino  alla  nostra  miseria  e  di  più  dimezza- 
rono e  impoTerìrono  la  scienza  umana.  Avvegnaché 
quella  dai  teisti  professata  oltre  alle  opere  della  na- 
tura ed  all'universo  creato  largheggia  nella  contem- 
plazione di  un  atto  infinito  che  senza  moto  ne  succes- 
sione dalla  cima  di  tutti  i  secoli  fa  esistere  i  mondi  e 
li  mantiene  e  gì'  innova  e  da  ogni  parte  gì'  involge  e 
li  penetra,  come  lo  spazio,  a  parlare  per  immagini,  in- 
volge e  penetra  tutti  i  corpi  in  qualunque  lor  parte; 
e  nella  maniera  che  lo  spazio  rimane  esteriore  alle  forze 
che  sono  inestese,  del  pari  l' atto  creativo  penetrando  le 
sostanze  con  esso  loro  non  s' immedesima. 

36.  —  Avvi  dunque  una  efficienza  che  crea  e  de- 
termina ogni  ente  finito  e  lo  regge  e  mantiene.  Peroc- 
ché, dove  lo  tramutasse  in  propria  sostanza  od  in  pro- 
prio atto,  tanto  varrebbe  annullarlo.  In  quel  cambio 
mentre  lo  produce  e  dispone  e  dagli  forma  e  limite  e 
lo  circonda  e  lo  penetra,  pure  lo  mantiene  fuori  di  sé. 

37.  —  Similmente,  mentre  fluisce  perenne  e  inces- 
sabile r  attuazione  dei  possibili  e  ciascuno  si  distingue 
e  scevera  da  tutti  gli  altri  e  tutti  gli  altri  da  lui  e  ne 
risulta  un  complesso  tanto  diverso  e  bizzarro  quanto 
la  più  inventrice  fantasia  può  andar  figurando  e  nulla 
tu  non  ravvisi  ne'  loro  subbietti  salvo  che  le  necessità 
permanenti  di  loro  natura,  una  mente  invisibile  e  ad 
essi  esteriore  senza  alterare  per  niente  1'  essere  proprio 
di  ognuno  e  solo  ponendo  ordine  nelle  loro  combina- 
zioni tragge  quell'universo  di  essenze  strane,  sconvolte, 
incongruenti  ed  insufficienti  ;  le  tragge,  dico,  non  consa- 
pevoli all'adempimento  del  fine,  che  è  la  partecipazione 
del  bene  massimo  al  massimo  numero  di  creature. 

38.  —  Così  é  immanente  nella  natura  non  solo  un 
atto  mirifico  di  potenza  infinita  ma  una  mentalità  che 
mentre  non  fa  nulla,  predispone  e  preordina  il  tutto  e 


144  LIBRO  SECONDO. 

mentre  le  cose  non  la  contengono  o  non  la  ravvisano, 
sono  invece  contenute  e  informate  da  lei,  e  Virgilio  parlò 
esatto  e  profondo  con  dire  Mens  agitai. mólem.  Di  tal 
maniera  torniamo  ad  accertare  uno  de' fondamentali 
prindpj  della  cosmologia,  e  vale  a  dire  ogni  cosa  esser 
fatta  dalle  cagioni  seconde  e  queste  obbedire  in  tutto 
alle  facoltà  ed  attribuzioni  dell'  indole  propria,  la  quale, 
per  altro,  non  è  a  caso,  ma  porta  scritta  in  se  una 
lettera  che  unita  ad  altre  ed  altre  dell'  infinito  alfabeto 
compone  il  poema  eterno  del  mondo  creato. 

Laonde  nella  natura  una  cosa  è  chiedere  la  ragione 
immediata  di  ciò  che  diventa,  e  una  diversa  è  chiedere 
la  immediata  cagione.  Questa  emerge  sempre  dalla 
forma  essenziale  dei  subbietti  finiti  e  particolari;  quella 
è  riposta  nella  suprema  mentalità  che  dispose  le  com- 
binazioni e  della  quale  può  dirsi  col  poeta  : 

<  L' arte  che  tutto  fa  nulla  si  scopre,  » 

conciossiachè  l'arte  divina  combinatoria  che  concilia 
stupendamente  la  possibilità  inesauribile  con  la  infinita 
provvidenza  non  può  essere  veduta  dentro  alle  cose 
salvo  che  dall'occhio  dell'intelletto. 

V. 

39.  —  Ora,  io  non  dubiterei  di  afi^ermare  che  tale 
cagione  e  tale  ragione  così  distinte  fra  loro  e  per  un 
certo  rispetto  così  divise  e  separate  sono  confuse  indebi- 
tamente nei  sistemi  de'  panteisti  moderni  ;  e  ciò  appunto 
per  la  immanenza  consustanziale  di  Dio  nel  grembo 
della  natura.  Per  fermo,  giusta  i  dogmi  hegeliani  l'idea 
dimora  essenzialmente  dentro  le  cose  ;  queste  anzi,  sono 
la  idea  medesima  in  quanto  si  esterna  e  per  mezzo 
della  vita  ricupera  la  unità  dispersa  nella  materia  e 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'  INFINITO.    145 

giunge  alla  perfetta  e  assoluta  esistenza  dello  spirito. 
Quindi  gli  oggetti  dell'esperienza  non  sono  altro  che 
riferimenti  e  rapporti  diversi  della  idea  con  sé,  la  quale 
facendosi  astratta  o  concreta,  subbietto  od  obbietto,  me- 
diata o  immediata  e  così  conoscendo  e  ripetendo  mil- 
lanta volte  le  alienazioni  sue  ed  i  suoi  ritorni,  trasmuta 
e  si  svolge,  tanto  che  il  mondo  visibile  intero  può  esser 
detto  una  esternazione  della  logica,  ovvero  delle  ca- 
tegorìe prìncipali  tra  cui  si  muove  il  pensiere  rappre- 
sentativo. Laonde  le  sostanze  e  forze  speciali  operanti 
par  propria  virtù  e  con  leggi  inserite  nella  essenza  loro 
immutabile  dove  sono?  Bene  si  affermava,  impertanto, 
qua  sopra  che  delle  due  entità  che  sempre  sono  da 
cercare  nella  natura,  la  cagione  cioè  e  la  ragione,  quello 
che  costituisce  la  cosa  e  1'  atto  e  quello  che  ne  mostra 
il  perchè  finale,  la  prima,  che  è  la  cagione,  si  annulla 
per  mio  avviso  ne'  sistemi  de'  panteisti  moderni  ;  e  la 
seconda  è  ragione  d'  una  fatta  così  diversa  dalla  co- 
mune  degli  uomini  che  conviene  innanzi  metter  mano 
ai  vocabolarj  e  le  vecchie  accezioni  cambiar  nelle  nuove. 

40.  —  Noi  dunque,  raccogliendo  le  massime  definite 
per  entro  questi  due  Capi  del  Libro  secondo  e  antici- 
pando un  poco  su  quello  che  verrà  dimostrato  quando 
d  avverremo  nella  necessità  che  incombe  a  tutti  gli 
enti  razionali  di  congiungersi  in  modi  particolari  con 
r  infinito,  crediamo  di  poter  fermare  con  ragione  sal- 
dissima i  principj  infrascritti  che  sono  effettualmente 
sostegno  e  luce  delle  teorie  cosmologiche. 

La  efficienza  divina  crea  e  determina  tutto. 
La  divina  mentalità  preordina  tutto. 
La  natura  naturata  fa  tutto. 
La  infinitudine  partecipata  termina  tutto. 

41.  —  Né  si  vuol  negare  che  tra  la  prima  propo- 
sizione e  la  terza  non  intervenga  l' apparenza  d'  una 

Uknuni —  II.  iO 


146  LIBRO  SECONDO. 

insolubile  antilogia,  e,  per  dir  più  esatto,  tali  due  pro- 
posizioni così  accostate  riaiFacciano  al  pensiere  con 
vivezza  maggiore  V  antilogia  perpetua  che  sembra  ne- 
gare la  possibilità  della  creazione  ex  nihilo^  sembrando 
negare  che  V  effetto  mentre  sussiste  tutto  quanto  per  la 
cagione,  sussista  separato  sostanzialmente  da  lei.  Seb- 
bene una  miglior  riflessione  persuade  più  tardi  la  mente 
che  ogni  specie  di  creazione  accade  dal  nulla  e  per  tale 
rispetto  fare  esistere  un  modo  e  un  atto  ovvero  un  sub- 
bietto  operante  è  sempre  arcana  cosa  e  inintelligibile. 
Salvo  che,  la  necessità  di  ammettere  la  creazione  so- 
stanziale dal  niente,  rivela  al  pensiere  questa  verità 
che  tra  la  cagione  e  l' effetto  oltre  il  legame  per  espe- 
rienza conosciuto  di  modo  a  sostrato  e  di  atto  ad  agente 
debbe  venir  divisata  una  terza  specie  che  nominiamo 
metafisica,  non  manifestandosi  mai  nelle  cagioni  infe- 
riori ed  essendo  arguita  solo  e  indovinata  dalla  virtù 
discorsiva. 

Per  cotesto  nesso  metafisico,  adunque,  effetto  e  ca- 
gione esistono  V  uno  fuori  dell'  altro  ;  e  nell'  effetto 
può  radunarsi  tutto  il  cumulo  delle  cose  finite,  senza 
che  questo  cumulo  perda  o  scemi  per  niente  la  sua 
condizione  di  effetto.  E  del  pari,  nel  cumulo  detto  può 
dispiegarsi  una  serie  indefinita  di  atti  senza  che  uno 
solo  di  essi  fugga  alla  determinazione  del  primo  atto 
efficiente.  La  natura  naturata,  impertanto,  opera  tutto 
perchè  il  tutto  finito  venne  in  lei  predisposto  e  deter- 
minato insino  all'ultimo  apice;  e  questo  predisporre 
e  determinare  è  atto  assoluto  universale  e  impartibile 
ad  intra  ;  è  atto  sostanziale  successivo  e  molteplice  ad 
extra.  E  perchè  il  primo  non  è  visibile,  è  solo  din- 
nanzi a  noi  la  natura  naturata  e  a  lei  sola  dobbiamo 
chiedere  la  cagione  dei  fatti. 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'  INFINITO.    147 


CAPO  TERZO. 
DEI  PROGRESSI   DELLA   TEODICEA. 


I. 

42.  —  La  natura  è  il  magno   volume  in  cui   cia- 
scuna pagina  dee  portare  scritto  un  segno  lucente  della 
bontà  di  Dio;  perocché  nell' ontologia  vedemmo  la  crea- 
zione fluire  da  essa  bontà  e  divenir  necessaria  per  ciò 
appunto  che  la  possibilità  del  bene  finito  era  una  delle 
idee  archetipe  sussistenti  ab  eterno  nel  pensiere  divino. 
Ufficio  adunque  della  cosmologia  è  mostrare  come  tutti 
i  principj  che  va  trovando  e   provando    confermano 
quello  che  dai  platonici  fu  domandato  il  trionfo  della 
forma  sulla  materia  ovvero  il  trionfo  della  bontà  e  men- 
talità divina,  sulle  oscurezze,  le  impotenze,  le  angustie 
e  le  necessità  del  finito,  già  descrìtte  minutamente  da 
noi  nel  labro  anteriore. 

43.  —  Quivi  abbiamo  scoperta  con  troppa  chiarezza 
(ci  sembra)  la  origine  vera  del  mal  positivo,  il  quale 
per  lo  certo  non  risolvesi  in  negazione  e  che  d'  altro 
canto  non  fu  evitabile  nemmanco  alla  infinita  potenza 
volendo  pure  che  il  finito  esistesse. 

44.  —  Ora  ci  si  è  fatto  manifesto  eziandio  che  tale 
finito  0  come  fu  domandato  poc'  anzi  tale  natura  na- 
turata opera  ogni  cosa.  Di  questo  principio  accade  di 
avvisare  le  conseguenze  più  rilevate  a  rispetto  della 
Teodic^,  non  bastando  forse  di  aver  conosciuto  che 
la  essenza  del  bene  esige  negli  enti  che  ne  partecipano 
uno  spiegamento  di  attività  intensa  ed  uno  appropria- 
mento  continuo  del  mondo  circostante. 


148  LIBRO  SECONDO. 


II. 


45.  —  Ricordiamo,  dunque,  in  breve  che  la  natunt 
non  è  una,  anzi  quanto  alle  condizioni  sue  finite  è  av- 
versa dell'  uno  e  di  ciò  che  all'  uno  maggiormente  si 
approssima.  La  moltiplicità,  impertanto,  assoluta  è 
carattere  indelebile  del  mondo  creato,  e  cioè  a  dire 
eh'  egli  risulta  di  enti  divisi  sostanzialmente  e  uell'  ul- 
timo fondo  di  loro  sostanza  non  penetrabili.  Del  pari 
vedemmo  nel  primo  Libro  che  necessita  alle  cose  finite 
il  permanere  nel  proprio  essere  sostanziale  invariabil- 
mente. Quindi  nella  natura  in  mezzo  a  continue  mu- 
tazioni di  modi  e  accidenti  serbarsi  incomunicabili 
impartibili  e  sempre  medesimi  gli  elementi  estremi,  o 
vogliansi  dire  i  subbietti  primi  ed  originali.  Possono 
questi  aggregarsi  e  congiungersi  e  in  guise  innumere- 
voli modificarsi  l'uno  per  azione  dell'altro;  ma  le  es- 
senze, giova  ripeterlo,  ne  si  annullano  né  si  trasmuta* 
no.  Per  simile,  possono  in  maniere  sublimi  ed  intrinseche 
unirsi  con  1'  Assoluto  senza  diventare  altro  subbietto 
per  ciò,  e  senza  che  il  fondo  loro  sostanziale  mai  con- 
vertasi neir  Assoluto  medesimo  e  in  lui  si  perda  come 
stilla  d'acqua  dentro  l'oceano. 

46.  —  Certo,  in  questo  persistere  dei  subbietti  finiti 
è  il  fondamento  del  nostro  egoismo  ;  che  vuol  dire  di 
quella  finità  esclusiva  e  di  quel  particolare  e  individuo 
onde  non  possiamo  uscire  senza  annullarci  e  mettere 
un  ente  diverso  in  luogo  di  noi  stessi.  Avremo  agio  nel- 
l'ultimo libro  di  riconoscere  alcune  di  quelle  arti  divine 
per  le  quali  nel  modo  che  ogni  ente  con  l' accompagna* 
tura  di  altri  dilata  l' essere  proprio,  così  l' ente  umano 
scorda  e  annega  la  propria  individualità  e  vive  ed  opera 
nell'universale  e  il  genere  suo  tutto  quanto  sembra  farsi 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'  INFINITO.    149 

persona  che  pensa  e  vuole  e  delibera  ^con  effettiva 
unità  di  mente  e  di  animo. 

Per  al  presente,  notiamo  che  il  perdurare  delle 
nature  finite  spianta  dalla  radice  V  orgoglio  di  quei 
sistemi  ontologici  e  cosmologici  a  cui  piace  di  per- 
suader r  uomo  di  essere  la  vagina  di  Dio,  ed  anzi  il 
pensiere  e  la  coscienza  stessa  di  lui. 

47.  —  D' altro  canto,  questa  durata  impermutabile 
dei  subbietti  finiti  porge  fondamento  a  due  forme  essen- 
ziali della  nostra  dignità  ;  e  V  una  consiste  a  perpe- 
tuare la  imputabilità  nostra  morale  e  che  ninna  forza 
o  benigna  o  nemica  può  trasmutarci  in  automati.  La 
seconda  consiste  nel  non  potersi  con  la  mera  passività 
raggiungere  il  bene  ;  e  per  conseguente  noi  destinati  alla 
partecipazione  del  bene  e  al  desiderio  indomabile  del 
fine  assoluto  fammo  altresì  dotati  di  essenziale  energia 
a  quel  fine  proporzionata,  conforme  si  venne  spiegando 
nel  Capo  Primo  e  si  vedrà  in  più  luoghi  dell'  opera. 

48.  —  Tutto  ciò  viene  anche  a  mostrare  con  evidenza 
la  nostra  vita  immortale.  Che  non  solo  per  necessità  di 
natura  debbo  eternarsi  il  nostro  essere  sostanziale  come 
tutti  i  principj  semplici  e  forniti  di  quella  unità  senza 
cui  non  avrebbero  esistenza  e  medesimezza  propria  e 
incomunicabile;  ma  debbe  sussistere  di  là  dal  tempo 
presente  con  le  qualità  essenziali  ed  ingenite  dello  spi- 
rito che  sono  le  determinazioni  innate  e  costitutive  di 
lai,  perocché  egli  non  venne  all'essere  come  una  cosa 
astratta,  indefinita  e  ideale  ma  con  certa  compita  in- 
dividuazione che  sotto  il  cumulo  dei  modi  e  degli  ac- 
cidenti variabili  si  serba  conforme  e  perenne.  E  dove 
in  questo  mutasse,  muterebbe  l' essenza  sua,  e  ciò  vale 
qaanto  che  si  annullasse.  Rimane  che  si  distingua  per 
via  di  fatto  quello  che  in  un  dato  essere  forma  parte 
dell'essenza  e  quello  che  no.  Sopra  il  qual  sunto  la  psico- 


150  LIBRO  SECONDO. 

logia  risponde  con  altrettanta  precisione  quanta  evi- 
denza. E  ninno  dirà  nelFanima  nostra  essere  accidentale 
il  volere,  il  pensare  e  il  saper  di  pensare;  ninno  che  la 
visione  ideale  e  l' intuito  del  subbietto  comune  della 
verità  non  accadano  dentro  di  noi  per  qualche  legame 
essenziale  dell'  anima  con  1'  Assoluto  medesimo  ;  ninno 
che  il  sentimento  e  il  concetto  del  bello,  del  giusto  e 
del  santo  sieno  accidenze  fugaci  promosse  dalle  cose 
esteriori  finite  e  senza  fondamento  veruno  in  qualche 
facoltà  primogenia  di  nostra  natura. 

Tutto  ciò,  impertanto,  noi  rechiamo  del  sicuro  con 
esso  noi  di  là  dal  sepolcro^  in  quanto  almeno  sono 
principio  spirituale  di  azione  ;  e  similmente  noi  vi 
rechiamo  la  libertà  che  è  quella  disposizione  essen- 
ziale deir  anima  di  poter  essere,  come  disse  Platone, 
principio  di  moto  a  sé  stessa.  Vero  è  che  noi  im- 
parammo nel  primo  Libro  alle  cose  attive  finite  toc- 
care questa  general  condizione  di  non  potere  uscire 
da  sé  medesime  d'  ogni  stato  virtuale  in  cui  si  ri- 
trovino, ma  sì  abbisognare  d'  alcuna  cagione  esteriore 
o  promuovitrice  od  occasionale.  Ed  è  questione  troppo 
involuta  e  inopportuna  al  nostro  trattato  cercare  quello 
che  dentro  V  animo  è  attivo  per  sé  e  quello  che  è  vir- 
tuale. Che  anzi  lo  stesso  libero  arbitrio  tuttoché  parte- 
cipi della  natura  di  causa  prima,  nullameno  à  bisogno 
per  operare  che  lo  preceda  la  cognizione,  e  questa  non 
è  facile  a  dire  se  è  sempre  in  qualche  specie  di  atto 
ovvero  é  primamente  ed  originalmente  in  sola  potenza. 

49.  —  Di  quindi  nasce  che  l' anima  umana,  sebbene 
reca,  sempre  con  essolei  le  sue  facoltà,  può  abbisognare 
in  altro  mondo  di  altra  sorta  di  promozione  per  giungere 
air  atto  ;  ma  considerandosi  che  la  materia  sembra 
pochissimo  idonea  a  tal  promozione,  perché  é  inferiore 
sommamente  allo  spirito  in  ogni  qualità  ed  attribu- 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'  INFINITO.    151 

zione,  il  naturai  criterio  ci  porge  che  dovunque  vada 
lo  spirito  vivrà  in  ambiente  piuttosto  più  acconcio  che 
meno  a  spiegare  Tatto  delle  sue  mirabili  facoltà.  E 
a  noi  sembra  che  a  ninna  persona  assai  ragionevole 
debba  venire  in  capo  che  esse  facoltà  sieno  state  al- 
l' anima  distribuite  solo  per  attuarsi  nel  tempo  brevis- 
simo della  vita  presente,  che  al  dirimpetto  della  eter- 
nità è  come  un  punto  nella  immensità  dello  spazio. 
Lasciando  stare  cento  altre  ragioni  che  V  uom  deduce 
dalla  filosofia  morale  e  da  altre  fonti.  E  noi  medesimi 
nel  progresso  dell'  opera  scorgendo  con  evidenza  sic- 
come neir  universo  visibile  e  intelligibile  regna  una 
legge  di  apparecchiamento  di  organamento  e  di  svi- 
luppo, ci  sentiremo  persuasi  ed  anzi  costretti  a  pen- 
sare che  la  presente  vita  essendo  tutta  un  apparecchio 
e  un  organamento  spirituale  e  mentale  dell'  anima 
rivolto  air  assolata  finalità,  toma  impossibile  che  essa 
anima  se  n'  esca  alla  fine  senza  serbare  ed  anzi  accre- 
scere a  dismisura  alcuno  spiegamento  delle  facoltà  sue 
pili  degne  e  ricaschi  affatto  in  quel  suo  stato  virtuale 
e  inattivo  in  cui  nacque;  posto,  peraltro,  ch'ella  abbia 
veracemente  e  con  la  libera  energia  propria  svolte  e 
ampliate  le  sue  potenze  più  nobili,  e  non  invece  piegate 
di  lor  dritto  cammino  servir  facendole  a  intenti  pravi 
e  bestiali. 


III. 


50.  —  La  natura  naturata,  si  disse,  fa  tutto  ;  e  questo 
suo  fare  apparisce  eminente  più  che  in  altra  cosa  negli 
esseri  razionali  e  morali.  Perocché  ad  essi  appartiene 
in  particolar  modo  conquistare  il  bene  e  con  opera 
faticosa  e  travaglio  incessante  appropriarselo  e  diven- 
tare uno  con  lui.  Il  che  manifesta  ad  un  tempo  la 


152  LIBRO  SECONDO. 

gran  dignità  umana  e  quanto  mai  le  si  opponga  la 
passività  e  l'inerzia. 

Ma  per  rispetto  al  male  ed  all'origine  che  con- 
viene assegnargli  giudichiamo  di  aver  provato  che  esso 
nasce  dalla  essenza  non  emendabile  della  finità,  secondo 
le  definizioni  e  spiegazioni  date  da  noi;  per  le  quali 
fu  dimostrato  che  quella  essenza  non  risolvesi  tutta  in 
mera  limitazione,  ma  sì  conduce  seco  certe  forme  di 
realità  positiva  che  sono  le  forme  del  mal  positivo. 

51.  —  Ciò  non  ostante,  come  la  essenza  della  finità 
rimaner  poteva  giacente  nel  nulla  e  Dio  ne  la  cavò 
fuori,  Dio  certamente  per  volere  il  massimo  bene  finito 
volle  altresì  il  male  che  vi  si  meschia.  Laonde  quelle 
distinzioni  del  Leibnizio  fra  il  concorso  materiale  e  il 
formale,  tra  il  volere  e  il  permettere  e  tra  la  volontà 
universale  ed  antecedente  o  la  decretoria  susseguente, 
trattandosi  dell'  autore  primo  e  della  cagione  efficiente 
assoluta  del  tutto,  mi  sembrano  da  lasciarsi  ai  vecchi 
disputatori  di  Ck)imbra  e  di  Salamanca  e  a  torto  un'  in- 
gegno sì  alto  le  andò  pescando  ne'lor  volumi.  Più  strano 
mi  si  rappresenta  1'  altro  sotterfugio  del  Leibnizio  di 
porre  la  prima  radice  del  male  dentro  le  forme  astratte 
che  sono  le  idee,  perchè  queste,  disse  egli,  essendo  in- 
create, non  si  può  affermare  che  fossero  fatte  da  Dio. 
Certo,  ci  voleva  il  coraggio  d'  un  metafisico  a  sbal- 
larla così  grossa  ;  e  fu  davvero  ordito  un  assai  brutto 
scherzo  a  Domeneddio.  Perocché  il  male  da  questa 
valle  di  lacrime,  come  si  usa  chiamarla,  fu  traslatato 
non  pure  in  cielo  ma  nella  sostanza  divina;  che  le 
idee  eterne  a  Dio  appartengono  ed  ogni  cosa  in  lui  è 
sostanzialissima.  Salvo  che  non  si  potea  dir  cosa  più 
contraria  alla  verità.  Le  idee  del  male,  chi  non  lo  sa? 
sono  in  Dio  non  per  somiglianza  ma  sibbene  per  ana- 
logia, e  in  che  consista  cotale  forma  di  analogia  nes- 


VKL  FIXITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    153 

snno  lo  intende.  Che  se  poi  discorriamo  della  possi- 
bilità del  male,  o  dir  si  voglia  della  efficienza  divina 
a  lui  relativa,  basterà  notare  quello  che  altrove  ab- 
biam  dimostrato,  e  cioè  che  nella  onnipotenza  divina, 
appunto  perchè  infinita,  è  piena  balia  di  creare  fuori 
di  sé  il  diverso  da  sé  ;  quinci  nelle  cose  finite  v'  à  due 
sorte  di  positivo,  1'  uno  capace  di  superlazione,  l' altro 
incapace. 

IV. 

52.  —  In  somma,  egli  non  si  dee  dubitare  dal  leale 
iilo6ofo  di  asserire  che  Dio  à  voluto  il  male  commisto 
a  bene  sovrabbondante,  dacché  questo  senza  quello  non 
era  possibile;  considerato  che  la  essenza  del  finito  è 
immutabile.  Dio  à  voluto  quel  poco  o  molto  di  male 
perchè  di  gran  lunga  è  sempre  inferiore  al  bene  e  per- 
chè il  tempo  e  la  divina  mentalità  l' andrà  viemeglio 
attenuando  e  stremando  in  qualunque  angolo  deir  uni- 
verso, e  ogni  danno  sarà  compensato  e  ogni  perdita 
ristorata  a  lai^a  misura. 

53.  —  Quanto  poi  al  mal  morale  che  di  tutti  è  il 
peggiore,  anzi  può  taluno  mantenere  che  sia  solo  esso 
il  mal  sostanziale.  Dio  volle  che  apparendo  di  neces- 
sità fra  gli  enti  razionali  e  morali  non  vi  producesse 
più  guasto  che  una  perturbazione  transitoria  e  sem- 
pre mai  circoscritta  dell'  ordine  universale  del  bene,  e 
provvide  sapientemente  perchè  a  grado  per  grado  e  in 
lungo  trascorrere  dell'  età  si  adempia  a  capello  la  legge 
mirabile  annunziata  dal  Vico,  e  cioè  che  nel  mondo 
morale  e  civile  quello  che  è  diventi  di  mano  in  mano 
quel  che  debb'  essere. 

54.  —  Ma  intorno  di  ciò  accadono  schiarimenti  pa- 
recchi e  di  somma  importanza.  Si  contenti  però  il  let- 


154  LIBRO  SECONDO. 

tore  di  metter  l' occhio  in  un'  altra  pagina  della  storia 
secreta  de' miei  pensieri;  ai  quali  confesso  che  era 
mancata  consistenza  e  compitezza  circa  il  proposito 
prima  di  pubblicare  i  Dialoghi  di  scienza  Frima.  Io 
narrerò  dunque  in  breve  per  che  occasioni  e  ragiona- 
menti io  ne  venissi  pure  s>  capo. 

V. 

55.  —  A  poche  miglia  da  Parigi  avvi  uno  stagno 
che  quelli  del  luogo  domandano  lago,  si  perchè  è  molto 
grande  e  sì  per  quel  fare  francese  di  magnificare  ogni 
cosa.  Ma  come  ciò  sia,  l' industria  e  1'  accorgimento 
francese  à  pur  convertito  quello  stagno  o  laghetto  in 
un  sito  amenissimo  e  fabbricatovi  palazzine  eleganti 
che  arieggiano  quelle  cascine  di  Svizzera  così  piacevoli 
a  riguardare  e  comode  ad  abitare,  sebbene  tutto  sia 
legno  e  qualunque  parte  e  ornamento  tenga  del  rustico. 
Colà,  dunque,  io  m' era  recato  nel  1842  e  dalle  gio- 
vinette Frankland,  tre  signorine  inglesi  oneste  ed  ama- 
bili, era  sovente  menato  in  barchetta  su  per  quelle  acque 
maneggiando  esse  medesime  il  remo  a  vicenda;  e  se 
r  una  remava,  1'  altre  intonavano  una  romanza  con 
istraordinaria  abilità  e  grazia  di  canto.  Ma  questi  ac- 
cidenti che  a  me  sono  carissimi  a  ricordare  com'  è  fa- 
cile intendere,  non  importano  del  sicuro  al  lettore.  Io 
li  sopprimo  adunque  e  mi  stringo  a  dire  che  la  mez- 
zana delle  tre  giovinette  per  nome  Elena  e  a  cui  nel- 
r  anno  vegnente  fu  dedicato  un  mio  idillio  intitolato 
Manfredi,  piacevasi  oltremodo  nella  poesia  e  nella  filo- 
sofia quanto  conveniva  alla  sua  età  e  alla  sua  modestia. 

Egli  avvenne  che  un  giorno,  entrato  io  in  certo  stu- 
diolo laddove  solcano  gli  amici  di  casa  essere  intro- 
dotti, trovai  la  bellissima  Elena  in  atto  di  chiudere  un 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'  INFINITO.    155 

libro,  e  il  libro  altre  volte  da  me  veduto  conteneva  i 
Drammi  di  Giorgio  Byron.  «  Voi  non  vi  potete  staccare 
da  quel  poeta,  le  dissi  io  allora,  e  noi  tutti  che  un  poco 
vi  corteggiamo  sentiremoci  obbligati  a  pigliarne  gelo- 
sia. » — «Non  quest'oggi,  rispose;  che  sono  stizzita  più 
presto  che  innamorata  del  mio  poeta.  Per  vero,  io  leggo 
troppo  mal  volentieri  questo  suo  Manfredi.  E  quel  con- 
cetto che  gira  per  tutto  il  dramma  della  soverchia  po- 
tenza del  male  e  come  il  genere  umano  vi  sia  dannato 
senza  pietà  e  incappi  nella  colpa  quasi  contro  sua  vo- 
glia, mi  fa  spavento  e  mi  agghiaccia  l'anima.  Oltreché 
mi  è  sovvenuto  quello  che  voi  mi  diceste  or  fa  pochi 
giorni,  che  v'  à  un  filosofo,  non  mi  si  ricorda  il  nome,  il 
quale  sostiene  la  massima  stessa  con  formidabile  appa- 
recchio di  sillogismi,  e  conclude  che  se  la  ragione  mo- 
lina  da  sé  e  non  bada  alle  cose  reali,  trova  non  po- 
tere esistere  salvo  che  un  solo  principio,  autore  buono  e 
saggio  di  tutto  il  creato.  Ma  per  lo  contrario,  chi  studia 
i  fatti  e  r  ordine  del  mondo  visibile  noi  può  altramente 
spiegare  se  non  concedendo  che  sussistono  due  prin- 
cipj  assoluti,  buono  l' uno,  V  altro  malvagio.  » 

56.  —  «Ben  si  vede, risposile  io,  che  avete  immagina- 
zione assai  giovanile  ed  ogni  cosa  lascia  là  dentro  im- 
pronta profonda.  Oggi  i  versi  di  Byron  fannovi  signo- 
reggiare quella  figura  odiosa  e  terribile  di  Arimane 
che  egli  descrive  nel  dramma  ora  letto  da  voi.  Domani, 
spero,  immagini  più  serene  e  più  confacevoli  all'  in- 
dole vostra  balzeranno  di  seggio  quell'Iddio  fosco  e 
perverso.  Il  filosofo  di  cui  accennate  è  francese  e  chia- 
masi Bayle.  Né  mi  disdico  sopra  il  giudicio  che  di  lui 
esprimevo;  che  propriamente  egli  fa  sudar  freddo  a  tutti 
questi  scolaretti  di  logica  e  di  dogmatica.  Non  pertanto, 
voi  avete  a  leggere  le  confutazioni  di  Leibnizio  scritte 
quasi  sempre  a  maniera  conversevole  e  popolare;  e 


156  LIBRO  SECONDO. 

quando  anche  fossero  di  dettato  astruso,  V  inclinazione 
fortissima  che  v'  accosta  ogni  giorno  più  a  tale  sorta  di 
studj  vel  renderanno  piano  ed  aperto.  »  Si  convenne  che 
io  le  avrei  procurato  quel  libro  siccome  fu  fatto;  e 
mentre  ella  sei  veniva  sfogliando  in  sua  camera,  io  re- 
catomi a  posta  per  meditare  più  alla  libera  nel  bosco 
vicino  di  Chantilly  ripensavo  a  tutt'  uomo  e  rivangavo 
da  ogni  parte  quella  gelosa  materia,  e  parvemi  alla 
fine  di  averne  trovato  il  bandolo.  Ciò  non  pertanto 
volli  aspettare  a  vedere  quello  che  uscito  sarebbe  della 
mente  e  del  cuore  d' una  giovinetta  così  svegliata 
d'ingegno  come  religiosa  di  sentimento,  e  tanto  cu- 
riosa della  verità  quanto  illesa  di  pregiudicj  e  con 
animo  per  nulla  preoccupato  da  spirito  di  sistema. 

VI. 

57.  —  «  Ecco,  io  vi  rendo  il  libro  che  mi  prestaste 
a  leggere  per  gentilezza  e  premura,  »  mi  disse  ella  un 
giorno  con  volto  mezzo  serio  e  mezzo  ridente.  «  Che  ve 
ne  pare?  *  soggiunsi  io  alla  prima.  «  Farmene  bene,  » 
replicò  ella,  «  e  forse  migliori  risposte  non  potevano  esser 
trovate  contro  quell'acerrimo  oppugnatore.  Con  tutto 
ciò,  vale  meglio  uscire  a  un  tratto  di  simile  ginepraio 
e  scordare  una  controversia  tanto  spinosa;  io  me  ne 
sentivo  pungere  e  lacerare  la  pace  dell'  anima.  Onde 
ieri  me  la  racconciai  bel  bello  col  mio  libricciolo  di 
preci  e  col  leggere  iteratamente  e  di  gusto  qualche  ca- 
pitolo del  mio  Da  Kempis. » — «In  buon'ora,  le  dissi  io,  il 
Da  Kempis  è  sempre  ottima  medicina  allo  spirito;  mail 
vostro  avea  dunque  la  febbre.  »  —  «  Che  febbre  ?  »  rispose 
ella  rizzatasi  in  piedi  e  tinta  nel  viso  d'  una  fugace 
fiammolina  di  sdegno.  «  Già  io  non  posso  non  dirla  co- 
m' io  r  intendo,  e  sappiate  che  io  non  sono  al  tutto  al 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    157 

tatto  contenta  di  Leibnìzio.  È  un  gran  testone  e  un 
ragionatore  da  sbalordire.  Ma  quando  à  ben  bene  con- 
futato e  sconfitto  il  Bayle,  costui  mi  sembra  piuttosto 
sopraffatto  che  vinto  e  vibra  ancora  da  terra  delle  stoc- 
cate che  guai  se  le  arrivano.  » 

58.  —  Si  rise  da  tutti  gli  astanti  della  faceta  con- 
clusione ed  io  ne  risi  più  degli  altri,  e  voltomi  presta- 
mente alla  giovine,  ridendo  pur  tuttavia  le  dissi  :  «  Bel- 
lissima Elena,  or  che  pensereste  voi  di  tal  caso  quando 
sapeste  che  il  Bayle  tacque  forse  la  più  sicura  e  ga- 
gliarda di  tutte  le  istanze  ;  e  d' altro  canto  riferendo 
il  sistema  de'  Manichei  ne  guastò  il  concetto  ;  o  par- 
lando più  giusto,  il  concetto  guastò  del  maestro  loro 
antichissimo  e  vale  a  dire  di  Zoroastro?  Prova  di  que- 
sta seconda  accusa  la  raccoglierete  da  un  libro  che 
io  vi  porrò  in  mano  scritto  da  un  diligente  discepolo 
di  Anquetil  du  Pen*on.  La  istanza  taciuta  sono  per 
dirvela  subito,  quando  non  vi  tedii  ora  di  entrare  in 
simili  filastrocche.  *  La  giovine  punta  com'  è  naturale 
da  non  poca  curiosità  e  scordando  a  un  tratto  il  pro- 
posito suo  di  chiuder  la  mente  ed  il  cuore  a  si  fatte 
investigazioni,  «  Su  via,  rispose,  recitate  ora  voi  la  parte 
di  Arimane  e  di  Satana.  Forse  vi  tornerà  men  diflScile 
che  non  sarebbe  quella  dì  angelo.  »  E  da  capo  rise  la 
brigatella  quivi  adunata  e  -disposesi  con  silenzio  e  pa- 
catezza ad  udirmi. 

59.  —  «  La  obbiezione  taciuta,  ripresi  io  a  dire,  sa- 
rebbe stata,  per  quel  eh'  io  penso,  un  modo  sicuro 
d*  invalidare  l' affermazione  continua  del  Leibnizio  che 
il  male  veniva  permesso  a  cagione  di  essere  egli  in- 
volto nel  gran  disegno  del  migliore  dei  mondi.  Al  che 
dovea  replicare  il  Bayle  che  se  trattasi  di  mal  morale 
Dio  poteva  permetterlo  unicamente  come  transitorio  e 
cosi  ristretto  nel  danno  quanto  nella  pena;  di  guisa 


158  LIBRO  SECONDO. 

che  quel  disegno  del  migliore  dei  mondi  non  involgesse 
la  perdizione  eterna  ed  irredimibile  neppure  di  un 
solo  ente  razionale  e  imputabile.  In  diverso  caso  è  con- 
tradittorio  il  dire  che  tal  perdizione  possa  conciliarsi 
con  r  ordine  il  quale  attua  il  migliore  dei  mondi.  E 
per  fermo,  i  precetti  morali  assoluti  non  sopportano 
mai  eccezione,  perchè  significano  propriamente  la  so- 
stanza medesima  dell'  ordine  universale  e  perpetuo  me- 
diante cui  la  creazione  perviene  al  possesso  del  mag- 
gior bene  possibile.  Quei  precetti,  impertanto,  esprimono 
dalla  parte  nostra  V  economia  stupenda  e  non  mai  dis- 
solubile delle  cose  tutte  quante  a  rispetto  del  bene; 
ed  esprimono  ad  intra,  e  cioè  in  risguardo  di  Dio,  la 
saggezza  infinita  la  quale  pensò  quella  eccelsa  eco- 
nomia e  dispensazione  di  esso  bene.  Fa  dunque  ripu- 
gnanza nei  termini  che  Dio  stabilendo  il  migliore  or- 
dine di,  creazione  contro  venga  a  quale  che  sia  di  quei 
precetti  assoluti,  e  voglia  appostatamente  permettere  il 
mal  morale  per  ricavarne  il  bene  e  sia  pure  un  bene 
infinitamente  maggiore. 

60.  —  »  Ora  a  me  sembra  certissimo  che  non  tor- 
nando lecito  all'uomo,  per  modo  d'esempio,  di  afi9ig- 
gere  un  innocente  in  aspettazione  non  dubbia  di  qual- 
che somma  utilità,  né  tampoco  ciò  debba  essere  voluto 
da  Dio  per  accrescere  e  spandere  ogni  dose  di  bene. 
Del  pari,  se  non  è  lecito  all'  uomo  di  oltrepassare  nella 
giustizia  punitiva  il  paraggio  tra  i  due  mali  della  pena 
e  della  colpa.  Dio  per  sicuro  non  vuole  e  non  può  va- 
licare cotesti  termini.  E  se  gli  uomini  sono  chiamati 
in  colpa  quando  pensano  di  guadagnare  il  lor  meglio 
per  mezzo  delle  altrui  scelleraggini  o  comandate  e  pro- 
curate 0  pur  solamente  permesse  e  non  impedite,  gli  è 
manifesto  che  la  reità  e  perdizione  piena  ed  intermi- 
nabile d'  un  solo  essere  razionale  e  morale  non  dee 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    159 

mai  comporre  nemmanco  tra  le  mani  di  Dio  una  con- 
dizione di  ordine  dal  quale  scaturisca  il  maggior  bene 
del  mondo.  Perocché  suona  ed  echeggia  per  tutti  i  se- 
coli questa  verità  solenne  ed  irrefragabile  che  il  fine 
oon  legittima  il  mezzo;  e  tanto  è  impossibile  che  il 
bene  rampolli  dal  mal  morale,  quanto  che  la  retta  ge- 
neri il  circolo.  Dio  è  permettitore  del  mal  morale,  per- 
chè questo  aderisce  pur  troppo  al  libero  arbitrio  e  nella 
essenza  del  finito  giace  la  necessità  che  il  principio  di 
mutazione  e  d' innovazione  delle  anime  non  possa  al- 
tronde venir  dedotto  che  da  esso  libero  arbitrio,  senza 
parlare  di  altri  profitti  sostanzialissimi  e  nobilissimi 
che  la  libertà  porta  seco. 

»  Oltre  di  che,  la  bontà  divina  fa  il  mal  morale  assai 
circoscritto  e  soverchiato  in  immenso  dall'  abbondanza 
del  bene.  E  ciò  nonostante,  sarebbe  contradittorio  che 
il  mal  morale,  o  la  colpa  che  voglia  dirsi,  esistesse  ac- 
canto del  bene  semprechè  ogni  autore  di  quello  noi 
disdicesse  e  non  l'emendasse  o  presto  o  tardissimo,  e 
però  racquisti  quando  che  sia  la  potenza  e  l' abito  di 
rettamente  usare  della  libertà,  e  quindi  raggiunga  il 
fine  a  cui  venne  creato  e  sia  nei  termini  della  giusti- 
zia e  della  misericordia  ammesso  alla  partecipazione 
del  bene.  Ondechè  ninna  creatura  imputabile  perde, 
ripeto,  l'essere  suo  di  fine  e  serve  onninamente  per 
mezzo  procacciando  col  male  proprio  perpetuo  un  in- 
cremento di  felicità  ad  altre  creature.  In  quel  cambio 
egli  medesimo  partecipa  a  tale  incremento  dopo  la 
convenevole  espiazione,  e  nonostante  il  mal  morale  da 
lui  prodotto. 

VII. 

61.  —  »  Né  si  schermisca  Leibnizio  dicendo  che  bene 
può  r  uomo  nei  confini  della  giustizia  punire  il  reo  e 


160  LIBRO  SECONDO. 

dalla  punizione  ricavare  il  vantaggio  comune.  Il  per- 
chè Dio  non  controvenne  ai  precetti  morali  assoluti 
traendo  il  massimo  bene  da  un  ordine  di  cose  che  im- 
plica non  già  V  oppressione  dell'  innocente  ma  la  pena 
del  colpevole.  Facile  torna  a  rispondei^e,  primo,  che  tal 
pena  prolungandosi  nella  eternità  soverchia  di  certo 
ogni  proporzione  con  la  finita  malizia  del  reo.  Secondo, 
che  la  colpa  commessa  à  per  causa  formale  1'  arbitrio 
abusato  ma  per  causa  prima  efficiente  il  medesimo  Dio. 
E  vanissimo  sotterfugio  è  il  dire  con  Leibnizio  che  (cito 
le  parole  sue  testuali)  :  —  Si  Dieu  n'avait  pas  choisi  le 
meilleur  monde  ou  le  peché  intervient,  il  aurait  admis 
quelque  chose  de  pire  que  tout  le  peché  des  créatu- 

res;  car  il  aurait  derogé  à  sa  propre  perfection la 

divine  perfection  ne  doit  pas  s'abstenir  du  choix  du 
plus  parfait  et  que  le  moins  bon  enveloppe  quelque 
chose  de  mal. — 

62. —  »  Vanissimo  sotterfugio,  ripeto,  è  cotesto,  av- 
vegnaché niente  è  peggio  del  mal  morale  assoluto,  ed 
è  ripugnante  volerlo  porre  per  condizione  d'un  ordine 
da  cui  sorga  T  ottimo  di  tutti  i  mondi,  allorché  Dio 
stesso  ci  fa  conoscere  che  1'  avversare  qualunque  pre- 
scrizione della  legge  morale  é  direttamente  contrario 
all'  ordine.  Come  dunque  Dio  permettendo  la  perdizione 
finale  di  un  qualche  ente  imputabile  può  far  difetto 
alla  perfezione  propria?  la  verità  è  nell'opposta  sen- 
tenza. 

63.  —  »  Quanto  poi  al  trovato  di  alcuni  scolastici  che 
la  pena  del  mal  morale  è  protratta  nella  intermina- 
bilità  del  tempo  a  cagione  che  la  volontà  del  dan- 
nato rinnova  in  eterno  la  colpa  sua  ribellandosi  ad 
ogni  momento  contro  Dio  e  i  precetti  morali,  a  me 
sembra  un  concetto  de'  piìi  paradossi  ed  orribili  che 
cader  possano  nella  mente  d'  un  uomo.  E  nulla  cosa 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    161 

fa  più  oltraggio  alla  bontà  infinita  dì  Dio  quanto  figu- 
rare eh'  egli  abbia  fornito  di  esistenza  attuale  un  essere 
capace  di  rinnovare  in  eterno  la  propria  malvagità  e 
rinnovarla  continuamente  negando  la  evidenza  della 
verità,  della  bontà  e  della  giustizia;  essere  inconcepi- 
bile, assurdità  reale  e  vivente,  a  fabbricar  la  quale  ap- 
pena si  può  intendere  che  torni  bastevole  la  potenza 
infinita,  potenza  adoperata  a  produrre  un  simile  mostro  ! 

64.  —  »  Nemmanco  si  obbietti  da  taluno  altro  che 
la  legge  morale  assoluta  è  alla  fine  delle  fini  un  punto 
della  libera  volontà  del  Signore  Iddio.  Quindi  ei  la  può 
dissolvere  e  per  lo  manco  non  applicarla  alle  opere 
proprie.  Questo  altro  paradosso  fu  detto  e  scritto  da 
molti,  e  sarebbe  una  delle  conseguenze  del  principio 
cartesiano  che  Dio  può  volere  che  il  quadrato  sia  me- 
desimamente rotondo. 

65.  —  »  Non  credo  mi  occorrano  molte  parole  a  sven- 
tare cotale  opinione  stranissima;  e  lasciando  di  ricer- 
care se  il  bene  morale  sia  bene  per  sé  ovvero  perchè 
Dio  volle  che  fosse,  egli  mi  sembra  sufficiente  il  con- 
siderare che  Dio  non  contravviene  ai  suoi  propri  de- 
creti i  quali  da  ultimo  costituiscono  la  essenza  delle 
cose.  » 

66.  —  In  questo  modo  io  mi  provai  di  far  discor- 
rere il  Bayle  in  confutazione  delle  confutazioni  leibni- 
ziane.  E  ancora  che  le  parole  abbondassero  più  del  do- 
vere e  non  sapessi  svestirle  di  astrattezza  ed  aridità, 
la  cortese  ascoltazione  della  giovine  e  degli  altri  pre- 
senti non  venne  mai  meno. 

67.  —  Anzi,  finito  io  di  parlare,  proseguì  ancora 
un  poco  il  silenzio  di  tutti,  non  potendosi  la  mente 
disciogliere  così  a  un  tratto  di  quella  non  lieve  medi- 
tazione. Pure,  alla  fine  miss  Helen,  quasi  riscossa 
d' una  visione  alta  e  severa,  fatto,  come  mi  parve,  al- 

Uahiaiii.  —  li.  il 


162  LIBRO  SECONDO. 

quanto  di  forza  a  sé  stessa,  girò  gli  occhi  rasserenati; 
e  accompagnando  il  lor  movimento  con  un  sorriso  mi- 
sto di  dolce  e  di  amaro  :  «  Chi  potuto  avrebbe,  mi  disse, 
reggere  meglio  la  persona  di  Satana  e  porgli  sulla  bocca 
argomentazioni  più  strìngenti  e  più  seducenti?  Rimane 
di  udir  r altra  parte;  che  la  sentenza  non  è  ancor  data, 
e  voi  siete  in  obbligo  di  fare  che  noi  pronunziamo  giù- 
sto  e  imparziale  giudicio.  » — «L'altra  parte  che  è  quella 
dell'  angiolo,  risposi  io,  s' addice  a  voi  troppo  bene  e 
tutti  vi  preghiamo  di  assumerla  con  onor  vostro  e  onore 
della  causa.»  Applaudì  ognuno,  e  le  sorelle  segnatamente, 
air  ufficio  proposto:  né  valsero  alla  giovinetta  cento 
maniere  di  scuse.  All' ultimo  come  stracca  del  molto 
insistere  e  del  molto  negare  né  accettava  al  tutto  né 
ricusava;  e  preso  tempo  a  meditare  intorno  al  soggetto, 
levatasi  in  piedi,  s' avviò  verso  il  pianoforte,  e  quivi 
con  le  sorelle  insieme  levò  di  seggio  Leibnizio  e  pose 
in  luogo  suo  Donizzetti  e  Mayerbeer. 

68.  —  Nel  fatto  sperava  l' accorta  giovine  che  gua- 
dagnando tempo  e  succedendo  accidenti  diversi  non 
fosse  tenuta  a  conversare  e  discutere  pur  da  capo  su 
quel  tema  scabroso  e  geloso.  Ma  era  in  noi  tutti  una 
voglia  spasimata  e  poco  discreta  di  udirla.  Quindi  ogni 
tre  o  quattro  dì  le  si  veniva  ricordando  il  carico  mezzo 
accettato;  onde  ella  un  giorno  si  risolvette  di  uscirne 
a  ogni  modo,  e  rivoltasi  a  me  con  l' usata  sua  grazia 
e  vivezza  incominciò  a  dirmi.  «  Sembra  che  voi  vogliate 
cogliere  a  forza  il  tristo  piacere  di  discoprire  quanto 
il  mio  ingegno  sia  corto  ed  estesa  la  mia  ignoranza.  Ma 
tal  sia  di  voi  e  del  vostro  gusto  non  sano  e  non  dilicato. 
Io  per  isciogliermi  dalla  promessa  meglio  carpita  che 
fatta  e  meno  significata  che  sottointesa  esprimerò  i  miei 
pensieri  quali  che  sieno.  Che  poi  non  sono  dottoressa 
e  non  ò  logorato  i  banchi  di  Oxford  e  di  Cambridge. 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    163 

69.  —  »  £  prima  ;  altra  cosa  è  discorrere  di  tali  mate- 
rie con  r  uso  della  ragione  ed  altra  con  quello  delFau- 
tonta  e  con  le  parole  della  Bibbia.  A  me  non  tocca, 
anzi  non  tocca  a  nessuno  di  noi  entrare,  come  dite  voi 
Italiani,  in  sagrestia  e  definire  il  senso  delle  Scritture. 
Quanto  a  ciò  che  possa  conoscere  la  sola  ragione,  egli 
mi  sembra  essere  già  gran  tempo  che  la  luce  s' è  fatta 
perchè  in  proposito  di  moralità  gli  uomini  non  aspet- 
tano le  decisioni  delle  università  e  delle  accademie,  e 
un  istinto  infuso,  per  mio  giudicio,  dall'  alto  precorre 
air  opera  incerta  e  difficile  della  scienza.  Voi  mi  deste 
a  leggere  un  libro  in  cui  vidi  con  soddisfazione  vivis- 
sima che  il  concetto  vero  e  consolatore  della  Teodicea 
quale  la  veniste  accennando  per  entro  le  vostre  obbie- 
zioni è  antica  di  qualche  migliaio  d'  anni,  e  mai  forse 
ne  verrà  trovato  e  descrìtto  un  simbolo  piii  evidente 
insieme  e  più  immaginoso  di  quello  che  Zoroastro  con- 
sonò ne'  suoi  librì  ;  di  qualità  che  il  Bayle,  conforme 
venne  notato  da  voi,  travisando  le  dottrine  de'Battrìani 
e  convertendo  Ormuz  e  Arìmane  in  due  principj  en- 
trambo  assoluti,  fece  torto  a  Zoroastro  e  al  suo  culto 
e  nocque  eziandio  alla  forza  delle  negazioni  ed  oppu- 
gnazioni da  lui  maneggiate.  Perchè  il  senso  comune,  io 
stimo,  fuggirà  sempre  dal  credere  a  due  Assoluti  e  che 
il  bene  e  il  male  abbiano  lo  stesso  peso  e  non  giunga 
né  r  uno  né  1'  altro  a  prevaler  mai  sulle  bilance  del 
destino. 


vin. 


70.  —  »  Ma  già  io  mi  sono  troppo  allargata  nelle 
astrazioni  e  parlo  una  lingua  che  non  conosco  ;  e  Dio 
sa  se  adoperando  vocaboli  e  frasi  accattate  da  voi  e 
appiccicate  con  un  po'  di  saliva  alla  mia  memorìa  non 


164  LIBRO  SECONDO. 

mi  venne  succeduto  di  convertirli  in  istrafalcioni  e 
scambiare  il  nero  col  bianco  e  questo  con  quello.  La 
risoluzione  dei  dubj  e  la  chiusura  delle  controversie  io 
la  trovo  sempre  ne'  miei  libricciuoli  da  chiesa  e  nel  Da 
Kempis  segnatamente.  Ieri  dopo  lettone  qualche  capi- 
tolo io  mi  sono  sentita  riconsolar  tutta  con  queste  pa- 
role sgorgatemi  dall'  anima  così  sùbite  così  spontanee  e 
così  impensate  che  avrei  pur  detto  non  essere  mie  ma, 
quivi  dentro  pronunziate  da  uno  spirito  superiore:  0 
padre  celeste  o  padre  nostro  e  dell'universo!  In  que- 
sto nome  soave  in  cui  tu  medesimo  e'  insegnasti  di  chia- 
marti e  di  supplicarti  è  racchiusa  una  fede  invitta  nel 
bene  e  nella  tua  finale  misericordia. 

71.  —  »  Che  se  l'amore  più  tenero  insieme  ed  eroico 
degli  uomini  per  li  figliuoli  loro  è  immagine  poveris- 
sima ed  ingiuriosa  della  tua  paterna  dilezione  inverso 
le  tue  creature,  nessun  oltraggio  possiamo  commettere 
peggiore  e  maggiore  contro  la  tua  santità  di  quello  che 
ricercare  come  e  quanto  ci  ami  e  se  v'  à  nel  mondo  un 
essere  solo  di  cui  tu  non  sii  sollecito  e  provvido  per 
tutti  i  secoli.  E  se  tu,  come  disse  il  Redeator  nostro  di- 
vinamente, vesti  il  giglio  del  campo  con  manto  sì  fatto 
che  quello  non  vi  aggiunge  del  re  Salomone  e  custodi- 
sci e  nudri  del  più  confacevole  cibo  le  nidiate  degli  uc- 
celli, or  che  farai  del  genere  umano,  or  che  farai  di 
ciascuno  di  noi  creato  capace  di  adorarti  ed  amarti?  E 
che?  La  natura  insegna  a  ciascuno  dei  nostri  pargoli 
a  dormir  sicuro  e  quietissimo  sul  lattante  seno  della 
sua  madre,  e  noi  conoscitori  per  lume  di  ragione  e  per 
lume  di  fede,  conoscitori  dico  di  questa  verità  irrefra- 
gabile che  Dio  è  bontà  infinita,  non  ci  addormente- 
remo con  altrettanto  di  sicurezza  e  di  quiete  nelle  sue 
braccia  amorose  e  dubiteremo  un  istante  solo  che  alla 
fine  delle  cose  ogni  male  non  sia  riparato,  ogni  cuore 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L' INFINITO.     165 

emendato  e  sulle  ruine  deir  abisso  non  isventoli  sola 
e  trìonfatrìce  la  bandiera  del  perdono  e  della  miseri* 
oordia? 

72.  —  »  Io  sono  profana,  come  porta  la  mìa  età  ed 
il  sesso,  alle  discipline  astruse  e  severe  e  perciò  anche 
a  quella  che  ò  sentito  chiamare  filosofia  della  storia. 
Ciò  non  pertanto  ei  mi  sembra  visibile  che  la  stirpe 
umana  sia  giù  per  li  tempi  venuta  sempre  così  correg- 
gendo come  ampliando  il  concetto  del  provvedere  di- 
vino nel  mondo,  e  più  anno  potuto  appo  lei  la  ragione 
e  la  fede  che  l' esperienza  attuale  per  giudicare  il  prin- 
cipio, il  mezzo  e  la  fine  dell'  universo.  Taluno  e  forse 
voi  medesimo,  che  ben  noi  ricordo,  mi  citaste  a  certa 
«occasione  il  detto  di  Biagio  Pascal  che  quanto  si  vede 
e  8Ì  sperimenta  è  di  soverchio  per  farci  credere  a  una 
mente  ordinatrice,  ma  non  è  abbastanza  per  dileguar 
le  dubbiezze.  Con  pace  di  quel  sapiente,  io  giovine  in- 
dotta sento  di  rispondere  che  alla  insufficienza  notata 
da  lui  supplisce  abbondantemente  la  forza  del  razio- 
cinio, e  Cristo  afiermando  che  V  uomo  vivesi  d' altro  che 
di  solo  pane  venne  anche  ad  affermare  che  i  giudicj 
umani  nudrir  non  si  possono  della  notizia  sola  dei  fatti. 

73.  —  Certo  è  dunque,  com'  io  dicevo,  che  la  ragione 
e  la  fede  ci  anno  col  tempo  sovvenuti  della  luce  loro  di 
guisa  che  la  mente  à  sorvolato  le  molte  e  gravi  miserie 
onde  siamo  circondati  ed  afflitti  ed  à  scorto  con  gli  occhi 
deir  animo  le  certe  e  perenni  armonie  del  creato  e 
quello  che  il  Padre  celeste  ammannisce  perchè  il  suo 
regno  discenda  sopra  la  terra  e  la  volontà  di  lui  non 
sia  qui  adempiuta  meno  che  lassù  nelF  empireo.  Ma 
queste  cose  non  potè  indovinane  il  mondo  che  a  poco 
per  volta.  Quindi  le  prime  religioni  furono  terribili  e 
le  genti  commosse  più  da  paura  che  da  speranza  ado- 
rar(Hio  con  tremore  un  Dio  geloso  dei  castighi  e  delle 


166  LIBRO  SECONDO. 

vendette.  Oggi  impera  senza  contrasto  la  religione 
d' amore  e  i  castighi  convertonsi  in  purgazione  non  già 
in  perdizione.  E  se  la  colpa  conviene  espiarla,  dacché 
il  male  genera  male  e  da  questa  legge  non  può  sot- 
trarci nemmanco  la  potenza  divina,  la  eternità  è  lunga 
abbastanza  per  abbracciare  e  sopravanzare  ogni  ter- 
mine più  afflittivo  e  più  esteso  di  risarcimento  e  ri- 
sorgimento morale.  » 

IX. 

74.  —  Così  parlò  e  conchiuse  la  bellissima  giovine, 
e  gli  effetti  che  produsse  nell'  animo  nostro  la  sua  na- 
turale facondia  non  narro;  può  di  leggieri  indovinarli 
il  lettore.  Oltreché  è  tempo  di  tagliar  fuori  ogni  inci- 
dente non  necessario  e  raccapezzare  il  filo  delle  nostre 
meditazioni.  Per  ciò,  seguitando  V  uso  da  me  introdotto 
nel  primo  Libro,  faremo  luogo  a  certo  numero  di  afo- 
rismi, e  vale  a  dire  alle  annunciazioni  più  positive  so- 
stanziose ed  universali  che  può  la  scienza  raccogliere 
intomo  al  proposito  il  quale  nel  presente  Libro  si  é  di 
additare  ed  esprimere  le  attinenze  più  rilevate  tra  il 
finito  e  l'infinito. 

75.  —  Nel  primo  Libro  parve  il  finito  quello  che  é 
nella  sua  nudità  e  impotenza  e  figurata  a  noi  con  imma- 
gine troppo  acconcia  dalle  tenebre  e  lotte  del  caos.  E 
ancora  che  mai  il  caos  non  abbia  esistito  perchè  il  Verbo 
divino  echeggiò  sempre  negli  abissi  del  creato,  non  però 
di  meno  ei  bisogna  pensarlo  continuamente  per  avere 
d' innanzi  agli  occhi  il  giusto  concetto  della  finità  delle 
cose  e  quindi  conoscere  la  natura  del  male  e  gl'impe- 
dimenti e  i  ritardamenti  che  incontra  per  ogni  lato  la 
divina  mentalità.  Ciò  tutto  abbiam  domandato  una 
sorte  di  remozione  del  mondo  creato  da  Dio;  perché 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    167 

se,  giusta  la  frase  del  Vico,  il  mondo  creato  ritorna  a 
Dio,  è  da  giudicare  che  in  qualche  modo  ei  se  n'  era 
scostato.  Ma  il  Vico  aggiunge  che  il  mondo  creato  so- 
stiensi  in  Dio,  e  vale  a  dire  che  nel  fatto  non  può 
dilungarsene  e  per  la  bontà  e  sapienza  divina  supera 
la  insufficienza  propria  e  a  grado  a  grado  raggiunge 
il  fine  relativo  e  il  fine  assoluto. 

76.  —  Saranno,  impertanto,  gli  aforismi  infrascritti 
un'  opera  continua  di  riscontro  e  ragguaglio  tra  le  con- 
dizioni immutabili  e  incorreggibili  del  finito,  il  fluire 
incessante  e  diverso  di  tutte  le  possibilità  e  l'azione 
eccelsa  della  potestà  sapienza  e  bontà  infinita,  la  quale 
preordina  le  cagioni  seconde  in  maniera  da  produrre  il 
portento  universale  e  perenne  (;he  mentre  esse  cagioni 
opa*ano  il  tutto  e  l' oceano  dei  possibili  inonda  e  cre- 
sce e  si  diversifica  senza  mai  limite,  Y  ordine  delle 
combinazioni  adatta  e  converte  ogni  cosa  alla  parteci- 
pazione del  bene. 


CAPO  QUARTO. 

AFORISMI   DELLE   PlC    GENERALI   ATTINENZE 
DEL   FINITO   CON   l' INFINITO. 


Aforismo  I. 

77.  —  Poiché  il  finito  non  può  mai  in  modo  asso- 
luto essere  uè  uno  né  semplice;  e  mai  non  può  riuscire 
né  perfetto,  né  a  sé  sufficiente,  né  generale,  né  indi- 
viso, l'infinito  della  potenza  causale  suprema  dfsco- 
presi  nel  far  comparire  in  ogni  dove  l' indefinito,  e  cioè 
quella  moltiplicazione,  varietà,  diversità  e  combinazione 


168  LIBRO  SECONDO. 

di  esseri  alla  quale  non  è  assegnabile  mai  un  termine 
estremo  ed  ultimo.  Perchè,  se  il  finito  non  può  scio- 
gliersi mai  da  qualunque  specie  di  limite,  nondimeno 
à  facoltà  di  rimoverli  di  più  in  più  ;  e  se  questo  può, 
certo  la  bontà  e  sapienza  infinita  vogliono  che  ciò  ac- 
cada delle  volte  innumerevoli.  Quindi  è  da  pronunziare 
che  in  Dio  è  l'infinito,  il  finito  è  in  qualunque  cosa 
particolare,  l'indefinito  è  in  qualunque  forma  del  mol- 
teplice. 

78.  —  Indefinita  è  perciò  la  divisione  della  mate- 
ria, indefinita  la  sua  espansione  o  moltiplicazione  che 
dir  si  voglia  ;  né  il  microscopio  rinviene  l' ultima  mo- 
lecola mai  né  il  telescopio  l'ultima  materia  stellare. 
D' altri  indefiniti  quasi  a  dirsi  interiori  dell'  essere 
parleremo  a' debiti  luoghi. 

Afobismo  II. 

79.  —  E  perchè  nello  spazio  in  qualunque  tempo 
determinato  la  materia  dee  constare  di  parti  nume- 
rabili, il  che  importa  che  siano  finite,  e  farle  infinite 
come  pensarono  i  cartesiani  è  contradittorio,  perciò  la 
indefinita  moltiplicazione  loro  accade  per  successione  e 
l'atto  del  creare  non  cessa  giammai.  Supponendo  che 
cessi,  abbiamo  una  efficienza  infinita  e  una  infinita 
possibilità  che  si  fermano  di  qua  dai  termini  della  re- 
cettività del  finito  e  senza  che  ciò  provenga  per  lo  di- 
vieto della  necessità  logica  o  metafisica  che  la  si  chiami. 

80. — La  moltiplicazione  adunque  della  materia  pro- 
sane incessabilmente  di  là  dai  confini  attuali,  come 
oceano  sempre  più  vasto  e  ponendo  in  essere  reale  di 
mano  in  mano  la  virtuale  capacità  dello  spazio,  come 
altrove  fu  dichiarato.*  Di  quindi  pure  la  formazione 


*  Vedi  Appendice,  I. 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    169 

di  nuove  stelle  e  nuovi  sistemi  solari  ;  sebbene  ei  com- 
pongano ordini  mondiali  indipendenti  da  tutti  gli  altri 
quanto  tutti  gli  altri  da  essi  ;  e  però  da  ultimo  sono 
composti  più  là  dei  termini  estremi  dell'attrazione  e 
influenza  degli  ordini  di  già  esistenti.  Se  questo  non 
fosse,  o  i  moti  disordinerebbero  non  essendo  circoscritte 
da  ninna  parte  le  loro  perturbazioni,  ovvero  cessereb- 
bero al  tutto  per  la  infinita  collisione  d' infiniti  moti 
diversi  e  continui.  Tattavolta  può  taluno  dei  vecchi 
sistemi  per  effetto  di  movimenti  iperbolici  e  dopo  bi- 
lioni di  secoli  entrare  in  qualche  comunicazione  coi 
nuovi.  Solo  si  avverta  che  questo  medesimo  non  esau- 
risce r  indefinito  dello  spazio  né  del  possibile  né  della 
moltiplicazione.  Il  perchè  bisogna  compire  mai  sempre 
il  nostro  concetto  col  figurare  sistemi  separati  e  inco- 
municabili, non  si  volendo  attribuire  alle  parti  della 
materia  una  virtù  attrattiva  infinita. 

81.  —  Ciò,  come  vedesi,  costituisce  uno  dei  principj 
solenni  della  nostra  cosmologia  il  quale  debb'  essere 
così  annunziato  :  La  creojsioììe  non  è  infinita^  ma  neppure 
à  fermi  cotifini  perche  è  incessante  ed  interminabile. 

A. 

82.  —  Intendiamo  assai  bene  che  alle  menti  vol- 
gari paia  duro  di  ammettere  questa  creazione  continua 
di  materiali  sostanze,  e  ricorderà  forse  per  obbiezione 
il  convincimento  comune  che  V  ultimo  fondo  della  ma- 
ìffrìsL  in  mezzo  ad  ogni  maniera  di  cambiamenti  né 
cpesce  né  cala  d'un  solo  atomo. 

83.  —  Pur  nondimeno,  se  ben  si  guarda,  questa 
creazione  incessante  à  qualcosa  di  necessario;  perché 
mentre  è  impossibile  la  infinità  vera  e  assoluta  della 
materia,  lo  indefinito  suo  incremento,  come  si  disse 


170  LIBRO  SECONDO. 

poc'  anzi,  risponde  solo  al  flusso  non  mai  esausto 
della  efficienza  divina.  D'  altro  lato,  la  comune  persua- 
sione teste  ricordata  non  riceve  eccezione  ne  offesa 
veruna  dal  nostro  pronunziato.  Perocché  i  subbietti 
materiali  o  nuovi  od  antichi  sono  se^mpre  uguali  e  me- 
desimi ciascuno  nella  quantità  propria;  e  i  nuovi  ap- 
pariscono di  là  da  tutti  i  confini  de'  nostri  mondi. 

84.  —  Oltreché,  nessuno,  stimiamo  noi,  può  negarci 
a  ragione  l'arbitrio  di  fingere  che  il  nostro  globo  nel- 
l'andare di  molti  secoli  aumenti  di  qualche  poco  la  pro- 
pria materia  per  quella  copia  considerevole  di  areoliti  e 
di  bolidi  che  cascano  via  via  sopra  il  suo  dosso.  E  nui- 
lameno,  nessuno  giudicherà  che  la  materia  del  nostro 
globo  muti  ed  alteri  in  nulla  il  quanto  d'  ogni  suo  com- 
ponente; perocché  le  nature  essenziali  non  mutano  e 
nelle  condizioni  essenziali  della  materia  entra  eziandio 
un  quanto  determinato. 

B. 

85.  —  Quello  che  affermiamo  della  materia  si  deo 
pensare  che  accada  per  qualunque  altra  natura  di  ente. 
Perchè  Dio  medesimo  sebbene  può  moltiplicare  all'  in- 
finito ciascuna  specie  di  cosa,  tuttavolta  noi  può  fare 
in  istante,  perocché  in  ogni  istante  il  numero,  per  im- 
menso che  tu  lo  ponga,  à  il  suo  termine  fermo  e  pre- 
ciso. Ogni  numero  adunque,  allargandosi  con  la  succes- 
sione e  non  altramente,  domanda  il  flusso  perenne  della 
creazione.  Così  diremo  incessante  la  creazione  e  mol- 
tiplicazione degli  enti  spirituali  e  in  genere  di  tutte  le 
sorte  di  esistenze  che  non  risultano  dall'  operare  e  com- 
porre delle  cause  seconde,  ma  sì  movono  immediata- 
mente dall'  atto  creativo.  Certo  é  che  il  senso  comune 
non  istima  di  avvenirsi  in  un  paradosso  allorché  gli 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    171 

si  afferma  l' ipotesi  del  cominciare  il  nostro  spirito  in- 
sieme col  nostro  corpo.  Tutto  adunque  comincia  e  mol- 
tipllca, e  tutto  prosegue  altresì  a  durare  nella  perpe- 
tuazione del  tempo. 

C. 

86.  —  Né  questo  moltiplicare  senza  termine  dei 
subbietti  simili  si  contrappone  alla  massima  professata 
da  noi,  che  qualunque  sorta  d' indefinito  attinge  la 
TÌrtù  sua  dal  vero  infinito  e  non  può  essere  atto  delle 
cause  seconde  ne  posto  e  ricavato  unicamente  dal  fondo 
loro.  La  moltiplicazione  qui  discorsa  non  è  di  atti  e 
modi,  ma  sibbene  di  subbietti  e  move  appunto  imme- 
diate dalla  efficienza  delP  infinito. 

Afobismo  ni. 

87.  —  Ugualmente  non  si  potendo  dal  finito  rac- 
chiudere r  uno  e  il  tutto  con  pienezza  intera  e  sem- 
plicità perfetta  di  essere  come  succede  all'infinito,  Dio 
pose  nella  creazione  divisamente  e  spezzatamente  quella 
pienezza  di  essere,  e  vi  originò  il  diverso  e  nel  diverso 
altresì  distese  V  indefinito. 

88.  —  Però,  dopo  avere  la  mente  nostra  pensato  a 
tutte  quelle  differenze  di  mondi  che  serbano  qualche 
relazione  di  attività  o  passività  presente  o  possibile  col 
mondo  che  conosciamo  od  intravediamo,  è  necessario 
sforzarla  ad  immaginare  altri  sistemi  indefiniti  d' altre 
creazioni  alienissime  dalla  nostra  natura  spirituale  e 
corporea  e  quindi  assolutamente  diversi  da  noi  e  dal 
rimanente  mondo  visibile. 

89.  —  Né  perché  tutte  quelle  specie  di  mondi  sono 
infigurabili  a  noi  ed  inconoscibili  dobbiamo  giudicare 


172  LIBRO  SECONDO. 

che  non  sussistano.  Per  lo  contrario,  la  esistenza  loro 
è  provata  dalla  certezza  dei  nostri  principj  :  ne  altra- 
mente si  può  combattere  la  illazione  da  questi  ritratta 
se  non  definendo  le  necessità  metafisiche  per  le  quali 
debbono  venir  ristagnate  le  fonti  del  possibile  e  1'  efl&- 
cienza  divina  debbe  restarsi  come  dire  a  mezzo  del- 
l' opera  ;  e  se  è  disposta  e  capace  di  moltiplicare  il  si- 
mile non  è  altrettanto  del  diverso.  Certo  le  fantasie 
nostre  indovinano  meglio  V  indefinito  del  primo  che 
del  secondo.  Ma  debbono  oggimai  sapere  i  cosmologi 
che  di  là  da  ogni  indovinamento  nostro  v'  è  ancora  un 
oceano  in  cui  la  mente  dee  compiacersi  di  far  naufra- 
gio. Ogni  altro  concetto  rimansi  di  qua  dal  punto 

«  Dov'  Ercole  segnò  H  suoi  riguardi  > 
e  sono  i  termini  veramente  ultimi  della  scienza. 

A. 

90.  —  La  mente  si  riposa  nel  simile,  e  si  sgomenta 
del  diverso  che  la  divide  e  affatica.  Ma  la  natura  ob- 
bedisce forse  ai  bisogni  di  nostra  mente?  Il  diverso  è 
dapertutto  e  piii  frequente  e  abbondevole  che  noi  non 
vorremmo.  E  mi  sembra  credibile  assai  che  quando 
r  uomo  fosse  fornito  d'  un  qualche  senso  oltre  i  cinque 
ora  posseduti,  un  mondo  novissimo  ed  inopinato  gli  si 
farebbe  manifesto  e  quasi  direbbegli:  io  ti  stava  pur 
vicino  e  tra'  piedi  e  tu  nuUameno  non  mi  vedevi. 

91.  —  Ma  per  la  ragione  notata  il  diverso  sfugge 
più  di  leggieri  alle  nostre  considerazioni  e  supposizioni. 
Mettiamo  caso  che  i  fisici  pervenissero  con  degli  spet- 
tri stellari  a  riconoscere  in  tutti  gli  astri  visibili  le 
sostanze  medesime  che  sulla  faccia  della  terra,  ei  mi 
sembra  certo  che  i  dotti  avrebbono  per.  indubitato  la 
materia  universa  essere  dapertutto  composta  degli  eie- 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    173 

menti  medesimi.  Invece  se  ne  dovrebbe  solo  ritrarre 
che  di  quegli  astri  ciò  che  è  conoscibile  a  noi  mediante 
la  luce  e  le  nostre  esperienze  torna  simile  ai  compo- 
nenti del  nostro  pianeta.  Ma  possono  rimanere  colà 
infinite  cose  diverse;  e  perchè  diverse,  rimanere  aliene 
ed  inaccessibili  alla  nostra  scienza. 

92.  —  Del  resto,  sembra  che  nel  caso  da  noi  esem- 
plificato la  smaniosa  voglia  di  trovar  V  unità  non  sia 
per  essere  soddisfatta;  perocché  mi  vien  riferito  che 
r  esperienze  del  Donati  sugli  spettri  stellari  fanno  con- 
cludere per  contrario  fra  gli  astri  una  gran  differenza 
di  elementi. 

Aporismo  tv. 

93.  —  Ripetiamo  che  l'infinito  è  l'uno  ed  il  tutto 
assoluto.  Ma  il  finito  come  non  può  essere  il  tutto  nel 
senso  della  contenenza  infinita,  così  nemmanco  nel 
senso  del  contenente.  E  ciò  che  chiamiamo  totalità  e 
universo  risolvesi  in  un  concetto,  come  s'  usa  dire,  sub- 
biettivo  e  in  qual  cosa  di  nominale  ;  nel  modo  che 
certa  somma  di  unità  disgregate  chiamiamo  il  tutto 
di  quelle  sebbene  esistano  fuor  del  pensiero  in  islega- 
mento  e  separazione  compiuta. 

94. — ^NuUameno,  un  simulacro  di  vera  totalità  e 
d'infinito  universo  lo  abbiamo  nello  spazio  che  è, 
come  si  spiegò  altrove,  un  subbietto  comune  e  sem- 
plice d' indefinite  estensioni  ;  e  forma  nullapiù  che 
un  segno  e  un'  immagine  del  gran  contenente  divino 
0  che  tu  il  chiami  divina  immensità  ed  onnipresenza. 
E  forse  di  tali  simulacri  della  contenenza  suprema  e 
infinita  ve  n'à  più  specie  nel  creato  e  di  cui  per 
altro  non  ci  è  lecito  d' indovinare  né  la  natura  né  i 
modi. 


174  LIBRO  SECONDO. 

A, 

95.  —  Perchè  dunque  il  divei-so  nella  creazione  non 
moltiplica  meno  del  simile  e  la  sua  flussione  è  perpetua 
ed  inessiccabile,  occorre  che  i  cosmologi  piglino  abito 
di  simboleggiare  la  creazione  come  un  complesso  d' in- 
numerevoli sfere  tutte  pari  di  grandezza  e  tutte  con- 
centriche sebbene  diverse  nel  contenente  e  nel  conte- 
nuto. E  se  tu  fingi  una  sfera  di  magnetismo,  uguale  e 
concentrica  ad  una  sfera  di  luce  e  ad  un'  altra  di  calore 
e  ad  un'altra  ancora  di  ossigene,  e  di  più  sopprimi 
per  astrazione  le  somiglianze  che  anno  fra  loro  e  solo 
badi  alle  differenze  ed  in  ciascuna  di  esse  sfere  ecciti 
^n  moto  diverso,  tanto  che  quella  giri  da  occidente  ad 
oriente  e  questa  al  contrario,  e  un'  altra  dal  mezzo 
giorno  al  settentrione  ed  un'  altra  ancora  per  traverso 
giusta  il  piano  dell'  ecclittica  e  va'  così  proseguendo,  tu 
acquisterai  forse  un'  idea  lontana  non  però  falsa  di 
quel  tutto  della  natura  in  cui  s' intersecano  (se  è  lecito 
dire)  ma  non  s'impacciano  innumerevoli  mondi  diversi. 

• 

Afobismo  V. 

96.  —  Però,  se  dentro  al  creato  non  può  capire 
l' unità  e  la  totalità,  procedente  dalla  pienezza  sem- 
plice ed  assoluta  dell'essere,  rimane  di  ricercare  se 
possa  per  lo  manco  apparirvi  la  unità  e  totalità  re- 
lativa di  organamento.  E  qui  è  subito  da  giudicare 
che  se  domandasi  organamento  la  coordinazione  di 
cose  diflferentissime  e  quelle  serie  innumerevoli  di 
mezzi  e  strumenti  le  quali  o  da  lontano  o  di  presso 
0  per  diretto  modo  o  per  indiretto  cospirano  in  qual- 
che maniera  e  grado  all'  adempimento  del  fine  comu- 
ne, ei  si  vuole  affermare  che  la  creazione  tuttaquanta 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    175 

compone  un  sistema  immenso  e  maraviglioso  entro  cui 
sussiste  r  uno  e  il  tutto  insieme  congiunti,  V  unità, 
Tale  a  dire,  del  fine  e  la  totalità  smisurata  ed  etero- 
genea ma  pur  concordata  ed  armonizzante  degli  esseri 
strumentali  e  degli  altri  i  quali  partecipano  ad  esso 
fine.  Salvochè  questa  a  così  chiamarla  unificazione 
finale  ed  istrumentale  dei  mondi  diversi  è  visibile 
pur  solamente  agli  occhi  di  Dio.  Noi  possiamo  pen- 
sarla ma  non  definirla,  e  le  unità  e  totalità  che  an- 
diam  raccogliendo  sono  sempre  circoscrìtte  e  parziali, 
conforme  sarà  dimostrato  più  avanti. 

A. 

97.  —  Io  non  mi  posso  tenere  a  questa  occasione 
dal  considerare  che  mentre  V  efficacia  degli  strumenti 
ottici  e  una  più  matura  meditazione  allargano  ogni  dì 
da  vantaggio  i  termini  delF  universo  e  da  per  tutto  si 
scorgono  segni  di  moto  e  trasmutazione  e  segni  di  or^* 
ganamento  e  di  vita  e  per  conseguente  di  animazione, 
intelletto  e  moralità,  possa  farsi  innanzi  una  scuola 
di  metafisici  e  cosmologi  con  proposito  di  ricondurre  i 
pensieri  umani  alle  angustie  e  grettezze  de'  primi  tempi 
quando  la  scienza  della  natura  non  pò  tea  dar  che 
vagiti  e  la  cullavano  piacevolmente  le  tradizioni  vol- 
gari e  la  poesia,  e  quando  i  filosofi  sperimentali,  se  pur 
re  n'  erano,  imitar  dovevano  a  forza  il  fanciullo  che 
tutto  paragona  e  misura  da  sé  medesimo  e  crede  sa- 
lendo sul  monte  vicino  di  toccare  il  cielo  col  dito. 

d8.  —  Ora  cotesta  scuola  ritoma  a  dire  che  la  ma- 
teria siderale  variamente  diffusa  e  gli  aggregamenti  pur 
variatissimi  di  stelle  nebulose  ed  essi  gli  astri  maggiori 
disseminati  e  scintillanti  per  ogni  dove  non  sono  altra- 
mente dei  Soli  somiglievoli  a  questo  nostro  e  mondi  e  si- 


176  LIBRO  SECONDO. 

sterni  mondiali  in  via  di  composizione  ovvero  pervenuti 
al  colmo  di  lor  fattura,  ma  sono  invece  la  inerte  materia 
neir  essere  meno  concreto  e  dove  regna  nuli'  altro  che 
la  immobilità  e  la  ripulsione.  Di  tuttoquanto  l' univer- 
so visibile  al  telescopio  il  sistema  nostro  solare  à  unica- 
mente pregio  e  importanza,  e  in  questo  il  solo  pianeta 
nostro  contiene  la  vita  e  qui  unicamente  la  general 
natura  trascorsa  per  gli  momenti  intermedj  piglia  co- 
scienza di  se  medesima  e  diventa  spirito  dentro  alle 
membra  organizzate  dell'uomo  che  è  fine  ed  apice 
della  creazione.  Così  sulle  orme  di  Aristotele  e  di  To- 
lomeo questo  atomo  vagante  che  domandasi  terra 
torna  a  farsi  centro  di  tutte  le  cose,  e  i  cieli  gli  gi- 
rano intorno  come  cortigiani  fedeli  e  le  stelle  benché 
inutili  sono  soddisfatte  dell'  onore  di  stenebrargli  un 
poco  le  notti  non  allunate.  Sebbene  egli  potrebbe  ac- 
cadere che  il  firmamento  sparisse  un  bel  giorno,  non 
essendo  ora  un  momento  necessario  alla  vita  dello 
spirito  ;  e  me  ne  dorrebbe  assai  per  le  sprecate  fatiche 
del  Piazzi,  dell'  Inghirami,  del  Capocci  e  di  parecchi 
Tedeschi,  i  quali  travagliansi  da  lunghi  anni  intorno  al 
catalogo  delle  stelle  già  incominciato  da  Ipparco  e 
non  potuto  ancora  venire  al  suo  compimento.  Vero  è 
che  r  Hegel  afferma  essere  proprio  della  natura  che  i 
momenti  astratti  e  particolari  sopravvivano,'  per  cosi 
parlare,  al  fine  a  cui  già  servirono.  Gran  mercè  del- 
l' avviso.  Ma  perchè,  a  dirla  come  la  sento,  non  leggo 
nell'opere  sue  nessuna  ragione  buona  e  apodittica  di 
quella  persistenza,  e  parrebbemi  anzi  più  logico  che  si 
dileguassero  nel  modo  che  sono  dileguati  i  momenti 
geologici  da  cui  è  sorta  l'  organizzassione  attuale,  mi 
è  forza  di  rimanere  con  qualche  inquietudine,  non  sa- 
pendo giusto  quello  che  potrebbe  succedere  disparendo 
a  un  tratto  tanti  milioni  di  stelle. 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'  INFINITO.    177 

99.  —  Ma  fuor  di  celia,  ei  mi  sembra  una  neces- 
sità infelice  quella  degli  Hegeliani  di  dovere  abbassar 
l'universo  per  innalzare  l'uomo  e  deificarlo;  simili 
in  cotesto  a  certi  monarchi'!  quali  sopportano  che 
loro  si  scemi  lo  stato  purché  vi  regnino  da  padroni 
assoluti. 

AroRiSMo  VI. 

100.  —  Dopo  il  simigliante  e  dopo  il  diverso"  viene 
il  misto  di  entrambi;  e  di  tal  misto  debbe  uscire  una 
sorta  d'indefinito  non  minore  degli  altri.  Che  anzi, 
come  non  si  può  concepire  un  essere  che  altro  non 
sia  che  purissima  identità  la  quale  in  ultimo  si  ridur- 
rebbe ad  un'  astrazione  e  a  qualcosa  di  afi^atto  indeter- 
minato, così  deesi  affermare  che  per  ordinario  dentro 
le  essenze  finite  accade  il  temperamento*  del  medesimo 
e  del  differente.  Il  perchè  alloraquando  si  parla  di  esi- 
stenze al  tutto  diverse  intendesi  ciò  d' un  intero  ordine 
di  creazione  o  d'un  intero   mondo  che  tu  tei  chiami 
paragonato  ad  un  altro  alieno  e  separatissimo.  Con- 
ciossiachè  dentro  ciascuno   di  essi,  ragguagliando  gli 
enti  in  fra  loro,  si  troverà  in  parte  molto  divario  e  in 
parte  molta  conformazione.  Allo  stesso  modo  qualora 
parliamo  di  moltiplicazione  esatta  dei   simili  si   può 
intendere,  e   cosi  intendesi  per  ordinario,  che  quella 
moltiplica/ione  consista  nel  replicare  le  cose  uguali 
r  una  inverso  dell'  altra  tanto  per  ciò  che  anno  di  va- 
rio quanto  per  ciò  che  anno  d'identico. 

101.  —  Questa  mescolanza  adunque  del  differente 
e  del  simile  nei  fiuiti  è  certissima,  e  per  le  ragioni 
adotte  più  volte  ella  verrà  compiendosi  nella  natura 
in  tutte  le  guise  per  tutti  i  gradi  in  ogni  condizione, 
atto,  qualità,  elemento  e  accidenza  di  essere.  Né  quindi 

Mahuri.  — 11.  13 


178  LIBRO  SECÓNDO. 

nella  natura  si  trapasserà  mai  da  una  essenza  deter- 
minata ad  un'altra,  quando  non  sieno  avanti  esaurite 
tutte  le  varietà  di  genere  e  specie  a  lei  relative,  e  cioè 
a  dire  ogni  temperamento  possibile  del  medesimo  e  del 
diverso;  e  ciò  non  meno  negli  individui  che  nelle  se- 
gregazioni e  composizioni  di  questi. 

# 
Afobismo  Vn. 

102. — Perchè  poi  ciascuno  ente  finito  ancora  che 
ricco  di  attribuzioni  à  bisogno  di  serbare  tra  esse  certa 
omogeneità  di  natura  (Libro  Primo,  Capo  Quinto, 
§  195)  e  volendo  egli  applicarle  con  efficacia  al  di 
fuori  bisogna  che  operi  o  intorno  al  simile  o  intorno 
al  diversb  contemperato  col  simile  ;  e  infine  perchè 
r  ottima  delle  dilatazioni  pel  finito  è  di  organare  le 
cose  intorno  di  sé  né  si  può  organarle  senza  introdurre 
certa  unità  nelle  parti  e  nel  tutto,  per  ciò  consegue 
che  negli  ordini  di  creazione  in  cui  regna  certa  cospi- 
razione speciale  di  mezzi  e  di  fini  tanto  che  sembrano 
comporre  un  mondo  compiuto  e  dagli  altri  diviso,  il 
simigliante  è  più  universale  e  quasi  a  dir  più  comune, 
perché  meglio  s'adatta  alla  forma  dell'unità. 

A. 

103.  —  Di  quindi  in  tutta  la  natura  corporea  la  si- 
miglianza  o,  per  dir  meglio,  la  identità  nelle  condizioni 
più  sostanziali,  e  intendesi  l'estensione,  la  figura,  la  im- 
penetrabilità, il  moto,  la  forza  motiva,  la  divisibilità, 
l'attrazione,  l'elasticità  e  forse  altre.  Quando  poi  ta- 
luno pensasse  che  ognuna  di  attribuzioni  si  fatte  da  sé 
non  regge  ma  legasi  a  tutte  le  altre  per  necessità  di 
essenza  come  nel  circolo  ogni  segmento  di  curva  toma 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    179 

necessario  per  farlo  esistere,  io  non  vorrei  contraddire; 
dacché  nella  più  parte  di  esse  attribuzioni  tale  carattere 
della  necessità  sembra  manifesto.  Nulla  meno,  la  legge 
di  cui  discorriamo  si  lascerà  scorgere  agevolmente  in 
altre  forme  più  ristrette  di  essere.  Nei  metalli,  per  via 
d'esempio,  quello  che  è  maggiormente  comune  è  al- 
tresì più  sostanziale.  Seguono  in  ristretto  numero  le 
differenze  speciali  e  non  attenenti  alla  essenza,  come  la 
fluidezza  nel  mercurio,  la  friabilità  nell'arsenico. 

Il  guaio  sta  che  l' uomo  s'inganna  non  rado  nel 
riconoscere  la  sostanza  e  sceverarla  dagli  accidenti,  e 
spesso  ne  giudica  appunto  da  ciò  che  è  comune  e  non 
viceversa;  ma  di  questo  altrove. 

B. 

104.  —  Scrive  Aristotele  che  quanto  la  cagione  è  più 
universale  tanto  à  maggiore  efficacia;  perchè  la  infe- 
riore cagione  non  è  tale  se  non  per  virtù  della  supe- 
riore. 

Questa  universalità  causale  riducesi,  come  vedem- 
mo altrove,  al  comune  e  al  simigliante  delle  cose  che 
in  fatto  sembra  più  sostanziale  e  profondo  del  diverso 
e  del  vario.  Il  comune,  adunque,  o  come  talvolta  è 
chiamato,  l'identico  non  è  maggiormente  cagione,  ma 
opera  in  molti  più  individui  e  sempre  mostrasi  impli- 
cato e  presente  nei  modi  speciali  e  particolari,  i  quali 
appariscono  in  minor  numero  d' individui  ;  e  non  ope- 
rano in  ogni  luogo  ed  in  ogni  tempo.  In  tutti  i  corpi, 
per  via  d'esempio,  manifestasi  la  gravitazione;  la  so- 
norità soltanto  in  parecchi.  E  méntre  un  corpo  senza 
gravitazione  non  può  sussistere,  date  le  leggi  attuali 
della  materia,  può  molto  bene  mancare  di  sonorità.  E 
perchè  domandiamo  natura  ed  essenza  d'un  genere 


180  LIBRO  SECONDO. 

tutto  quello  di  cui  non  può  difettare  nessun  individuo 
di  esso  genere,  così  nell'esempio  nostro  diremo  che  la 
cagione  della  sonorità  non  è  universale  né  sostanziale 
siccome  V  altra  del  peso.  Ma  non  ne  seguita  come  vuole 
Aristotele,  che  le  cagioni  diverse  e  particolari  piglino 
V  efficacia  loro  dalle  cagioni  eh'  egli  nomina  universali 
e  noi  diremo  di  somiglianza  e  medesimezza.  Jl  per  tor- 
nare all'esempio  addotto,  la  sonorità  non  dipende  dal 
peso  ovverosia  dall'  attrazione  di  massa. 

105.  —  Questo  confermi  la  nostra  sentenza,  che  la 
logica  aristotelica  intorno  alla  categoria  di  causa  è  bi- 
sognevole di  innovazione  e  riforma  da  capo  a  fondo. 

Aforismo  Vili. 

r 

106.  —  Per  fermo, .una  sorta  d' indefinito  più  alto,  e 
però  una  immagine  meno  scadente  della  divina  infinitu- 
dine,  apparisce  nell'intelletto  umano  che  spazia  per  en- 
tro la  immensità  delle  idee,  visita  tutti  i  seni  del  mar 
della  scienza,  scandaglia  i  pelaghi  dell'  arte  né  si  sgo- 
menta di  ricercare  gli  abissi  medesimi  della  perfe- 
zione di  Dio.  Ma  tale  indefinito,  come  procede  dàlia 
congiunzione  immediata  della  mente  con  Dio  e  però 
trascende  il  principio  della  natura  e  l'opera  delle  cause 
seconde,  così  è  convenevole  di  parlarne  in  disparte 
quando  ve^à  il  subbietto  di  quel  ritorno  maraviglioso 
della  creazione  inverso  del  Creatore. 

A. 

107.  —  Giova  però  di  notare  a  questa  occasione 
qualmente  ogni  fatto  ed  ogni  esperienza  umana  con- 
templata in  idea  diventa  materia  d' interminabili  re- 
lazioni pure  in  idea  contemplate.  Gò  eziandio  ne  ri- 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'  INFINITO.    181 

vela  come  V  indefinito  nascondesi  in  ogni  parte  della 
natura;  perchè  di  quelle  possibilità  discoperte  in  idea 
è  del  sicuro  attuato  nelle  cose  effettive  un  numero 
molto  maggiore  che  l' esperienza  non  può  insegnare.  E 
per  addurre  un  esempio,  solevano  gli  antichi  geome- 
tri abbattendosi  a  vedere  una  forma  nuova  di  curva 
esibita  agli  occhi  loro  da  qualche  accidente, esporne, 
come  dicevano,  la  teoria  esprimendone  gli  elementi  e 
i  rapporti  in  modo  astratto  e  generale.  Ma  trovato  di 
poi  quel  metodo  più  alto  e  sicuro  di  rappresentare  e 
calcolare  per  cifre  algebraiche  ogni  quantità  in  modo 
diretto  e  maggiormente  astratto  ed  universale,  fu  pure 
trovata  una  formola  compendiosa  e  agevolmente  ap- 
plicabile, mediante  cui  si  ottiene  la  teoria  di  qua- 
lunque specie  e  maniera  di  curve  e  cioè  a  dire  di  quasi 
influite.  Ora,  appena  mi  si  lascerà  credere  che  nei 
mondi  innumerevoli  disseminati  pel  fìrmaiAento  qual- 
cuna di  quelle  possibili  curve  sia  rimasta  esclusa  dal- 
l' atto. 

108.  —  Aggiungasi  che  ogni  realità  finita  à  per  lo 
certo  maggiori  attinenze  altresì  reali  con  le  cose  circo- 
stanti di  quello  che  si  stima  o  s' indovina  da  noi. 
Concludiamo  che  lo  infinito  della  potenza  divina  tra- 
luce  per  ogni  parte  della  natura  e  le  fantasie  nostre 
anno  corte  le  ali  a  seguirne  le  tracce. 

Afobismo  IX. 

109.  —  Dopo  ciò  entra  in  mezzo  il  domandare  se  la 
creazione  esaurisce  tutti  i  possibili  o  con  altri  termini 
se  le  infinite  determinazioni  dell'  eflicienza  divina  tra- 
passano air  atto,  e  se  non  vi  trapassano  tutte,  quali 
rimangono  escluse  e  perchè.  Noi  già  toccammo  di  que- 
sta materia.  Ora  cogli  aforismi   ne  discorriamo  con 


182  LIBRO  SECONDO. 

più  rigore  di  deduzione.  E  prima,  s'intende  che  l'efl5- 
cienza  divina  pareggia  la  infinitudine  propria  non 
mai  fuori  di  sé  stessa  ma  nelle  perfezione  del  proprio 
essere.  Al  che  badarono  poco  Giordano  Bruno,  Spinoza 
ed  altri  di  simil  pensare,  allora  che  riguardando  uni- 
camente alla  infinità  della  causa  sostennero  con  fer- 
mezza che  quando  l'effetto  non  si  stendesse  agli  estre- 
mi confini  della  fattibilità  si  rimarrebbe  inferiore  e 
sproporzionato  al  principio  suo;  e  quella  fattibilità 
intesero  che  non  avesse  limite  alcuno  ;  e  mentre  par- 
lavano del  fattibile,  e  cioè  di  cosa  contingente  e  che 
principia  ad  esistere,  nondimeno  la  unificarono  per 
ogni  verso  con  Dio. 

HO.  —  Ricaddero  qui  nella  perpetua  ed  immanente 
contraddizione  del  loro  sistema,  volendo  che  il  finito  sia 
tale  e  non  sia  nel  tempo  medesimo;  e  perchè  infinita 
è  la  natura  naturante  e  una  sostanza  medesima  gira 
secondo  essi  nella  natura  naturata,  pretesero  questa 
ultima  uguagliare  all'  altra,  e  così  di  necessità  si  av-  * 
vennero  nel  doppio  assurdo  o  di  fare  infinito  il  finito 
0  di  dare  limiti  e  contingenza  al  fondo  de)la  natura 
che  ne'  sistemi  loro  è  l' essere  stesso  divino.  Né  bada- 
rono d' altra  parte  che  la  possibilità  ideale,  converten- 
dosi con  la  infinita  pensabilità,  è  necessariamente  una 
e  semplice  ;  laddove  i  possibili  attuati  sono  un  molte- 
plice; e  mentre  nella  pensabilità  divina  giacciono  essi 
fuori  di  spazio  e  di  tempo,  vanno  quaggiù  spezzandosi^ 
in  innumerevoli  enti  secondo  le  leggi  della  successione  e 
della  impenetrabilità.  Ora,  come  non  v'  à  misura  nes- 
suna tra  r  uno  e  il  molteplice,  tra  il  finito  e  l' infinito, 
rimane  certo  che  1'  effetto  ad  extra  dell'  efficienza  di- 
vina non  può  uguagliar  la  cagione  per  ampio  e  im- 
menso che  paia  e  per  moltiplicarsi  che  faccia  in  tutta 
la  lunghezza  dei  secoli. 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'  INFINITO.    183 


111.  —  È  mirabile  a  dirsi  come  la  infinità  del  possi- 
bile si  maDifesti  al  pensiere  per  ogni  dove  ed  in  ogni  cosa 
e  dapertutto  sopravanzi  d'immensurabile  intervallo  la 
finita  realità.  Ecco  noi  ci  avveniamo  in  certo  numero 
determinato  di  metalli  e  di  metalloidi;  e  sebbene  ci 
fallisce  la  facoltà  d' immaginare  il  diverso  di  altre  spe- 
cie d*  entrambi  gli  ordini,  nuUameno  ei  se  ne  conce- 
pisce fssai  nettamente  la  possibilità.  Poniamo  cbe  esi- 
stano il  altri  pianeti  o  in  altri  sistemi  solari.  Ma  che 
per  ciò?  l' opera  della  concezione  nostra  non  Vi  si  feima; 
e  quanlo  anche  si  pensi  all'  indefinijp  dei  mondi  at- 
tuali e  futuri,  noi  ci  troviamo  sempre  al  medesimo 
punto.  Conciossiachè  la  mente  chiede  a  sé  stessa  per- 
chè qudle  in  numerabili  specie  non  sono  replicate  in 
ciascun  pianeta,  considerato  che  tal  concetto  non  à 
nulla  di  ripugnante  in  sé  stesso.  Adunque  la  possibi- 
lità ideae  oltrepassa  il  fatto  mai  sempre  con  la  di- 
stanza ddr  infinito  ;  cosa  alla  quale  dovea^ur  pensare 
GiordanoBruno,  quando  volle  che  la  materia  e  le  for- 
me naturili  e  i  mondi  fossero  effettualmente  infiniti. 


Afomsmo  X. 

112. — D'altro  canto,  debbo  affermarsi,  come  fu 
espresso  aJrove  da  noi,  che  una-cagione  infinita  vuole 
almeno  rienpiere  tutta  la  capacità  del  finito  e  che  però 
i  possibili  vogono  effettuati  di  mano  in  mano  così  nel 
quanto  com  nel  quale  con  varietà  indefinita  e  senza 
mai  termine  La  quale  proposizione,  parlandosi  in  ge- 
nere, debbo  accettarsi  per  vera  ed  esatta. 


A 


184  LIBRO  SECONDO. 


jM'orismo  XI. 


113.  —  Non  però  di  meno,  se  per  formare  un  con- 
cetto ossìa  un  possibile  ideale  basta  la  remozione  delle 
contradittorie,  altre  condizioni  sono  richieste  per  at- 
tuarlo nel  tempo.  Vero  è  che  a  rispetto  della  potestà 
e  sapienza  infinita  quelle  condizioni  risolvonsi  nella 
compatibilità  delle  essenze.  La  Chimera,  la  Gorgone 
e  simili  fantasie  non  sono  concetti  contradittorj  ma  il 
fatto  loro  racchiuderebbe  incompatibili  essenze  e  ciò 
torna  all'  ultimo  ad  una  reale  contraddizione  rei  ter- 
mini; come  se  taluno,  per  grazia  d'esempio,  vaJa  pen- 
sando ad  un  corpo  il  quale  sia  grave  e  leggieiD,  com-  ' 
posto  e  semplice  elastico  e  non  resistente. 

A.  I 

I 
I 

114.  —  La  scienza  umana,  pur  così  incerta  eristretta 
com'è  nel  conoscere  le  essenze  e  necessitata  di  muo- 
versi dietro  i  sensi  e  l' esperimento  nella  notzia  delle 
cose  di  fatto,  giunge  nullameno  assai  volte  j  scoprire 
che  tal  natura  non  può  èssere  compatibile  con  tale 
altra  ovvero  tal  qualità  con  tale  accidenfe.  Ben  è 
vero  ch'ella  è  costretta  nel  più  dei  casi  di  accettare 
un  certo  ordine  di  cagioni  e  di  atti  senza  ^der  chia- 
ramente il  perchè.  Ma  conosce  poi  in  moó  assoluto 
e  per  sola  virtù  discorsiva  che,  presupposto  qielF  ordine, 
certi  fatti  e  certi  altri  anno  con  esso  una  onvenienza 
0  disconvenienza  compiuta  ;  e  la"  seconda,  prchè  com- 
piuta, è  ancora  inemendabile.  Così  data  la  natura  fe- 
rina e  l' umana,  subito  vedesi  che  in  niunamaniera  se 
ne  potrebbe  fare  meschianza  ;  perocché  og;i  specie  di 
corpo  organato  vive  per  certa  unità  uscent  dalla  con- 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    185 

sonanza  delle  parti  col  tutto;  e  però  quando  il  princi- 
pio unitivo  è  sostanzialmente  diverso,  il  voler  mescolare 
runo  con  l'altro  diviene  ripugnante,  come  accadrebbe 
nel  sapposto  della  Gorgone  che  à  serpenti  per  capel- 
liera, e  del  Centauro  che  è  mezzo  uomo  e  mezzo  cavallo. 
Nel  Centauro  sono  due  organizzazioni,  guasta%;iascuna 
e  interrotta,  quindi  senza  unità  e  quindi  non  potrebbero 
supplire  a  vicenda  quello  che  manca  ad  entrambe. 

115.  —  Gontuttociò  di  niun  altro  genere  di  portenti 
si  è  compiaciuta  più  volentieri  1'  antichità  quanto  di 
questi  mostri  biformi,  e  ninna  cosa  le  è  apparita 
quasi  a  dire  più  facile  quanto  le  metamorfosi  delle 
sostanze  e  le  trasmigrazioni  delle  anime.  Il  che  pro- 
venne, per  nostro  giudicio,  dalla  cognizione  troppo 
scarsa  di  quello  che  statuisce  e  mantiene  la  unità  or- 
ganica, e  cioè  di  quella  corrispondenza  e  omogeneità 
delle  parti  col  tutto  che  rende  possibile  tale  vita  in 
tali  membra.  E  per  fermo  l'antichità,  laddove  conobbe 
distintamente  il  bisogno  dell'  unità  e  della  medesi- 
mezza, fece  tacere  la  fantasia  e  pose  freno  e  legge  ^Ue 
stesse  favole  e  allo  sbizzarrirsi  delle  leggende.  Così 
accadde  che  ravvisandosi  la  necessità  d'un  principio 
spirituale  imparabile  e  identico,  non  si  dettero*  al  cen- 
tauro due  anime  o  tre  a  Gerione;  e  Proteo  stesso,  tut- 
toché simboleggi  il  principio  trasmutabile  universale 
della  natura,  nondimeno  è  sempre  lui  sotto  qualunque 
forma  e  trasfigurazione;  e  se  Dafne  convertesi  in  lau- 
ro e  le  Kche  in  uccelli;  sotto  la  scorza  dell'arbore 
vive  e  sente  l'anima  di  quella  fanciulla,  e  sotto  le 
penne  uccelline  piangono  le  Piche  la  loro  temeri- 
tà. Per  lo  contrario,  a  convertire  le  navi  d'Enea  in 
ninfe  bisogna  aggiungere  a  quelle  un'  anima  e  così 
dar  loro  un  principio  unitivo  e  una  immortale  mede- 
simezza. 


186  LIBRO  SECONDO. 


Aforismo  XU. 


^16.  —  Tutte  le  vere  essenze,  adunque  sono  attua- 
bili e  sono  vei*e  tutte  quelle  in  cui  non  cade  ripugnanza 
di  fatto  ;^e  ciò  néll'  intrinseco  di  ciascun  essere  sem- 
plice come  in  ciascuna  composizione.  Se  noi  poniamo 
che  r  oro  o*  il  calcio  sia  semplice  e  in  ogni  molecola 
sua  identico,  e  se  reputiamo  il  simile  del  fosforo  ov- 
vero dello  zolfo,  ei  non  si  può  concepire  un  subbietto 
impartibile  che  sia  zolfo  ed  oro  o  fosforo  e  zolfo;  seb- 
bene il  calcio,  per  via  d'  esempio,-  e  il  fosforo  facciano 
insieme  molte  maniere  di  composti.  Dato  poi  una  tale 
natura  di  cosa  incomposta  e  una  tale  altra,  rimane  di- 
mostrato ch'elle  non  possono  entrare  in  composizione 
e  combinazione  con  tutti  gli  esseri,  ma  sì  veramente 
con  quelli  Che  serbano  qualche  convenienza  misu- 
ra ed  analogia  con  l' indole  propria.  Chiunque  per- 
tanto andrà  immaginando  composizioni  e  combinazioni 
fuori  di  cotal  cerchia,  figurerà  V  impossibile  o  ciò  che 
torna  a  un  medesimo  porrà  insieme  delle  essenze  ri- 
pugnanti. 

117.  —  Noi  definimmo  nel  Libro  anteriore  il  perchè 
il  subbietto  intimo  di  qualsia  sostanza  rimane  sepolto 
per  sempre  alla  mente  umana.  E  però  nei  casi  parti- 
colari non  riesce  alla  nostra  scienza  d'indovinare  il 
come  da  un  certo  subbietto  uscir  debba  piuttoso  tale 
forma  di  atto  che  tale  altra  e  questa  qualità  ed  attri- 
buzione e  non  quella.  Dapoichè  la  qualità  e  l'i  atto  sono 
visibili,  il  sostrato  invisibile  ;  e  tuttoché  1'  atto  ci  sem- 
bri una  espansione  della  forza  e  la  qualità  una  espres- 
sione della  natura  della  sostanza,  l' omogeneità  e  me- 
desimezza perfètta  fra  entrambe  i  termini  nessuno  la 
scorge.  Kd  anzi  in  parecchi  casi  ancora  che  abbia  a 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  €0N  L' INFINITO.    187 

su^stere  T omogeneità,  non  può  sussistere  medesimezza 
e  Togliam  dire  parità  e  somiglianza  compita.  Guarda 
al  volere  al  pensare  e  al  riflettere  umano  ;  guarda  al 
rammemorare  e  all'immaginare;  ei  non  sono  atti  simili 
e  identici,  e  nondimeno  sono  tutti  cei'ta  espansione 
dell'  attività  nostra  impartibile  ed  una  compiutamente. 

118. — Ma  lasciando  ciò  stare,  noi  ripetiamo  che  seb- 
bene non  sia  lecito  alla  scienza  umana  di  assegnare 
a  priori  tale  qualità,  potenza  ed  attribuzione  a  tale 
subbietto,  ciò  s'addice  troppo  bene  all'atto  creativo; 
e  però  è  da  concludere  che  quante  unioni  sono  possibili 
di  atto  e  potenza,  di  qualità  e  sostanza,  tutte  esistono 
od  esisteranno  in  futuro.  E  si  affermi  il  simigliante 
né  più  né  meno  delle  compodizioni  e  combinazioni  dei 
subbietti  in  fra  loro. 

119.  —  Adunque,  il  nostro  giudicio  terminativo  in- 
torno al  proposito  sarà  pur  questo  che  l'indefinito  della 
creazione  si  allarga  incessantemente  nella  immensità 
dei  compossibili.  Ma  badi  il  lettore  che  il  prefato  vo- 
cabolo è  qui  assunto  nella  accezione  sua  rigorosa  e  lo- 
gica ;  considerato  che  per  noi  sono  compossibili  tutte  le 
unioni  di  atto  e  potenza,  di  qualità  e  subbietto  esenti 
da  ripugnanza  e  tutte  le  composizioni  e  combinazioni  di 
esseri  separati  che  similmente  non  ripugnano  nella  na- 
tura degli  elementi.  Laonde  noi  distinguiamo  il  possibile 
dal  compossibile  soltanto  a  rispetto  di  nostra  mente.  At- 
tesoché non  è  un  medesimo  per  l'intendere  nostro  il  pen- 
sabile ed  il  fattibile;  e  talun  concetto  ne  può  apparire 
esente  d'implicanza  e  però  possibile,  mentre  nella  con- 
cretezza del  fatto  riuscirebbe  a  se  medesimo  ripugnante. 
La  voce,  dunque,  compossibile  suona  per  noi  dififeren- 
temente  che  pel  Leibnizio,  al  quale  apparivano  compos- 
sibili unicamente  le  cose  che  convenivano  al  gran  dise- 
gno del  migliore  dei  mondi  ;  diseguo  scelto  in  fra  mille 


188  LIBKO  SECONDO. 

altri  possibili  e  pretendenti  tutti  all'onore  dell'  esisten- 
za, conforme  usò  parlare  quel  metafisico.  E  insomma, 
per  noi  riesce  impossibile  ciò  meramente  che  non  può 
sussistere  in  se  né  in  unione  con  altri;  laddove  per 
Leibnizio  alle  impossibilità  reali  debbonsi  aggiungere 
eziandio  le  morali. 

A, 

120.  —  Provenne  forse  da  tale  opinione  troppo  an- 
gusta che  fecesi  Leibnizio  del  compossi bjle  ch'ei  si  trovò 
impacciato  fuor  modo  a  spiegare  come  le  essenze  pre- 
ferite nella  creazione  del  migliore  dei  mondi  respingano 
e  combattano  le  innumerevoli  altre  degli  altri  mondi, 
mentre  non  si  scorge  ombra  d'incompatibilità  nella 
serie  infinita  dei  termini  schiettamente  positivi;  e  fu 
sempre  detto  e  creduto  in  filosofia  che  le  realità  non 
si  contraddicono.  Di  questa  maniera  taluno  censurò 
il  sistema  leibniziano  affermando  che  quivi  i  possibili, 
considerato  ogni  cosa,  sono  la  più  parte  imponibili. 

121.  —  Noi  manteniamo  invece  che  i  veri  possibili, 
o  chiamandoli  più  giustamente  i  fattibili,  trapassano 
tutti  air  esistenza  del  mondo  creato.  Ma  sì  conviene 
distinguerli  e  sceverarli  dai  meri  pensabili.  E  solo  per 
ignoranza  l'uomo  giudica  gli  uni  e  gli  altri  ugualmente 
possibili  ;  0  forse  si  può  difendere  la  stessa  umana  ap- 
pellazione, avvisando  che  nei  pensabili  è  notata  unica- 
mente la  possibilità  negativa  o  logica  e  però  s',intende 
che  la  rimozione  della  ripugnanza  nei  termini  leva  quivi 
ogni  impedimento  alla  fattibilità  se  questa  si  concilia 
col  fondo  intero  delle  realità  pensate  da  noi;  e  vogliam 
dire,  se  le  categorie  necessarie  ed  effettive  dell'  essere 
vi  stanno  tutte  d'accordo.  Intanto  i  pensabili  sono  asso- 
lute verità  come  le  astrazioni  ideali  e  i  concetti  negativi 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'  INFINITO.    189 

e  simili  enti  di  ragione,  e  cioè  a  dire  che  rappresentano 
punti  parziali  e  attinenze  distanti  />  vicine  d'  alcuna 
positiva  e  distinta  determinazione  dell'  Assoluto. 

122.  —  Nel  modo  che  in  Dio  i  concetti  formano  una 
sola  infinita  idealità  o  verità,  le  distinte  determinazioni 
della  efficienza  divina  (fonte  e  sede  dei  possibih)  si  ri- 
solvono in  un  solo  infinito  d'onnipotenza;  e  certo  è  die 
di  questo  infinito  una  parte  sola,  se"  è  lecito  così  par- 
lare e  vogliam  dire  l'indefinito  che  si  spande  nel  tempo, 
trapassa  ad  extra  alla  sussistenza;  e  questa  sola,  a  di- 
scorrere con  rigore,  è  propriamente  possibile;  e  quelle 
determinazioni  della  efficienza  divina  cui  mancherà  < 
sempre  Tatto  di  esistere  ad  extra  non  convenevolmente, 
per  nostro  avviso,  piglierebber  quel  nome. 

Ma  perchè  la  possibilità  loro  è  piena  dal  lato  della 
cagione  infinita  e  l'impediménto  proviene  dal  di  fuori 
e  giace  nelle  limitazioni  invincibili  del  finito,  così  è  pre- 
valuto  l'abito  di  accomunare  l'appellazione  medesima 
ai  pensabili  quanto  ai  fattibili  ;  e  a  noi  sovviene  che  nel 
primo  liibro  della  ontologia  producemmo  la  prova  d' una 
infinita  possibilità;  né  al  presente  ci  vogliamo  ricredere. 
Considerato  che  quivi  la  possibilità  infinita  è  sinonimo 
esatto  della  infinita  efficienza.  Intanto,  sembra  che 
ninno  possa  ritorcere  contro  noi  1'  accusa  fatta  al  Loib- 
nizìo;  perocché  nessun  possibile  vero  è  giudicato  da  noi 
impossibile;  e  vero  lo  domandiamo  a  rispetto  nostro 
quando  è  fattibile.  In  altra  maniera,  egli  si  rimanp, 
come  dianzi  notammo,  un  concetto  di  cosa  attuabile 
solo  in  risguardo  dell'infinita  efficienza  che  non  à  li- 
mite alcuno  per  sé,  e  la  quale  debbe  mai  sempre  ve- 
nire avvisata  nella  originale  e  indefettibile  sua  libertà 


190  LIBRO  SECONDO. 

di  condurre  all'atto  le  cose  finite;  perchè  Dio  è  perpe- 
tuamente nel  prin\p  atto  del  suo  esistere. 

AroBisMo  XIII. 

123.  —  Ignorando  noi  le  intime  essenze  degli  enti 
creati,  ci  è  forza  d' ignorare  altresì  il  punto  dove  inco- 
mincia la  fattibilità  loro.  Perchè  i  sensi  umani  non 
sono  più  che  cinque,  e  i  colori  e  le  note  musicali  non 
più  che  sette?  E  lo  spazio  à  sole  tre  dimensioni?  A 
ciò  confessiamo  di  non  saper  dare  alcuna  risposta  scien- 
tifica, e  sembra  che  neppure  Hegel  si  arrischi  di  darla 
tuttocTiè  presuma  di  ben  sapere  la  essenza  d'ogni 
qualunque  cosa  di  cui  possiede  la  idea.  Vero  è  che 
intornoi  ai  colori  ed  alle  note  musicali  e'  insegna 
per  compenso  notizie  novissime  ed  inopinate,  siccome 
questa,  per  via  d'esempio,  che  i  colori  sono  il  risulta- 
mento  della  scambievole  immedesimazione  della  oscu- 
rità con  la  luce,  e  della  luce  con  la  oscurità;  né  que- 
sto secondo  termine  è  quivi  assunto  come  sinonimo 
della  nerezza  che  è  pur  colorata  ;  essendoché  il  filosofo 
stesso  ci  avverte  che  il  color  nero  è  solo  la  oscurità 
materiata  e  specificata.  Consente  di  poi  che  il  verde 
è  colore  composto  della  mescolanza  del  turchino  col 
giallo,  e  ricorda  le  singolari  trasmutazioni  di  colore 
variamente  operate  dagli  acidi  e  variamente  dagli  al- 
cali. Salvo  che  io  pretendo  che  in  difetto  dell'  espe- 
rienza l'uomo  avrebbe  ignorato  per  tutti  i  secoli  che 
'  il  color  verde  si  generi  dal  mescolamento  di  due  altri 
colori,  e  il  mercurio  si  tinga  di  vivo  scarlatto  a  un  certo 
grado  di  caldezza  e  combinandosi  collo  zolfo.  0  perchè 
l'Hegel  abbandona  molte  di  queste  cognizioni  alla 
scienza  empirica?  Invece  avrei  giudicato  che  sapere 
quali  sono  i  colori  primitivi  e  semplici  e  quali  i  com- 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'  INFINITO.    191 

posti  apparteilga  di  ragione  a  colui  che  dei  colori  dice 
coDOscere  l'essenza  e  la  deduce  a  priori, 

124.  —  Intorno  alle  note  musicali  non  curandosi 
egli  di  scoprire  perchè  sieno  sole  sette  e  non  più,  ci 
rc^la  in  quel  cambio  della  notizia  assai  pellegrina  che 
nel  modo  che  la  materia  a  rispetto  semplicemente  del 
suo  esser  pesante  risolvesi  da  ultimo  in  luce,  cosi  la 
j)esantezza  o  materia  specificata  che  s' abbia  a  dire  si 
risolve  prima  in  suono  e  quindi  piiì  compitamente  in 
calore.  Chi  non  vede  naturalissima  ed  anzi  necessaria 
la  metamorfosi  della  pesantezza  in  luce  e  della  sono- 
rità in  calore?  Ed  affine  di  chiarir  meglio  ancora  la 
essenza  del  suono  e  farla  più  intelligibile  col  discreto 
uso  dei  tropi,  Hegel  aggiunge  che  il  suono  è  il  grido  del- 
l'ideale  che  trionfa  della  opposizione  della  forza  esterna 
e  dimora  identico  sì  nel  conflitto  e  sì  nel  trionfo. 

125.  —  Quanto  alle  dimensioni  dello  spazio,  v'  à  in 
geometria  la  dimostrazione  che  un  punto  non  potrebbe 
essere  intersecato  fuori  che  da  tre  linee  rette  e  diverse. 
Ma  quando  io  non  pigli  eVrore,  tale  dimostrazione  con- 
ferma non  più  che  il  fatto  delle  tre  dimensioni. 

AroRiSMo  XIV. 

126. — Inteso  il  possibile  come  sinonimo  del  fatti- 
bile se  ne  possono  ritrarre  conseguenze  al  tutto  con- 
trarie. Perocché  ignorandosi  dall'uomo  la  ragione  es- 
senziale ed  originaria  della  fattibilità  delle  cose  può 
taluno  soverchiamente  ristringerla  ed  altri  soverchia- 
mente allargarla.  Fonderebbesi  la  sentenza  del  primo 
sulle  necessità  ed  insufficienze  da  noi  registrate  nel 
primo  Libro  di  questa  cosmologia  e  sul  fatto  speri- 
mentale che  nel  mondò  a  noi  conosciuto  rinveniamo 
una  sola  specie  di  ente  razionale  e  morale  e  nella 


192  LIBRO  SECONDO. 

materia  non  molti  più  di  cinquanta  pritcipj  semplici 
0  forme  originali  di  esseri  che  s' abbiano  a  dire.  Il  che 
proverebbe  essere  indefinita  la  creazione  nel  quanto 
ma  non  nel  quale.  E  ciò  indurrebbe  alla  mente  un 
concetto  assai  restrittivo  della  immensità  del  creato, 
e  quasi  porrebbe  in  forse  lo  indefinito  ascendere  nostro 
nella  varietà  e  moltiplicazione  del  bene.  Al  quale 
ascendere  non  par  sufficiente  la  dilatazione  nel  quanto^ 
e  la  reiterazione  del  simile. 

127%  —  A  cotesti  pensieri  così  rispondiamo.  La  espe- 
rienza nostra  intorno  ai  principj  semplici  non  va  più 
oltre  di  questo  globo, il  quale  è  minima  parte  non  pure 
dell'intero  universo  ma  di  ciò  che  diventa  visibile  ai 
nostri  occhi.  Intorno  poi  all' essere  razionale  e  morale 
giova  il  considerare  che  le  cause  seconde,  come  altrove 
fu  notato,  non  pervengono  all'  attuazione  di  quello 
senza  apparecchi  e  filiere  assai  lunghe  e  difficili,  pe- 
rocché in  lui  è  un  principio  semplice  insieme  e  dotato 
di  facoltà  diverse  e  mirabili  ed  è  predisposto  da  um 
lato  a  coniugarsi  con  la  materia,  dall'altro  a  potersi 
unire  con  la  infinita  idealità  e  ricevere  dentro  se  altre 
sorte  d'influssi  divini.  È  manifesto  adunque  che  l'ente 
razionale  e  morale  di  cui  ragioniamo  non  è  forma 
come  a  dire  primitiva  ed  elementare,  ma  tiene  luogo 
nella  natura  d'  un  alto  e  molteplice  risultamento  e 
troppa  gran  parte  ne  raduna  in  se  e  compendia.  La- 
onde quello  che  nell'uomo  si  scorge  sarà  indovinato 
per  tutte  le  creazioni  complesse  e  veramente  sintetiche 
della  natura,  le  quali  né  possono  avere  intorno  di  sé 
molta  copia  di  specie  analoghe  né  immensamente  mol- 
tiplicare come  alle  specie  inferiori  succede. 

128.  —  Altro  concetto  accade  di  fare  circa  le  forme 
estremamente  più  semplici  e  quali  posson  fluire  dalle 
tre  fonti  abbondevoli  descritte  da  noi  del  simile,  del 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L' INFINITO.    19P» 

diverso  e  del  misto  fra  le  due.  Imperocché  capace 
dell'esistenza  è  qualunque  subbietto  qualificato  co- 
!neches8ia  e  contenente  alcun  grado  di  attività  o  pas- 
sÌTità.  Né  le  limitazioni  ed  insufficienze  da  noi  regi- 
strate nel  libro  antecedente  difficultano  l'apparire  e 
raoltiplicare  inmenso  di  que'  subbietti  ;  considerato  che 
sebbene  impotenti  e  d'ogni  parte  stremati  pur  nondi- 
meno possono  esistere;  e  in  generale,  la  reiterazione 
loro  emanando  direttamentente  dall'atto  creativo  debbe 
senza  contrasto  distendersi  nella  successione  del  tempo. 
Altra  cosa  é  poi  il  lor  convenire  e  disconvenire  reci- 
proco ed  altra  le  composizioni  e  gli  organamenti  che 
possono  uscirne,  e  di  ciò  discorreremo  nell'aforismo  in- 
frascritto. 

Afobismo  XV. 

129.  —  Può  taluno  per  opposto  venir  divisando  cho 
le  essenze  incompatibili  ricordate  piìi  sopra  riduconsi 
ad  alcuna  contraddizione  o  interna  all'essenze  od  ester- 
na, e  vale  a  dire  riduconsi  a  certe  essenze  falsamente 
«•oncette  nel  loro  intrinseco,  ovvero  ne' rapporti  loro 
immediati.  Avvengaché  io  mi  contradico  ad  attribuire, 
\ìOiììB,mo  caso,  ad  A  quello  che  è  proprio  della  natura 
di  B;  e  similmente  mi  contradico  a  voler  comporre  un 
tutto  di  A  e  di  B,  se  le  forme  loro  non  furono  predisposte 
a  immedesimarsi.  Laonde  parlandosi  degli  enti  creati 
è  lecito  di  asserire  che  le  cose  le  quali  non  sono  fat- 
tibili, nettampoco  sono  pensabili,  o  con  più  esattezza 
non  sono  pensabili  scansando  per  ogni  lato  e  per  ogni 
rispetto  la  ripugnanza  logica.  E  se  avviene  il  contrario 
o  sembra  avvenire,  ciò  accade  perché  noi  pensiamo  i 
concetti  il  pili  del  tempo  senza  definirli  o  con  definizioni 
nominali  ed  insufficienti.  Nel  vero,  poniamo  ad  esempio 

Mixuiii.  —  II.  13 


194  LIBRO  SECONDO. 

che  si  definisca  l'organismo  dei  corpi  animati  e  sen- 
sibili dicendo  che  sono  certa  corrispondenza  delle  parti 
col  tutto  da  costituire  delle  une  e  dell'  altro  una 
sola  unità.  Ciò  fermato,  ei  si  converrà  definire  il  Cen- 
tauro allegato  nell'aforismo  XI,  un  organismo  ani- 
mato e  vivente  composto  di  due  unità  ed  anzi  di  due 
unità  dimezzate;  il  che  fatto,  vedesi  per  ciascuno  che 
il  concetto  del  Centauro  non  è  propriamente  pensabile 
tuttoché  sia  capace  di  rivestirsi  di  fantasma  e  pigli 
figura  speciale  e  ben  contornata. 

130.  —  Seguita  che  si  riconfermi  il  detto  qua  ad- 
dietro, e  cioè  nessuna  realità  contradire  se  stessa  (» 
le  altre;  quindi  tutte  sono  fattibili.  E  quindi  ancora 
viene  il  cercare  come  possa  introdursi  ordine  ed  ar- 
monia perfettissima  in  questo  quasi  infinito  di  realità 
d'ogni  sorta,  e  in  cui  le  più  vili  cose  quanto  le  più 
pregiate  e  non  meno  le  strane  e  deformi  che  le  bellis- 
sime e  così  le  più  inerti  ed  inutili  quanto  le  maggior- 
mente operose  e  feconde  debbono  esistere. 

Cotesta  è  la  difficoltà  in  buon  argomento  fondata. 
Cerchiamo  con  raziocinio  pacato  e  rigoroso  la  risolu- 
zione del  nodo. 

AroBiSMO  XVI. 

131.  —  Quello  che  insino  a  qui  fu  esposto  s' attiene 
meramente  alla  onnipotenza  divina  a  rispetto  della 
quale  ci  occorre  d'immaginare  un  oceano  quasi  infi- 
nito di  esseri  che  cresce  e  dilatasi  per  altri  tre  grandi 
oceani  delle  fatture  somiglianti,  delle  differenti  e  delle 
miste.  Ora  conviene  pensare  a  quello  che  opera  in  tale 
immensità  e  diversità  di  esistenze  la  mente  increata  e 
r  amore  infinito  del  bene.  E  per  ciò  comprendere  con 
qualche  chiarezza  e  in  maniera  meno  disacconcia  all'al- 
tezza inaccessibile  del  subbietto.  ci  accade  di  ricordare 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'  INFINITO.    195 

]a  nostra  comparazione  delle  lettere  dell'  alfabeto  git- 
tate a  caso  in  un  mucchio,  e  le  quali  di  poi  collocate  a 
debito  luogo  pigliano  varia  e  connessa  significazione 
ed  esprimono  tutte  insieme  o  V  Iliade  o  la  Georgica 
0  quale  altra  composizione  onora  di  vantaggio  l'umano 
intelletto.  Se  non  che,  fa  bisogno  d'immaginare  im- 
mensa ed  innumerevole  la  diversità  e  la  replicazione 
di  que' caratteri  e  piuttosto  che  al  nostro  alfabeto 
conviene  meno  impropriamente  ragguagliarli  alle  cifre 
de'  Cinesi,  a  cui  basta  appena  la  vita  per  tutte  saperle  ; 
ma  sopra  ogni  cosa  occorre  di  pensare  che  di  quel  gran 
pelago  di  lettere  è  cavato  fuori  un  eterno  volume  che 
supera  di  tanto  la  sapienza  di  Confucio  e  di  Lao  Tseo 
quanto  lo  spirito  di  Dio  sopravanza  quello  di  esse  due 
creature.  Puossi  anche  far  paragone  degli  esseri  elemen- 
tari ed  originali  alla  tavolozza  dove  fossero  senz'  arte 
adunati  i  colori  d' ogni  ragione  e  tutte  le  mestiche  loro, 
e  delle  quali  il  genio  di  Raffaele  ricava  la  Disputa 
del  Sacramento  e  il  Miracolo  della  Trasfigurazione. 
132.  —  Diciamo  adunque  che  la  sapienza  infinita 
decretando  che  dentro  iLCaos  nascesse  l' ordine,  tutte 
le  cose  accostaronsi  a  tutte  le  altre  omogenee,  e  queste 
nature  che  qui  cozzavano  con  coteste,  là  più  lontano, 
per  modo  di  discorso,  quetarono  in  compagnia  di  altre; 
e  come  in  mano  dell'  abile  musaicista  ogni  pietruzzola, 
per  disadatta  che  sembri,  piglia  acconcezza  e  signifi- 
cazione nel  luogo  ove  è  posta,  così  nel  creato  presero 
tutti  gli  enti  significazione  e  valore  dalla  convenienza 
del  composto  nel  quale  entrarono  e  dalla  proporzione 
e  reciprocazione  de'  loro  atti.  E  ciò  che  in  principio 
non  potè  stare  congiunto  né  dispiegare  le  insite  forze, 
ottenne  di  farlo  apparendo  più  tardi  e  appresso  a 
molti  apparecchiamenti  e  trasmutamenti.  Perocché 
convien  ricordare  che  se  l'atto  creativo  è  uno  ed  eterno. 


196  LIBRO  SECONDO. 

gli  effetti  suoi  crescono  incessantemente  nella  lunghez- 
za del  tempo  e  crescono  pure  altrettanto  le  rispon- 
denze e  gli  adattamenti  delle  cose  in  fra  loro. 

Afobismo  XVIL 

133.  —  Né  mal  fu  chiamato  Iddio  da  Platone  il 
gran  Demiurgo,  o  fabbro  che  s'abbia  a  dire,  con  questo 
divario  dalle  nostre  fabbricazioni  che  a  noi,  è  impos- 
sibile di  creare  la  materia  di  nostre  macchine  ed  è 
impossibile  altresì  che,  compiuto  V  ordigno  e  più  ge- 
neralmente il  lavoro,  alcuna  parte  della  materia  non  sia 
scartata  come  disacconcia  o  guasta  o  sovrabbondante  od 
inutile.  E  troppo  radamente  accade  eziandio  che  la  ma- 
teria con  le  sue  forme  naturali  soddisfi  all'intendimento 
dell'  uomo  tanto  che  l' opera  di  lui  consista  nel  solo 
adattarle  e  coordinarle  al  proposito.  Anzi  ciò  avviene 
unicamente  nella  infanzia  primissima  di  ciascuna  indu- 
stria fabbrile,  e  quando  le  spine  de'pesci  servono  di  qua- 
drello al  selvaggio  e  le  mura  ciclopee  sorgono  e  si  pro- 
lungano mediante  il  combaciamento  che  pone  il  caso 
tra  le  figure  dei  greggi  pietroni.  In  cambio  di  ciò,  l'opi- 
fice  eterno  in  questa  macchina  portentosa  dell'  universo 
non  perde  nulla  della  materia  ;  conciossiachè  nulla  non 
vi  è  inutile;  e  le  forme  vi  sono  adoperate  quali  ap- 
punto uscirono  dal  seno  della  efiicacia  suprema;  ed 
anzi,  a  parlare  con  espressioni  meno  improprie,  le  for- 
me si  cercano  scambievolmente  e  si  adattano  sotto  lo 
influsso  della  divina  mentalità;  in  quel  modo  che  noi 
vediamo  nelle  officine  dei  chimici  compiersi  le  lente 
precipitazioni  dove  ogni  molecola  s' adatta  alle  rima- 
nenti secondo  il  suo  peso  specifico  e  le  leggi  di  affinità. 

134.  —  Sebbene  non  ci  paia  molto  profonda  nel 
generale  la  significazione  dei  miti  e  volentieri  asseu- 


DEL  FINITO  IN  KELAZIONE  CON  L'  INFINITO.    197 

tiamo  al  Vico  che  non  vi  si  debba  riconoscere  nessun 
arcano  di  scienza  riposta  e  sublime;  tuttavolta  ci  ri- 
corre alla  mente  quell'allegoria  d'Anfione  e  d'Orfeo 
i  qaali  al  suono  della  lira  scorgevano  i  ^assi  del  Ci- 
tepone  andarsi  movendo  é  accostando  e  del  loro  adat- 
tamento risultare  la  cerchia  di  Tebe.  Che  certo  non 
M  può  significar  meglio  il  prodigio  della  coordinazione 
itegli  enti  la  quale  fu  vera  armonia,  ed  anzi  è  T  ar- 
monia santa  e  perenne  che  mai  non  cessa  di  risuonare 
in  qualunque  parte  dell' immenso  creato.  E  se  vollero 
i  poeti  Orfici  rappresentare  con  quella  favola  l' accoz- 
zamento degli  uomini  e  qualmente  nelle  città  per 
l'euritmia  naturale  dei  varj  uflScj  e  studj  civili  cresca 
e  prosperi  la  comunanza  delle  famiglie  e  la  partecipa- 
zione del  bene,  egli  è  da  avvertire  che  V  intero  universo 
è  la  grande  città  di  Dio  dove  non  pure  le  forme  razionali 
e  morali  ma  tutte  le  forme  della  natura  si  accostano 
e  si  combinano  ed  esce  di  tutte  loro  quella  consonanza 
))erfettiva  e  stupenda  la  quale  è  copia  esattissima 
della  prestabilita  armonia  che  fa  concento  eternale, 
^e  permettesi  questo  parlare,  nella  mente  di  Dio., 

135.  —  Non  è  poi  dubioso  che  questa  coordinazione 
M  tutto  come  principio  d'ogni  bene  non  fosse  divinata 
da  Empedocle  quando  per  prima  efficienza  della  na- 
tura nominò  l'Amicizia  e  dir  volle  la  conformità  delle 
essenze  in  fra  loro;  e  un  concetto  poco  diverso  sem- 
brami uscire  dalle  più  vetuste  teogonie  e  cosmologie, 
la  fatto,  Parmenide  sentenziava  che  Amore  fu  il  primo 
fra  tutti  gl'Iddii;  ed  Esiodo  che  dopo  il  Caos  appar- 
vero la  Terra  ed  Amore. 

136.  —  Segno  queste  antiche  divinazioni  a  prova  che 
la  nostra  Teodicea  pretende  soltanto  al  pregio  di  met- 
tere in  maggior  lume  e  sotto  l' impero  del  raziocinio  i 
più  vecchi  adagi  del  senso  comune.  E  come  potrebbe  la 


198  LIBRO  SECONDO. 

mente  umana  avere  aspettato  le  tarde  e  penose  inve- 
stigazioni dei  metafisici  quanto  al  concetto  salutare  e 
fondamentale  del  prò  vedere  divino? 

Aforismo  XVin. 

137.  —  Adunque  ciò  che  fu  domandato  armonia  del 
mondo  provenne  primamente  dalla  armonia  ineffabile 
delle  perfezioni  divine.  Perchè  tanto  l' onnipotenza  am- 
pliava e  diversificava  il  gran  fiume  dell'  essere,  altret- 
tanto la  saggezza  increata  sceglieva  a  ciascuna  cobr 
il  luogo  il  tempo  le  accompagnature  le  occasioni  gli 
incontri  le  necessità  gli  stretti  legami  ed  i  sciolti  le 
relazioni  propinque  e  lontane  ;  di  qualità  che  ne  usciva 
alla  fine  una  consonanza  e  un  accordo  col  tutto.  Di 
quindi  poi  la  bontà  e  l' amore  infinito  traevano  la 
massima  partecipazione  del  bene  al  numero  massimo 
di  creature  compiendo  le  maraviglie  dell'ordine  con 
la  maggior  meraviglia  di  accostare  a  sé  con  infinito 
richiamo  l'anime  razionali  e  morali,  conforme  verrà 
dimostrato  nel  Terzo  Libro  e  negli  altri. 

138.  —  Da  tutte  le  quali  virtù  e  impressioni  dell'atto 
creativo  procede  la  forma  intera  del  mondo  che  è  unica 
e  sola  perchè  nessun' altra  è  possibile;  conciossiachè 
qualunque  altra  non  esaurirebbe  o  nel  quanto  o  nel 
quale  l'indefinito  delle  cose  ovvero  ommetterebbe  al- 
cuna combinazione  e  rispondenza  di  esseri,  e  cioè  a 
dire  che  non  esaurirebbe  del  pari  l'indefinito  della 
sapienza. Quindi  quella  forma  è  necessariamente  ottima, 
o  Dio  la  produce  fuori  di  sé  non  per  atto  di  elezione 
uè  comparando  fra  loro  innumerevoli  idee  di  mondi 
possibili,  ma  sì  operando  congiuntamente  con  l'infinito 
della  potenza  della  sapienza  e  della  bontà  insino  al 
termine  estremo  della  recettività  del  finito.  Di  là  dalla 


DEL  FINITO  IN  RELAZ/ONE  CON  L'INFINITO.    199 

quale  non  resta  più  nulla  di  possibile  e  d'attuabile  e 
però  non  resta  materia  veruna  da  trascurare  o  da  sce- 
gliere. 

A. 

139.  —  Ciò  diflFerisce,  e  mi  sembra  a  ragione,  dai 
concetti  del  Leibnizio,  secondo  i  quali  Dio  somigliava 
poco  indebitamente  ad  un  Principe  che  postosi  innanzi 
vari  disegni  e  ingegnosi  di  qualche  nuova  città  da 
fondare,  computato  bene  ogni  cosa,  attiensi  da  ultimo 
il  quello  in  cui  le  incomodità  e  gli  sconci  sono  minori 
e  per  contrario  sono  maggiori  le  magnificenze  e  gli 
abbellimenti.  Nel  che  non  solo  accostò  di  soverchio 
r operare  divino  all'umano,  ma  sentissi  astretto  a  con- 
fessare che  innumerevoli  possibilità  rappresentanti 
forme  positivissime  giacessero  inattuabili  e  come  non 
degne  dell'  esistenza,  la  quale  esclusione  in  fondo  riesce 
a  dire  che  elle  sono  false  possibilità.  Ma  per  nostro 
giudici©  nessun  altro  limite  si  può  concepire  all'at- 
tuazione delle  diverse  nature  di  cose  salvo  che  il  com- 
parire spartitamente  nel  tempo  (essendo  l'infinito  in 
.itto  non  possibile  al  mondo)  e  il  comparirvi  senza  mai 
termine,  sebbene  tale  flussione  incessabile  mai  non 
adegui  Pubertà  sconfinata  della  efficienza  divina. 

140.  —  Ma  obbietterà  forse  taluno  che  di  cotesta 
«efficienza  le  determinazioni  essendo  infinite  e  pur  do- 
vendo passare  all'  atto  con  successione  debbo  in  ciò 
«*ssere  ordine  e  però  una  specie  di  preferenza  e  di  scelta. 

141.  —  Per  lo  certo,  noi  rispondiamo,  debbevi  es- 
sere una  ragion  sufficiente  dell'  anteriorità  e  posterio- 


200  LIBRO  SECONDO. 

rità  neir attuazione.  E  questa  in  ciascuna  sfera  dienti 
è  senza  fallo  la  ragione  dell'  ordine,  e  cioè  a  dire  ciu* 
ciascun  ente  speciale  in  essa  sfera  o  mondo  diverso  ed 
originale  apparisce  nel  tempo  e  luogo  acconcio  alla 
sua  natura  e  alle  correlazioni  sue  con  l'intero  create» 
e  dopoché  le  cagioni  seconde  compiettero  i  convenevoli 
apparecchiamenti.  Ciò  tutto  si  opera  con  solo  un  atte» 
impartibile  della  potenza  e  sapienza  suprema,  onde* 
ciascun  possibile  nasce  in  quell'ora  e  in  quell'accom- 
pagnamento che  porta  la  necessità  della  propria  es- 
senza ;  e  nascere  in  altro  modo  sarebbegli  ripugnante  : 
dapoichè  in  quella  essenza  sono  definite  eziandio   le 
relazioni  particolari  anzidette. 

AroRisMo  XIX. 

142.  —  Una  è  dunque,  ripetiamo,  la  idea  e  il  di- 
segno di  tutto  il  creato  ed  una  la  possibilità  sua.  K 
tutto  il  male  che  vi  si  scorge  e  l' altro  che  forse^  vi 
esiste,  ancora  che  non  visibile  a  noi,  proviene  da  due 
supreme  necessità  ricordate  parecchie  volte.  La  prima, 
che  la  finità  tragge  seco  certa  dose  e  sostanza  di  mal 
positivo  e  non  solamente  negativo  e  il  quale  circonda 
gli  umani  beni  come  quelle  frange  di  confuso  colore 
che  contornano  quasi  sempre  un  poco  le  più  limpide 
lenti  de' gran  telescopj.  La  seconda  necessità  dimora 
nella  essenza  del  bene,  il  quale  essendo  suprema  forza 
ed  attività,  debbono  le  cose  finite  appropriarsela  a 
grado  a  grado,  combattendo  e  vincendo  le  insufficienze 
naturali  ed  ingenite. 

A. 

143.  —  Ma  perchè  il  finito  à  sempre  capacità  del  più  e 
del  meno  e  di  tal  condizione  non  dee  potarsi  spogliare 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'  INFINITO.    201 

in  nessuna  sua  amplitudine,  sembra  altresì  ritornare 
la  istanza  che  vuole  le  forme  deir  ordine  deir  universo 
creato  e  finito  dover  essere  molte  ed  anzi  innume- 
revoli e  tutte  egualmente  possibili.  Laonde  Leibnizio 
avrebbe  dato  nel  segno  non  pure  nel  suo  concetto  di 
attribuire  a  Dio  il  proposito  di  effettuare  l'ottima  di 
quelle  forme,  ma  sì  nelP  attribuirgli  la  contemplazione 
e  cognizione  di  tutte  e  quindi  un  atto  di  preferenza  e 
di  scelta. 

144.  —  Questo,  al  nostro  parere,  è  un  fermarsi  di 
soverchio  ad  osservare  i  finiti  in  sé  stessi  e  ciò  che 
ruomo  vi  opera  intorno,  il  quale,  dovendo  starsi  con- 
tento a  certa  picciola  quantità  di  oggetti  usabili  e 
([uindi  a  certo  computo  delle  migliori  o  peggiori  com- 
binazioni in  fra  essi,  non  intende  di  leggieri  quello  che 
avvenga  nella  mente  di  Dio  a  cui  il  tutto  è  presente 
e  il  tutto  è  operabile  allo  stesso  modo.  V  è  dunque 
idrca  al  creato  una  sola  possibilità  innanzi  agli  occhi 
divini  nella  quale  ogni  altra  è  compresa  e  dalla  quale 
risulta  la  forma  ottima  dell'universo.  E  tale  possibi- 
lità si  è  appunto  tutto  quello  infinito  di  potenza  e  sa- 
pienza congiunte  e  cooperanti  che  non  supera  il  capi- 
mento  e  la  recettività  del  finito.  Laonde  se  a  riguardar 
le  cose  dal  sotto  in  su  elle  compariscono  relative  in 
ogni  lor  punto  di  prospettiva  e  soggette  sempre  a  sce- 
mare od  a  crescere,  invece  a  guardarle  dal  colmo  della 
efficacia  e  providenza  divina  debbono  radunarsi  tutte, 
al  certo,  in  un  solo  concetto  e  in  una  sola  possibilità 
che  è  l'indefinito  di  tutti  gl'indefiniti,  ed  è  la  crea- 
zione del  simile  del  diverso  e  del  misto  quanta  e  quale 
si  può  distendere  nello  sf)azio  e  nel  tempo  e  in  altri 
contenenti  non  misurabili  se  altri  ve  n'à  e  sono  possibili. 

145.  —  E  che  tale  pienezza  di  creazione  risponda 
senza  fallo  al  migliore  di  tutti  i  mondi  fu  mostrato 


202  LIBRO  SECONDO. 

un  poco  più  sopra;  e  basterà  qui  ripeterò  che  vera- 
mente quanto  la  onnipotenza  divina  moltiplica  e  varia 
le  specie  positive  degli  esseri  altrettanto  abbonda  Tart^ì 
provvidissima,  a  così  chiamarla,  del  moltiplicare  e  va- 
riare le  convenienze  gli  adattamenti  e  gli  appresta- 
menti delle  cose;  il  perchè  da  un  lato  il  bene  parte- 
cipabile trascorrendo  per  ogni  grado  ascende  ognora 
più  verso  il  massimo,  e  d'altro  lato  il  male  non  ri- 
movibile della  finità  passando  di  mano  in  mano  per 
tutti  i  possibili  decrementi  va  stremandosi  di  vantag- 
gio senza  che  io  osi  dire  s' egli  verrà  costretto  giammai 
nei  soli  e  nudi  termini  della  privazione,  che  varrebbe 
come  divenire  un  astratto  e  però  non  sensibile  e  non 
effettivo  in  guisa  veruna. 

146.  —  Così  è  risoluto  il  dubio  se  v'  à  un  solo 
esemplare  del  mondo  creato  o  se  molti.  E  diciamo  con 
Platone  che  Dio  ne  vagheggiò  uno  solo  eterno  bellis- 
simo e  il  più  somiglievole  a  lui. 

Aforismo  XX. 

147.  —  Bellissima  al  certo  e  somiglievole  a  Dio  è 
la  creazione.  Tuttavolta  convien  ricordare  che  la  so- 
miglianza è  parzialissima  e  ristrettissima  e  sempre  vi 
gittano  ombra  le  condizioni  e  necessità  del  finito;  e 
delle  quali  (più  volte  il  dicemmo)  sembrano  scordevoli 
i  metafisici  nella  cui  mente  rimane  salda  quella  falsa 
proposizione  del  Cusano  il  mondo  universo  essere  un 
Dio  contratto.  Xè  pensano  che  tutto  ed  intero  l'universo 
(corporeo  in  quanto  tale  non  à  veruna  simiglianza  con 
Dio,  e  non  ne  à  veruna  il  moto,  che  è  pur  cagione  od 
effetto  0  concomitanza  di  tutti  i  fenomeni  fisici.  Ma 
lasciando  ciò  stare,  egli  è  ben  sicuro  che  immaginando 
che  l'infinito  possa  precipitarsi  fuori  di  sé  e  raddop- 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L' INFINITO.    20o 

piarsi  quasi  nel  mondo,  la  cosmologia  è  fatta  entrare 
in  un  labirinto  d'incongruenze  dove  non  appare  uscita. 

148.  —  Nell'ultimo  scorcio  del  secolo  decimosettimo 
r  eruditissimo  Ledere  ingaggiò  battaglia  col  Bayle 
sotto  finzione  di  far  parlare  ed  argomentare  un  Ori- 
genista.  Disse  la  libertà  venir  conceduta  all'  uomo  per 
dargli  campo  di  meritare  premj  immortali;  e  se  pre- 
varica, la  providenza  e  bontà  di  Dio  aspettare  il  suo 
pentimento  il  quale  succede  alla  fine;  e  quindi  tutte 
le  creature  o  innocenti  o  ripentite  ascendere  in  ultimo 
al  regno  dei  cieli;  e  le  pene  d'espiazione  sofi*erte,  quali 
cbe  sieno,  tornare  a  poca  entità  in  comparazione  del 
l)ene  che  mai  non  finisce. 

149.  —  Rispose  il  Bayle  tremendo  pugilatore,  che 
valeva  meglio  non  dare  all'  uomo  la  libertà  posto  che 
dovesse  fruttargli  prove  e  danni  così  dolorosi,  ovvero 
valeva  meglio  di  situarlo  immediate  nella  condizione 
degli  angeli  che  anno  virtù  senza  vizio  e  libertà  senza 
traviamento.  La  bontà  divina,  impertanto,  fece  difetto 
dacché  non  volle  quel  che  poteva.  Così  il  Bayle;  ne 
fu  confutato  da  alcuno  che  noi  sappiamo.  E  ciò  che 
avesse  arbitrio  di  replicare  Ledere  sotto  abito  di  Ori- 
{genista  non  sappiamo.  Ma  la  cancellatura  compiuta 
che  fa  la  sdenza  degli  argomenti  del  Bayle  è  la  qui 
infrascritta. 

AroBiSMo  XXL 

150.  —  Sieno  dunque  come  tu  vuoi  ragguagliati  gli 
uomini  agli  angioli;  la , providenza  e  bontà  di  Dio  è 
sempre  in  difetto,  perchè  vi  sono  o  possono  essere  altre 
nature  più  eccelse  di  quella  degli  angioli,  e  Dio  non 
à  voluto  investirne  gli  uomini  e  nemmanco  gli  angioli 
suoi  ufficiali.  Oh  perchè  (ricercandovisi  non  più  che  un 


204  LIBRO  SECONDO. 

atto  di  buon  volere)  non  convertirli  tutti  in  Ormussi, 
inferiori  al  solo  ed  unico  Iddio  nella  perfezione  e  nella 
}X)tenza?  e  qualora  si  aggiunga  che  la  nostra  specu- 
lazione concepisce  qualcosa  di  più  alto  e  perfetto  di 
Or  musso,  noi  manteiTemo  costantemente  che  da  cotesto 
^rado  sublime  di  possanza  e  felicità  dee  cominciare 
r  ascensione  nostra  nel  bene  e  non  guari  da  alcuno 
dei  termini  anteriori. 

151.  —  Vedesi  da  ciò  chiaramente  che  quando  fer- 
miamo r  occhio  nel  solo  infinito  della  potenza  e  della 
bontà  di  Dio  come  non  vi  può  entrare  limite  nessuno, 
qualunque  grado  esterno  determinato  riesce,  per  sì  dire, 
ingiurioso  a  quella  potenza  e  a  quella  bontà. 

152.  —  Invece  la  creazione,  fu  dichiarato  in  prin- 
cipio, è  una  conciliazione  stupenda  e  perpetua  delle 
necessità  del  finito,  descritte  da  noi  lungamente,  con  la 
esuberante  efficacia  della  potenza,  sapienza  e  bont^i 
del  supremo  artefice.  La  risultante,  a  parlare  coi  ma- 
tematici, è  r indefinito  di  tutti  gU  indefiniti  nella  forma 
e  progresso  che  la  meditazione  e  l'esperienza  c'inse- 
gnano. 

153.  —  Ciò  solo  che  non  può  sussistere  in  cotest' or- 
dine di  creazione  si  è  il  mal  morale  assoluto  e  vogliam 
dire  le  infrazioni  d'alcun  precetto  assoluto  della  legge 
morale  convertite  in  mezzo  od  in  condizione  del  bene. 
Perocché  ciò,  conforme  venne  dimostrato,  include  una 
manifesta  contraddizione  ;  e  piuttosto  che  trarre  in 
mezzo  le  infrazioni  di  cui  si  discorre,  avrebbe  Dio 
ottimo  massimo  lasciato  giacere  il  mondo  nel  nulla. 

154.  —  Tutto  questo  chiarisce  e  compie  la  tratta- 
zione del  Capo  antecedente  circa  il  progresso  della 
Teodicea. 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'  INFINITO.    205 

Afobismo  XXn. 

155. — Si  affermò  per  addietro  essere  necessaria 
che  le  cause  seconde  facciano  tutto,  volendoai  che  al 
fine  del  bene  pervengano,  dacché  il  bene  apparisce 
nell'attività  e  per  essa  nell'appropriazione.  Ma,  ciò 
presupposto,  egli  sembra  che  noi  chiudiamo  la  fonte 
d'  una  specie  particolare  d'indefinito  e  cosi  restrin- 
giamo senza  ragione  l' immenso  àmbito  del  possibile. 
Qui  si  accenna  come  il  lettore  indovina  a  tutto  quello 
che  Dio  può  nelle  cose  operare  immediatamente,  pi- 
gliando dalle  cagioni  seconde  o  nulla  o  il  solo  sub- 
bietto  e  le  sole  occasioni.  Di  tal  guisa  intendevano  il 
negozio  e  spiegavano  la  natura  gli  occasionalisti  di 
Francia.  Ma  se  non  pigliamo  errore  massiccio  chiaro 
concetto  non  si  formarono  essi  di  questo  operare  di- 
vino nelle  sue  fatture.  Dio  può  crear  nelle  cose  imme- 
diatamente o  le  loro  qualità  e  modi  o  le  loro  azioni 
e  passioni  o  semplicemente  promover  le  une  e  le  altre. 
In  fine,  Dio  può  far  esistere  innumerevoli  effetti  da 
lui  operati  ma  per  lo  strumento  e  il  veicolo  d' un  agente 
finito. 

156.  —  Ora  le  qualità  e  i  modi  creati  dentro  i  sub- 
bietti  non  sono  appunto  ciò  che  opera  Iddio  preordi- 
nando tale  natura  di  cosa  e  tale  altra  e  fornendo 
ciascuna  di  esse  delle  convenevoli  condizioni  e  dispo- 
sizioni? Ciò  adunque  che  pensano  e  presuppongano  gli 
occasionalisti  tanto  vale  quanto  far  ripetere  V  atto  di 
creazione  ovvero  condurlo  ai  suoi  compimenti  in  più 
tempi,  quasi  Dio  non  potesse  ad  un  sol  tratto  consu- 
marlo od  avesse  alcuna  cosa  posta  in  dimenticanza. 

157.  —  Quanto  al  creare  nei  subbietti  di  già  esi- 
fctenti  certe  azioni  e  passioni,  occorre  di  ben  chiarire 


206  LIBRO  SECONDO. 

il  valor  dei  vocaboli.  Dio  può  tutto  del  sicuro,  ma  non 
può  questo  nondimeno,  e  cioè  che  una  sostanza  attiva 
emani  un  atto  e  non  lo  emani.  Se  Dio  opera  esso 
queir  atto,  non  l'opera  fuori  di  sé  e  non  è  atto  d'un' al- 
tra sostanza  né  operato  in  altra  sostanza.  Che  se 
Tatto,  invece,  é  fuori  della  sostanza  divina  ed  ap- 
parisce in  subbietto  finito,  ciò  vuol  dire  che  Dio  creava 
una  sostanza  attiva  dentro  un'altra  sostanza,  come  il 
nostro  corpo  che  é  subbietto  operante  unito  all'  anima 
nostra,  ed  allora  siamo  caduti  in  differente  supposto. 

158.  —  Ma  l'atto  sebbene  adempiuto  da  una  so- 
stanza creata  non  potrebb'  egli  essere  provocato  da 
Dio  immediatamente  invece  che  dalla  virtualità  di 
quella?  Potrebbe;  ma  ritorniamo  all'ipotesi  delle  qua- 
lità e  modificazioni  poc'  anzi  disdetta.  Imperocché  Dio 
prepensando  le  cose  finite  volle  loro  distribuire  parti- 
tamente  tutte  le  essenze  possibili  e  vale  a  dire  tutte 
le  efficienze  da  cui  rampollasse  ogni  maniera  di  atto. 
Adunque  noi  condurremmo  qui  pure  Domenedio  a 
compiere  due  volte  la  cosa  medesima. 

159.  —  Quanto  poi  alle  affezioni  e  passioni  cagionate 
immediatamente,  occorre  da  capo  distinguere.  Se  parlasi 
di  modi  nuovi  e  nuove  disposizioni  create  negli  esseri, 
ei  si  ricasca  nel  presupposto  divisato  testé.  Ma  qua- 
lora intendasi  d'una  penetrazione  vera  e  immediata  di 
atto  originatrice  della  passione,  egli  accade  di  osser- 
vare che  l'atto  creativo  è  perenne  ed  universale  quanto 
immutabile.  Laonde  il  fargli  produrre  una  forma  par- 
ticolare di  atto  in  tempo  particolare  è  fallace  imma- 
ginazione. 

Afobismo  XXIII. 

160.  —  Né  v'  à  cosa  qui  che  contraddica  alle  mira- 
bili comunicazioni  che  Dio  fa  di  sé  stesso  per  gradi  e 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    207 

per  mediazioni  agli  esseri  capaci  di  ragione  e  mora- 
lità. Considerato  che  simili  comunicazioni  esistono  già 
virtualmente  neir  animo  di  quelli  insino  da  quando 
faron  creati  e  solo  occorre  perchè  s'adempiano  o  la 
rimozioDe  di  taluni  impedimenti  o  l'apparecchio  di 
certo  sviluppo  e  di  certa  spirituale  vitalità  ed  ener- 
gia, come  fu  toccato  nel  Libro  ultimo  dell'ontologia 
(Capo  Terzo)  e  in  più  altri  luoghi. 

16L  —  Dio  si  comunica  adunque  perennemente  e 
invariabilmente  alle  creature  con  quell'  atto  medesimo 
onde  sono  state  preordinate  e  condotte  all'  essere  e 
mediante  il  quale  vennero  insino  ab  eterno  poste  e  de- 
terminate le  relazioni  esteriori  a  così  chiamarle  di  esso 
Dio  inverso  le  cose  attuabili.  Se  non  che  le  creature 
alzate  alla  dignità  di  partecipare  immediatamente  delle 
divine  perfezioni  vi  salgono  a  poco  per  volta  e  con 
una  serie  sì  di  lunghe  mediazioni  e  sì  d'atti  proprj 
molteplici,  la  radice  e  potenza  dei  quali  è  ingenita  in 
osse  e  compone  parte  della  propria  natura  loro. 


CAPO  QUINTO. 

DELLA   UNITÀ   NELLA   SCIENZA. 


I. 


162.  —  Ma  se  il  diverso  nella  creazione  deve  abbon- 
dare non  meno  del  simile,  in  che  guisa  è  sperabile  la 
unità  della  scienza  umana?  0  non  piuttosto  converrà 
dire  che  moltiplicando  appo  noi  la  notizia  della  na- 


208  LIBRO  SECONDO. 

tura  debba  la  scienza  nostra  scostarsi  dall'  unità  e  di- 
venir moltiforme  appunto  come  sono  le  cose?  Di  questo 
si  toccò  in  principio  degli  aforismi  e  nel  Capo  Primo  del 
Quinto^  libro  dell'  ontologia.  Il  discorrere  intomo  al 
diverso  riconduceva  poco  fa  la  stessa  dubitazione  la 
quale  bisogna  risolvere  con  maggior  sufficienza  e  in 
modo  pili  positivo. 

163.  —  Gli  Hegeliani  se  ne  disimpacciano  nettamente 
aflfermando  che  uno  de'  massimi  pregi  del  lor  maestro 
si  è  di  unificare  la  scienza  in  modo  perfetto,  cosa  non 
potuta  mai  conseguire  dai  passati  filosofi.  E  perchè 
la  scienza  di  Hegel  non  pure  è  assoluta  ma  segna  una 
via  parallela  sempre  e  in  nulla  dispari  dalla  via  che 
tiene  la  creazione,  l' unità  onde  s'informa  è  quella  me- 
desima dell'  universo  e  consiste  all'  ultimo  nella  iden- 
tità dell'  idea  con  sé  stessa.  Qual  cosa  in  fatto  più 
semplice  e  maggiormente  una  di  questa  idea,  la  quale 
dalla  possibilità  o  nozione  che  voglia  dirsi  varcando 
all'  attuazione  esterna,  che  è  la  natura,  diventa  consa- 
{)evole  di  tal  tragitto  siccome  spirito  e  vi  riconosce  la 
propria  spontaneità  e  medesimezza?  Beato  Hegel  di- 
rebbegli  Socrate,  come  diceva  a  Gòrgia,  beato  al  par 
degli  Dei;  tu  l' ài  pur  trovata  cotesta  unità  della  scien- 
za; e  tientela  stretta  e  serrata  in  pugno;  che  non  ti 
avvenisse  come  a  colui  al  quale  il  bagattelliere  fa 
sparir  la  moneta  di  mano  o  la  tramuta  in  un  pezzo 
di  straccio. 

164.  —  Io  noterò,  intanto,  che  il  diverso  per  gli 
Hegeliani  è  sì  poco  diverso,  da  non  poter  disperare  di 
farlo  uno  assolutamente.  Per  ogni  parte  della  filosofia 
loro  della  natura  che  altro  vi  rincontri  se  non  l' idea 

m 

la  quale  eternamente  ripete  se  stessa  ed  or  si  fa  ob- 
bietto  ora  subbietto  ;  talvolta  è  immediata  a  sé,  tal 
altra  è  mediata  ;  qua  é  astratta,  più  là  è  concreta  ; 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    209 

prima  si  afferma  poi  si  nega,  indi  si  riconferma  e  giam- 
mai non  esce  di  questi  termini  e  di  questi  rapporti? 
Ei  debbe  riuscire  manifesto  a  ciascuno  che  tale  andare 
e  venire  perpetuo  e  sempre  conforme  della  idea,  quasi 
spola  in  telaio,  finirà  col  tessere  un  bordato  o  un 
cambrì  tutto  d'un  disegno.  Come  poi  da  siraiglianza 
tanto  compiuta  se  n'  esca  il  diverso  è  un  enigma  poco 
facile  a  intendere,  salvo  che  non  si  muti  significazione 
ai  Tocaboli  e,  qualmente  notammo  altra  volta,  ei  non 
d  pigli  il  vezzo  di  definire  per  via  d' esempio  la  luce  : 
la  materia  sotto  forma  d'identità  pura  dell* unità  della 
riflessione  sopra  sè.^  Ovvero  il  suono:  Vente  specifico 
in  sé  liberatosi  della  pesanteaaa  e  in  qua/nto  produ- 
cesi  come  tale.* 

165.  —  Egli  è  chiaro  che  simili  definizioni  pareg- 
giano facilmente  fra  loro  Dio  e  il  diavolo,  un  mulino 
e  un  gigante.  Ma  lasciando  ciò  stare,  io  noto  di  più 
che  r  Hegel  sbandendo  dall'  universo  il  vero  infinito 
quale  noi  teisti  lo  concepiamo  e  strìngendo  la  vita  e 
r  intelligenza  in  questo  nostro  picciol  pianeta  ristrinse 
d' altrettanto  la  sfera  del  differente  e  allargò  quella  del- 
l'identico.  Ma  se  operò  con  ragione  e  conforme  alla 
realità  delle  cose  lo  veggano  i  metafisici.  Quanto  a 
me  r  Hegel  per  tale  rìspetto  mi  rìcorda  quel  Sere  che 
accorgendosi  di  non   poter  fare  entrare  tutti  i  suoi 
libri  in  certi  scaffali  un  po'  bassetti  ordinò  al  legatore 
di  mozzarli  di  tutto  il  di  più. 

U. 

166.  —  Ma  pure  accettando  la  creazione  così  rap- 
piccinita e  angustiata  dalle  mani  dell'Hegel  io  non  mi 

'   Philoiophie  de  la  nature,  Deiixièiue  parlie,  png.  337,  338. 
'  Iflroi,  pai^.  501. 
Mahuiii.  —  11.  U 


210  LIBRO  SECONDO. 

perito  di  aflFermare  che  V  unità  predicatane  non  si  raf- 
fronta per  niente  con  la  realità  ;  quindi  è  subbiettiva  e 
suppositiva  come  quella  che  introducono  i  romanzieri 
nell'opere  loro.  Ed  anche  Cartesio  unificò  molto  bene  la 
sua  macchina  del  mondo.  Ma  il  guaio  fu  che  lo  studio 
dei  fatti  e  i  calcoli  della  nuova  algebra  la  scassinarono 
da  capo  a  fondo  ;  e  l' unità  cartesiana  non  resse,  appunto 
perchè  poneva  il  simile  laddove  la  natura  mette  il  di- 
verso. Ne  l'unità  hegeliana  è  per  mio  giudicio  meno 
subbiettiva  e  suppositiva.  Nella  girevole  catena  d^li 
enti  immaginata  dall'  Hegel  v'  à  quattro  anelli  mae- 
stri, a  così  chiamarli,  che  quando  sieno  trovati  di  faìao 
metallo  e  di  apparente  solidità  ogni  rimanente  cade 
in  rovina.  I!  primo  lega  la  natura  all'idea;  il  secondo, 
la  materia  chimica  all'organizzazione;  il  terzo,  l'orga- 
nizzazione all'anima  sensitiva;  l'ultimo,  la  sensitiva 
potenza  all'intelletto  ed  alla  ragione. 

167.  —  Ora  diciamo  che  ninno  di  tali  anelli  o  pas- 
saggi è  conosciuto  e  dedotto  a  priori  dall'Hegel  e 
compariscono  nel  sistema  suo  per  la  ragione  sola  che 
la  esperienza  li  manifesta  e  sono  principj  fecondi  di 
tutto  r  ordine  delle  cose.  Noi  già  indicammo  altra  volta 
siccome  l' Hegel  valendosi  abilmente  del  doppio  signi- 
ficato litterale  e  metaforico  nel  quale  il  vocabolo  este- 
riorità  viene  assunto  trapassa  dalla  nozione  allo  spa- 
zio ed  alla  materia.  Vi  trapassa  adunque  mediante 
un'amfibologia,  e  l'anello  indorato  è  peggio  che  talco 
e  princisbecca. 

168.  —  Dalla  materia  chimica  sale  Hegel  all'  or- 
ganizzazione, affermando  in  diverse  maniere  che  que- 
sta ultima  è  una  più  intensa  trasmutazione  delle 
proprietà  dei  corpi  con  attività  immanente  per  rinno- 
varla, con  libertà  delle  forme  esterne  figurative  e  con 
certa  individualità  maggiormente  concreta  e  profonda  ; 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.   211 

di  guisa  che  V  unità  delle  parti  e  del  tutto  supera 
similmente  di  concretezza  ogni  altra  la  quale  appari- 
sca nella  materia. 

Coteste  generalità  ed  altre  poco  dissi  miglianti  non 
Iftsciano  punto  discemere  per  che  leggi  necessarie  e 
per  che  atto  essenziale  di  alcuni  elementi  si  uniscono 
essi  in  combinazioni  quadernarie  e  ternarie  di  cui  nes- 
suna la  chimica  naturale  inorganica  è  potente  di  pro- 
durre; e  perchè  quindi  a  tale  composto  particolarissimo 
aggiungesi  l'invoglio  altresì  peculiare  ed  inimitabile 
della  cellula  ;  e  il  contenuto  ed  il  contenente  sono  dotati 
della  facoltà  di  assimilare  le  ambienti  sostanze  e  di 
ricevere  e  patire  gli  atti  di  queste  nel  modo  singolaris- 
simo che  fu  domandato  eccitabilità  od  irritazione. 

169.  —  Però  V  Hegel  annunzia  molto  generalmente 
ed  astrattamente  il  fatto  ma  non  lo  spiega;  e  certo 
coloro  i  quali  si  travagliano  da  lungo  tempo  a  dedurre 
r  organizzazione  e  la  vita  dalle  forze  e  leggi  comuni 
della  materia  e  dalle  speciali  delle  affinità  chimiche, 
non  si  avvantaggiano  per  nulla  di  tali  suo'  pensamenti 
e  indovinamenti  ;  né  più  dall'  altra  parte  se  ne  avvan- 
taggiano i  vitalisti  ;  dappoiché  l' Hegel  non  dice  loro  in 
guisa  veruna  che  sorta  di  sostanza  o  di  forza  propria 
ed  originale  porga  principio  e  fondamento  alla  vita 
ed  alla  organizzazione. 

170.  —  Seguita  il  terzo  anello  che  dee  connettere  la 
pura  vita  vietativa  al  senso  ed  all'animazione.  E  qui 
rH^el,per  mio  gindicio,  commette  due  diversi  e  massicci 
errori.  L'  uno  di  scorgere  nella  sensibilità  una  qualche 
forma  di  pensiero;  1'  altra  di  dedurre  a  priori  il  senso 
dall'  organismo,  non  traendo  in  mezzo  nessuna  prova 
apodittica  e  nessun  vigore  speciale  di  raziocinio.  E  per 
fermo,  che  à  egli  da  fare  il  fosforo  ed  ogni  sorta  di  fo- 
sfati col  senso?  E  come  diventerà  senso  quella  polpa 


212  LIBRO  SECONDO. 

ganglionare  con  quelle  sue  filamenta  più  o  meno  assot- 
tigliate e  quelle  sue  tuniche  o  neurilemi  che  le  domandi? 

171.  —  Circa  poi  al  confondere  insieme  il  senso  e  il 
pensiero  non  so  bene  che  mi  dire,  trattandosi  d'un  osser- 
vatore acutissimo  dei  fenomeni  dello  spirito.  Per  lo  certo, 
un  sentire  avvertito  è  un  sentire  pensato;  e  nulla  di 
manco  interviene  fra  la  mente  che  avverte  e  il  senso 
avvertito  una  diversità  immensurabile.  E  se  ciò  è  il 
vero,  non  ispenderemo  parole  a  mostrare  la  impossibi* 
lità  in  cui  trovasi  Hegel  a  compiere  il  quarto  passaggio 
della  facoltà  sensitiva  al  pensiero  ed  all'intelletto. 

Così  il  varco  necessario  dalla  nozione  alla  natu- 
ra, poi  dal  chimismo  all'organismo;  indi  da  questo 
alla  sensibilità,  e  per  ultimo  dalla  sensibilità  alla  ra- 
gione è  sempre  nel  sistema  hegeliano  operato  empirica- 
mente. Le  apparenze  sillogistiche  mostrano  l'abito  della 
deduzione  ;  nel  fondo  i  nodi  sono  tagliati  sempre  da  un 
Deus  ex  machina  che  giunge  a  tempo  affine  di  ricom- 
por  la  catena  che  quattro  volte  si  spezza.  Questa,  per 
dirla  com'  io  l' intendo,  è  l' unità  della  scienza  e  del- 
l'universo  hegeliano. 

III. 

172.  —  Siamo,  adunque,  meno  ambiziosi,  e  meno 
Menti  di  rinvenire  nella  scienza  e  nelle  cose  create 
una  si  perfetta  unità  quale  costoro  se  la  figurano. 
Quella  che  mi  sembra  accostabile  dal  nostro  sapere  e 
che  ò  sufficiente  a  legare  insieme  con  nodo  dialettico 
tutte  le  parti  dello  scibile  venne  definita  da  noi  in 
sul  terminare  dell'  ontologia.  Trovato  a  priori  V  esi- 
stenza di  Dio  e  ricavato  dal  suo  concetto  l'ordine 
delle  attribuzioni  sue  infinite,  il  pensiero  gode  di  scor- 
gere che  nella  bontà  increata  è  natura  necessaria- 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    213 

mente  espansiva  e  per  lei  il  mondo  à  necessaria  esi* 
stenza.  E  tuttoché  il  mondo  sia  diverso  perchè  finito, 
dò  possiamo  divinare  di  lui  con  dottrina  apodittica 
che  risponderà  alF  intenzione  del  bene  quanto  il  finito 
iC  è  capevole.  E  con  questa  misura  e  scorta  concedesi 
Air  ingegno  speculativo  d'  investigarne  V  architetta- 
mento  sublime;  tanto  che,  conosciuta  la  impossibilità 
<li  soddisfare  la  creazione  al  suo  fine  mediante  gli  og- 
getti creati,  andrà  quell'  ingegno  ravvisando  ancora 
la  necessità  di  ricongiungerla  all'autor  suo  e  il  ter- 
mine ricondurre  al  principio,  quasi  parabola  immensa 
che  fuor  proiettata  dalla  bontà,  saggezza  e  potenza 
infinita  toma  non  già  a  cadere  in  quiete  perpetua  ma 
si  a  circolare  con  àmbito  ognor  più  vicino  e  veloce 
intorno  a  quell'infinito. 

173. — In  cotal  guisa  l'uno  dell'assoluto  insieme  e  del 
relativo  si  converte  col  bene,  e  perchè  questo  tiene  la 
orna,  per  modo  di  favellare,  della  perfezione  divina,  cosi 
circonda  penetra  e  informa  di  se  medesimo  la  espan- 
siva creazione  e  a  sé  la  riconduce  mediante  un  atto 
progressivo  ed  inesaurìbile  di  partecipazione. 

IV. 

174.  —  Cotesta  parabola  immensa  è  la  vita  e  il 
corso  della  natura;  e  s^uita  il  domandare  se  noi  vi 
possiamo  cogliere  quella  forma  di  rigorosa  unità  che 
dalla  più  parte  degli  uomini  sembra  creduta  e  sperata. 

175.  —  V  à  certo  nel  concetto  volgare  intorno  di  eia 
qualcosa  di  pregiudicato  e  di  esagerato;  il  che  non 
succede  senza  nocumento  degli  studj  naturali  e  so- 
pratatto dei  filosofici  ;  e  sebbene  sia  bisogno  perpetuo 
di  nostra  mente  di  riposarsi  nell'unità  di  guisa,  che 
do?e  gli  enti  vi  si  ricusano,  la  mente  supplisce  cou 


214  LIBRO  SECONDO. 

certa  unità  subbiettiva  e  cogitativa,  nullameno  ei  con- 
viene persuadersi  che  la  natura  poco  bada  al  nostro 
bisogno  e  non  lascia  guari  imprigionarsi  dentro  lo 
stampo  formale  di  nostra  mente. 

176.  —  Il  diverso  è  del  sicuro  attribuzione  del  finito 
come  si  asserì  nel  principio;  dacché  il  diverso,  in  quanto 
tale,  vuol  dire  il  molteplice.  Nella  creazione  adunque 
moltiplica  per  lo  certo  il  diverso  tanto  da  trascendere 
ogni  nostra  immaginazione  e  da  far  vano  qualunque 
sforzo  d' ingegno  per  concepirne  le  specie.  Laonde,  come 
scrivemmo  nei  Dialoghi  di  scienza  prima,  quando 
anche  air  anima  nostra  fosse  regalato  da  Dio  un  carro 
celeste  simile  a  quello  di  Febo,  noi,  dopo  visitati  i  mondi 
meno  dissomiglianti  dal  nostro,  giungeremmo  pure  in 
luogo  dove  ci  sarebbe  necessità  di  retrocedere  sgomen- 
tati e  atterriti,  perocché  l'ignoto  e  l'inopinabile  sve- 
gliano sempre  un  senso  di  paura,  e  conosceremmo 
allora  evidentemente  che  quello  che  noi  domandiamo 
universo  è  solo  la  picciola  porzione  di  lui  che  meno 
si  scosta  e  meno  si  differenzia  dalla  nostra  natura. 

177.  —  Tuttavolta,  se  la  saggezza  divina  scaturir 
lasciasse  il  diverso  dal  gran  mare  del  possibile  senza 
temperamento  né  legge,  l'intero  creato  confonderebbesi. 
Entra,  dunque,  e  noi  noi  neghiamo,  nella  moltitudine  dei 
mondi  diversi  alcun  principio  di  unità.  E  certo  in  ogni 
angolo  del  creato  regna  e  governa  il  fine  medesimo; 
e  debbe  fra  l' uno  e  V  altro  termine  e  cioè  tra  il  fine  ed 
i  mezzi  essere  proporzione  rispondenza  e  omogeneità.  Ma 
dall'altro  canto  come  il  fine  è  il  bene  e  questo  convertesi 
con  la  perfezione  e  le  perfezioni,  distinguendole,  sono  in- 
finite e  diverse  ;  egli  é  lecito  di  concepire  infiniti  mondi 
diversi  cospiranti  appunto  a  questo  gran  fine  di  ripetere 
partitamente  e  finitamente  nella  creazione  il  bene  divino 
che  è  r  infinito  e  1'  uno  di  tutte  le  forme  di  perfezione. 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    215 

178.  —  Se  non  che  la  nostra  natura  stessa  ci  sforza  a 
riconoscere  il  bene  principalmente  nella  beatitudine  e 
in  cosa  che  V  assomiglia  ovvero  in  cosa  che  giovi  ed 
aiuti  per  conseguirla.  Diremo,  impertanto,  che  i  mondi 
creati  non  possono  diversificare  sostanzialmente  V  uno 
dall'  altro  più  là  di  quel  punto  in  cui  cesserebbero  di 
accordarsi  tanto  o  quanto  col  fine  comune  che  è  il 
bene  sotto  qualche  forma  e  partecipazione  di  beatitu- 
dine. Il  che  è  verissimo;  salvo  che  occorre  di  aggiun- 
gere le  cose  più  dispaiate,  a  nostro  giudicio,  e  più  re- 
mote dal  fine,  potere  per  effetto  della  sapienza  divina 
cooperare  a  quello  indirettamente  e  per  piccioli  gradi, 
per  guisa  che  il  campo  del  diverso  rimane  ancora 
sconfinato  affatto  ed  immensurabile. 

V. 

179.  —  Un  altro  legame  universalissimo  di  unità  è 
da  riconoscere  nella  intelligenza.  Quando  non  si  voglia 
oppugnare  il  criterio  supremo  del  vero  fornitoci  dal- 
l' autore  di  nostra  mente  e  del  nostro  essere,  a  noi  non 
si  lascia  neppur  concepire  un  mondo  capace  del  bene 
qualora  non  lo  conosca  o  in  qualche  maniera  noi  pensi. 
Certo  è  peraltro  che  la  intelligibilità  simile  alla  luce 
e  più  semplice  estremamente  di  lei  sebbene  si  con- 
giunge con  ogni  cosa  lascia  ogni  cosa  tal  quale  è; 
non  diversamente  dallo  spazio  che  penetra  tutto  e  non 
opera  in  nulla.  Quindi  noi  non  sappiamo  quale  specie 
di  mondo  diverso  potrebbe  non  adattarsi  all'intelli- 
genza e  ricusar  la  sua  luce.  NuUameno,  ciò  è  vero 
dalla  .parte  passiva  e  vale  a  dire  del  mondo  in  quanto 
può  essere  inteso.  Ma  l' intendere  porta  seco  una  mente 
e  la  mente  più  altre  cose. 

180.  —  In  fine,  non  diremo  noi  che  v'  abbia   nel 


216  LIBRO  SECONDO. 

creato  universo  l'unità  dell'essere  e  l'unità  delle  su- 
preme categorie  di  questo?  Noi  lo  diremo  sicuramente; 
ma  nel  tempo  stesso  recandoci  alla  memoria  la  somma 
astrattezza  loro  e  come  sono  in  immenso  estensive  e 
nulla  comprensive,  intenderemo  subito  eh'  elle  ristrin- 
gono di  quasi  niente  il  circolo  del  divfrso  nella  crea- 
zione. 

VI. 

181.  —  Questa  è  dunque  interminabile  diversità  e 
moltiplicazione,  dentro  la  quale  irraggia  una  sola  su- 
prema unità  che  è  quella  del  fine  ;  e  il  fine  da  ultimo 
si  sustanzia  col  bene,  e  il  bene  con  Dio.  E  perchè 
d' altro  lato  occorre  che  il  fine  sia  conosciuto  da  chi 
dee  procurarlo  con  l' attività  propria,  dee  pure  nell'uni- 
verso raggiar  di  continuo  1'  unità  dell'  intelligenza  e 
del  vero  la  quale  eziandio  move  dalla  infinita  intelli- 
gibilità per  incessante  partecipazione;  e  come  il  vero 
è  splendenza  del  bene,  così  le  due  forme  di  unità  si 
risolvono  nella  superiore  del  subbietto  divino  che  in 
sé  le  raccoglie. 

182.  —  Quanto  all'  unità  sostanziale  del  nostro  spi- 
rito e  all'  unità  formale  del  nostro  pensiere,  gli  è  ma- 
nil'esto  che  la  prima  è  relativa,  particolare  e  specifica 
da  poiché  viene  ripetuta  e  moltiplicata  negli  altri  uo- 
mini e  segna  un  genere  ed  una  natura  peculiare  nella 
catena  degli  enti.  L'  altra  è,  come  si  disse,  partecipa- 
zione e  riflessione  della  suprema  intelligenza  e  della 
increata  verità;  lumen  de  lumine  e  verum  de  vero, 

VII. 

183.  —  Ma  può  taluno  considerare  che  i  mondi  af- 
fatto diversi  da  questo  nostro  rimanendo  inconoscibilL 


I>KL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    217 

a  noi,  segue  che  non  dobbiamo  tenerne  conto.  Il  perchè 
la  controversia  presente  risolvesi  nel  domandare  se  per 
lo  manco  in  questo  mondo  visibile  e  da  noi  comprensi- 
bile dimora  e  splende  una  profonda  unità  e  può  ella 
quindi  varcare  nella  nostra  scienza  di  modo  che  quando 
fosse  tutta  trovata,  lo  scibile  inteiD  sarebbe  uno  perfet- 
tamente in  ogni  sua  parte  e  V  universo  ci  apparirebbe 
governato  dalla  sola  legge  deir  unità  nella  varietà. 

184.  —  Non  affermo  impossibile  compiutamente  co- 
testa  sintesi  maravigliosa,  allora  che  mi  ricordo  che 
alla  fine  delle  fini  il  mondo  bene  conosciuto  e  bene  stu- 
diato da  noi  debb'  essere  quello  per  appunto  il  quale 
conformasi  meglio  con  la  nostra  natura  e  i  nostri 
mezzi  conoscitivi.  Farmi  altresì  molto  certo  che  questo 
nostro  universo  visibile  segua  in  ciascuna  sfera  di  es- 
seri la  gran  legge  dell'uno  nel  vario,  chiamando  col 
nome  di  vario  il  diverso  legato  con  la  somiglianza  del 
genere.  Ma  che  tutte  quelle  sfere  risolvansi  da  ultimo 
in  una  o  due  unità  di  nature,  conosciute  le  quali  ver- 
rebbe conosciuta  e  spiegata  qualunque  cosa,  ci  ò  i 
miei  riveriti  dubj.  E  credo  saldamente  essere  il  di- 
verso molto  più  profondo  e  come  dicono  irriducibile 
di  quello  che  non  si  stima  per  ordinario  e  massima- 
mente dai  cosmologi. 

185. — Io  credo  nella  creazione  a  noi  conoscibile  darsi 
per  lo  meno  sette  sfere  differenti  di  esseri  e  sono  la 
stellare,  la  eterea,  la  tellurica,  la  chimica,  la  organi- 
ca, r  animale  e  l' umana.  Nessuna  di  queste,  al  mio 
parere,  entra  come  specie  nel  genere  di  verun'  altra  e 
nemmeno  come  genere  inferiore  in  altro  più  largo. 
Salvo  che  non  si  pretenda  di  unificarle  sotto  le  due 
forme  astrattissime  della  materia  e  dello  spirito. 

186.  —  Ora  chi  penetrasse  in  ciascuna  di  tali  sfere 
la  essenza  più  profonda  e  il  principio  causale  più  so- 


220  LIBRO  SECONDO. 

che  è  detto  microcosmo  ed  è  si  gran  parte  della  na- 
tura, non  giudichiamo  possibile  ch'egli  valga  ad  im- 
primere nella  scienza  del  proprio  essere  Tuno  ed  il 
vario  fortemente  connessi.  Atteso  eh'  egli  risulta  di  due 
nature;  e  congiungendosi  all'infinito  reca  in  mezzo  un 
terzo  principio  efficiente  diverso  dai  due.  Di  quindi 
r  eterna  contesa  tra  il  subbiettivo  e  1'  obbiettivo  e  la 
necessità  di  conciliarli  serbandoli  integri  ambidue. 

Vili. 

192.  —  Infrattanto,  non  diremo  la  scienza  dei  fotti 
ma  si  la  storia  loro  cresce  sformatamente  ogni  giorno 
talché  ogni  disciplina  naturale  ne  diventa  idropica  e 
non  v'  è  memoria  che  valga  a  più  contenerla,  tuttoché  ci 
aiutiamo  di  continuo  con  ogni  artifìcio  di  ripartizioni  e 
distribuzioni;  e  se  per  un  lato  molte  serie  di  fenomeni 
vanno,  a  cosi  parlare,  adunandosi  per  sé  medesime  sotto 
un  genere  solo  di  causa,  innumerevoli  altre  appariscono 
d' un  altro  lato  senza  legge  né  modo. 

193.  —  Nella  chimica,  per  atto  d'esempio,  insino  ai 
tempi  di  Vanhelmont  tutto  era  sconnesso  e  fantastico  e 
niun  principio  interveniva  a  distinguere  il  sostanzioso  e 
l'accidentale,  il  composto  ed  il  semplice,  il  permanente  e 
il  mutabile.  I  moderni  invece  sembrarono  andare  insino 
all'inspezione  dell'atomo,  disfecero  e  ricomposero  i  mi- 
nerali tutti  quanti  o  pochissimi  eccettuati,  e  seguirono 
con  tal  diligenza  le  trasmutazioni  degli  elementi  nel  seno 
della  terra,  nella  struttura  dei  vegetabili,  nello  stomaco 
degli  animali  nelle  fermentazioni  e  dissoluzioni,  da  mo- 
strare con  evidenza  il  circolo  eterno  in  che  girano  sulla 
faccia  del  globo.  Ma  che  per  ciò?  Nessun  principio  sem- 
plice, universale  e  sufficiente  alla  congerie  dei  fenomeni 
viene  ancora  a  supplire  gli  spiriti  versatili  di  Paracelso  e 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    221 

l'archeo  di  Vanhelmont.  Caddero  le  tentate  unificazioni  di 
Bertholet,  di  Dalton,  di  Berzelius,  di  Dumas  ;  e  i  prodotti 
dell'oi^nismo,  così  semplici  di  elementi  come  infiniti  di 
IHroprietà  e  d' azioni  specifiche,  tornano  ad  aggi'avare 
e  quasi  confondere  la  memoria  e  la  intellettiva  umana. 
194.  —  Né  alcun  uomo  assennato  dirà  per  questo 
che  Io  scibile,  e  segnatamente  la  scienza  della  natura, 
0  non  progredisce  o  si  sfascia.  Il  fanciullo,  ripetiamo 
noi.  Tede  ogni  cosa  simile  a  sé  ovvero  simile  ai  pochi 
oggetti  a  lui  familiari  e  tutte  le  novità  spiega  con  le 
stesse  ragioni  e  cagioni  le  quali  sono  o  Dio  o  il  Sole 
0  la  volontà  de' suoi  genitori.  Chi  non  sa  che  il  genere 
umano  varca  al  pari  dell'individuo  la  età  dell'infan- 
zia? Vero  progresso  del  nostro  sapere  si  è  riconoscere 
la  immensità  del  diverso  e  alla  bella  prima  confon- 
dervisi  dentro  affatto.  Poi  senza  presumere  di  unifi- 
carlo, salvo  che  parzialmente,  studiare  e  scoprire  quella 
concordia  discorde  che  ogni  sapiente  nuovo  od  antico 
vi  à  ravvisato.  Allora  la  nostra  scienza  calca  certo  la 
stessa  via,  se  è  lecito  dire,  che  tiene  la  saggezza  infinita 
la  quale  nell'indefinito  del  simile,  del  diverso  e  del 
misto  introduce  la  legge  suprema  e  perpetua  della  Con- 
venienza e  della  Euritmia. 


CAPO  SESTO. 

AFORISMI  INTORNO  ALLA   FINALITÀ. 


Aforismo  I. 

195.  —  Abbiamo  vedute  le  relazioni  più  profonde  e 
continue  dell'  universo  creata  colla  potenza  e  con  la 


222  LIBRO  SECONDO. 

sapienza  divina.  Si  trascorra  al  presente  a  conoscere 
quelle  che  paiono  più  particolarmente  collegarsi  alla 
suprema  bontà  ;  perocché  da  lei  procedette  il  sovrano 
consiglio  di  fare  esistere  il  mondo  con  attitudine  al 
bene,  senza  di  che  rimasto  sarebbe  una  mera  pensa- 
bilità  divisa  eternamente  dal  fatto.  Ciò  dunque  che 
attiensi  in  modo  più  diretto  e  speciale  alla  finalità 
come  convertesi  necessariamente  col  concetto  del  bene, 
cosi  legasi  in  modo  immediato  all'  Ente  assoluto  in 
quanto  il  pensiero  vi  contempla  quella  forma  sublime 
del  bene  che  è  la  bontà  e  la  relazione  esteriore  del- 
l' uno  e  dell'  altra.  Salvo  che  i  discorsi  anteriori  non 
potettero  di  già  non  farne  parecchi  cenni.  Atteso  che 
ragionandosi  della  efficienza  creatrice  e  della  sapienza 
che  la  informa,  intervennero  per  sé  medesimi  i  con- 
cetti della  finalità,  rimossi  e  annullati  i  quali,  pure 
la  saggezza  divina  si  estingue  e  la  potenza  opera  fuor 
di  ragione. 

Aforismo  il 

196.  —  Quello  che  produce  in  olgni  dove  e  per  ogni 
tempo  la  saggezza  divina  si  é  che  tutto  nel  creato 
cooperi  d' accosto  o  discosto,  direttamente  od  obliqua- 
mente alla  massima  dispensazione  del  bene.  Di  tal 
maniera,  se  ogni  cosa  partecipa  per  essenza  o  per  ac- 
cidente alla  natura  del  mezzo,  chiedesi  con  ragione  se 
ogni  qualunque  cosa  partecipa  eziandio  alla  natura 
del  fine;  il  che  vuol  dire  se  ogni  esistenza  é  capace 
del  possesso  del  bene. 

197.  —  Ora,  quando  il  bene  sia  T  essere  e  tali  due 
termini  si  convertano  perfettamente,  certo  qualunque 
cosa  partecipa  al  fine,  o  parlandosi  con  rigore  egli 
non  v'  à  più  fine  propriamente  denominato  e  distinto 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    223 

dall'  essere  comunissimo.  Ma  notammo  per  addietro 
più  d' una  volta  che  dal  puro  concetto  dell'  essere 
niuno  trarrà  pur  mai  il  concetto  del  bene.  E  poniamo 
che  tu  abbia  in  considerazione  non  l' essere  astratto  ma 
il  concreto  e  perfettissimo.  Tu  vi  sottintendi  del  sicuro 
il  bene  assoluto,  perocché  l' esperienza  insegnavati  que- 
sta eccellente  forma  dell'  essere  e  di  nessuna  forma 
eccellente  può  andar  privo  V  Assoluto.  NuUameno  re- 
plichiamo che  nessuna  )ìecessità  logica  forza  la  mente 
a  dedurre  l'idea  del  bene  dall'  altra  dell'  essere  pieno  e 
infinito,  canora  che  cotest'  altra  sarà  posta  onninamente 
a  priori  e  non  disegnata  e  composta  per  induzione 
sperimentale,  l^er  fermo,  la  pienezza  astratta  ed  uni- 
versale dell'  essere  non  lascia  dedurre  da  sé  e  per  sé 
reruna  determinazione  specificata,  mentre  tutte  le  rac- 
chiude eminentemente  ;  e  per  ciò  appunto  che  l' essere 
sostanzialissimo  è  tutto  infinitamente,  è  per  sé  con- 
cetto vuoto  d'ogni  determinazione;  quindi  l'analisi  non 
ve  le  può  ritrovare.  L' idea  pertanto  del  bene  essenziale 
non  è  derivativa  di  nessun' altra,  ma  è  vera  primalità, 
per  parlare  al  modo  del  Campanella.  Nella  coscienza 
umana  poi  la  idea  del  bene  propriamente  finale  e  con- 
creto convertesi  con  la  idea  di  compita  beatitudine. 

Aforismo  III. 

198.  —  Ciò  posto,  egli  è  da  fermare  che  la  beatitu- 
dine 0  quello  che  le  somiglia  e  partecipa  in  qualche 
grado  di  lei  non  può  convertirsi  con  tutti  i  finiti  esi- 
stenti e  assai  meno  con  tutti  i  possibili;  invece  si  fa 
manifesto  che  il  bene  sostanziale  da  noi  conosciuto  e  a 
noi  concepibile,  ricusa  di  venire  comunicato,  salvo  che 
a  quelle  nature  di  essere  in  cui  é  intelligenza,  è  volontà 
e  fruizione  spirituale;  conciossiaché  nella  prima  disa* 


224  LIBRO  SECONDO. 

mina  delle  cose  diventa  chiaro  ed  aperto  non  potere 
il  senso  come  tale  farsi  capace  in  veruna  maniera  della 
sostanza  del  bene. 


Aforismo  rv. 

199.  —  La  creazione  adunque  per  la  necessità  ine- 
luttabile delle  cose  distinguesi  in  mezzo  ed  in  fine. 

Gli  enti  incapaci  d'  ogni  sorta  di  fruizione  riman- 
gonsi  relegati  nella  serie  sterminata  dei  mezzi.  In 
quel  cambio,  gli  enti  che  possiedono  alcuna  personalità 
0  le  sue  somiglianze  e  l'altre  forme  e  nature  diverse  ed 
infigurabili  a  noi  ma  pur  capaci  della  sostanza  del 
bene  (posto  che  n'  esistano  di  sì  fatte)  rivestono  dignità 
ed  essenza  di  fine.  Tuttoché  queste  ultime  possono  al 
tempo  medesimo  appartenere  alle  due  gran  serie  ed 
essere  fine  cioè  a  rispetto  degli  enti  inferiori  e  mezzo 
a  rispetto  dei  superiori.  Nelle  mani  poi  del  supremo 
artefice,  debbe  del  sicuro  ogni  creatura  la  più  sublime 
essere  fine  e  mezzo  ad  un  tempo  ;  couciossiachè  dirim- 
petto al  provvedere  divino  essa  è  pure  una  lettera  del- 
l' immenso  volume  che  si  squaderna  nello  spazio  e  nella 
durata  ed  essa  è  perciò  un  anello  della  concordanza 
universa. 


A. 


200.  —  Per  dilatazione  domandasi  bene  non  pure  l'ul- 
timo termine  che  etfettua  sostanzialmente  il  fine,  ma 
eziandio  quelle  cose  le  quali  efficacemente  e  prossima- 
mente lo  procurano; quindi  ogni  nostra  possidenza,  tut- 
toché materiale,  ed  anzi  ogni  oggetto  usabile  in  alcuna 
maniera  è  domandato  bene  ;  pur  volendo  tacere  di  quelle 
cose  che  partecipano  evidentemente  del  mezzo  e  del  fine 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    225 

come  la  virtù,  la  bellezza,  la  scienza  e  ogni  specie  di 
dote  morale  e  di  perfezione.  E  in  questo  significato  per- 
chè ogni  ente  nelle  mani  di  Dio  è  per  diretto  o  per 
indiretto  avviato  al  fine,  dicemmo  altra  volta  che  si 
può  uniyersalmente  alP  essere  attribuire  T  epiteto  di 
buono,  e  si  vuol  dire  che  ogni  possibile  efiettuato  si 
concorda  col  flhe.  Onde  neppure  faremo  eccettuazione 
pel  mal  positivo.  Conciossiachè  in  questo  è  spediente 
distìnguere  due  sembianze  e  rispetti.  Il  mal  positivo 
come  attenente  al  finito  e  prodotto  dalla  essenza  di 
lui  contraria  all'  uno  ed  all'  infinito  non  è  certo  ope- 
razione di  Dio  ed  esce  tutto  quanto  dalla  necessità 
della  detta  essenza.  Ma  posto  a  riscontro  della  sapienza 
e  bontà  assoluta,  egli  medesimo  diventa  (come  si  disse) 
non  la  causa  ma  l' occasione  indiretta  del  bene.  Sopra 
il  che  la  coscienza  umana  non  istette  mai  silenziosa 
e  V  istinto  morale  sempre  le  fece  sentire  che  tornando 
impossibile  a  Dio  di  scompagnare  il  male  dalla  esi- 
stenza del  finito,  egli  lo  rivolge  nondimeno  in  qualche 
occasione  di  bene  come  il  medico  fa  dei  veleni  e  come 
insegna  il  simbolo  scritturale  di  quel  leone  che  tenea 
nella  gola  i  favi  del  mèle. 

K 

201.  —  Potrebbesi  forse  per  altro  verso  universaliz- 
zare il  bene  e  farlo  sinonimo  di  ente  reale,  quando  si 
tenesse  per  vero  od  almanco  per  verosimile  quel  sup- 
posto del  Campanella  e  di  molti  teologi  che  il  senso 
stia  giacente  dentro  tutte  le  cose  e  debba  tal  senso 
"nella  generalità  dei  casi  avere  forma  dilettevole.  Ma 
ancora  che  noi  non  siamo  dentro  alle  cose  e  paia  dif- 
ficile di  ritrovare  alcuna  prova  apodittica  del  suppo- 
sto contrario,  ei  si  risolverà  il  dubbio  in  altra  ma- 

Hahiìhi.  -  II.  15 


226  LIBRO  SECONDO. 

niera.  Coloro  che  danno  a  tutte  le  cose  un'ombra  di 
senso  0  virtuale  o  in  atto,  non  si  ardiscono  di  accom- 
pagnarlo eziandio  con  la  mentalità  ;  sebbene  stimano 
che  il  senso  abbia  in  se  medesimo  alcun  vestigio  di 
pensiere.  Ora  noi  fermammo  più  sopra  che  sentire  pro- 
priamente non  è  pensare;  e  d'altra  parte  il  sentire 
diviso  da  ogni  consapevolezza  e  da  ogtìi  atto  e  forma 
cogitativa  ci  diventa  pressoché  inconcepibile  e  in  qua- 
lunque modo  ci  toma  indifferente  a  rispetto  del  bene  ; 
imperocché  esso  diventa  un  fenomeno  astratto  e  un  nome 
vano  senza  subbietto^  direbbe  il  Poeta.  Se  dunque  il 
senso  è  nelle  cose,  avvi  ancora  una  certa  unità  di  sub- 
bietto  senziente,  ed  è  come  dire  che  v'à  un  subbietto  che 
sente  di  sentire.  Adunque  o  bisogna  negar  V  ipotesi  o 
allargarla  di  là  dai  limiti  del  verosimile. 

Afobismo  V. 

202.  —  Ma  qui  viene  il  domandare  se  le  cose  create 
sono  fine  a  sé  stesse  ovvero  se  1'  ultimo  termine  al 
quale  aspirano  trascende  la  sfera  di  creazione  e  sale 
inverso  il  fine  assoluto.  Per  fermo,  poteva  l' autor  delle 
cose  far  V  universo  fine  a  sé  stesso,  e  togliere  ad  ogni 
creatura  il  concetto  e  il  desiderio  del  meglio.  Se  non 
che  in  tale  supposto  falliva  al  mondo  creato  la  forma 
dell'  indefinito  più  sostanziosa  e  desiderabile  e  cioè  a 
dire  r  indefinito  del  bene  ;  talché  le  altre  forme  sareb- 
bersi  dilatate  nell'  infinito  quasi  senza  oggetto  e  ragio- 
ne. K  perché  poi  qualunque  sorta  effettiva  d'indefi- 
nito à  sua  radice  e  suo  fondamento  nell'  infinito,  così 
progredendo  1'  universo  nel  vero  e  reale  indefinito  del 
bene  o  vogliam  dire  nel  progressivo  ed  interminabile 
conseguimento  del  fine,  é  necessario  che  questo  si  fermi 
e  sustanzii  da  ultimo  nell'Assoluto. 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    227 

Aforismo  VI. 

203. — Posto  im pertanto  che  degli  enti  capaci  del  fine 
la  bontà  eterna  debba  volere  innalzare  il  maggior  nu- 
mero possibile  al  conseguimento  del  fine  assoluto,  subito 
si  scorge  che  tutti  i  modi  registrati  da  noi  per  lo  di- 
stendimento e  progressione  del  finito  riescono  inabili 
a  tale  sorta  di  scopo.  E  dato  ancora  che  essi  perven- 
gano a  costruire  molte  fatture  strumentali  ed  organiche 
e  quindi  a  servire  e  giovare  grandemente  l' animalità, 
questa  non  può  trascendere  la  condizione  del  bruto. 
quando  anche  si  radunassero  in  un  solo  essere  tutte  le 
facoltà  e  prerogative  che  la  storia  degV  istinti  animali 
ci  fa  conoscere;  quindi  il  fine  sarebbe  parziale  e  transi- 
torio né  potrebbe  eccedere  mai  la  sensualità.  £  quandc» 
pure  la  mentalità  e  ragione  umana  emanar  potesse  dalla 
natura,  il  che  noi  neghiamo  assai  risolutamente;  tut- 
tavolta,  Vuomo  rimanendosi  nella  natura  viverebbe 
sempre  fuori  del  fine.  Ed  anzi  diciamo  che  raggiun- 
gimento di  altre  facoltà  e  potenze  dentro  il  suo  spi- 
rito e  ogni  fatta  di  cooperazione  e  cospirazione  del- 
l'universo  dei  finiti  intorno  di  lui  non  lo  porrebbero 
in  istato  di  attingere  un  fine  perenne  ed  inesauribile, 
ma  lo  circonderebbe  a  forza  1'  angustia  e  caducità 
dei  fini  relativi;  e  poco,  sotto  tale  rispetto,  gli  giove- 
rebbero i  mezzi  più  artificiosi  e  gli  organi  più  elabo- 
rati e  sqtlisiti  e  l'acquistare  con  essi  impero  ed  arbi- 
trio su  tutto  il  mondo  circostante. 

A. 

204.  —  Cotesto  vero  profondo  balenò  più  d' una  volta 
alla  mente  dei  poeti  che  sono  stupendi  divinatori  dei 


228  UBBO  SECONDO. 

dogmi  morali.  Perocché  Prometeo,  che  può  fare  ogni 
cosa  e  persino  mettere  un'  anima  dentro  1'  argilla 
umana,  è  doloroso  nuUameno  e  infelice  e  un  avoltojo 
gli  strazia  i  precordj,  perchè  quella  sua  potestà  sulle 
cose  non  lo  congiunge  direttamente  con  l'Assoluto  e 
tienlo  escluso  dal  cielo  empireo.  Per  simile.  Ercole  con 
la  fatica  supera  ogni  ostacolo  e  signoreggia  la  terra, 
ma  insegue  senza  profitto  nessuno  la  cerva  dai  piedi 
d'oro  che  è  la  beatitudine  e  fagli  mestieri  con  fuoco 
e  tormento  spogliarsi  dell'  umanità  suU'  Oeta  per  fruire 
del  bene  assoluto. 

205.  —  Forse  più  belle  o  per  lo  manco  più  mani- 
feste nel  loro  intento  sono  le  invenzioni  de'  poeti  mo- 
derni in  proposito.  Il  Fausto  di  Goete  e  il  Manfredi 
di  Byron  esprimono  senza  velo  la  inutilità  di  poter 
comandare  la  natura  e  fruirne  i  beni  fugaci.  La  finità 
li  assedia  e  li  crucia.  A  loro  bisogna  Iddio  sebbene 
noi  cercano  laddove  si  trova. 

Aforismo  vii. 

206.  —  Al  fine  assoluto  adunque  può  solo  tornar 
sufficiente  il  conoscere  e  saper  di  conoscere,  la  pro- 
fonda coscienza  morale  e  l' altre  nobili  attitudini  della 
personalità  che  sono  disposizioni  innate  e  peculiarissime 
dell'  anima  razionale  infuse  da  Dio  immediatamente  ; 
perocché  nessuna  efficienza  delle  nature  inferiori  var- 
rebbe a  produrle,  sebbene  valgono  ad  appafecchiarne 
la  possibilità  e  la  convenienza.  E  giusta  i  nostri  prìn> 
cipj,  alle  attitudini  della  personalità  é  fondamento  una 
prima  forma  di  congiunzione  con  l' Assoluto  ;  perocché 
conoscere  universalmente  non  é  possibile  senza  visione 
ideale  ;  e  sapere  V  ordine  sopraeminente  del  bene,  o  vo- 
gliam  dire  la  legge  morale,  nettam poco  è  possibile  senza 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.   229 

r  apprensione  ed  il  sentimento  del  supremo  comando. 
Oltreché,  l'aspirazione  al  fine  assoluto  ricerca  di  già 
il  concetto  della  essenza  del  bene  e  un  desiderio  ìnfi- 
nito  di  lui,  tutte  cose  che  si  appuntano  medesimamente 
nell'  infinito.  £  nel  vero,  la  incontentabilità  umana  è 
disposizione  dell'  animo  tanto  nobile  quanto  lo  intel- 
letto e  il  senso  morale. 

207.  —  Cosi  il  fine  assoluto  trae  seco  non  pure  una 
condizione  di  essere  atta  al  congiungimento  con  Dio, 
ma  una  predisposizione  a  ciò  con  qualche  forma  ini- 
ziale di  esso  congiungimento  per  quell'  assioma  che  il 
principio  non  può  discordare  di  essenza  dal  fine. 

A. 

206.  —  Il  solo  avvisare  che  dentro  di  noi  è  la  no- 
tizia e  il  desiderio  immanente  dell'  Assoluto  ci  assicura 
della  immortalità.  Imperocché  nessun  atto  vincerebbe 
di  crudeltà  e  di  mostruosa  malizia  quello  di  far  cono- 
scere all'uomo  e  desiderare  perpetuamente  lo  affatto 
impossibile.  Considerato  che  d'altra  parte  nulla  cosa 
impediva  che  il  tutto  procedesse  come  nell'  animale 
bruto  disposto  sempre  ad  adagiarsi  nel  piacere  attuale 
e  nel  fine  relativo;  quindi  il  più  del  tempo  vive  soddi- 
sfatto, e  dove  non  fosse  muto  potrebbe  dir  col  Poeta 

«  Io  non  caro  altro  ben  né  bramo  altr*  esca;  » 

e  però  ^li  non  è  mai  propriamente  infelice  ;  perocché 
questa  parola  significa  desiderio  infinito  disgiunto  da 
ogni  speranza.  La  infelicità  é  dunque  solo  possibile 
nell'  uomo  il  quale  non  si  chiude  mai  in  nessuna  sod- 
disfazione e  similmente  va  col  Poeta  dicendo 

«  Del  presente  mi  godo  e  meglio  aspetto.  > 


230  LIBRO  SECONDO. 

Afobismo  Vin. 

209.  —  Ma  se  per  conseguire  il  fine  relativo  sono 
grandemente  mestieri  que'  gradi  da  noi  descritti  della 
congiunzione  del  simile,  partecipazione  del  diverso,  co- 
spirazione ordinata  di  mezzi  o  tu  la  chiami  organizza* 
zione  e  strumento,  sembra  tutto  ciò  riuscire  inopportuno 
ed  inefficace  quando  esso  medesimo  T  Assoluto  è  mate- 
ria e  termine  air  attività  del  finito.  Ed  anzi  non  v'  à 
modo  di  concepire  come  sarebbe  ordinato  e  costituito 
un  organo  confacente  a  ciò.  Atteso  che,  quando  non  sia 
più  intelligente  e  spirituale  dell'  anima,  in  che  guisa 
potrebbe  esso  agevolarle  la  intuizione  e  fruizione  di 
Dio?  E  quando  fosse  di  lei  maggiormente  perfetto,  non 
sarebbe  più  mezzo  e  strumento,  dapoichè  questo  di  sua 
natura  è  inferiore  air  ente  che  del  mezzo  e  dello  stru- 
mento si  provvede. 

210.  —  Ora,  ciascuno  può  ricordare  che  in  simile  ra- 
gionamento sono  dimenticate  assai  cose.  E  prima,  Tesu- 
beranza  e  varietà  dei  possibili  fra  i  quali  s' incontrano 
molte  maniere  e  gradazioni  di  congiungimento  con  TAs- 
soluto.  Secondamente,  le  penurie  e  necessità  del  finito 
alle  quali  supplisce  la  legge  di  concordanza  e  di  Con- 
venienza col  tempo,  il  luogo,  gli  accompagnamenti,  le 
occasioni,  le  transizioni  e  gli  apparecchi.  In  terzo  luogo 
è  dimenticato  che  se  la  partecipazione  del  bene  asso- 
luto adempie  ogni  cosa,  la  natura  naturata  dee  fare 
ogni  cosa  ;  e  vogliam  dire  che  tra  il  principio  ed  il  fine, 
ohe  sono  attinti  fuori  della  natura,  il  .corso  intermedio 
è  tutto  eseguito  per  opera  delle  cause  seconde  tra  le 
<iuali  è  pur  l' uomo.  Quarto,  che  il  bene  è  attività  su- 
prema e  risulta  di  forme  attivissime  che  sono  le  per- 
fezioni ;  quindi  l' uomo  rimanendo  passivo  e  nella  con- 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.    231 

dizione  di  mera  recettività  mai  non  potrebbe  fruirne, 
ma  gli  è  necessario  di  conquistarlo  e  di  appropriar- 
selo. £  perchè  ogni  appropriazione  ricerca  una  con- 
venienza ed  una  omogeneità  fra  V  oggetto  e  il  subbietto, 
diviene  manifesto  che  lunghe  e  laboriose  preparazioni 
debbono  an.tecedere  perchè  Pente  finito,  comecché  do- 
tato di  ragione  e  moralità,  ascenda  nel  possedimento 
e  nella  fruizione  del  bene  assoluto.  Il  quale,  perchè  è 
perfezione  infinita,  domanda  nell'uomo  tutto  quell'abito 
perfettivo  di  cui  lo  posson  fornire  le  sue  facoltà  eser- 
citate sul  finito  col  lume,  la  scorta  e  l'intendimento 
dell'  infinito.  E  del  pari,  perchè  il  bene  assoluto  è  uni- 
versalità, debbo  l'ente  chiamato  a  parteciparne  spo- 
gliarsi quanto  è  possibile  del  particolare,  o  meglio 
parlando,  infondere  nel  particolare  una  volontà,  un 
pensiero,  un  affetto  e  un  proposito  universale. 

211.  —  Queste  cose  accenniamo  qui  di  passata  e  solo 
in  quanto  chiariscono  il  concetto  della  finalità.  Forse 
più  tardi  tornerà  buona  occasione  di  ridiscorreme  ; 
ed  è  come  vedesi  materia  speciale  dell'etica  e  della 
psicologia. 

Aforismo  IX. 

212.  —  Si  notava  più  sopra  che  quando  gli  enti 
razionali  non  inducessero  nel  loro  spirito  quegli  abiti 
di  attività  e  perfezionamento  che  il  fanno 

«  Paro  e  disposto  a  salire  alle  stelle  » 

r  intuizione  e  la  percezione  immediata  dell'  Ente  asso- 
luto non  produrrebbe  altro  effetto,  salvo  che  di  un  su- 
bito invasamento  dell'anima  nel  quale  si  rimarrebbe 
essa  in  etemo  con  passiva  immobilità  e  le  mancherebbe 
forse  la  consapevolezza  medesima  del  proprio  ratto  e 
deir  oggetto  infinito;  conciossiachè  la  chiara  e  distinta 


232  LIBRO  SECONDO. 

coscienza  di  tutte  cose  esce  dall'  attività  nostra,  e  que- 
sta à  bisogno  di  non  venir  sopraffatta  da  forza  veemen- 
tissima  che  V  occupi  tutta  e  V  assorba  siccome  oceano  le 
stille  di  pioggia. 

213.  —  Occorre  dunque  che  il  congiungimento  con 
l'Assoluto  e  la  partecipanza  delle  sue  perfe^oni,  e  però 
del  bene  similmente  assoluto,  accada  per  serie  di  me- 
diazioni, e  proporzionisi  ogni  sempre  allo  stato  e  al 
progresso  della  nostra  attività  e  del  nostro  perfeziona- 
mento. 

AroBisMo  X. 

214.  —  Non  proseguiremo  p&c  al  presente  nella  in- 
vestigazione del  fine,  perchè  la  materia  tornerà  quasi 
intera  a  mostrarsi  nell'  ultimo  Libro  dove  sarà  ragio- 
nato del  progresso  nell'  universo.  Ci  basti  aver  qui 
prenunziato  una  massima  che  reputiamo  cardinale  nella 
cosmologia,  e  cioè,  che  se  il  cons^uimento  del  fine  non 
à  termine  ed  è  progressivo,  il  principio  di  tal  progresso 
uscir  non  può  mai  dalla  sola  natura  ma  invece  dee 
scaturire  dail'  infinito  come  ogni  altra  sorta  d' indefi- 
nito ne  scaturisce. 

215.  —  Fu  avvisato  da  noi  per  addietro  che  nella 
creazione  non  può  stare  né  l'infinito  in  atto  né  l'in- 
finito in  potenza,  e  Aristotele  e  Leibnizio  che  vi  ri- 
posero il  secondo  (se  bene  intendiamo  la  mente  loro) 
caddero  in  grave  abbaglio.  Conciossiachè  il  potenziale 
infinito  0  riesce  un  nulla  ovvero  è  una  specie  di  atto 
primo  che  è  tanto  più  sostanziale  in  quanto  è  da  ul- 
timo la  cagione  iniziale  ed  originale  del  tutto.  Né 
monta  il  dire  che  simile  specie  essendo  privata  della 
spiegazione  dell'atto  non  è  degna  dell'Assoluto  e  in 
questo  non  può  dimorare.  Conciossiachè  tale  sconve- 


DEL  FINITO  IN  RELAZIONE  CON  L'INFINITO.   233 

nìenza  dimostra  solo  la  impossibilità  di  concepire  unu 
mezza  infinitudine  e  attribuirle  condizioni  che  ripu* 
gnano  Tuna  all'altra.  Una  sola  sorta  d'infinito  pò* 
nemmo  noi  siccome  possibile  nel  mondo  creato,  ed  è 
delle  cose  incapaci  della  perfezione  assoluta  o  superla- 
zione  che  tu  la  chiami.  Né  fu  statuito  per  ciò  che  cer- 
tissimamente di  cotali  infiniti  sussistano. 

Afobismo  XI. 

216.  —  Nel  primo  Libro  della  presente  cosmologia 
fecesi  diligente  rassegna  delle  condizioni  penuriose  e. 
delle  necessità  continue  e  non  risolubili  in  cui  versu 
il  finito  a  rispetto  di  sé.  In  questo  secondo  spiegammo 
r  influsso  incessante  che  opera  in  lui  la  potenza,  sag- 
gezza e  bontà  infinita  di  Dio  da  tutte  le  quali  infini- 
tudini  esce  una  virtii  abbondante  e  perpetua  che  sempre 
combatte  ed  attenua  quelle  necessità  ed  insufficienze; 
ancora  che  l'occhio  solo  mentale  possa  conoscerla  e 
sue  ministre  in  ogni  cosa  e  per  ogni  dove  sieno  le 
cause  seconde;  le  quali  poi  si  spartiscono  nelle  due 
grandi  serie  dei  mezzi  6  dei  fini.  Avvegnaché  la  idea 
stessa  del  fine  arreca  innanzi  alla  mente  il  moto  di 
qualche  cosa  inverso  di  lui  e  quel  moto  à  subito  na- 
tura di  mezzo.  Ma  specificando  meglio  il  fine  e  sco- 
prendosi il  fondo  ultimo  della  sua  essenza,  è  pur  subito 
riconosciuto  che  nel  mondo  universo  appartiene  a  quan- 
tità immensa  di  esseri  la  sola  natura  di  mezzo. 


LIBRO   TERZO. 


DELLA  COORDINAZIONE  DEI  MEZZI 


NELL'  UxNIVERSO. 


CAPO  PRIMO. 

AFORISMI   INTORNO   AI  METODI   DELLA   NATURA 


Aforismo  I. 

1.  —  Di  quindi  innanzi  la  parola  natura  pigliela 
spesso  un' accezione  affatto  speciale  e  però  meno  estesa, 
ed  esprimerà  quel  complesso  di  enti  in  cui  è  ragione 
soltanto  di  mezzo  e  non  già  di  fine  ;  o  con  altri  voca- 
boli in  cui  non  apparisce  alcuna  attuazione  di  bene  as- 
soluto ma  invece  apparisce  una  potenza  mediana  a 
quello  conducente.  Chiaro  è  poi  che  fatta  e  riserbata 
tale  distinzione  e  definizione,  non  sia  improprio  ed 
auzi  diventi  appositissimo  l'accomunare  al  mezzo  ed 
al  fine  l'appellazione  medesima  e  chiamarli  beni  am- 
bìdue,  dacché  la  mente  non  può  non  partecipare  al 
mezzo  una  certa  ombra  e  un  certo  riflesso  della  bontà 
e  sostanza  del  fine,  essendo  termini  rispondenti  d' una 
stessa  relazione.  E  certo  è  che  non  si  può  avere 
scienza  di  alcuno  dei  due  separatamente,  e  noi  li  ter- 
remo in  cospetto  entrambi  investigando  l'essere  della 
natura  in  quanto  (come  si  disse)  ella  è  coordinazione 


238  LIBÌ40  TERZO. 

di  mezzi  ed  è  subbietto  generale  e  continuo  della  co- 
smologìa fisica. 

Aforismo  n. 

2.  —  Ci  sembra  evidente  che  la  cognizione  dimostra- 
tiva e  come  suol  dirsi  a  priori  di  tale  complesso  coor- 
dinato di  mezzi  non  debba  originarsi  altramente  che 
dallo  studio  indefesso  ed  acuto  delle  attinenze  fra  il 
finito  e  l'infinito,  o  come  domanderebbeli  il  Bruno,  tra 
la  natura  naturata  e  la  naturante;  ma  formandosi 
però  dei  due  termini  concetto  molto  diverso  ;  perchè  la 
virtù  naturante  è  per  noi  il  vero  infinito.  Il  quale  non 
già  si  versa  fuori  di  sé  per  una  specie  di  emanazione  e 
ripetizione  di  sé  medesimo  ;  ma  fa  comparire  nel  tempi» 
con  divisione  sostanziale  Pindefinito  dei  possibili;  il  cui 
tutto  insieme  ancora  che  differente  per  intima  essenza 
dall'assoluta  infinitudine  e  però  da  lei  quasi  alienato, 
nullameno  cura  e  imprende  d'imitarla  siccome  può^  e 
riconducesi  di  tal  guisa  a  poco  per  volta  inverso  il 
principio  onde  mosse. 

Afobismo  ni. 

3.  —  Dovrà  la  serie  lunghissima  ed  anzi  non  termina- 
bile delle  mediazioni,  a  così  chiamarle,  procedere  dal- 
l'ente  che  nel  mìnimo  grado  coopera  all'attuazione 
del  fine  insino  all'apice  dell'organismo;  posciachè  in 
questo  è  la  concordanza  migliore  dei  mezzi  e  la  mi- 
gliore e  pili  efficiente  unità  delle  parti  e  del  tutto  ;  e 
debbo  comparirvi  la  sintesi  maggiormente  connessa  e 
fruttuosa  dì  tutti  i  termini  anteriori.  La  quale  sintesi, 
ricordandoci  le  impotenze  e  necessità  del  finito,  è 
senza  fallo  il  travaglio  incessante  e  più  laborioso  della 


COORDIKAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    239 

natura.  E  nel  dimostrare  le  arti  e  i  metodi  che  vi 
adopera,  noi  avviseremo  altrettante  manifestazioni  della 
immanenza  di  Dio  nel  creato.  Perocché  dentro  alle 
coee  è  il  fatale,  il  necessario  e  l'inconsapevole;  ma 
sopra  e  intorno  di  esse  è  la  divina  mentalità. 

Aforismo  IV. 

4.  —  Dall' effettuar  la  natura  tutti  i  possibili  o  pro- 
priamente i  compossibili  risultò  quell'adagio  che  af- 
ferma ch'ella  non  procede  per  salti  ed  è  citato  e  applicato 
spessissimo  dai  filosofi  sperimentali.  Dopo  le  conclusioni 
dedotte  da  noi  con  rigore  (ci  sembra)  e  con  diligenza 
intomo  alla  fattibilità  delle  cose,  egli  non  par  dubio 
che  veramente  se  qualche  forma  di  essere  può  tramez- 
zare tra  due  altre  distinte  e  poco  diverse  certo  ella 
verrà  all'esistenza.  Ed  ecco  ragione  perchè  i  generi 
le  specie  le  famiglie  e  le  classi  de'  zoologi  e  de'  bota- 
nici assai  volte  ne' loro  confini  si  mescolano  e  quegli 
scienziati  penano  molto  a  ben  ravvisare  dove  comin- 
ciano e  dove  terminano,  tanto  i  trapassi  riescono  im- 
percettibili. 

5. — Nondimeno,  perchè  ogni  essere  à  certa  essenza 
determinata  persistente  e  non  alterabile  e  certa  ragione 
necessaria  della  omogeneità  e  coerenza  interiore  della 
sua  forma,  egli  può  accadere  che  tra  un'essenza  ed 
un'  altra  diversa  non  entri  interposizione  nessuna,  at- 
teso che  il  contrario  varrebbe  quanto  pretendere  che 
intervenga  certa  medietà  fra  il  quadrato  ed  il  circolo. 
Non  è  da  maravigliare  importante  che  alcuna  fiata  i 
trapassi  graduati  e  minuti  faccian  difetto.  Anzi  ag- 
giungiamo che  dovendosi  in  natura  far  luogo  al  tutto 
simile  e  al  tutto  diverso  questo  del  sicuro  si  spicca  o 
disgiunge  assolutamente  dalle  altre  serie  di  cose. 


240  USUO  TERZO. 

Ma  parlandosi  del  mondo  che  noi  conosciamo  e 
dove  il  simigliante  e  il  diverso  riescono  assai  mesco- 
lati, nientedimeno  non  è  da  scordare  che  vi  operano 
cagioni  parecchie  differentissìme  Tana  dall'altra;  e  se 
ciò  non  fosse,  il  finito  amplierebbe  la  propria  efficacia 
per  la  sola  congiunzione  e  cooperazione  del  simile  cho 
tra  i  modi  d' ampliazione  da  noi  definiti  più  volte  è 
il  meno  fruttuoso.  In  quel  cambio  con  la  diversità  dei 
prìncipj  ottiensi  la  partecipazione  appunto  del  diverso 
nel  simile  e  queir  artificiosa,  cosi  la  chiamo,  unità  dei 
contrarj  che  giungesi  ad  ottenere  nella  cospirazione  dei 
mezzi,  nei  composti  strumentali  e  nella  organizzazione 
fisica,  come  si  avviserà  a  suo  tempo;  ed  allora  vedremo 
che  per  incompatibilità  di  essenze  avvi  salto  necessario 
e  profondo  dalla  chimica,  per  via  d'esempio,  air  orga- 
nizzazione, da  questa  all'animalità  e  dalla  animalità 
al  principio  razionale. 

6.  —  Il  perchè  quella  legge  di  continuità  predi- 
cata da  Leibnizio  e  da  molti  filosofi,  tuttoché  vera  in 
sostanza  quando  la  natura  è  considerata  come  ricet- 
tacolo dell'infinito  delle  possibilità  e  quando  si  pensa 
che  r  essere  può  variare  altresì  per  infinitesimi,  riceve 
per  le  ragioni  anzi  esposte  eccezioni  frequenti  e  copiose 
nell'ordine  della  realità;  e  segnatamente  per  ciò  che 
nella  natura,  non  ci  stanchiamo  di  replicarlo,  il  diverso 
non  abbonda  meno  del  simile;  dovechè  np]  concetto  di 
Leibnizio  il  fondo  delle  cose  era  da  ultimo  la  identità. 

A. 

7.  —  Né  si  biasimano  per  tutto  ciò  i  fisici  cho 
pigliano  a  scorta  de'  loro  studj  cotal  legge  della 
continuità;  e  l'esperienza  ci  dimostra  che  cercando 
essi  cqn  premura  ostinata  qualche  essere  interd^io 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   241 

fra  uno  e  altro  vivente,  perchè  troppo  diversi  e  di- 
sgiunti, ranno  rinvenuto  delle  volte  parecchie.  E  nem- 
manco  ignoriamo  che  numerosi  intervalli  trovati  den- 
tro le  serie  degli  animali  furono  riempiuti,  a  così 
parlare,  da  altre  specie  fossili  al  presente  scomparse. 
Non  però  di  meno,  la  ignoranza  profonda  che  noi  soste- 
niamo della  essenza  dell'  organismo  fa  che  il  differente 
ed  il  simile  delle  specie  e  dei  generi  sia  il  più  del 
tempo  riconosciuto  e  classificato  empiricamente,  e  nep- 
pure possiam  prevedere  e  prenunziare  con  sicurezza 
una  minima  varietà,  ricevendo  tal  voce  nella  significa- 
zione peculiare  che  dannole  i  naturalisti.  Certo,  quando 
la  paleontologia  rivelò,  non  sono  molti  anni  passati, 
venti  e  più  mila  specie  di  pesci  fossili  tra  le  quali 
oltre  le  forme  affatto  perdute  ogni  specie  ora  vivente 
ritrova  innumerevoli  varietà  ed  analogie  tutte  nuove  ed 
inopinate  per  noi,  conviene  procedere  più  modesti  nel 
giudicare  della  continuità  o  discontinuità  delle  cose. 

Aforismo  V. 

8.  —  Ancora  si  può  domandare  se  tal  legge  di 
continuità  prosegue  a  mostrarsi  nelP  ordine  delle  mu- 
tazioni per  modo  che  queste  succedano  in  minimi  gradi 
e  solo  in  gran  progresso  di  tempo  manifestino  risul- 
tamenti  notabili  ;  e  ciò  sia  vero  particolarmente  dove 
non  operano  se  non  le  cagioni  costanti  ed  universali  o 
le  cagioni  minute  ed  accidentarie  che  jsono  tutte  pas- 
seggiere  e  poco  efficaci. 

9.  —  Noi  già  fermammo  nel  primo  Libro  della 
cosmologia  che  le  cagioni  accidentarie  non  differiscono 
dalle  sostanziali  perchè  sieno  più  contingenti  ed  ope* 
rino  con  leggi  meno  costanti,  ma  solo  perchè  sono 
specifiche  ed  operano  più  radamente  e  con  meno  du- 

Mavuhi.  —  li.  46 


242  LIBRO  TERZO. 

revolezza  e  noi  con  molto  maggiore  difficoltà  ne  sco- 
priamo il  tenore  e  l'indole  intrìnseca  non  mutabile. 
Ma  lasciando  ciò  stare,  certissimo  è  che  operando 
nel  creato  cagioni  e  prìncipj  diversi  neppure  l'or- 
dine di  successione  e  di  mutazione  può  mantenersi 
identico  sempre  e  trascorrere  a  minimi  gradi  da  un 
cangiamento  ad  un  altro  ;  e  ciò  importerebbe  che 
tutte  le  variazioni  nel  mondo  si  risolvessero  in  alte- 
razioni di  quantità  estensiva  o  intensiva.  Di  più  di- 
ciamo che  lo  straordinario  ed  il  consueto,  il  nuovo  e 
V  antico,  il  lento  e  aspettato  e  il  sùbito  e  affatto  im- 
pensato nella  natura  anno  valore  ed  importanza  non 
diseguale  ;  perchè  V  uno  e  V  altro  sono  governati  dalla 
stessa  necessità,  come  sotto  diverso  rispetto  sono  go- 
vernati dalla  sapienza  medesima.  Quindi  può  benissimo 
la  natura  ritrarre  effetti  strepitosi  e  immensamente 
fecondi  da  cause  minime  in  apparenza  ed  insufficienti. 

A. 

10.  —  Mentre  ogni  cosa  nel  nostro  globo  è  prin- 
cipalmente avviata  ad  apparecchiare  l' abitazione  del- 
l'uomo  e  fargli  possibile  la  sussistenza,  un  picciolo 
aumento  di  carbonio  nella  composizione  dell'  aria 
l'avrebbe  innanzi  impedita  ed  ora  la  condurrebbe  al 
niente.  Del  pari  ogni  leggier  mutazione  nella  forma  dei 
continenti  e  dei  mari  prodotto  avrebbe  un'indole  di 
nazioni,  un  succeder  di  fatti  e  un  corso  di  civiltà  so- 
stanzialmente diverso  da  quello  che  insegna  la  storia. 

Aforismo  vi. 

11.  —  Un  grande  uso  e  abuso  fanno  ora*  i  fisici 
del  presunto  metodo  della  natura  di  condur  sempre 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    243 

r  opere  sue  con  perseveranza  di  causa  e  col  minima 
di  azione. 

12. — 11  vero  di  questo  principio  consiste  in  ciò, 
che  da  ogni  parte  in  natura  l'indefinito  tien  luogo 
dell'  infinito;  la  qual  cosa  apparisce  con  maggiore  evi- 
denza nel  quanto;  perocché  il  moto  che  lo  genera  o 
lo  manifesta,  non  salta  verun  punto  intermedio;  e  di 
tali  punti  ve  n'  à  innumerabilì  in  ogni  distesa  di  spa- 
zio. Da  ciò  proviene,  noi  ripetiamo,  che  le  cause  me- 
desime qualora  agiscano  e  mutino  per  sola  ragione  di 
quantità,  certo  spiegano  in  ciascun  istante  un  minimo 
di  azione.  E  perchè  l'indefinito  si  allatta  ed  insinua 
eziandio  nelle  mescolanze  ordinarie  del  diverso  e  del 
simile  e  per  cotal  guisa  il  diverso  ed  il  simile  trapas- 
sano r  uno  neir  altro  con  insensibili  gradi,  ne  seguita 
che  qui  ancora  si  mostra  molto  spesso  certo  minimo 
di  azione,  allato  a  certa  continuazione  e  medesimezza 
di  causa. 

13.  —  Ma  i  dotti,  al  mio  parere,  scordano  da  capo 
che  nella  natura  avvi  altresì  il  diverso  intero  e  asso- 
luto, 0  poco  assai  mescolato  col  simile;  e  però  i  tra- 
passi ed  i  cambiamenti  debbono  parecchie  volte  riu- 
scire immediati,  violenti,  e  non  graduati.  Per  fermo, 
nelle  fortune  di  mare,  nei  terremoti  e  nelle  eruzioni 
dei  vulcani  è  subitaneità  quanta  pienezza  ed  energia 
strema  d'  azione.  E  tu  di'  il  simile  delle  foreste  ame- 
ricane arse  ed  incenerite  ;  il  simile  della  saetta  folgore 
ehe  percotendo  (poniamo  caso)  in  magazzini  da  pol- 
vere semina  d' improvvise  mine  il  suolo.  Mezza  Olanda 
verrebbe  sommersa  in  pochissimo  d'ora,  quando  si  rom- 
pessero per  accidente  gli  argini  al  mare  colà  costruiti. 

14.  —  Né  duranti  tutte  le  epoche  geologiche  gli  è 
da  pensare  che  mai  in  nessuna  parte  non  sia  stato 
schiuso  all'oceano  un  varco,  pel  quale  precipitando 


244  LIBRO  TERZO. 

avrà  del  sicuro  sommerso  in  tempo  brevissimo  larghi 
continenti  situati  sol  poche  dita  più  giii  del  livello  suo. 

15.  —  Vero  è  bene  che  il  simigliante,  secondo  si 
spiegò  altrove,  è  piii  generale  ;  e  il  diverso  appare  più 
spesso  neir  atto  delle  cagioni  particx)lari.  Di  quindi  av- 
viene che  quanto  più  si  esamina  la  natura  nella  ge- 
neralità dei  fenomeni  e  nella  lunghezza  del  tempo, 
tanto  sembrano  sparir  maggiormente  le  differenze  e  le 
cose  procedere  ai  fini  loro  per  trasmutazioni  uniformi 
e  lentissime.  Con  tutto  ciò,  nel  sistema  solare  stesso 
scorgiamo  segni  d'  azioni  violente  e  improvvise,  s'egli 
è  pur  vero  che  i  pianeti  molti  e  minuti  comparsi  tra 
Giove  e  Marte  sieno  frammenti  d' un  solo  astro  scop- 
piato per  fuoco  interiore  o  per  urto  con  altro  corpo 
celeste.  E  chi  questa  supposizione  ricusa,  riducasi  al- 
meno in  memoria  il  subito  comparire  di  alcune  stelle 
e  lo  sparire  di  altre  e  il  mutar  colore  di  moltis- 
sime pressoché  repentinamente. 

A. 

16.  —  Non  si  vuol  negare  che  il  Cuvier  corse 
troppo  affrettatamente  a  credere  che  le  mutazioni  pro- 
fonde delle  forme  animali  accadute  nelle  epoche  geo- 
logiche procedessero  quasi  tutte  da  spaventevoli  cata- 
clismi; e  meritò  bene  della  scienza  il  Lyell  supponendo 
air  incontro  che  la  maggior  parte  di  que'  cambiamenti 
sia  succeduta  a  minimi  gradi  e  nella  lunghezza  ster- 
minata dei  secoli.  Ma  non  isdrucciola  egli  forse  alcuna 
volta  neir  altro  eccesso,  negando  quasi  per  intero  ogni 
mutazione  violenta  e  rapida  o  confinandola  in  troppa 
ristrette  regioni  e  tra  transitorj  accidenti?  Chi  può^ 
[)er  via  d' esempio,  negare  che  gli  elefanti  della  Siberia 
lìon  perissero  tutti  a  un  tratto  p^  rivoltura  strana  e 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   245 

subitanea  dì  clima  e  per  diluvj  veementi  di  acque,  da- 
poichè  le  carni  d' alcuno  fra  essi  non  soggiacquero  a 
putrefazione  e  gli  scheletri  loro  giacciono  accatastati 
e  in  quantità  enorme  ne^  fondo  delle  caverne  e  sulle 
ripe  dei  fiumi? 

Afobismo  Vn. 

17.  —  Il  finito  come  discostasi  dall'uno  così  do- 
vrebbe discostarsi  dal  semplice,  il  quale  nelle  cose  della 
natura,  e  vogliam  dire  nel  molteplice  e  nel  diverso, 
rìducesi  sempre  a  certa  unità  congiunta  e  contempe- 
rata alla  massima  varietà,  simplex  dumtaxat  et  unum. 

18.  —  Noi  risolvemmo  già  questo  punto  laddove  di- 
cemmo che  da  una  banda  la  creazione  dei  finiti  dovendo 
constare  d'infinita  disgregazione  e  diversità  riuscirebbe 
implicata  involuta  e  confusa.  Ma  d' altra  banda  il 
provvedere  divino  introducendovi  la  gran  legge  della 
Convenienza  e  ponendo  ogni  cosa  a  suo  luogo  e  ogni 
avvenimento  a  suo  tempo  ne  risulterebbe  che  il  fine 
saria  conseguito  per  ogni  dove  coi  mezzi  più  proprj  e 
nella  via  più  breve  possibile;  il  che  molti  reputano  di 
esprìmere  meglio  con  l' altra  formula  che  la  natura 
opera  sempre  con  la  massima  semplicità.  Laonde,  se 
questo  si  pensa  generalmente  dagli  uomini,  crediamo  che 
sia  ragionevole  ed  anzi  sia  tra  le  cose  da  potersi  an- 
nunziare a  priori  e  antecedendo  qualunque  esperienza. 

19. — Ma  non  debbe  caderci  mai  della  mente  che 
nelle  cose  finite  il  semplice  è  termine  relativo.  Un  crono- 
metro è  di  necessità  più  complesso  d' un  picciolo  orivolo 
da  tasca  e  può  un  vascello  parere  nel  genere  suo  molto 
meno  complicato  d' uno  schifo  e  d' una  barchetta.  La 
semplicità  è  ancor  più  relativa  quando  debb'essere  pro- 
porzionata e  connessa  a  cento  cose  diverse  e  a  fini  ed 


246  LIBRO  TERZO. 

usi  parimente  diversi  in  mezzo  a  quelle  ripartiti.  Così 
è  molto  differente  la  semplicità  ministratìva  dei  r^ni 
orientali  dall'  altra  dei  migliori  governi  d' Europa  ; 
conciossiachè  in  questi  convien  soddisfare  alla  libertà 
e  a  tutte  le  forme  e  sviluppi  deir  attività  umana^ 
mentre  in  oriente  gira  ogni  cosa  per  la  volontà  di  un 
solo  e  vi  si  abborrono  le  novità. 

20.  —  Ora,  le  concordanze  della  natura  esser  non 
possono  misurate  dai  nostri  compassi.  Di  quindi  le 
difficoltà  e  il  pericolo  di  giudicare  la  semplicità  del- 
l' opere  sue.  E  nel  generale,  ognora  che  V  uomo  à  pre- 
sunto d' indovinarla  di  suo  capo,  à  scemato  il  numera 
dei  principj  e  degli  elementi  e  scordato  a  dirittura  che 
la  creazione  è  pure  indefinitamente  diversa  e  che  i 
possibili  anno  tutti  a  venire  all'  esistere.  Cosi  Cartesio 
pronunziò  la  parola  prosuntuosa:  Datemi  materia  e 
moto,  ed  io  vi  fabbricherò  il  mondo.  Così  Leibnizio  si 
figurò  una  sola  e  medesima  essenza  di  tutte  le  monadi, 
e  Spinoza  una  sola  sostanza  necessitata  di  comporre 
ogni  cosa  o  di  estensione  o  di  pensiere;  ed  oggi  l' Hegel 
chiude  l' intero  universo  per  entro  un'  idea  che  innu- 
merevoli volte  da  sé  s' aliena  ed  a  sé  ritorna.  Per  si- 
mile, quando  a  molti  fisici  e  metafisici  cadde  in  mente 
di  spiegar  l' organismo  animale  con  le  pure  leggi  mec- 
caniche e  chimiche,  traviarono  grandemente  dal  vero 
lusingandosi  d'  indovinare  la  semplicità  della  crea- 
zione. 

Afobismo  Vlir. 

21.  —  Ciò  che  la  mente  considera  come  semplice  in  un 
sistema  di  cose  riducesi  a  questo,  che  sia  là  dentro  in 
modo  correspettivo  il  minimo  di  materia  e  di  forza  e 
il  minimo  di  composizione,  di  operazione  e  di  tempo  e 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    247 

invece  vi  corrisponda  il  massimo  di  produzione  nel  quale 
e  nel  quanto,  per  guisa  che  una  sola  cagione  sia  suffi- 
ciente a  più  effetti  e  un  sol  mezzo  a  più  fìni  e  il  tutto 
si  mantenga  e  perseveri  e  si  accordi  da  ogni  lato  con 
r  ordine  generale  di  cui  è  parte.  Non  v'  à  dubbio  che 
a  à  fatto  esemplare  mira  continuo  la  natura  in  ogni 
sua  creazione,  e  con  eccellenza  e  compitezza  maggiore 
che  r  uom  non  istima.  E  se  con  tale  norma  e  tali  ri- 
spetti andrà  il  nostro  ingegno  guardando  e  giudicando 
i  metodi  della  eterna  fabbricatrice,  non  farà  che  sa- 
viamente ;  con  questo  riserbo  per  altro  che  delle  cento 
volte  non  indovinerà  forse  le  dieci  in  che  propriamente 
consista  la  miracolosa  e  insuperabile  semplicità  del- 
l' openre  della  natura  ;  sebbene  sappia  certissimo  che 
ella  noQ  può  né  vuole  operare  altramente.  Così  per  ben 
giudicare  della  semplicità  della  macchina  umana  con- 
verrebbe innanzi  conoscere  la  essenza  intima  delle  leggi 
delForgsinismo;  ed  allora  vedrebbesi  del  sicuro  che 
queir  intreccio  complicatissimo  di  vasi  e  tessuti,  quella 
diversità  e  moltìplicità  di  funzioni  e  di  atti  e  quella 
facilità  estrema  di  perturbazione  e  scomposizione  torna 
nondimeio  e  sotto  ogni  rispetto  una  e  semplice  in  grado 
supremo. 

22.  —  Cjò  che  nel  tutto  ancora  non  è  conosciuto 
compitameite  si  lascia  scorgere  però  con  chiarezza  a 
parte  per  parte.  Così  ne  fa  stupire,  per  atto  d' esempio, 
il  Bichat  qiando  ne  mostra  che  una  sola  forma  di 
tessuto  costnisce  nel  corpo  nostro  tutte  le  membrane, 
in  quel  mentre  che  sono  tanto  diverse  le  loro  funzioni 
e  che  d'  altro  lato  col  variare  i  distendimenti  e  i  ripie- 
gamenti dellalor  trama  simulano  una  sì  grande  diffe- 


248  LIBRO  TERZO. 

renza  di  organi.  £  scendendo  dalla  natura  animale  alla 
vegetabile,  che  è  molto  meno  complessa,  la  semplicità 
dei  principj  e  dei  metodi,  a  così  chiamarli,  farannosì 
più  manifesti  ;  ed  ognun  sa,  verbigrazia,  che  la  botanica 
accetta  oggi  per  dimostrato  e  patente  gli  aspetti  €  le 
figurazioni  variatissime  e  quasi  infinite  dei  fion  e 
d'ogni  lor  membro  uscire  dalle  trasformazioni  gradiate 
e  minute  d' una  foglia  qualechessia,  ond'  ella  rinane 
come  a  dire  il  tipo  e  il  simbolo  d'ogni  organo  vege- 
tativo. 


B, 


23.  —  Né  in  altra  cosa  si  può  veder  meglio  l' ope- 
rare semplicissimo  della  natura  quanto  nelle  l^gi  del 
moto;  essendo  che  queste  sono  le  più  generali  e  co- 
muni e  però  sempre  simili  a  sé  medesime,  laddove  nelle 
specialità  il  diverso  introduce  maggiore  complicazione. 
Eulero  provò  che  fra  quante  curve  possono  'enir  de- 
scritte da  un  corpo  andando  da  qualche  punDo  ad  un 
altro  esso  sceglie  costantemente  quella  in  cui  llntegrale 
del  prodotto  della  sua  massa  per  la  velocità  sua  e  per 
r  elemento  della  curva  è  trovato  essere  ui  minimo. 

24.  —  Da  ciò  provenne  fra  i  geometri  que  principio 
domandato  della  minima  azione;  il  quale  albiamo  av- 
visato testé  sotto  forma  un  po'  meno  astratpa  e  facen- 
dol  significare  una  serie  massima  di  durala  e  di  atti 
e  minima  di  mutazioni  e  di  effetti.  Ma  iBlla  espre$- 
sione  sua  universalissima  quel  principio  si  converte, 
per  mio  giudicio,  con  la  pretta  necessità  delle  cose; 
e  il  minimo  di  azione  vuol  dire  da  ultim)  quel  tanto 
che  è  uecessatio  all'effetto  e  neppure  un  atimo  di  più.  È 
veramente  quell'attimo  onde  uscirebbe;  essendo  l'ef- 
fetto proporzionatissimo  alla  sua  cagiona? 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    249 

Ripetasi  adunque  che  la  semplicità  della  natura 
consiste  nella  legge  costante  ed  universale  del  Con- 
venevole; onde  come  a  produrre  un  certo  effetto 
determinato  non  v'  à  che  certa  condizione,  quantità, 
misura  e  modo  di  causa  ed  ogni  più  ed  ogni  meno  la 
guasterebbe;  cosi,  trovandosi  ogni  cosa  al  suo  luogo, 
al  suo  momento  e  alla  sua  combinazione  e  operando 
giusta  la  necessità  indeclinabile  dell'essere  proprio,  ella 
sembra  far  ciò  per  la  via  più  diritta  e  con  parsimo- 
nia del  bisognevole.  E  per  fermo,  abbattutosi  poi  La- 
grangia  alla  proposizione  di  Eulero,  ne  trovò  il  perchè 
nelle  l^gi  primissime  ed  essenziali  del  moto. 

Aforismo  IX. 

25.  —  Ciò  non  ostante,  ei  si  trova  che  la  natura 
moltiplica  talune  volte  le  cause  per  la  produzione  del- 
l'effetto  medesimo  e  con  diversi  mezzi  procaccia  lo 
stesso  fine.  Come  usa,  per  grazia  d'esempio,  nella  propa- 
gazione appunto  dei  vegetabili.  Altra  fiata,  intendendo 
ella  a  maggiormente  perfezionare  le  specie,  sembra  scor- 
darsi della  semplicità  ;  perocché  varia  e  separa  i  mem- 
bri e  gli  strumenti  quanto  le  preme  che  l'animale 
riesca  più  ricco  di  facoltà  e  più  eflScace  di  operazioni  ; 
e  mentre  nelle  specie  inferiori  un  organo  solo  serve  a 
parecchie  funzioni,  per  lo  contrario  nelle  superiori  a 
ciascuna  funzione  importante  destina  un  organo  par- 
ticolare. Ella  per  mio  avviso  insegna  con  questo  che 
la  maggior  perfezione  ed  efficacia  dell'  atto  è  da  pre- 
ferirsi alla  minore  complicazione  dell'agente.  E  per 
simile  che  dove  il  fine  è  di  suprema  importanza  e 
vuoisi  accertarlo  e  affrettarlo  per  ogni  guisa,  è  somma 
saggezza  variare  e  moltiplicare  i  mezzi,  come  nell'esem- 
pio testé  allegato  della  propagazione  dei  vegetabili. 


250  LIBRO  TERZO. 


Afobismo  X. 

26.  —  Operando  la  natura  con  portentosa  sempli- 
cità viene  eziandio  a  produrre,  come  si  disse  in  prin- 
cipio, queir  uno  nel  vario  che  vogliono  sia  la  sua  legge 
universale  e  perpetua.  Né  dirò  che  non  sia,  quando  ci 
ristringiamo  a  credere  che  siffatta  unità  comparisca 
diversamente  nelle  parti  diverse  del  mondo  creato  e  ve 
ne  sia  di  tante  sorte  e  maniere  da  comporre  ella  pure 
una  serie  indefinita.  La  unità  e  semplicità  del  sistema 
nostro  solare  porge  subbietto  da  meditare  e  stupire 
per  tutti  i  secoli.  Ma  di  costa  e  sopra  e  d' ogni  intomo 
a  tale  sistema  il  telescopio  ne  mena  a  supporre  innu- 
merabili altri  in  que'sì  diversi  agglomeramenti  di  ma- 
teria siderale  e  in  quelle  aggruppate  costellazioni  onde 
vediamo  cosparso  e  quasi  intessuto  il  firmamento.  Error 
grande  sarebbe  a  credere  che  la  unità  e  semplicità  loro 
sia  simile  a  quella  che  noi  ammiriamo.  E  si  pensi  di 
vantaggio  che  tutti  codesti  sistemi  siderei  apparten- 
gono pure  a  certa  essenza  comune  di  corporeità,  di 
spazio,  di  moto,  di  figura  e  di  luce.  Ma  giusta  le  nostre 
opinioni,  di  là  da  essi  e  fra  essi  v'  à  probabilmente  altri 
sistemi  innumerabili  d'altre  forme  di  essere  ignotissimi  a 
noi  e  da  ogni  immaginazione  nostra  separati  e  diversi. 

A, 

27.  —  Se  Cartesio  come  fecesi  a  indovinare  le  l^gi 
del  moto  che  gli  erano  sconosciute  in  gran  parte,  cosi 
avesse  dovuto  fare  per  la  favella  umana  quando  l'espe- 
rienza nemmanco  su  tale  materia  l' avesse  istruito,  per 
lo  certo  a  rendere  semplice  il  suo  sistema  avrebbe  for- 
nito ogni  stirpe  e  ogni  civiltà  d'una  sola  lingua  e 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.  251 

d' una  sola  grammatica.  Eppure,  il  fatto  procede  diver- 
samente ;  e  tuttoché  in  ciascuna  delle  differenti  famiglie 
di  lingue  la  semplicità  di  costruttura  e  di  svolgimento 
sia  tra  le  più  singolari  ed  anzi  miracolose  produzioni 
dell'istinto  razionale,  nientedimeno  non  sembra  egli 
che  la  natura  operato  avrebbe  con  maggiore  sempli- 
cità facendo  inventare  air  uomo  una  sola  forma  di  pa- 
role e  d' inflessioni  grammaticali,  e  agevolando  cosi  e 
affrettando  in  immenso  la  fratellanza  dei  popoli  e  lo 
scambio  delle  cognizioni? 

28.  —  Per  concludere  con  tale  sentenza,  farebbe 
mestieri  conoscere  tutte  le  necessità  che  impedirono  la 
unificazione  delle  favelle;  poi  quanti  beni  provengono 
dalla  loro  diversità  mentre  noi  ne  annoveriamo  cosi 
facilmente  gli  incomodi. 

29.  —  Intanto  dal  fatto  precipuo  della  diversità 
delle  lingue  trarremo  da  capo  questa  persuasione  che 
la  semplicità  nella  natura  e  nei  concetti  dell'uomo 
differisce  profondamente  ;  e  che  d'  altra  parte,  al  solo* 
infinito  della  potenza  e  sapienza  divina  dovea  riuscire 
di  creare  tre  o  quattro  ceppi  e  tronchi  di  lingue  con 
indole  al  tutto  diversa  e  gareggianti  nondimeno  in  fra 
loro  di  suprema  semplicità. 

Aforismo  XI. 

30.  —  Egli  è  poi  manifesto  che  le  necessità  del 
finito  astrìngono  la  creazione  a  proceder  mai  sempre 
dal  più  semplice  al  meno,  e  parlandosi  con  precisione, 
dall'  incomposto  ai  gradi  successivi  e  diversi  della  com- 
posizione. Avvegnaché  il  finito  supera  i  limiti  proprj 
e  raggiunge  maggior  plenitudine  di  essere  in  que'  modi 
parecchie  volte  da  noi  descritti  che  sono  l' esplicamento 
delle  facoltà,  1'  aggregamento  dei  simili,  la  partecipa- 


252  LIBRO  TERZO. 

zione  dei  diversi  e  una  doppia  forma  d'organamento; 
ordinando  cioè  i  simili,  i  diversi  ed  i  misti  in  certa 
connessione  e  cospirazione  di  mezzi  con  certa  unità  di 
corrispondenza  e  di  fine  ;  ovvero  ordinando  e  piegando 
gli  enti  inferiori  a  condizione  di  vero  e  passivo  stru- 
mento. In  ciascuna  di  tali  dilatazioni  è  trapasso  ne- 
cessario dal  meno  composto  al  più.  Atteso  che  prima  è 
r  atto  implicato  poi  V  esplicato,  prima  V  isolamento  da 
poi  r  aggregamento,  e  così  pros^ui.  Se  non  che  cotesto 
ordine  di  successione  e  composizione  nella  natura  non 
è  simultaneo  in  tutte  le  parti  di  lei,  ma  dove  è  com- 
piuto e  dove  comincia  ;  là  si  ripete  e  qua  cessa.  Tut- 
tavolta,  poiché  il  mondo  ebbe  principio  e  quello  che 
diventava  fu  opera  delle  cause  seconde,  però  debbesi 
fermare  nel  generale  che  queste  dovetter  tenere  l' ordine 
di  successione  e  composizione  che  abbiam  notato. 

A. 

31.  —  Si  fatte  necessità  del  finito  sono  in  alquante 
ontologie  e  cosmologie  germaniche  convertite  in  certa 
legge  arcana  del  diventare  dell'  Assoluto.  L' Ente  co- 
mincia sempre,  al  giudicio  di  cotestoro,  dal  più  astratto 
e  indeterminato  che  è  pure  il  più  universale,  e  secondo 
gli  Schellinghiani  è  l' indifferente  di  tutte  le  differenze. 
Il  che  è  pretta  illusione.  Nel  fatto,  1'  ente  finito  è  sem- 
pre particolare  e  individuo  e  però  è  tutto  e  da  ogni 
banda  determinato.  E  per  esempio  noi  chiederemo  ai 
fisiologi  di  quella  scuola,  e  ve  ne  à  un  buon  dato,  per- 
chè la  prima  molecola  vegetabile  od  animale  è  da 
dirsi  indeterminata.  Ella  invece  è  particolarissima  come 
qualunque  altro  ente  per  tale  giudicato.  Mancale  forse 
verun  accidente  a  dar  compitezza  alla  individualità 
sua?  non  à  ella  determinata  figura,  estensione,  colore^ 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   253 

fluidità?  non  è  là  dentro  una  determinata  e  molto  pre- 
cisa quantità  di  carbonio  idrogeno  e  ossigene  con  certo 
modo  e  grado  di  affinità  chimica  insieme  congiunti? 

32.  —  Una  necessità  medesima  dunque  fa  comin- 
ciare ogni  finito  dal  semplice  ed  avviarsi  al  composto  ; 
né  l'uomo  né  la  natura  si  possono  in  questo  distin- 
guere. La  differenza  ammiranda  ed  immensurabile  che 
interviene  é  sol  questa,  che  la  natura  procedendo  per 
li  gradi  della  composizione  termina  nelle  sintesi  più 
connesse  e  perfette  che  la  virtualità  dell'  intero  universo 
può  in  sé  contenere  e  i  cui  elementi  paiono  disseminati 
e  disciolti  in  maniera  da  non  mai  per  sé  medesimi 
sapersi  accostare  e  congiungere.  Tanta  è  l'arte  infinita, 
a  cosi  chiamarla,  che  opera  nella  natura  e  governa 
la  legge  da  noi  mentovata  delle  concordanze  ! 

«  .  .  .  .  Natura  simtUaverat  artem.  » 

AroRiSMO  XII. 

33.  —  Ma  perchè  questi  adunamenti  e  queste  com- 
posizioni e  cospirazioni  del  finito  si  adempiano,  occor- 
rono le  mutazioni;  e  nel  mondo  fisico  principio  d'ogni 
mutazione  è  il  moto.  Adunque  le  cose  nel  mondo  sono 
preformate  senza  fallo  e  coordinate  in  guisa  da  molti- 
plicare mantenere  e  variare  il  moto  quanto  è  possibile. 
Quindi  la  quiete  sarà  relativa  e  parziale  e  mai  totale 

e  assoluta. 

I 

A. 

34.  —  Se  il  principio  del  moto  non  dimorasse  den- 
tro alle  cose  ma  giungesse  loro  dal  di  fuori,  con  ver- 


254  LIBRO  TERZO. 

rebbe  escluderlo  di  mano  in  mano  da  tutto  V  ordine 
delle  seconde  cagioni  ;  perocché,  sebbene  negli  enti  spi* 
rituali  notammo  un'  altra  cagione  di  mutamento  dì^ 
versa  dal  moto,  ella  non  opera  senza  la  cognizione  ne 
la  cognizione  senza  T  impulso  del  sentimento  né  questo 
senza  il  moto  delF  organo.  Il  moto  adunque  sembra 
cagione  efficace  nei  corpi  ed  occasionale  n^li  spiriti  ;  e 
quindi  è  promotore  diretto  od  obliquo  d'ogni  fenome* 
no;  e  chi  lo  fa  procedere  dal  di  fuori  annulla,  ri- 
petiamo, Tatto  e  r influsso  immediato  delle  seconde 
cagioni. 

35. — Tuttavolta,  e  pur  dimorando  il  principio  del 
moto  dentro  alle  cose,  egli  è  necessario  di  riconoscere 
una  speciale  provvidenza  nella  conservazione  di  esso. 
Perocché  nelle  necessità  ed  insufficienze  del  finito  noi 
già  scorgemmo  troppe  cagioni  che  indurrebbero  a  poco 
per  volta  la  inerzia  generale  e  la  immobilità.  Certo  é 
che  dentro  un  sistema  di  corpi  la  conservazione  del 
moto  ricerca  tra  le  forze  contrarie  una  proporzione  ed 
una  misura  delle  più  singolari  e  delle  più  compassate. 


CAPO  SECONDO. 

SEQUE   Là   stessa  MATERIA. 


Atobismo  I. 

36.  —  Bisogna  altresì  all'ordine  della  natura  che 
in  ogni  dove  sia  del  generale  e  dello  speciale.  Peroc- 
ché, se  tutto  é  generale  e  comune,  niente  s' innova  e  si 
perfeziona  e  la  partecipazione  del  diverso  non  à  più 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   255 

luogo  e  nulla  non  può  servire  di  mezzo  e  strumento; 
dacché  questo  conviene  che  differisca  o  poco  o  molto 
da  chi  lo  adopera. 

37.  —  D' altra  parte,  se  tutto  è  speciale,  niente 
non  si  compone  e  non  si  organizza,  considerato  che 
nulla  non  sarebbe  conforme  ed  omogeneo  col  rima- 
nente, perocché  la  specie  in  quanto  tale  si  diversifica 
dal  genere  e  diversificando  si  separa. 

38.  —  Di  qui  scorgiamo  di  nuovo  il  perché  la  natura 
essendo  non  meno  feconda  ed  inesauribile  nel  diverso 
quanto  nel  simile,  ciò  non  pertanto  nelle  sue  sfere 
parziali  raccoglie  il  diverso  come  specie  nel  genere  o 
TOgliam  dire  nel  simile;  e  questo  é  dilatato  ed  acco- 
munato a  numero  molto  maggiore  di  enti.  Per  fermo, 
la  natura  in  ciascun  ordine  di  cose  tende  alla  formazione 
di  certe  sintesi  dove  il  finito  scema  la  propria  insuf- 
ficienza ed  inattitudine  organizzando  tutto  il  diverso 
con  legame  di  unità  ;  e  fondamento  di  unità  è  il  si- 
mile; e  quello  che  rimane  esteriore  alle  sintesi  do- 
vendo cooperarvi  o  come  strumento  o  quale  mezzo 
diretto  o  remoto  debbo  differir  nelle  specie  ma  somi- 
gliarsi nel  genere; perchè  il  tutto  diverso,  come  fu  detto 
altre  volte,  non  agisce  e  non  patisce  dal  tutto  diverso. 

A. 

39.  —  Questa  dilatazione  grande  del  simile  com- 
parisce segnatamente  nelV  ultimo  fondo  delle  sostanze 
e  delle  cagioni.  Di  quindi  l' operare  continuo  e  gene- 
ralissimo delle  cagioni  sostanziali  e  il  rado  e  ristretto 
delle  cagioni  accidentali  e  particolari,  merceché  que- 
ste provengono  dal  diverso. 


256  LIBRO  TERZO. 


Afobismo  n. 

40.  —  Occorrerà  eziandio  che  qualcosa  sia  mobi- 
lissima e  qualcosa  tardissima.  E  però  in  quella  sia  la 
mutazione  continua,  in  questa  la  permanenza  ;  quella 
ceda  a  qualunque  impulso,  questa  si  opponga  e  resi- 
sta. Perocché  dove  tutto  si  mova  e  cambi,  nulla  si  fa 
e  conserva;  e  dove  tutto  permane,  nulla  si  produce. 
Del  pari,  se  ogni  cosa  resiste,  nulla  si  fa;  e  se  tutto 
cede,  qualunque  cosa  si  disfà.  Ma  i  due  principj  come 
non  possono  dimorare  nel  subbietto  medesimo  conviene 
per  altro  che  si  mescolino  quanto  è  possibile  in  ogni 
parte  con  debite  proporzioni.  Il  principio  di  resistenza 
e  stabilità  conviene  che  risulti  dalla  più  generale  e 
comune  disposizione  dei  corpi.  Attesoché  le  gran  sintesi 
a  cui  tende  la  natura  debbono  anzi  tutto  costituirsi 
di  materia,  la  quale  insintantochè  rimane  disgregata  e 
disciolta  non  porge  subbietto  ad  alcuna  composizione  ; 
e  del  pari,  insino  a  tanto  che  non  regge  e  non  fon- 
damenta ogni  cosa,  niun  edifìcio  vi  si  può  sopraggiun- 
gere. La  materia,  impertanto,  nell'essere  suo  di  sub- 
bietto fondamentale  e  comune  sarà  meno  mobile  e  più 
permanente  e  quindi  meno  cedevole  e  più  resistente  ed 
inerte. 

41. —  Di  quindi  pure  il  primo  atto,  a  così  doman- 
darlo, della  natura  é  l'accozzamento  dei  simili.  Conviene 
dunque  che  la  materia  dove  che  sia  si  congreghi.  Non  in 
guisa,  tutta  volta,  che  l'attrazione  e  congiunzione  dei 
simili  prevalga  ricisamente  all'  altro  principio  della 
mobilità  e  della  mutazione.  Però  é  necessario  che  la 
congiunzione  della  materia  avvenga  spartitamente  e 
componga  più  masse  divise  e  con  differente  compattezza 
e  le  une  sieno  in  relazione  attiva  con  le  altre  ;  peroc- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   257 

che,  dove  fosse  diversamente,  avremmo  da  capo  la 
inerzia  e  immobilità  del  tatto  e  la  impossibilità  delle 
sintesi  successive  e  finali. 

42.  —  Per  queste  poi  occorre  che  il  principio  oppo- 
sto di  mobilità  e  cedevolezza,  mentre  informa  soltanto 
alcune  sostanze  speciali,  si  faccia  presente  per  tutto 
dove  sono  corpi  e  dov'  è  materia  capace  della  più  per- 
fetta forma  sintetica,  la  quale  in  ordine  al  mondo  fisico 
si  adempie  nella  strumentalità  e  questa  nell'organiz- 
zazione. 

43.  —  Manifesto  è  del  pari  che  ciascuno  di  tali 
principj  avrà  alcun  subbietto  in  cui  toccherà  l'estremo 
di  sua  natura.  E  da  una  banda,  per  via  d'  esempio,  sa- 
ranno i  metalli.  Dall'altra  l'etere  e  le  monadi  vege- 
tative. Tutte  le  sostanze  intermedie  parteciperanno  a 
diversi  gradi  della  persistenza  e  della  mobilità. 

A. 

44.  —  Nel  generale  è  lecito  di  affermare  eziandio 
per  fatto  sperimentale  che  la  resistenza  predomina  nei 
simili  e  la  mobilità  fra  i  diversi.  Imperocché  grande 
principio  di  resistenza  è  la  compiuta  coesione;  la  quale 
tuttoché  avvenga  pure  fra  sostanze  per  più  rispetti 
diverse,  nullameno  è  certa  forma  di  accostamento  e  di 
congiunzione  similissima  e  comunissima  ad  ogni  ma- 
niera di  corpo.  Di  quindi,  a  parlare  del  solo  mondo 
meccanico,  discende  la  massima  che  il  principio  di  re- 
sistenza esce  dalla  coesione  o  sia  da  un  modo  simile 
e  comunissimo  di  aggregamento:  e  il  principio  di  mobi- 
lità esce  dalle  affinità  chimiche,  le  quali  operano  fra 
i  diversi  e  alle  quali  nel  più  dei  casi  occorre  per 
ispiegare  gli  atti  loro  speciali  1'  azione  anteriore  dei 
gran  dissolventi  e  cioè  a  dire  qualcosa  che  vinca  la 
forza  di  coesione  come  fanno  il  calore  e  l' elettrico. 

Mahiari  —  II.    '  i7 


258  LIBRO  TERZO. 


B. 


45.  —  Neppure  è  da  pretermettere  che  la  più  resi- 
stente materia  non  è  sempre  nel  nostro  globo  dalla 
coesione  dei  simili  effettuata;  sibbene  talvolta  dalla 
coesione  dei  diversi,  e  vogliam  dire  dalle  terre  e  dai 
minerali  composti  e  mescolati  per  affinità  chimiche, 
come  sono  i  graniti  il  basalto  i  marmi.  Ciò  dimostra  che 
il  principio  di  mobilità  si  converte  nel  suo  contrario; 
perchè  la  natura  procede  appunto  fra  gli  opposti,  come 
si  discorrerà  negli  aforismi  infrascritti.  E  del  pari,  ciò 
dimostra  che  per  V  essenza  del  finito  la  semplice  con- 
giunzione del  simile  à  poca  efficacia  ;  e  quindi  può  dirsi 
senza  timor  di  eccezione  che  la  natura  laddove  cerca 
un  fatto  di  suprema  energia  e  che  tocchi  1'  ultimo  di 
certo  concorrimento  ed  assetto  di  fenomeni  à  ricorso 
continuamente  alla  partecipazione  del  diverso  e  però 
alla  intromissione  del  contrario. 

Aforismo  m. 

46.  —  Per  le  mostrate  cose  si  viene  a  concludere 
che  gli  atomi  materiali  si  uniranno  in  fra  loro  e  me- 
diante la  congiunzione  del  simile  e  mediante  la  par- 
tecipazione del  diverso.  In  tal  maniera  saranno  com- 
poste le  masse,  fra  cui  non  debb' essere  né  unità  né 
disgregazione  assoluta,  ma  certa  vicenda  di  accosta- 
mento e  disgiungimeuto. 

47.  —  Però,  chi  ben  considera,  riconosce  che  essen- 
dovi un  modo  piìi  generale  e  più  costante  di  congiun- 
zione fra  gli  atomi  che  è  quello  domandato  di  coesione, 
tal  forza  operando  sempre  ed  in  ogni  dove  piglierà  di 
mano  in  mano  un  crescente  predominio  ;  e  intendiamo 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    259 

che  il  principio  di  resistenza  e  di  permanenza  piglierà 
con  forza  fatale  il  disopra  e  andrà  spegnendo  di  qua  e 
di  là  ì  movimenti  ed  i  mutamenti  troppo  necessarj  a 
compiere  i  fini  della  natura.  Laonde  noi  siamo  certi 
che  un  qualche  principio  contrario  dovunque  sia  mate- 
ria debbe  mantener  l' equilibrio.  E  per  fermo  la  espe- 
rienza c'insegna  che  tale  equilibrio  è  causato  e  serbato 
dall'eteree  nella  sfera  dell' organismo  dalle  monadi  ve- 
getative, sebbene  in  modo  diflferentissimo. 

48.  —  Perchè  dunque  è  necessario  anzi  tutto  al 
finito  che  le  parti  del  molteplice  non  si  rimangano  di- 
sgiunte, dopoché  in  tale  stato  la  insufficienza  e  impo- 
tenza loro  non  à  diminuzione  e  riparo,  la  legge  più 
generale  e  comune  della  natura,  secondo  fu  toccato 
ne'  Libri  anteriori,  dovrà  essere  l' attrazione  da  cui 
per  primo  sono  costruite  le  molecole,  indi  i  corpi,  indi 
le  masse  con  diversa  maniera  e  grado  di  accostamento 
e  il  cui  più  leggiero  è  1'  adesione  e  il  massimo  è  la 
coesione  prodotta  dal  peso,  dal  tempo,  dall'  acconcia 
forma  corpuscolare  e  da  altri  accidenti.  Di  poi  si  fa 
manifesto  che  gli  atomi  attraenti  ciascuno  con  forza 
infinitesima  acquistino  in  massa  virtù  poderosa  e  gli 
smisurati  corpi  si  attraggano  pel  principio  medesimo; 
e  perchè  fra  i  divei-si  avvenga  altrettanto  come  fra  i 
simili,  saranno  entro  quelli  spartite  e  variate  le  affi- 
nità chimiche. 

Seconda  legge  sarà  l' intervento  d' una  forza  con- 
traria, e  cioè  mobilissima  espansiva  e  penetrativa  e 
signoreggiante  tutto  il  mondo  meccanico,  e  vogliamo 
dir  quello  in  che  non  apparisce  vera  e  propria  orga- 
nizzazione e  tiene  il  più  basso  loco  nell'ordinamento 
universale  dei  mezzi. 


260  LIBRO  TERZO. 

Aforismo  IV. 

49.  —  Oltre  alla  mescolanza  del  simile  e  del  di- 
verso, del  mobile  e  del  permanente,  dello  speciale  e 
del  generale;  ed  oltre  alla  temperanza  e  misura  del 
principio  congiuntivo  e  dell'  espansivo,  accade  che  per 
trasmutare  quanto  è  pur  d'  uopo  alle  sintesi  superiori 
certa  moltitudine  e  differenza  di  enti  vi  s' introduca 
altresì  l'opposizione  e  il  conflitto;  dacché  i  compiuti 
contrarj  si  escludono;  in  quel  cambio,  la  opposizione 
parziale  entro  certo  termine  serba  e  diversifica  il  moto. 

50.  —  Da  un  canto,  1'  opposizione  sorge  e  moltiplica 
da  ogni  parte  quasi  a  dire  naturalmente,  poiché  cia- 
schedun  finito  avendo  difetto  d'innumerevoli  facoltà  e 
forze  che  sono  in  altri  subbietti  spartite,  sostiene  da 
tutte  esse  più  o  meno  d'impedimento  e  contrasto. 
Dall'altro  canto,  perché  ogni  cosa  non  si  fermi  inattiva 
0  movendosi  non  trasvada  e  disordini  senza  modo  né 
legge,  conviene  che  talvolta  ella  superi  le  forze  avver- 
sarie, tal  altra  ne  sia  superata,  e  in  entrambo  i  casi 
avvenga  moto  e  però  mutazione  nei  termini  di  qualche 
misura  o  di  qualche  ritegno.  Il  che  adempiesi  tanto 
meglio  e  con  mutazioni  più  produttive,  in  quanto  la 
divina  mentalità  dispone  che  le  cose  oppongansi  nella 
specie,  e  nel  genere  si  concordino;  e  di  tal  maniera 
ottiene  ora  che  certi  atti  non  eccedano  e  non  trasmo- 
dino ora  che  crescano  di  vigorezza  ed  ora  li  torna  alla 
condizione  perduta. 

51. —  Così  neir  organizzazione  animale  il  sistema 
muscolare  contrapponesi  alla  prevalenza  del  sistema 
nervoso  e  viceversa;  del  pari  che  nella  organizza- 
zione sociale  umana  il  contrasto  bene  ordinato  delle 
potestà  pubbliche  le  impedisce  di  traviare  e  le  astringe 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   261 

a  non  uscire  ciascuna  della  propria  competenza  giu- 
ridica. Per  simile,  insegna  la  cotidiana  esperienza  che 
le  fatiche,  l'astenimento  e  il  disagio  ingagliardiscono 
ogni  corpo  animato  e  le  diflScoltà  acuiscono  V  ingegno 
e  nelle  dure  prove  si  tempra  il  carattere-  D' altro  lato 
ancora  nei  miscugli  chimici  sono  ristorate  alcune 
proprietà  per  1'  azione  dei  reagenti;  e  i  veleni  operando 
contro  i  veleni  ricuperano  altrùi  la  salute,  come  nel- 
r  uom  delinquente  il  dolore  della  pena  ripristina  il 
senso  morale  perduto. 

52.  —  Ma  negli  opposti  sono  anche  gli  estremi  delle 
cose;  e  quando  gli  opposti  non  fossero  e  non  operas- 
sero, mancherebbero  eziandio  tutte  le  medie  partecipa- 
zioni. Conciossiachè  dal  bianco  e  dal  nero  dal  chiaro 
e  dal  fosco  risultano  le  lineazioni  e  figure  dei  corpi 
come  dal  temperamento  del  grave  e  dell'  acuto  escono 
le  melodie. 

53.  —  Di  tal  guisa  la  creazione  si  giova  di  tutte 
le  sorte  e  categorie  degli  opposti  a  fine  principalmente 
di  frequentare  e  variare  con  legge  il  moto  e  le  mutazioni. 
E  dall'  uno  dei  capi  di  tale  serie  sono  gli  opposti  a  cui 
manca  per  sino  la  simiglianza  del  genere  ;  nell'  altro 
capo,  invece,  sono  gli  opposti  che  -anno  tutto  uguale 
e  comune,  salvo  una  certa  disposizione  e  un  certo  modo 
di  operare.  Della  prima  sorta  sono  le  cause  non  for- 
mali ed  efi&cienti  ma  solo  eccitatrici  ed  occasionali; 
siccome  accade,  per  via  d'  esempio,  tra  il  corpo  e  lo 
spirito  iche  sono  contrarj  di  essenza  e  tuttavolta  ora 
eccitano  ed  ora  occasionano  l'uno  nell'altro  azioni  e 
fenomeni.  Della  seconda  sorta  ci  porge  esempio  l' elet- 
tricismo, che  per  una  sua  legge  mirabile  di  polarità 
entra  ed  esce  continuo  di  equilibrio  e  in  qualche  ma-  , 
niera  combatte  insieme  e  concilia  sé  con  sé  stesso.  Di 
tal  legge  di  polarità  come  sorgente  sempre  viva  e  nor- 


262  LIBRO  TERZO. 

male  di  moto  è  avidissima  la  natura  e  sotto  sembianze 
numerose  e  variate  la  riproduce. 

54.  —  Queste  sono  le  più  singolari  definizioni  ed 
applicazioni  del  concetto  degli  opposti  in  quanto  ca- 
gionano e  rinnovano  il  mutar  delle  cose  ;  e  parte  se  ne 
indovina  speculando  sui  nostri  principj,  parte  se  ne 
conferma  e  specifica  consultando  i  fatti  e  gli  esperi- 
menti. Ma  degli  opposti  non  è  spedita  bisogna  fare 
rassegna  ordinata  e  compiuta.  Atteso  che  in  natura 
gli  opposti  sono  da  per  tutto;  perchè  ogni  cosa  è  ca- 
gione od  effetto,  è  agire  o  patire,  sostanza  o  accidente, 
e  così  prosegui  ;  e  in  ciascuno  di  tali  doppj  è  una  sorta 
di  opposto. 

A. 

55. — Da  lungo  tempo  i  logici  anno  distinto  le  varie 
ragioni  degli  opposti  ed  anno  eziandio  notato  come  tal- 
volta dall'  una  all'  altra  corra  inmenso  intervallo.  Così 
r  ultima  da  noi  nominata  è  da  dirsi  non  di  cose  con- 
trarie ma  contrapposte,  e  che  si  riscontrano  ed  anno 
legame  di  congiunzione  più  presto  che  di  ripugnanza. 
Invece  gli  è  raanil'esto  che  l'opposizione  logica  non 
sussiste  in  natura  e  non  può  esser  cagione  di  moto  e 
di  mutamento.  Alcuni  opposti  poi  anno  un  termine 
conciliativo  ed  altri  non  l' anno  ;  in  fisica  il  sale  con- 
cilia r  acido  e  l' alcali,  e  nella  morale  la  spontaneità 
e  r  amore  conciliano  il  comando  con  la  suggezione,  la 
libertà  con  la  necessità,  la  legge  con  1'  arbitrio.  Ma  in 
quel  cambio  sono  altri  termini  che  nessuna  potenza 
varrà  a  conciliare,  come  il  brutto  e  il  bello  il  bene  e  il 
male  la  virtù  e  il  vizio  il  finito  e  l'infinito.  Onde  la  na- 
tura, che  non  può  eliminare  da  sé  né  il  vizio  né  il  male 
né  la  bruttezza  né  la  finità,  procaccia  con  ogni  indù- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    263 

stria  di  scemarne  il  dominio  e  di  farli  talvolta  non 
mai  cagione  efficiente  ma  8Ì  occasione  dell'opera  de' 
loro  contrarj. 

56.  —  Queste  cose  accenniamo  tuttoché  poco  atti- 
nenti al  proposito,  ricordandoci  di  quella  scuola  fa- 
mosa tedesca  la  quale  à  stretto  in  un  fascio  tutte  le 
specie  di  opposti  e  ne  à  fatto  uscire  l' universo.  Ma 
nella  realità  quegli  opposti  sono  efficaci  nella  natura 
che  vogliono  in  fondo  significare  qualche  variata  e 
fruttuosa  partecipazione  del  diverso. 

Aforismo  V. 

57.  —  Se  la  mobilità  e  la  permanenza  non  posso- 
no coesistere  nel  subbietto  medesimo  e  l' una  e  l' altra 
sono  necessarj  alle  sintesi  terminative  cui  vuol  perve- 
nire la  creazione,  converrà  che  dove  il  moto  vario  e 
frequente  dee  prevalere,  prevalga  eziandio  un  qualche 
principio  misuratamente  contrario  alla  resistenza  e  alla 
coesione.  E  se  tal  principio  sia  1'  etere,  converrà  che 
ne  risultino  effetti  costanti  e  vogliam  dire  che  il  loro 
opporsi  alla  persistenza  ed  alla  compiuta  coesione  non 
avvenga  per  accidente  ma  per  propria  natura. 

A. 

58.  —  E  così  accade  per  appunto.  Che  mentre 
nelle  grandi  masse  è  un  ampio  repositorio  di  qualun- 
que ragione  di  sostanze  atte  ad  elementare  ogni  sorta 
di  corpi,  vi  s' incontra  eziandio  altro  gran  serbatoio 
di  materia  fluida  come  le  acque  e  i  gaz  componenti 
la  nostra  atmosfera.  Vi  si  aggiungono  i  sedimenti 
e  le  terre  di  ultima  formatone  i  quali  sono  quasi 
un  tritume  ed  un  polverio  cavato  a  poco  a  poco  dal- 


264  LIBRO  TERZO. 

r  ossatura  del  globo.  In  tutto  questo  è  un  complesso 
diverso  di  materiali  usabili,  a  così  parlare,  e  manegge- 
voli che  la  natura  come  buon  capomastro  dispone  e  pre- 
para da  lunga  mano  nella  sua  stupenda  officina.  E  per 
vero  sembra  che  agli  astronomi  venga  avvisata  una 
qualche  atmosfera  gazeiforme  su  quasi  tutti  i  pianeti. 
Il  che  induce  a  credere  che  pure  colà  debba  prevalere 
il  principio  del  moto  e  cedere  quello  della  I-esistenza 
e  della  coesione. 

59.  —  Dai  nostri  principj  è  derivata  per  noi  la 
necessità  di  ammettere  fra  le  masse  enormi  e  le  pic- 
ciolissime  un  che  di  mezzano  non  per  estensione  ma 
per  virtù  e  atto  a  penetrare  ogni  cosa  ed' opporsi  al- 
l'eccesso dell'attrazione  e  della  coesione,  onde  poi  pro- 
cederebbe altresì  l' eccesso  della  resistenza  e  della 
immobilità.  Di  qui  si  vede  che  l'etere  debbe  avere 
essenza  propria  e  diversa  da  quella  d'ogni  materia. 
Quindi  è  rimosso  e  combattuto  il  concettò  di  alcuno 
a  cui  sembra  l'etere  e  la  materia  stellare  original- 
mente essere  state  una  cosa  medesima  con  differenza 
estrema  di  densità;  e  un  primo  grado  di  contrazione 
dell'etere  doversi  ravvisare  in  certa  materia  cosmica 
fluttuante  per  lo  spazio  e  la  cui  presenza  è  fatta  av- 
vertire da  un'  alterazione  che  credesi  cagionata  da  lei 
nel  moto  di  alquante  comete  e  segnatamente  in  quello 
della  cometa  di  Encke. 

60.  —  Aggiungiamo  ora  che  la  essenziale  diver- 
sità fra  r  etere  e  la  materia  stellare  ci  viene  eziandio 
accertata  dalla  legge  degli  opposti  o  della  polarità 
che  s'  abbia  a  chiamarla,  e  senza  la  quale  le  muta- 
zioni o  non  accadrebbero  o  riuscirebbero  scarse  e  in- 
feconde. Perlochè  in  generale  il  simile  non  à  cagion 
di  mutare,  e  la  opposizione  è  in  sostanza  il  diverso  con- 
giunto a  qualche  similitudine.  E  questo  si  vedrà  me- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.  265 

glio  discorrendo  più  avanti  della   genesi  del  mondo 
meccanico. 

Aforismo  vi. 

61.  —  Ma  per  fermo  una  cagione  potissima  di  mu- 
tazioni frequenti  rapide  agevoli  ed  efficaci  dimorerebbe 
in  certa  vicenda  non  pure  di  polarità  di  affinità  e  di 
espansione,  ma  in  un  intreccio  tale  di  forze  che  le  ul- 
time ad  operare  ricomparissero  come  prime  e  rinno- 
vassero inversamente  il  corso  e  il  concatenamento  di 
loro  azioni  e  di  loro  effetti.  Il  che  alla  natura  non  è 
malagevole  ad  ottenere.  Considerato  ch'ella  dove  desi- 
dera che  moltiplichi  non  il  simile  ma  il  diverso  molti- 
plica altresì  le  cagioni  promovitrici,  le  quali  vedemmo 
altrove  essere  atte  ad  eccitare  le  altrui  facoltà,  sebbene 
differenti  dall'indole  propria  di  esse  cagioni.  Per  cotal 
guisa  una  serie  di  forze  ciascuna  assai  differente  dal- 
l'altra può  suscitare  a  vicenda  una  serie  altresì  di  atti 
diversi,  e  l' ultima  di  quelle  forze  divenire  scambievol- 
mente provocatrice  dell'operare  della  prima,  se  venga 

.con  lei  in  relazione  e  in  contatto. 

A, 

62.  —  L' esperienza  ratifica  largamente  queste  pre- 
sunzioni del  raziocinio.  E  nel  vero,  uno  de'  più  rile- 
vanti trovati  della  fisica  moderna  si  è  di  conoscere 
che  tutte  le  forze  del  mondo  chimico  e  del  mondo  mec- 
canico possono  ingenerarsi  l'una  dall' altra  con  esatta 
scambievolezza.  Mediante  il  calore  si  provocano  le  af- 
finità chimiche,  la  luce,  il  moto  meccanico,  la  elettricità, 
e  si  modificano  per  ogni  parte  i  fenomeni  del  fluido 
magnetico.  Questo  reciprocamente  suscita  moto  mecca- 


266  LIBRO  TERZO. 

nico,  calore,  luce,  ed  elettricità.  Con  la  elettricità  poi 
sono  promosse  le  affinità  chimiche,  il  moto  meccanico, 
il  magnetismo,  il  calore,  e  così  prosegui. 

63.  —  Ma  d' altro  canto,  i  subbietti  non  si  trasmu- 
tano e  le  forze  non  si  comunicano.  Quindi  nella  ca- 
tena dei  cambiamenti  surriferiti,  del  sicuro  interven- 
gono modi  diversi  di  causazione;  e  vale  a  dire  che  v'à 
qualcosa  la  quale  opera  non  come  forza  efficiente  ma 
solo  promovitrice  e  talvolta  ancora  per  mera  virtù  oc- 
casionale; e  quindi  alcune  sostanze  in  quel  giro  di  fe- 
nomeni soggiacendo  a  modificazioni  parecchie  e  tor- 
nando  con  l'ultima  allo  stato  lor  primitivo,  generano 
un  periodo  di  movimenti  e  di  cambiamenti  per  l' estre- 
mo dei  quali  l' effetto  sembra  diventare  cagione. 

B. 

64.  —  Giusto  perchè  le  forze  non  si  trasmettono 
e  rimangono  intatte  non  pure  nella  essenza  ma  nella 
quantità  d'ogni  loro  azione  egli  avviene  che  quan- 
tunque diverse  misuransi  l' una  all'  altra  con  esat- 
tezza mirabile.  E  cotesta  nuova  aritmetica  di  propor- 
zioni,  a  così  domandarla,  applicabile  a  tutte  le  forze 
meccaniche  e  chimiche  poste  a  ragguaglio  l' una  del- 
l' altra,  è  una  bella  e  fruttuosa  scoperta  de'  nostri 
tempi.  Conciossiachè  il  sicuro  ed  esatto  rapporto  delle 
quantità  supplisce  in  fisica  molte  volte  e  fino  a  certo 
termine  all'  ignoranza  che  sopportiamo  intorno  all'  es- 
senza delle  cose,  e  perciò  intorno  alla  necessità  intrin- 
seca dell'  operare  delle  cagioni. 

C. 

65.  —  A  rispetto  poi  del  circolo  delle  forze  produttrici 
la  scienza  moderna  offre  esempj  di  singolare  bellezza. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   267 

Ma  il  concetto  generale  fu  indovinato  dagli  antichi 
assai  chiaramente.  E  dissero  in  fra  l' altre  cose 
che  i  vapori  marini  forman  le  nubi,  queste  la  piog- 
gia, e  della  pioggia  si  ristorano  i  fiumi  e  dei  fiumi 
il  mare. 

66.  —  Del  rimanente,  in  cotesto  giro  di  mutua 
causazione  delle  forze  ed  in  cui  talvolta  l'effetto  sem- 
bra mutarsi  in  cagione  e  viceversa,  è  pure  da  rico- 
noscere una  delle  maniere  stupende  della  natura  di 
giungere  agli  alti  suoi  fini  con  semplicità  di  mezzi  e 
moltiplicazione  e  varietà  di  prodotti. 

67.  —  Ed  anzi,  com'  ella  non  può  tradurre  in  infi- 
nito veruna  serie  di  cause  e  di  effetti,  abbiamo  arbi- 
trio di  presagire  che  in  ogni  sfera  distinta  e  separata 
di  esistenze  manterrà  in  ultimo  le  mutazioni  ed  il 
moto  con  la  gran  legge  del  periodo,  la  quale,  chi  ben 
guarda,  risolvesi  in  fatto  nel  ricircolare  le  stesse  ca- 
gioni e  gli  stessi  effetti,  talvolta  nel  verso  diretto  e 
talaltra  nello  inverso. 

AroRisMo  VII. 

68.  —  Se  non  che  questo  concatenamento  di  forze 
come  potrà  diventare  generale  e  continuo  e  variare 
insieme  quanto  bisogna  allo  adempimento  delle  sintesi 
terminative?  Tutto  ciò  contradice  all'indole  e  alle  in- 
sufficienze comuni  della  finità,  la  quale  (fu  detto  as- 
sai volte)  riesce  inerte  ed  inoperante;  e  oltre  ciò  è 
disgregata  e  particolare  ed  anzi  è  isolata  e  individua. 
D'altro  canto,  per  la  stessa  diversità  delle  essenze  e 
moltitudine  degli  opposti  ogni  cosa  va  soggetta  a  mille 
accidenti  minuti  e  mutevoli;  onde,  qualora  non  caschi 
nella  indolenza  abituale,  non  vedesi  per  che  maniera 
mantener  possa  un  tenore  di  atti  regolatamente  diverso 


268  LIBRO  TERZO. 

e  medesimo.  Concludesi  che  alla  natura  fa  grandemente 
mestieri  alcuna  virtù  generale  che  da  per  tutto  e 
sempre  assicuri  la  continuazione  del  moto  e  l'eccita- 
zione delle  forze  ;  onde  ne  provenga  poi  una  o  molte 
di  quelle  circolazioni  e  rinnovazioni  di  atti  poco  dianzi 
ricordate.  E  questo  sentiva  Aristotele  quando  imma- 
ginava quel  suo  primo  mobile  da  cui  dipendevano 
tutti  gli  altri  ;  e  Platone  sentì  forse  il  medesimo  dando 
il  governo  della  terra  e  dei  cieli  ad  un'anima  onde 
fluisse  perennemente  1'  attività  e  la  vita.  Ma  1'  uno  e 
r  altro  scor4ava,  come  accade  troppo  sovente,  le  con- 
dizioni e  limitazioni  del  finito  per  le  quali  diventa  con- 
tradittorio  il  concetto  d'una  eflScienza  finita  insieme  ed 
universale,  ovvero  infinita  ma  esclusa  dalla  essenza 
divina.  Oltreché,  trattandosi  nel  caso  nostro  d' un  es- 
sere materiale  farebbe  ripugnanza  1'  attribuirgli  certa 
unità  infinita,  e  indivisibile. 

69.  •—  Vi  sarà  dunque  nel  mondo  un  principio  di 
mobilità,  conforme  l' abbiamo  descritto,  e  il  quale,  oltre 
essere  supremamente  penetrativo  ed  espansivo,  andrà 
fornito  della  facoltà  di  eccitare  le  forze  e  variare  le 
mutazioni  ;  ma  non  potendo  sostanziarsi  in  un  solo 
subbietto  e  in  un  solo  centro,  avrà  tante  sedi,  a  così 
favellare,  quanti  sistemi  si  comporranno  nel  mondo 
meccanico  e  chimico  e  da  un  gran  corpo  centrale  pio- 
verà continuamente  la  eccitazione  a  tutte  le  forze 
od  a  quelle  che  sono  prevalenti  su  tutte. 

70.  —  Egli  è  chiaro  che  nel  sistema  al  quale  si 
lega  il  pianeta  nostro  simile  ufficio  appartiene  al 
Sole,  e  che  quivi  l'etere  sustanzia  e  quasi  individua 
la  sua  potenza  e  gì'  ingerimenti  di  continuo  eser- 
citati e  allargati.  E  il  modo  particolare  sarà  descritto 
più  avanti. 


CGOEDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    269 


Aforismo  Vni. 

71. — Toma  chiaro  similmente  che  cotesto  etere 
il  quale  diventando  nel  Sole  cagione  perpetua  di  ecci- 
tamento s'ingerisce  di  continuo  nelle  mutazioni  di 
tutto  il  sistema,  diventa  altresì  il  legame  generale  ne 
mai  interrotto  di  quello  ed  è  grande  ed  eflScace  stru- 
mento di  comunicazione. 

72.  —  L'etere,  adunque,  come  principio  generale  di 
regolata  mobilità  nel  mondo  inorganico  e  però  opposto 
all'altro  principio  di  stabilità  e  di  resistenza,  dovrà  farsi 
presente  per  ogni  dove  e  non  meno  nei  piccioli  corpi  che 
ne'  grandissimi,  non  meno  negl'  interstizj  delle  mole- 
cole che  fra  gli  spazj  planetarj.  Essendoché  intendi- 
mento della  natura  è  il  moto;  e  d'altra  parte  l'essenza 
del  finito  porta  seco  più  volentieri  la  immobilità.  Ne- 
cessario è  impertanto  che  il  principio  di  cui  discor- 
riamo da  per  tutto  apparisca,  sebbene  con  grado  molto 
diverso  di  operosità  e  di  effetto.  Egli  è  pure  forza 
generale  espansiva  ed  eccitatrice,  due  forme  della  stessa 
potenza  di  mutare  e  di  movere. 

73. — Per  ciò  ninna  cosa  sopravanzerà  l'etere 
di  sottigliezza  e  penetrazione,  onde  tutte  invece  po- 
tranno essere  penetrate  da  lui  insino  all'  ultime  mo- 
lecole. Del  pari,  dovendo  egli  dividere  il  troppo  unito 
e  vincere  qualunque  inerzia  e  durezza,  non  potrà 
avere  le  parti  sue  separate  ma  comporrà  un  con- 
tinuo inferiore  solo  a  quello  dello  spazio  e  immensa- 
mente maggiore  di  quello  dell'aria.  Per  simile,  do- 
vendo impedire  l' eccesso  della  forza  attrattiva  non 
verrà  egli  attratto  da  nessun  centro,  ossia  non  avrà 
le  parti  né  il  tutto  pesanti  ;  il  che  si  ravvisa  altresì 
da  questo,  che  l'etere  circondando  ugualmente  tutte  le 


270  LIBEO  TERZO. 

masse,  e  penetrandole  per  ogni  verso,  non  può  uscir 
di  bilancia  né  gravitare  sui  corpi  quali  che  sieno. 

74. — Da  ultimo,  egli  congiungerà  in  se  medesimo  at- 
tributi contrarj  ;  o  per  discorrere  con  piii  giustezza,  egli 
opererà  in  tempo  e  subbietto  diverso  in  maniera  diffe- 
rentissima  e  quasi  opposta.  Per  fermo,  s'egli  il  più  delle 
volte  non  riuscisse  tenuissimo  e  cedevolissimo,  non  po- 
trebbe mutarsi  a  ciascuno  istante  e  dapertutto  promo- 
vere le  mutazioni.  D' altro  canto,  la  sua  virtù  espansiva 
ricerca  che  in  certe  maniere  di  atto  e  in  certo  stato  dei 
corpi  con  lui  congiunti  egli  sembri  la  meno  sforzevole 
di  tutte  le  cose  e  nulla  resista  alla  sua  violenza  disgre- 
gativa. Laonde  occorre,  chi  voglia  bene  immaginare  la 
essenza  dell'  etere,  concepirlo  siccome  il  più  elastico 
d'  ogni  subbietto  corporeo  e  il  meno  addensato  e  com- 
patto; di  qualità  che  il  suo  rarefarsi  e  addensarsi  non 
abbia  paragone  con  altra  materia,  ed  esso  esca  facilmente 
d' equilibrio  e  più  facilmente  vi  ritorni  ;  e  del  pari  gli 
atomi  suoi  sottilissimi  uscendo  sempre  e  tornando  alla 
propria  forma  e  alla  comune  contiguità,  mentre  com- 
pongono un  tutto  omogeneo  ed  unito  più  che  altra 
sostanza,  paiono  quasi  animati  da  perpetui  tremori,  e 
il  moto  loro  convertesi  in  minuta  vibrazione  o  in  rivol- 
gimento di  ciascuno  sopra  di  sé  medesimo. 

75.  —  Ma  se  1'  etere  è  mobilissimo  e  in  ogni  dove 
è  cagione  di  eccitamento,  ragion  vuole  eh'  eziandio 
tutte  le  cose  lo  movano  e  l' eccitino  ;  dacché  vedemmo 
nessun  ente  materiale  potere  con  sé  variare  sé  stesso  e 
non  dipendere  in  guisa  veruna  dalle  forze  esteriori.  Solo 
ne  si  fa  lecito  d'immaginare  che  le  parti  dell'etere  non 
sieno  tutte  condizionate  ad  un  modo  ed  anzi  original- 
mente sieno  distinte  come  a  zone  diverse  e  per  grado 
differente  di  sottigliezza,  ovvero  possano  contrarre 
diversa  forma  di  atto  l'una  a  rispetto  dell'altra,  per 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    271 

guisa  che  cessando  anche  la  esterna  provocazione 
elle  proseguano  ad  agire  e  reagire  in  fra  loro  per 
certa  legge  di  polarità  e  certo  modo  di  flussione  e 
circolazione. 


76.  —  A  noi  è  avviso  che  l'esperienza  avveri  e  par- 
ticolarizzi  queste  presunzioni  speculative  in  tal  modo 
che  r  etere  insinuandosi  in  ogni  corpo  e  combinandosi 
intrinsecamente  con  ogni  minima  parte  di  quelli  vi  opera 
i  fenomeni  del  calore  e  della  luce.  Mentre  i  corpi  d'altro 
lato  combinandosi  in  fra  di  loro  e  rimanendo  sempre 
nyiescolati  con  V  etere  promovono  in  questo  i  fenomeni 
elettro-magnetici  che  anno  qualcosa  di  più  speciale  e 
di  separato  nell'  etere  stesso.  Per  fermo,  a  tacer  della 
luce,  il  calore  è  così  efficace  a  mutare  e  rimutare  pro- 
fondamente le  condizioni  e  le  figure  dei  corpi  e  interviene 
con  azione  così  universale  ed  assidua,  che  vedesi  aperto 
la  costituzione  loro  dipendere  non  meno  dalla  virtù  dei 
proprj  elementi,  che  dal  modo  primitivo  di  unione  e 
combinazione  con  l'etere.  Onde,  per  via  d'esempio,  il  Sole 
à  per  propria  natura  costitutiva  il  tramandar  luce  e  ca- 
lore ogni  sempre,  e  il  medesimo  giudichiamo  di  tutte  le 
stelle.  Non  può  affermarsi,  egli  sembra,  altrettanto  del- 
l'elettro-magnetismo;  il  quale  accompagna,  certo,  pres- 
soché tutti  i  fenomeni  fisici  e  chimici  di  essi  corpi,  ma 
per  ordinario  e  a  giudicare  dalle  apparenze  li  lascia  poco 
o  nulla  alterati  nell'essere  loro,  ed  è  mestieri  a  scoprire 
la  gran  potenza  di  lui  che  l'arte  sperimentale  intervenga 
coi  suoi  finissimi  ordigni.  D'altro  canto  se  quei  fenomeni, 
mentre  sono  di  rado  e  assai  parzialmente  il  pro- 
dotto immediato  della  forza  elettrica  o  magnetica, 
tuttavolta  non  mancano  mai  di  eccitarne  la  variata 


272  LIBRO  TERZO. 

manifestazione,  dobbiamo  concludere  che  il  calore  nel 
generale  e  la  luce  nella  sfera  speciale  della  vegetazione, 
e  in  altri  fatti  fisiologici  e  chimici  è  causa  immanente 
e  costitutrice  di  molte  disposizioni  sostanziali  e  fonda- 
mentali dei  corpi  ;  laddove  questi  con  le  lor  mutazioni 
e  combinazioni  paiono  provocare  solo  occasionalmente 
nel  seno  dell'  etere  i  fenomeni  elettro-magnetici,  i  quali 
intanto  si  manifestano  dentro  le  sostanze  corporee  e 
intorno  di  esse,  in  quanto  l' etere  le  invade,  a  così 
parlare,  e  le  impregna  di  sé  in  ogni  luogo  ed  in  ogni 
tempo. 

77.  —  Ma  tutto  ciò,  ripetiamo,  è  giudicio  rica- 
vato dalle  prime  apparenze  e  dai  fenomeni  più  vistosi 
e  immediati.  Guardandosi,  invece,  nell'  ultimo  fondp 
loro,  tornerà  forse  spediente  d' invertere  le  conclusioni 
accennate  e  dire  che  luce  e  calorico  sono  ingerimenti 
perenni  e  proprj  dell'essenza  dell'  etere  in  seno  dei 
corpi  ;  laddove  l' elettro-magnetismo  è  pure  forza  ope- 
rosa dell'etere  nel  didentro  de' corpi,  ma  sempre  le- 
gata con  essi  e  costituendo  parte  di  lor  natura. 

78.  —  È  perciò  l' elettro-magnetismo  un  etere  meno 
elastico  e  meno  sottile;  e  non  irraggia  ma  fluisce  e  cir- 
cola; e  se  à  minor  vibratezza,  à  movimento  locale 
molto  maggiore.  Stanzia  in  tutti  i  corpi  ma  dispar- 
mente  e  con  quantità  assai  diversa.  Fra  i  corpi  ete- 
rogenei gira  con  difi'erente  polarità;  tra  gli  omogenei 
varia  d' intensione  e  torna  ed  esce  continuamente 
d' equilibrio  ;  il  perchè  dapertutto  ed  in  ogni  sostanza 
fassi  cagione  di  moto  molecolare  e  di  mutamento. 

79.  —  Adunque,  come  un'  aria  grossa  e  vaporosa 
distinguesi  dall'aria  fina  e  rarefatta  dell'Alpi,  l'elet- 
tro-magnetismo si  distingue  dall'etere  puro  ed  immenso 
e  si  combina  tuttora  coi  corpi  e  da  se  non  istà.  Quindi, 
mentre  l'etere  passa  e  raggia  nel  vuoto,  l' elettro-ma- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    273 

gnetismo  non  lo  attraversa  ed  è  mai  sempre  inerente 
in  qualche  materia. 

80.  —  Ciò  poi  che  le  macchine  addimostrano  con 
veemenza  e  aggrandimento  di  fenomeni  T  elettro-ma- 
gnetismo ordinario  lo  fa  con  più  tempo  e  a  minimi 
gradi.  Picciolissime  e  ripetute  scariche,  induzioni,  cor- 
renti e  circolazioni  sciolgono  a  poco  a  poco  i  più  intimi 
aggregamenti  chimici  e  ne  promovono  altri  diversi.  Il 
perchè  mentre  T  elettro-magnetismo  operando  natural- 
mente e  ordinariamente  sembra  lasciar  le  sostanze  nelle 
condizioni  di  prima,  esercita  invece  non  rade  volte  njel- 
r  intima  lor  connessione  effetti  più  rilevati  che  il  calore 
e  la  luce.  Imperocché  il  calore  invadendo  i  corpi  ne 
disfa  spesso  la  trama,  a  così  domandarla,  per  la  effi- 
cacia de'  suoi  tremori  e  della  sua  forza  espansiva.  Ma 
talvolta  la  forma  ultima  molecolare  con  la  tenuità  estre- 
ma e  la  compattezza  unitissima  resiste  e  si  mantiene; 
e  d'altro  lato  la  luce  e  il  calore  che  sono  attribuzioni 
vere  ed  atti  essenziali  dell'  etere,  per  la  somma  loro 
sottilità  ed  elasticità  conducono  quasi  al  nulla  l' azione 
propriamente  meccanica  de' loro  impulsi;  laddove  l'elet- 
tro-magnetismo  meno  elastico  e  meno  sottile  scorrendo 
e  battendo  infinite  volte  gli  stessi  punti  rompe  tal  fiata 
le  resistenze  molecolari  e  modifica  profondamente  la 
costituzione  atomica  ed  invisibile  delle  sostanze. 

81.  —  Da  ciò  consegue  che  se  contro  lo  eccesso  e 
la  immobiHtà  della  coesione  opera  più  specialmente  il 
calore,  contro  la  resistenza  e  la  permanenza  delle  affi- 
nità opera  più  specialmente  l'elettrico. 

82.  —  Consegue  eziandio  da  ciò  che  l'etere  nell'una 
e  neir  altra  disposizione  del  suo  subbietto  cospira 
ugualmente  a  perpetuare  e  variare  il  moto  e  impedisce 
in  ogni  materia  la  lunga  passività  e  l' inerzia  e  la  ri- 
petizione troppo  uniforme  degli  stessi  fenomeni. 

Mamiani    —  II.  18 


274  LIBRO  TERZO. 

83.  —  Vogliamo  avvertire  per  ultimo  che  le  due 
differenziate  disposizioni  del  subbietto  etereo  da  noi 
descritte,  se  dimostrano  in  quello  un'  abbondanza  di 
attività  e  una  forza  mirabile  ed  iniziale  di  eccitamento, 
serbangli  tuttavolta  la  necessità  comune  agli  enti  finiti 
di  non  possedere  in  sé  solo  il  principio  insieme  e  lo 
spiegamento  della  propria  efficenza.  L'etere  non  pure 
si  distingue  ad  ogni  momento  e  si  differenzia  da  sé 
medesimo,  ma  l'una  delle  due  forme  che  assume  non 
opera  con  virtù  indipendente  ed  universale,  sibbene 
circoscritta  per  entro  i  corpi  e  dipendente  sempre  da 
essi. 

Ma  della  natura  ed  ufficio  dell'  elettro-magnetismo 
verrà  nuova  occasione  di  ragionare 

84.  —  In  risguardo  poi  dell'  ufficio  che  esercita 
l'etere  di  porre  in  comunicazione  diversa  e  continua 
ogni  membro  de'  sistemi  solari  e  di  eccitarvi  perenne- 
mente r  attività  ed  il  moto,  giudico  che  si  rinvenga  di 
ciò  una  dimostrazione  nuova  ed  inopinata  nella  sco- 
perta recente  delle  attinenze  e  rispondenze  strettissime 
fra  le  macchie  del  Sole  e  certe  periodiche  variazioni 
nel  magnetismo  terrestre. 

Afobismo  IX. 

85.  —  Ogni  cosa  nel  finito  à  certe  competenze  ed 
attribuzioni  in  esclusione  di  altre  ;  e  ciò  semplicemente 
per  la  ragione  dell'  esser  finito.  Noi  siamo  sicuri,  adun- 
que, che  r  etere  per  l'universalità  sua  d'  azione  e  d'in- 
gerimento  sarà  sfornito  di  vera  e  perfetta  individua- 
lità ;  e  perché  combinasi  con  le  sostanze  di  ogni  ra- 
gione ed  eccita  ogni  maniera  di  forze  e  di  moto,  così 
manca  delle  efficienze  speciali  e  peculiari  di  quelle.  Da 
ciò  proviene  che  non  vi  sarà  corpo  giammai  costruito 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    275 

di  etere  o  d' alcuna  sua  proprietà,  come  a  dire  di  solo 
calorico  0  di  solo  fluido  elettro-magnetico  o  di  sola  luce; 
e  lo  Schelling  parlò  da  poeta  e  non  da  cosmologo 
quando  disse  dell'  oro  essere  luce  coagulatj. 

86.  —  Quindi  pure  V  etere,  tuttoché  sia  general  pro- 
motore di  forze,  di  cambiamenti  e  di  moto,  non  è  prin- 
cipio efficiente  né  come  cagione  né  come  atto.  E  in^ 
tendiamo  significare  che  non  pure  egli  non  è  il  principio 
per  cui  esistono  sostanzialmente  le  cose,  ma  nemmeno 
è  atto  generale  efficiente  in  questa  accezione  che  com- 
penetrandosi qua  e  là  con  gli  atti  delle  sostanze  parti- 
colari faccia  di  sé  e  di  quelle  certa  unità  di  essere 
uscente  dalla  liquefazione  di  due  nature  nel  modo  che 
avviene,  per  via  d'esempio,  nelle  terre  e  nei  sali. 

Aforismo  X. 

87.  —  Per  vero,  non  istà  nelle  condizioni  sì  grame 
e  sì  disgregate  del  finito  che  il  principio  attivo  adu- 
nisi tutto  0  gran  parte  non  dico  in  un  solo  ente  ma 
nemmanco  in  una  sola  specie  di  enti  ;  e  affermisi  pure 
altrettanto  dell'opposto  principio.  Laonde  attività  e 
passività  sono  due  essenze  conispondenti,  spartite  e 
digradate  per  ogni  angolo  dell'  universo  ;  e  in  ciascuna 
sfera  di  cose  debbono  riapparire  e  sussistere  con  una 
sorta  particolare  di  ordine  e  di  gerarchia. 

A. 

88.  —  In  molte  religioni  antiche  la  gerarchia  degli 
Dei  forse  volle  significare  questa  gradazione  della  po- 
tenza attiva  e  passiva;  sebbene  nel  generale  fu  spie- 
gato ogni  cosa  unificando  da  una  parte  tutto  l' attivo 
0  dall'altra  tutto  il  passivo;  e  poi  congiungendoli  in- 


276  LIBRO  TERZO. 

sieme  se  ne  faceva  nascere  ogni  ragione  di  esistenze  per 
una  specie  di  pregnanza  e  di  parto.  Belo  e  Melitta,  Osivi 
ed  Iside,  Giove  e  Rea  simboleggiano  i  due  principj  dalh* 
cui  nozze  vjene  fuori  il  mondo  creato.  E  non  solo  le  pri- 
sche mitologie  ma  i  pensamenti  de' più  vecchi  filosofi 
ridueonsi  tutti  a  cercare  cotesta  unità  della  causa  at- 
tiva operante  in  qualche  subbietto  generale  passivo. 
Lo  stesso  Platone  unificò  la  prima  in  certa  anima  uni- 
versale e  il  secondo  nello  spazio  e  nella  materia  ;  e  che 
altro  sono  V  Ile  aristotelico  ed  il  primo  mobile,  quello 
che  può  diventare  ogni  cosa,  e  questo,  operare  ogni 
cosa  V  Parmenide  invece  radunò  ogni  efficienza  nel  caldo 
ed  ogni  passività  nel  freddo,  e  ciò  piacque  a  Telesio 
dopo  circa  due  mill'  anni  e  poco  mancò  non  se  ne 
persuadesse  anche  Bacone.  Da  ultimo,  Cartesio  rico- 
nobbe i  due  principj  nel  moto  e  nella  materia  e  sperò 
che  gli  bastassero  a  fabbricare  la  immensa  diversità 
delle  cose. 

89.  —  Ciò  dimostra  di  nuovo  siccome  V  ingegno 
umano  piuttosto  che  adattarsi  e  proporzionarsi  all'  in- 
dole del  finito  e  ai  metodi  della  natura  tenta  di  adat- 
tar quelli  alla  forma  della  sua  mente,  la  quale  sma- 
nia di  rinvenir  da  per  tutto  l'unità  e  la  simiglianza 
perocché  ne'  loro  contrar j  si  turba  e  smarrisce. 

90.  —  Ma  la  natura  è  quella  che  è,  né  l'  abito 
(li  nostra  mente  la  muta.  Io  invece,  per  intenderla 
e  interpretarla  a  dovere,  ò  dimenticato  me  stesso  e 
tenuto  r  occhio  sempre  a  questi  tre  punti  :  le  neces- 
sità del  finito,  la  immensità  del  possibile  e  la  coor- 
dinazione dei  fini  o  la  Convenienza  che  tu  la  chiami. 
Con  tali  tre  scorte  qua!  cosa  indovinavo  (mi  sembra) 
dei  veri  metodi  della  natura  e  de'  suoi  stupendi  ap- 
parecchi nel  mondo  meccanico,  nel  chimico  e  nel- 
r  etereo. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    277 


B. 


91.  —  AcceDnammo  pure  con  qual  tenore  nel  primo 
e  nel  terzo  di  essi  venga  distribuita  V  attività  e  passi- 
vità. La  cosa  è  più  malagevole  assai  rispetto  al  mondo 
chimico  o  della  materia  minuta  ed  eterogenea  che  voglia 
dirsi.  Imperocché  quivi  campeggia  il  diverso  e  si  fre- 
quentano le  mutazioni.  Ciò  non  ostante,  non  dubitiamo 
che  nel  mondo  chimico  non  si  avverino  tutte  le  grandi 
(generalità  per  addietro  definite;  salvo  che  l'esperienza 
farà  quivi  riconoscere  molta  piii  varietà  e  complicazione 
di  fenomeni;  considerando  che  la  natura  nel  mondo 
chimico  si  accosta  maggiormente  alle  sintesi  termina- 
tive che  non  nel  meccanico  e  nell'  etereo. 

92. — E  per  fermo  abbiam  divisato  più  sopra  che 
il  mondo  dei  grandi  corpi  è  preparazione  a  quello  dei 
piccioli  e  non  viceversa;  e  l'etere  non  compie  nulla  in 
sé  stesso  ma  inizia  promove  e  concorre  ad  ogni  cosa 
fuori  di  sé.  Nel  mondo  meccanico  prevale  da  ogni  parte 
la  somiglianza;  e  i  cinquanta  e  piii  elementi  semplici 
che  l'esfftrienza  ci  rivela  vi  stanno  inchiusi  come  in 
gran  recipiente  apprestato  ad  altro  ordine  di  mezzi  o 
di  fini.  Invece  nel  mondo  chimico  principiano  quegli 
elementi  a  spiegare  la  virtù  loro  senza  che  alcuno 
raccolga  in  sé  solo  l'intera  efficienza  attiva  e  tutti  gli 
altri  la  intera  passiva.  Ma  sono  distribuiti  in  fra  essi 
il  generale  e  il  particolare,  la  resistenza  e  la  varia- 
bilità, la  conformità  e  l' opposizione. 

93.  —  Nel  vero  i  metalli  sono  passivi  a  rispetto  dei 
metalloidi  e  rappresentano  meglio  il  principio  di  resi- 
stenza. Ma  neppure  fra  i  metalloidi  spariscono  affatto 
cotali  disposizioni,  dacché  sono  grandemente  necessarie 
all'ordine  di  tutte  le  cose.  Quindi,  per  via  d'esempio. 


278  LIBRO  TERZO. 

vediamo  Tossigene  manifestare  chiarissimamente  la  sua 
natura  attiva  mobile  e  trasmutabile  come  causa  gene- 
rale di  ossidazione  è  principio  generatore  degli  acidi 
e  quale  virtù  eccitatrice  della  vit^  nelle  piante  (^ 
negli  animali.  Per  lo  contrario,  il  carbonio  nei  vege- 
tabili e  r  azoto  negli  animali  esprimono  di  vantaggio 
la  solidità  e  la  permanenza. 


CAPO  TERZO. 

ANCORA   DELLA   STESSA   MATERIA. 


Afobisho  I. 

94.  —  Tuttoché  noi  rimaniamo  nella  speculazione 
della  tempra  e  coordinazione  dei  mezzi,  noi  non  abbia- 
mo ancora  avvisato  ogni  specie  di  metodo  e  ogni  ma- 
niera di  arte  usatavi  dalla  natura.  Per  cei||o,  il  suo 
gran  principio  di  dar  sempre  luogo  all'indefinito  dei 
possibili  esige  da  lei  che  in  qualunque  sfera  di  enti 
venga  esaurito  il  diverso  ed  il  vario  ;  questo  dentro  la 
unità  relativa, quello  dentro  al  molteplice;  ed  entrambi 
attingano  il  detto  fine  cosi  mediante  la  moltiplica- 
zione delle  specie,  come  per  via  del  moltiplicare  le 
combinazioni  ira  esse.  E  affermiamo  tutto  ciò  non  solo 
a  rispetto  dei  mondi  remoti  da  noi  extra  anni  so- 
lisque  vias  e  però  cosi  differenti  da  non  potersene 
cogliere  concetto  determinato,  ma  eziandio  di  questo 
visibile,  comechè  sia  parte,  crediamo,  assai  scarsa  o 
minima  dell'immenso  creato. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   279 


Afokismo  n. 

95. — Ma  in  ciascuno  di  tali  ingegni  e  artificj  la 
natura  intoppa  nella  insufficienza  e  necessità  del  finito  ; 
•l  che  giova  ad  ogni  tratto  di  ricordare.  Per  fermo,  la 
^arietà  nell'  uno  convertesi  il  piii  del  tempo  nel  misto 
dd  simile  col  dissimile  e  che  noi  contempliamo  sotto 
forma  di  unità;  come  quando  avvisiamo  il  genere 
dei  metalli  o  l' altro  più  largo  dei  minerali  o  il  più 
ristntto  dei  basalti.  L' uomo  medesimo  o  l' animale 
bruto  ancoraché  sia  uno  nella  realità  di  ciascun  indi- 
viduo, lascia  scorgere  più  diversità  che  varietà,  parago- 
nandosi (poni  caso)  gli  estremi,  e  cioè  V  embrione  con 
r  essere  xià  formato  ovvero  la  età  infantile  con  V  ul- 
tima; e  pirimente  sono  più  differenze  che  varietà  la 
memoria,  .a  volontà,  il  senso,  V  istinto.  E  quelle  dif- 
ferenze son*  poste  insieme  dalla  natura  ed  unificate  in 
certo  subbieìto  mediante  una  sintesi  laboriosa  e  lentis- 
sima a  cui  il  finito  perviene  valicando  per  innume- 
revoli compostóoni  e  preparazioni. 

96.  —  Il  paitecipare  poi  del  diverso,  benché  sia 
fattibile  ed  anz  la  natura  lo  venga  effettuando  in 
ogni  momento,  adi  continuo  questo  limite  che  nel  ge- 
nerale r  una  mesthianza  impedisce  V  altra,  e  se  av- 
viene questa,  quela  non  può  avvenire.  Lo  zolfo  me- 
schiato  al  mercurio  compone  il  cinabro  ;  ma  se  vuole 
insieme  partecipare  iel  ferro  non  può,  e  conviengli 
per  ciò  abbandonare  i  mercurio. 

97.  —  La  insufficienia  del  finito  produce  ancora 
che  la  partecipazione  d»l  diverso  piuttosto  fa  luogo 
ad  un  terzo  essere  differente,  di  quello  che  ad  aumen- 
tazione di  proprietà  e  di  ittribuzioni  ;  come  si  scorge 
nei  sali,  ovvero  negli  ossidi  metallici,  in  cui  l'ossigeno 


280  LIBUO  TEKZO. 

sembra  perdere  ogni  sua  proprietà,  eie  basi  alcaline  e  i 
metalli  gran  parte  delle  loro.  Laonde  la  mentalità  su- 
prema per  giungere  al  vero  incremento  dell'  essere  e  ad 
un  mescolamento  tale  del  diverso  che  T  unità  vi  stia 
dentro  sostanzialmente,  apparecchia  e  addirizza  tutte  le 
cose  alle  sintesi  terminative,  e  vale  a  dire  ai  subbietti 
sostanziali  che  chiamerei  moltiformi,  e  a  quelle  compo- 
sizioni in  cui  qualche  ente  superiore  subordina  gP  infe- 
riori siccome  accade  per  entro  ai  composti  organx^i. 

98.  —  Ma  di  ciò  altrove.  Qui  basti  il  considerare 
che  due  sono  nel  nostro  proposito  gì'  intendimenti  «iella 
natura  ;  1'  uno  risguarda  al  possibile  l' altro  allj  fina- 
lità. Rispetto  al  primo,  la  natura  adempie  l' iitendi- 
mento  suo,  sempre  che  attua  l' indefinito  del  vaho  del 
diverso  e  del  misto,  ancora  che  il  misto  non  duri  e  le 
combinazioni  si  avvicendino  senza  incremei>io  vero  e 
ordinato  dell'  essere,  in  che  consiste  la  sintesi. 

Afoeismo  in. 

99.  —  Con  tali  considerazioni  sul  nodo  assai  dif- 
ferente che  può  adoperare  il  finito  nelb  spiegare  l'in- 
definito trapasseremo  a  conoscere  pa*titamente  l'ap- 
plicazione di  tutto  ciò  nei  tre  mond'  da  noi  distinti, 
e  cioè  l'etereo,  il  chimico  ed  il  meccanico.  E  facendoci 
dal  primo,  che  è  1'  etereo,  diciamo  cae  preconosciuti  gli 
uflScj  suoi  i  quali  anno  indole  generale  ed  inalterabile 
e  ricordandoci  di  quanto  ne  fu  deinito  più  sopra,  debbe 
comparire  in  lui  molto  spiccata  se  non  1'  unità  di  sub- 
bietto,  certo  l'unità  di  forma. Quindi  non  il  diverso 
propriamente  ma  il  vario  vi  iee  dimorare  con  isfar- 
zosa  moltiplicazione,  tanto  ^he  si  accosti  a  quel  di- 
vei*so  neir  uno  di  cui  teste  abbiamo  discorso.  Della 
qual  cosa  fanno  fede  paiócchie  scienze.  Di  fatto,  la 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    281 

Ince,  il  calore,  T  elettricismo  ed  il  magnetismo  sono 
argomento  di  studio  e  sapere  tanto  diversificato  e  va- 
sto che  niuna  intelligenza  umana  l'abbraccia  mai  tutto, 
e  r  insegnamento  n'  è  già  spartito  fra  parecchie  cat- 
tedre nelle  università  più  insigni  d' Europa. 


Aforismo  IV. 

100.  —  Della  varietà  poi  del  mondo  chimico  testi- 
moniano similmente  tre  amplissime  scienze  la  geolo- 
gia, la  mineralogia  e  la  chimica  propriamente  deno- 
minata. E  qui  debbe  aver  luogo  non  pure  il  vario, 
ma  eziandio  il  diverso  sebbene  non  assoluto.  Imperoc- 
ché la  natura  nel  mondo  chimico  move  un  passo  di 
più  verso  il  fine  ;  e  però  alla  partecipazione  del  simile 
o  vogliam  dire  alla  comunanza  della  materia  quivi  si 
aggiunge  la  partecipazione  del  diverso,  che  è  pure  la 
difi'erenza  spiccata  e  profonda  delle  specie  nel  genere  ; 
oltre  alle  combinazioni  di  tutto  questo  col  mondo  ete- 
reo. E  si  noti  da  ultimo  che  nei  cristalli  regolari  i 
quali  appariscono  in  ogni  corpo  e  nelle  parti  e  membra 
de'  gran  contenenti  ossia  delle  masse  maggiori  per  lo 
spazio  disseminate  è  da  riconoscere  un  primo  tenta- 
mento  e  un  inizio  primo  di  forma  individuale. 

A. 

101.  —  Dicemmo  in  sul  cominciare  chela  congiun- 
zione del  simile  è  l'atto  e  il  modo  più  semplice  onde 
il  finito  allarga  i  suoi  limiti  e  sforza  la  sua  insuffi- 
cienza. In  tale  congiunzione,  pertanto,  deesi  ripetere 
il  fatto  più  universale  e  comune  del  mondo  creato;  e 
però  nel  seno  della  materia  il  fenomeno  più  frequente 
debb'  essere  l' accostarsi  delle  molecole  per  costruire  i 


282  LIBRO  TERZO. 

corpi  e  quindi  l' accostarsi  di  questi  per  costruire  le 
masse.  Né  qui  può  fermarsi  la  cosa;  ma  la  stessa  ne- 
cessità e  la  stessa  legge  verrà  a  mover  le  masse  per 
entro  lo  spazio  ed  avviare  V  una  all'  incontro  del- 
l' altra. 

102.  —  Ora,  in  questo  medesimo  fatto  dell'  attra- 
zione universale  tanto  semplice  e  tanto  comune  e  te- 
nuto, comesi  disse,  ne' giusti  confini  dalla  virtù  espan- 
siva dell'etere,  la  natura  introdusse  un'altra  sorta  di 
varietà  inesauribile.  Gonciossiachè,  lasciando  stare  i 
fenomeni  dell' afi&nità  da  un  canto  e  dell'adesione  da 
un  altro  che  sono  i  due  estremi  del  meno  e  del  più 
nel  congiungersi  delle  molecole,  pure  nei  corpi  simi- 
lari v'  è  tante  sorte  di  coesione  fra  le  molecole,  quante 
forse  le  specie  stesse  dei  corpi.  Di  quindi  l' uno  si  mo- 
stra tenace,  l'altro  friabile,  un  terzo  duttile,  un  quarto 
rigido  e  così  prosegui  ;  e  ciascuno  à  eziandio  una  propria 
guisa  di  rompersi  non  che  un  peso  proprio  specifico. 

Aforismo  V. 

103.  —  Ma  nelle  masse  maggiori,  o  vogliam  dire  nei 
Soli  e  ne'  loro  sistemi,  proseguirà  la  natura  a  profon- 
dere il  diverso  ed  il  vario?  Certo  che  sì,  non  potendo 
errare  il  principio,  il  qual  vuole  che  sempre  e  in  qua- 
lunque ragione  di  enti  apparisca  attuato  l'indefinito  del 
possibile.  Salvo  che  cotesti  sistemi  solari  sono  da  ultimo 
serbatoj  smisurati  e  massimi  contenenti  del  mondo 
chimico.  Il  perchè,  diversificandosi  questo  da  sistema 
a  sistema  vengono  le  masse  medesime  a  diversificare. 

104.  —  Sopra  la  qual  cosa  noi  ripetiamo  che  quan- 
tunque né  l'ingegno  né  la  fantasia  né  altra  mai  fa- 
coltà umana  coglier  possa  in  veruna  maniera  le  novità 
originali  di  qualsia  specie  e  quindi  riesca  impossibile  af- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   283 

fatto  di  figurare  e  definire  la  tempra  e  le  condiziopi  pe- 
culiarissime  del  mondo  chimico  negli  altri  sistemi  solari, 
tuttavolta  andiamo  persuasi  che  quivi  sfoggia  il  diverso 
ed  il  vario  in  modo  tanto  abbondevole  quanto  incono- 
scibile a  noi.  Del  che  ci  giunge  pure  qualche  indizio 
mediante  l' esperienza.  Conciossiachè  il  colore,  la  qua- 
lità e  r  intensità  della  luce  nei  corpi  celesti,  certo  lord 
appannamento  ed  annebbiamento,  la  fosforescenza,  le 
macchine,  la  scintillazione  ed  altre  contingenze  ci 
appaiono  spesse  volte  diversi  da  pianeta  a  pianeta,  da 
stella  a  stella  e  da  costellazione  a  costellazione. 

105.  —  Senza  che,  l' aspetto  e  figurazione  di  queste 
ultime,  la  rarità  e  spessezza  di  loro  materia  e  la  po- 
sizione e  il  moto  di  loro  parti  similmente  diverso  da  una 
ad  altra  acervazione  di  stelle  non  può  non  rispondere  a 
diflferenze  integrali  nella  natura  de'  loro  elementi  ;  con- 
siderato che  in  nessuna  di  quelle  parvenze  è  carattere 
accidentale.  E  tutto  ciò  in  sino  al  termine  estremo 
dove  dura  comunanza  di  corporeità  e  di  moto. 

106.  —  Di  là  da  quel  segno  principia  una  diversità 
ili  mondi  per  noi  assoluta  ed  infigurabile,  e  dei  quali 
sappiamo  sol  questo  che  del  sicuro  sussistono  ;  perchè 
l'infinito  della  possibilità,  certo,  non  rimane  esausto 
nelle  due  sfere  a  noi  note  della  materia  e  dello  spi- 
rito ;  o  parlandosi  più  preciso,  nelle  due  sfere  di  feno- 
meni sotto  cui  ci  si  rivelano  i  due  principj,  il  mate- 
riale vo'dire  e  lo  spirituale.  Né  tutte  le  forze  della  ma- 
teria probabilmente  ci  sono  ancor  note  come  non  tutto 
lo  spiegamento  essenziale  delle  facoltà  dello  spirito. 

A. 

107.  —  Notiamo  per  incidente  che  facendo  noi  pro- 
fessione in  questo  volume  di  dedurre  da  pochi  e  certi 


284  LIBRO  TERZO. 

principj  quanta  maggior  notizia  si  può  dell'  ordine 
della  natura,  è  assai  rincrescevole  ad  ogni  tratto  il 
venir  dichiarando  la  molta  ignoranza  che  sosteniamo 
sulla  più  parte  di  questa  gran  fabbrica  dell'  universo  ; 
e  conoscere  poi  di  giunta  che  nel  difetto  della  scienza 
argomentativa  non  ci  soccorre  nemraanco  la  scienza 
sperimentale  ed  empirica.  Ciò  non  ostante,  noi  ci  ter- 
remo fermi  al  proposito  che  le  dimostrazioni  non  sieno 
scambiate  mai  con  le  congetture  e  queste  medesime 
non  trasvadano  tanto  da  divenire 

«  Sogni  d' infermo  e  fole  da  romanzo.  » 

108.  —  Di  cotal  tedio  ed  impaccio  vanno  esenti  gli 
Hegeliani,  i  quali  negano  intrepidamente  tuttociò  di  cui 
non  possiedono  la  nozione.  Così  negano,  per  via  d'esem- 
pio, che  vi  sieno  sistemi  solari  somiglievoli  ad  una  e 
diversi  dal  nostro;  e  già  notammo  altrove  che  il  mae- 
stro loro  pensatamente  e  iteratamente  chiamò  il  cielo 
stellato  qualcosa  di  comparabile  ad  una  specie  d'espul- 
sione cutanea.  Vero  è  che  in  tale  espulsione  l'Herchel, 
l' Olbers,  il  Bessel  ed  altri  valentuomini  ravvisarono 
qua  un  mondo  incipiente,  là  un  mondo,  assai  progre- 
dito, pili  discosto  un  altro  che  scindesi  in  due,  e  più 
discosto  ancora  oceani  immensi  di  materia  cosmica, 
onde  usciranno  a  poco  per  volta  novelle  costellazioni. 
Sì  vero  che  in  nessun  luogo  è  intera  immobilità  ed 
anzi  ogni  parte  di  quella  espulsione  si  move;  e  pro- 
babilmente ogni  moto  à  il  suo  centro,  come  del  sicuro 
à  la  sua  legge  determinata  e  indeclinabile  ;  senza  par- 
lare di  que'  gruppi  di  stelle  che  girano  1'  una  intorno 
dell'  altra  con  periodo  certo  quanto  diverso  di  tempo 
e  misura. 

109.  —  Simigliantemente,  non  è  da  cercare  per  gli 
Hegeliani  quel  che  significa  la  via  lattea,  le  nuvole  ma- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'  UNIVERSO.   285 

gellanìche  ed  altri  membri  smisurati  della  sfera  side- 
rale. E  qui  un  maligno  potrebbe  riflettere  che  in  quella 
sorta,  come  dire,  di  scabbia  celeste  il  solo  caso  dee  sbiz- 
zarrirsi e  tener  dominio. 

110.  —  Forse  io  fran tendo  non  poco  i  pensamenti 
degli  Hegeliani.  Ma  sembrami  che  in  cambio  di  spa- 
rarle sì  grosse  tornava  lor  meglio  di  dichiarare  che 
l'Assoluto  nemmanco  nel  cervello  di  Hegel  è  molto 
progredito  nella  coscienza  di  sé  medesimo  e  nel  rav- 
visarsi una  cosa  stessa  con  la  natura;  e  che  quindi 
col  tempo  conoscerà  e  spiegherà  per  bene  tutte  le 
opere  gigantesche  e  bellissime  che  à  lavorate  colassù 
senza  addarsene  troppo  e  quasi  giocando  a  capanni- 
scondere.  Per  nn  Assoluto  che  è  identicamente  nel 
tempo  e  nella  eternità,  nella  idea  e  nella  materia,  e 
non  à  mai  cominciato  e  pur  tuttavia  diventa  e  diven- 
terà sempre,  ei  si  può  indifferentemente  affermare  che 
sa  ogni  cosa  ovvero  che  non  sa  nulla  o  pochissimo. 
Del  resto,  non  è  ufficio  nostro  di  aggiustare  le  lor 
partite  e  sa  piii  un  pazzo  in  casa  propria  che  un  savio 
in  casa  d' altri.  Ma,  per  mio  avviso,  quella  corona  che 
portano  della  scienza  assoluta  è  un  triste  e  gravoso 
carico;  e  credo  che  sentano  anch'essi  quanto  pesa  la 
sovranità,  massime  in  questi  nostri  tempi.  Cartesio 
ancora  ebbe  a  dire  che  non  v'  è  fatto  nell'  universo  a 
cui  non  trovisi  spiegazione  pronta  ed  agevole  nei  prin- 
cipj  del  suo  sistema.  Ahi  parole  imprudenti!  Venne  di 
li  a  poco  il  Newton  e  fece  piazza  polita  di  que'prin- 
cipj  e  di  quel  sistema. 

Aforismo  vi. 

111. — Ora,  tornando  al  soggetto, chiediamo  di  nuovo: 
come  avverrà  il  misto,  e  cioè  la  partecipazione  del  di- 


286  LIBRO  TERZO. 

verso  nelle  masse  maggiori  considerate  nel  lor  tutto 
insieme  e  V  una  a  rispetto  dell'  altra?  potranno  i  si- 
stemi solari  summentovati  fare  scambio  in  fra  loro  di 
qualità  e  di  attribuzioni,  quando  anche  non  ne  risulti 
incremento  di  essere  per  ciascheduno?  Per  nostro  av- 
viso, tal  presupposto  non  pure  non  è  escluso  da  veruno 
principio  ma  confermato  in  quella  vece  da  ciò  che  fu 
dichiarato  teste  circa  l'indefinita  varietà  e  diflferenza 
che  la  natura  desidera  e  vuole  in  tutte  le  cose. 

112.  —  Stimasi,  dunque,  da  noi  che  i  sistemi  solari 
girano  V  uno  intorno  dell'  altro  con  tal  legge  di  moto 
e  con  tale  vicenda,  che  ognuno  o  la  maggior  parte 
visiti  gli  altri  di  mano  in  mano  e  mutuamente  sia 
visitato,  con  iscambio  successivo  dell'  influsso  proprio 
e  dell'  altrui.  Quindi  si  può  immaginare  che  quello 
che  accadde  fra  gli  astri  di  una  intera  costellazione  o 
di  parecchie  insieme  connesse  avvenga  poi  fra  le  altre 
non  unite  ne  connesse;  e  il  risultamento  sia  che  cia- 
scheduno sistema  solare  abbia  trascorsa  tutta  la  serie 
del  suo  agire  e  del  suo  patire  e  soggiaciuto  al  novero 
intero  delle  mutazioni  convenevoli  all'  essenza  sua 
speciale  e  immutabile. 

113.  —  Né  solo  si  dee  pensare  che  fra  gli  astri  e 
le  costellazioni  diverse  accada  un  avvicendamento  e 
uno  scambio  d' influssi  e  d' ingerimenti,  ma  che  da  ciò 
deriri  l' attuazione  di  molte  potenze  a  cui  bisognava 
un  impulso  esteriore,  come  vediamo  succedere  conti- 
nuamente nel  mondo  chimico  e  nello  spirito  nostro 
medesimo.  Imperocché,  essendo  legge  del  finito  che  le 
facoltà  non  valgono  a  suscitare  sé  stesse  e  condursi 
all'  atto  per  sola  propria  energia,  così  é  lecito  di  opi- 
nare che  in  qualunque  parte  della  natura  sieno  forze 
latenti  non  ancor  trapassate  all'  atto  per  mancanza 
d' impulso  esteriore  conveniente  e  proporzionato.  S  ul 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   287 

qual   proposito  tornerà  necessariamente  il  nostro  di- 
scorso avanti  la  fine  di  questo  libro. 

AroRisMo  Vn. 

114.  —  Ma  tra  le  combinazioni  del  mondo  stellare 
e  quelle  del  mondo  chimico  interviene  la  differenza  che 
le  seconde  si  compiono  per  incorporamento,  laddove 
le  prime  il  più  delle  volte  si  debbono  compiere  per 
accostamento  ed  influsso.  Nel  vero,  nelle  grandi  masse 
prevale  il  principio  della  stabilità  e  della  resistenza, 
e  perciò  prevale  la  coesione.  Di  quindi  nasce  che  il 
mondo  più  sottile  e  più  mobile,  e  in  cui  la  natura  può 
giungere  con  agevolezza  maggiore  alle  sintesi  termi- 
native dimora  alla  superficie  di  quelle,  dov'  è  minor 
compattezza  e  pressione.  Per  ciò  nel  generale  non  deb- 
bono gli  astri  di  già  formati  incorporarsi  l'uno  nell'altro, 
perdendo  qualche  porzione  di  superficie  e  rompendo  a 
mezzo  il  lavoro  intrapreso  del  mondo  chimico. 

Aforismo  Vili. 

115.  —  Del  pari,  se  noi  ricordiamo  quello  che  fu 
fermato  nel  Libro  secondo  intorno  alle  necessità  del 
moto  e  dell'attrazione  e  nel  primo  intorno  alla  impe- 
netrabilità e  all'agire  e  reagire  dei  corpi,  noi  ci  per- 
suaderemo che  gli  astri  di  già  formati  e  assodati  cor- 
rendo l'uno  verso  dell'altro  con  impeto  inimmaginabile 
invece  d'incorporarsi  ed  unificarsi  frangerebbero  nel 
cozzo  tremendo  le  loro  compagini  e  de' loro  frantumi 
infecondi  saria  piena  senza  frutto  una  immensa  di- 
stesa di  spazio. 

116.  —  D'altro  canto,  ei  si  vedrà  di  qui  a  poco  che 
nella  forza  passiva  dell'  attrazione  dimora  certa  virtù 


288  LIBRO  TERZO. 

occasionale  di  altra  specie  di  moto  diverso  ed  attivo. 
Tutto  il  che  combinato  con  arte  divina  genera  per  ogni 
dove  e  mantiene  V  equilibrio  degli  astri,  e  intendiamo 
dire  che  tutti  per  una  serie  coordinata  di  movimenti 
ora  dittici  ed  ora  iperbolici  possono  bene  visitarsi  ma 
non  entrar  l'uno  nell'altro  ovvero  infrangersi  come 
vetri  e  andare  in  minuzzoli. 

Afobismo  IX. 

117.  —  Salvo  che  le  combinazioni  del  mondo  chi- 
mico debbono  riuscire  estremamente  fine  e  gracili  a 
petto  a  quelle  dei  sistemi  solari.  Né  possono  da  Sole 
a  Sole  0  da  costellazione  a  costellazione  mutare  gl'in- 
flussi senza  che  non  se  ne  alteri  profondamente  e  non 
se  ne  perturbi  e  sconvolga  tutto  l'ordine  del  mondo 
chimico  respettivo. 

118.  —  Ma  bene  la  natura  provvede  a  ciò  con  due 
suoi  metodi  mirabilissimi.  E  l'uno  è  di  produrre  tra 
i  corpi  celesti  la  novità  degl'influssi  con  minimi  gradi 
e  impiegandovi  parecchi  bilioni  d'  anni,  tanto  che  la 
mutazione  non  può  arrecare  rivolture  violente  e  con- 
quassi. 

L'altro  met9do  della  natura  si  è  di  aspettare  den- 
tro a  ciascuno  membro  d'  un  sistema  solare  che  un 
certo 'ordine  del  mondo  chimico  sia  trapassato  di 
mano  in  mano  per  tutti  li  suoi  svolgimenti  ;  per  guisa 
che  la  mutazione  ed  innovazione,  tuttoché  repentina, 
riesca  opportuna  e  fruttifera.  Né  manca  la  divina 
mentalità  di  dedurre,  secondo  i  casi  e  gl'intendimenti 
dall'uno  e  dall'altro  metodo,  ora  la  semplice  diffe- 
renza che  aggiunta  alle  altre  cresce  l' attuazione  del 
possibile;  ora  la  differenza  che  a  rispetto  delle  ante- 
riori segna  un  progresso  e  vale  a  dire  qualcosa  che 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    289 

cagiona  un  durabile  incremento  di  essere  o  per  lo 
manco  un  preparamento  inverso  di  esso. 


A. 

119.  —  Di  queste  due  arti  della  natura  abbiamo 
testimoni  evidenti  le  mutazioni  sopravvenute  nel  nostro 
globo,  delle  quali  alcune  si  compiettero  quasi  in  un 
subito  ed  altre  con  processo  lentissimo.  Sebbene  nel 
giudicarle  sia  molto  diverso  il  criterio  usato  dagli 
scrittori;  e  tu  odi,  per  via  d'esempio,  il  Cuvier  che 
parla  di  cataclismi  molti  e  veementissimi;  invece  il 
Lyell  vorrebbe  quasi  negarli  e  procaccia  con  grande 
ingegno  di  accumular  le  prove  onde  si  mostri  l'ope- 
rare tardissimo  della  natura  ma  sempre  d' un  minimo 
grado  diverso  da  se  medesimo,  tanto  che  nella  fuga 
delle  miliaia  di  secoli  gli  effetti  assommati  riescano  al- 
l'ultimo ad  una  profonda  trasformazione.  Del  resto,  par- 
landosi della  natura  la  rapidità  ed  anche  la  subitaneità 
delle  mutazioni  non  è  quella  certo  che  immaginiamo  noi 
con  le  tenui  misure  di  minuti  e  d'istanti  solo  propor- 
zionale al  nostro  durare  brevissimo  e  al  nostro  mu- 
tare incessante  e  visibile.  Ad  ogni  modo,  saranno 
esempio  della  subitezza  dei  cambiamenti  l'eruzioni 
vulcaniche,  le  quali  arrecarono  mine  tanto  maggiori 
quanto  i  vulcani  spesseggiavano  oltre  misura  nel  mondo 
antico. 

120.  —  Puossi  anche  dire  che  la  vita  degli  animali 
più  nobili  è  così  delicata  e  ricerca  una  convenienza 
e  proporzione  cosi  minuta  ed  esatta  con  la  natura 
ambiente,  da  non  resistere  ad  alcun  cambiamento  che 

IIahuhi.  —  II.  19 


290  LIBRO  TERZO. 

sopravvenga  in  un  sistema  solare,  quando  anche  si 
operasse  a  gradi  lentissimi  e  impercettibili.  Il  perchè 
noi  siamo  di  credere  che  quando  questo  nostro  Sole 
verrà  tanto  prossimo  alla  costellazione  di  Ercole,  verso 
cui  procede,  da  sentirne  alcuna  sorta  d'influsso,  la  no- 
stra specie  dovrà  perire.  Conciossiachè  noi  non  la  re- 
putiamo atta  a  trasformarsi  organicamente.  Ma  di  ciò 
nel  quarto  Libro. 

c. 

121.  —  Uscendo  anche  dal  sistema  nostro  solare 
che  a  petto  al  firmamento  vale  un  granel  di  sabbia, 
il  telescopio  ci  diede  avviso  di  qualche  subita  rivolu- 
zione accaduta  in  altri  corpi  celesti,  e  sono  quelle  stelle 
segnatamente  che  od  apparirono  improvviso  o  per  lo 
contrario  cessarono  a  un  tratto  di  splendere  e  di  scin- 
tillare. Altre  ve  n'  à  che  dopo  essere  rimaste  oscurate 
alcun  tempo  s' illuminarono  di  nuovo.  Altre  infine  mu- 
tano di  colore  a  certi  periodi.  In  ciascuno  di  simili 
casi  certo  alla  superficie  di  quegli  astri  sono  avve- 
nuti e  avverranno  cambiamenti  profondi  e  rapidi  e 
quali  abbiamo  usanza  di  domandare  cataclismi.  Con- 
ciossiachè, quando  una  mutazione  si  stende  su  tutta 
la  faccia  d'  un  astro  non  minore  del  nostro  Sole,  non 
può  avere  per  lo  certo  carattere  accidentale  ed  ineflS- 
cace  e  non  accompagnarsi  con  mille  cambiamenti  par- 
ticolari ed  intrinseci  in  tutte  le  materie  dove  penetra 
r  atto  di  quella  cagione  sostanziale  e  generica  onde  la 
mutazione  prima  è  provenuta. 

Afobismo  X. 

122.  —  Ma  per  compiere  questi  nostri  aforismi  in- 
torno alla  diversità  e  alla  novità  che  dee  comparire  ne- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'  UNIVERSO.    291 

gli  astri  mediante  la  vicenda  e  permutazione  scambievole 
dei  loro  influssi,  a  noi  giova  di  ricordare  che  ciò  debbe 
sempre  avvenire  secondo  tutti  i  principj  e  le  arti  della 
natura  di  già  descritte.  Quindi,  sebbene  nessuna  fissa 
nel  firmamento  sia  tale  davvero  e  che  quando  il  durare 
dei  secoli  potesse  contrarsi  e  stringersi  nelP  intervallo 
di  pochi  secondi  noi  le  vedremmo  cambiare  tutto  V  or- 
dine e  la  configurazione  della  presente  sfera  siderea, 
nullameno  egli  è  certo  che  qualcosa  pure  fra  esse  dee 
sustanziare  il  principio  della  saldezza  della  resistenza 
e  della  immobilità  relativa,  come  altra  parte  delle 
medesime  debbe  esprimere  il  principio  contrario  della 
mobilità  e  della  incostanza. 

Aforismo  XI. 

123.  —  È  da  far  luogo  eziandio  a  quest'  altra  con- 
siderazione intomo  al  proposito,  e  vale  a  dire  che  po- 
sto ancora  che  i  cambiamenti  de'  massimi  corpi  stel- 
lari mirassero  soltanto  ad  esaurire  Y  indefinito  del 
possibile,  tuttavolta  fu  già  pronunziato  che  la  divina 
mentalità  non  concede  a  verun  possibile  di  essere  alieno 
compiutamente  dalla  cooperazione  remota  o  prossima 
diretta  o  indiretta  ai  fini  superiori  ed  universali  della 
creazione. 

124.  —  Ma  considerandosi  poi  che  i  sistemi  solari 
ed  i  loro  aggregamenti  sono  sostegno  e  principio  per 
ogni  dove  delle  sintesi  terminative  non  meno  che  sieno 
le  sostruzioni  e  i  muri  maestri  ai  grandi  palagi,  egli 
si  fa  manifesto  che  quelli  debbono  tenere  concordanza 
sti^tta  col  mondo  chimico  respettivo  e  con  tutto  ciò  che 
da  tal  mondo  debbe  originarsi  appresso. 


292  LIBRO  TERZO. 


Afobismo  Xn. 

125.  —  Per  ciò  medesimo  a  noi  sembra  evidente  che 
i  sistemi  solari  le  costellazioni  e  gli  aggregamenti  di 
qaeste  essendo  costituiti  e  congegnati  per  maniera  cho 
mediante  la  coordinazione  de'  lor  movimenti  e  il  vi- 
sitarsi mutuamente  e  lo  scambiarsi  gF  influssi  venga 
coù  in  ciascuna  parte  come  nel  tutto  spiegata  la  infi- 
nitudine  dei  possibili  per  entro  i  termini  della  capacità 
delle  parti  e  del  tutto,  certo  la  natura  vi  à  adoperato 
non  solo  la  congiunzione  dei  simili  e  la  partecipazione 
dei  diversi,  ma  queir  altro  modo  di  aggrandire  i  li- 
miti e  r  efficacia  dei  finiti  che  noi  domandammo  l' or- 
dine e  la  cospirazione  dei  mezzi  e  il  quale  consiste  a 
fare  operare  un  effetto  comune  da  certa  catena  di 
cause  insufficienti  ciascuna  per  sé,  ma  bastevoli  al  con- 
seguimento del  fine  in  virtii  di  connessione  e  cospira- 
zione. Ed  è  ciò  in  sostanza  che  ottengono  tutte  le 
macchine  a  cominciare  dalle  più  semplici  insino  alle 
più  implicate  e  maraviglìose. 

126.  —  L'intero  mondo  meccanico,  adunque,  consi- 
derato ne'  suoi  gran  contenenti  e  nelle  relazioni  e  coor- 
dinazioni in  fra  essi,  vuol  essere  riconosciuto  quale  un 
macchinismo  portentoso  ed  inconsumabile,  mentre  le 
macchine  umane  sono  temporanee  tutte  e  recano  in  se 
medesime  il  principio  loro  dissolutivo,  non  sapendosi 
rinvenire  la  guisa  di  perpetuarne  il  moto;  appunto  per- 
chè da  per  tutto  è  moto  e  gli  elementi  di  resistenza 
mutano  essi  medesimi  a  poco  per  volta. 

127.  —  Ma  nella  natura  la  perpetuazione  del  moto 
che  non  può  essere  assolutamente  in  nessuna  parte  è 
serbata  nel  tutto  con  questo  artificio  che  all'  una  mac- 
china disfatta  subentra  l' altra  diversa  e  più  compren- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    293 

siva.  Rimanendo,  tuttavolta,  incerto  per  noi  se  cotesto 
macchinismo  universo  mantiensi  con  la  periodicità  e 
l'indefinita  replicazione  ovvero  con  rinnovazione  in- 
definita ed  interminabile.  Noi  tratteremo  di  ciò  am- 
piamente nell'  ultimo  Libro. 

A. 

128.  —  Sembra  non  vera,  o  per  lo  manco  avven- 
tata, r  affermazione  nostra  che  il  mondo  meccanico 
non  serbi  neppure  esso  in  ciascuno  suo  sistema  par- 
ziale la  perpetuazione  del  moto,  e  vale  a  dire  la  iden- 
tità e  inalterabilità  del  sistema  medesimo.  Per  fermo, 
gli  studj  profondi  degli  ultimi  gran  matematici  anno 
dimostrato  che  sebbene  nel  nostro  sistema  solare  sieno 
cagioni  pressoché  innumerabili  di  perturbamento  e 
d'  alterazione,  ogni  cosa  da  ultimo  trova  ^1  suo  com- 
))en80  ed  il  suo  equilibrio. 

129.  — Ma  oltre  che  vi  possono  essere  cagioni  len- 
tissime ed  occultissime  di  scompaginamento,  egli  basta 
di  sapere  che  il  Sole  si  move  col  suo  corteo  di  pianeti 
inverso  altri  centri  maggiori  perchè  attingasi  la  certezza 
che  interverranno  influenze  nuove  e  gagliarde  e  nuova 
energia  e  intensione  di  forze  attrattive  sufiicienti  se  non 
a  scomporre  certo  a  modificare  profondamente  il  sistema 
nostro  attuale.  E  quando  anco  volesse  credersi  rispetto 
al  mondo  meccanico  a  una  legge  universale  e  immu- 
tabile di  periodicità,  il  ricorso  delle  cose  non  mai  av- 
verrebbe innanzi  di  aver  quelle  incontrato  il  novero 
immenso  di  cambiamenti  di  cui  sono  capaci.  Perocché 
la  natura  (si  disse  più  volte)  non  consente  di  lasciarli 
nella  nuda  e  perpetua  virtualità. 


294  LIBRO  TERZO. 


Aforismo  Xin. 

130.  —  Ma  se  le  enormi  masse  stellari  costituiscono 
un  macchinismo  vero  e  fruttifero,  è  sempre  da  man- 
tenere che  tuttociò  è  diversissimo  dalla  organizza- 
zione strettamente  denominata,  la  quale,  sebbene  sia 
r  ultimo  termine  d'  una  artificiosa  coordinazione  e 
connessione  di  mezzi,  nullameno  à  carattere  tanto 
proprio  e  così  definito  che  in  ninna  maniera  si  dee 
confondere  col  macchinismo  e  con  qual  si  voglia  for- 
ma ed  operazione  del  mondo  meccanico.  Eppure  è 
frequente  V  abbattersi  in  trattati  di  cosmologia  i 
quali  proclamano  con  certa  enfasi  la  organizzazione 
dell'  universo.  E  qualora  affermassero  ciò  per  dilata- 
zione di  significato,  e  dir  volessero  che  l'^universo 
intero  compone  un  sistema  e  in  ciascun  suo  membro 
è  certa  coordinazione  e  cospirazione  di  mezzi,  a  noi  non 
toccherebbe  di  dissentire  avendo  espresso  propriamente 
e  in  parecchi  luoghi  il  concetto  medesimo.  E  nemmanco 
faremmo  contesa  quando  ristretto  il  lor  ragionare  al 
mondo  nostro  visibile  giudicassero  che  il  suo  tutto  insie- 
me in  quanto  risulta  di  astri  e  costellazioni  è  coordinato 
e  connesso  in  modo  da  produrre  più  e  meglio  di  ciò  che 
ciascuna  parte  e  ciascuna  aggregazione  di  parti  per  se 
non  potrebbe.  Ma  costoro  vogliono  a  dirittura  che  i  gruppi 
di  costellazioni  sieno  le  vere  membra  maggiori  d'un 
grande  corpo  animato  od  almeno  vivente;  ed  anzi 
r  Owen  e  il  Burdach  l' arcano  della  vita  spiegano  e 
disigillano  con  questo  altro  arcano  certo  non  inferiore 
e  non  meno  chiuso  della  universale  organizzazione. 
Laonde,  se  parlano  per  metafora  e  danno  questi  nomi 
di  organizzazione  e  di  vita  a  un  ordine  molto  impli- 
cato di  materia  e  di  movimento,  trascurano  la  proprietà 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'  UNIVERSO.   295 

e  la  seyerità  di  linguaggio  convenienti  a  filosofo,  e  se 
adoperano  i  detti  nomi  con  significazione  litterale,  af- 
fermo da  capo  che  non  s'  appongono  alla  verità. 

Aforismo  XIV. 

ISl.  —  Sopra  il  che  non  mi  bisogna  di  anticipare 
il  corso  della  nostra  teorica  e  produrre  in  mezzo  il 
valor  vero  ed  esatto  che  debbesi  assegnare  ai  vocaboli 
vita  ei  organizzazione  quasi  sempre  mal  definiti.  M'ab- 
bondaQO  le  ragioni  per  dimostrare  che  nel  mondo  mec- 
canico in  quanto  esso  è  tale  e  distinguesi  onninamente 
dal  mcndo  chimico  non  è  vita  e  non  è  organizzazione, 
pigliando  le  due  voci  fuor  d' ogni  senso  traslato  e  nel- 
l'accezime  comune,  poco  o  molto  determinata  che  sia. 

132.— L'  organizzazione  e  la  vita  da  lei  proveniente 
sono  le  nassime  sintesi  della  natura  sopra  la  teiTa; 
conciossiichè  in  esse  apparisce  T  attuazione  perenne 
ed  univa^ale  del  fine  dell'ordine  fisico.  Però  vi  con- 
corrono 41  sicuro  i  tre  mondi  insieme  descritti  da  noi 
per  quanb  vi  concorre  ogni  ragione  di  materia  e  di 
corpo,  e  smza  qui  risolvere  se  la  materia  ed  i  corpi 
bastino  sì  o  no  all'  adempimento  reale  del  fine.  Ma  le 
sintesi  dellv  natura  essendo  i  composti  più  elaborati  e 
difficili,  donandano  la  massima  varietà,  frequenza  ed 
agevolezza  li  moto  e  il  massimo  intreccio  delle  so- 
stanze e  delfc  mistioni  loro.  Per  lo  contrario  predomina 
nelle  grandi  masse  la  stabilità,  la  uniformità  e  la 
coesione  comjatta.  Onde  nella  serie  dei  mezzi  e  degli 
apparecchi  il  nondo  meccanico  rimane  inferiore  e  ogni 
altra  serie  lo  presuppone. 

133.  —  Oltrchè,  se  vogliono  que'  metafisici  al  com- 
plesso delle  cosellazioni  dare  un'  anima  intelligente  e 
per  lo  manco  smsibile,  noi  già  negammo  più  sopra  il 


296  LIBRO  TERZO. 

senso  latente  o  spiegato  appartenere  comecchessia  agli 
atomF  della  materia  e  negammo  più  assai  risolata- 
mente  tra  le  cagioni  seconde  qualunque  principio  reale 
ed  uniyersale  dotato  di  attività  e  costituente  una  effi- 
cienza altresì  reale  ed  universale. 

134.  —  Rimane  che  si  convertano  gli  aggregamenti 
di  stelle  in  una  celeste  e  magnifica  vegetazione;  €  cosi 
dai  poeti  fu  domandata;  ne  io  li  biasimo;  perocclè  ad 
essi  appartiene  cercare  le  simiglianze  più  appariscenti 
e  gradevoli  e  per  via  di  tropi  arditi  e  signitìcatirì  im- 
primere negli  intelletti  volgari  la  cognizione  d  cose 
astratte.  Certo  le  costellazioni  fondamentano  ogn  altra 
sorta  di  mondi  e  la  vita  compare  o  sopra  essi  od  iitomo 
ad  essi.  Laonde  quelle  sono  sostegno,  difesa  e  rictftacolo 
della  vita  come  il  fiore  e  la  pianta  del  seme  e  del  frut- 
to; e  perchè  in  ogni  gruppo  diverso  di  stelle  inmagi- 
niamo  a  ragione  una  forma  diversa  di  ordine  e  «omposi- 
zione  mondiale  e  quindi  eziandio  d' organizzaione  e  di 
vita,  così  i  poeti  osano  assomigliarli  alle  specie  diverse  di 
piante  e  di  fiori.  £  che  più?  basta  alle  lor  faitasie  che 
un  cielo  stellato  in  notte  serena  e  limpida  rmda  qual- 
che sembianza  di  campi  e  pianure  dismisura^  quando 
in  primavera  sono  gremite  di  minutissime  erbe  e  di 
fiori.  Ai  poeti  s' appartiene  di  descrivere  leggadramente 
le  nude  apparenze,  ai  filosofi  di  spiegarle.  E  i  filosofi 
in  questo  caso  debbon  concludere  che  una  vegetazione 
generale  infruttifera,  quando  pure  fosse  pssibile,  non 
compete  alla  natura.  Quella  che  noi  scociamo  quag- 
giù sulla  terra  è  preparazione  e  sostentanento  dell'  or- 
ganismo animale. 

135. —  Ma  per  tagliar  netto  questo  nodo  e  chiu- 
dere r  adito  a  supposti  non  ragionevoli  strìngiamo  il 
discorso  dicendo:  0  parlasi  di  vegetazione  simile  od  ana- 
loga per  lo  manco  a  quella  che  conosdamo,  ovvero  di 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   297 

altra  di  costruzione  ignotissima  ed  infigurabile.  Se 
vuoi  la  prima,  io  la  n^o  ricisamente  salvo  che  tu  non 
ardissi  di  pai'agonare  le  roocie  di  granito  alle  cellule 
e  i  filoni  di  metallo  alle  fibre  legnose;  e  non  so  poi 
dove  rinverresti  le  analogie  per  le  radici  e  le  foglie 
per  la  nutrizione  e  la  secrezione,  per  le  semenze  e  lo 
sviluppo.  Ma  se  vuoi  per  lo  contrario  pensare  ad  una 
vegetazione  tanto  diversa  che  rimangasi  fuori  d' ogni 
nostra  esperienza  e  notizia,  io  ti  risponderò  in  genere 
che  non  v'  à  certo  e  vero  organismo  dove  non  v'  à  ge- 
rarchia nessuna  di  essere  e  cioè  non  si  distinguono  le 
sostanze  in  inferiori  ed  in  superiori  tanto  che  quelle 
servano  a  queste  e  tutte  insieme  compongano  una  tale 
complessione  di  corpo  da  prevalere  alle  forze  ambienti 
ed  esistere  con  leggi  proprie  e  individuali.  Ma  nulla 
di  ciò  non  si  trova  nel  mondo  meccanico,  dove  le  leggi 
e  le  forze  operano  anzi  con  estrema  conformità  e  co- 
munanza, prive  di  abito  ed  efiicacia  individuale  e  adu- 
nando e  sperdendo  i  loro  aggregati  per  impulso  este- 
riore e  senza  nulla  che  assomigli  a  sviluppo  intrin- 
seco e  a  qualche  virtù  unitiva  di  un  cotal  tutto  e 
separativa  da  ogni  rimanente. 

A. 

136. — Questo  attribuire  al  gran  complesso  dei  mon- 
di creati  una  organizzazione  ed  un'anima,  provenne  del 
sicuro  dal  concetto  esagerato  della  unità,  secondo  che 
ne  abbiamo  discorso  più  volte.  E  per  fermo,  il  tutto 
insieme  delle  cose  non  potendo  stare  senza  ordine  e 
connessione  compiuta  e  non  parendo  ragionevole  che 
dentro  all'  intero  risplenda  minore  unità  e  minor  per- 
fezione che  nelle  parti,  ei  si  dovette  pensare  che  la  gran 
fabbrica  dell'universo  da  ultimo  si  unificasse  in  uno 


298  LIBRO  TERZO. 

spirito  vivente  e  la  materia  e  i  corpi  e  le  forze  gli  si 
congiungessero  a  maniera  di  organi,  per  essere  in  effetto 
r  organizzazione  la  forma  più  eccellente  e  meglio  uni- 
tiva di  un  sistema  di  enti  finiti. 

137.  —  Ma  costoro  non  avvisarono  che  legando  un 
anima  al  gran  corpo  organato  dei  mondi  peccavano 
del  sicuro  nel  poco  o  nel  troppo. 

«  Che  non  è  cosa  da  pigliarsi  a  gabbo  > 

la  formazione  di  un'  anima  cosi  fatta,  e  bisogna  o  com- 
porne  una  specie  di  Dio  ovvero  un  ente  difettosissimo 
e  sproporzionato  da  ogni  parte  alla  sua  organizzazione 
ed  incoerente  in  ogni  condizione  del  proprio  essere.  Né 
Platone  la  intese  altramente,  se  pur  non  volle  nel  Timeo 
sotto  la  figura  di  un'anima  descrivere  la  mentalità  supre- 
ma, governatrice  eterna  e  immanente  della  creazione. 
Certo  è  che  la  chiamò  un  Dio  beato,  stante  per  la 
virtù  propria,  non  bisognoso  mai  d*  altri,  unico  solo 
solitario  e  il  quale  conosce  ed  ama  sé  stesso  con  suffè- 
cienza, 

Afobismo  XV. 

138.  —  Ma  lasciando  queste  opinioni  che  a  noi  com- 
pariscono strane,  ricordiamo  novamente  che  nel  finito 
nulla  cosa  può  cancellare  la  moltiplicità  che  gli  è  es- 
senziale; quindi  il  tutto  dell'universo,  come  altrove  si 
disse,  potrà  riuscire  concordante,  non  uno.  E  se  a  tutto 
lui  presiede  un  sol  fine,  i  mezzi  debbono  spiegare  la 
infinità  del  diverso.  Per  ciò  medesimo,  posto  anche  un 
legame  ed  una  cospirazione  in  tutte  le  parti  del  cielo 
stellato,  a  noi  debbono  sovvenire  quell'altre  regioni 
dell'  immenso  creato  dissimili  affatto  da  questo  mondo 
visibile  e  in  ciascuna  delle  quali  converrebbe  inserirò 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    291) 

un'  altra  anima  con  altri  organi,  quando  non  si  voglia 
concepire  uno  spirito  così  moltiforme  da  venir  servito 
da  membra  di  opposta  natura  e  le  quali  ciò  non  ostante 
facessero  uno  ;  e  a  che  poi  servirebbero  nessuno  è  capace 
d'immaginare:  perchè  gli  organi  sono  strumenti  da 
operare  in  certi  subbietti  per  adattarli  a  certi  fini. 
Ma  quello  animale  sterminatissimo  non  rinverrebbe 
subbietto  nessuno  fuori  di  sé;  e  mentre  non  si  vede 
com'  egli  potrebbe  mutare  e  perfezionarsi,  gli  animali 
suoi  parassiti  e  cutanei,  per  così  chiamarli,  progredireb- 
bero di  bene  in  meglio  senza  che  tu  intenda  quale  ma- 
niera di  vantaggio  e  di  godimento  gliene  proverrebbe. 

139.  —  Dio  solo  scorgendo  nei  mondi  creati  l' attua- 
zione d'ogni  possibile  e  i  portenti  dell'ordine,  e  vale 
a  dire  i  possibili  coniugati  secondo  le  lor  convenienze, 
gode  la  perfetta  armonia  del  tutto  non  ostante  la  mol- 
tiplicità  e  il  diverso  che  lo  spartisce  e  lo  rende  ignoto 
ed  alieno  da  sé  medesimo. 

Aforismo  XVI. 

140.  —  Qui  si  compiono  le  generalità  circa  i  me- 
todi della  natura  per  ciò  che  spetta  all'  ordinazione 
dei  mezzi.  Ne  rimane  esclusa  l'organizzazione;  perchè 
ò  interposta  tra  la  ragione  del  mezzo  e  la  ragione  del 
fine,  anzi  comincia  col  fine  stesso  certa  immedesima- 
zione e  cert^  unità. 

141. —  Procedemmo,  quanto  ci  fu  possibile,  col  fon- 
dare i  principj  e  dedurre  le  conseguenze  per  virtù  di 
raziocinio  e  serie  di  entimemi  accattando  dall'espe- 
rienza il  minimo  del  tema  proposto  ;  sebbene  ad  ogni 
tratto  e  senza  neppure  addarcene  abbiamo  guardato 
ai  fatti  e  preso  lume  e  indirizzo  da  loro. 

142.  —  E  certo,  quanto  più  la  trattazione  nostra 


300  LIBRO  TERZO. 

discenderà  alle  forme  speciali  della  natura,  di  tanto 
si  yedrà  costretta  a  consultar  l'esperienza;  e  darannosi 
piuttosto  cenni  di  deduzioni  che  vere  e  formali  teori- 
che. Sopra  il  che  faremo  qui  seguitare  un  nuovo  e  più 
intrinseco  esame  per  meglio  definire  le  forze  del  ra- 
gionamento a  priori  nella  scienza  del  Cosmo,  sospen- 
dendo per  al  presente  la  usata  sequela  degli, aforismi. 

143.  —  Né  paia  increscevole  ed  inopportuno  al  let- 
tore tale  sospensione.  Perocché  egli,  spero,  debb' essere 
avvezzo  oggimai  e  bene  disposto  all'  ordine  da  me  se- 
guitato, che  non  è  quello  soltanto  o  delle  materie  o 
del  raziocinio  ma  talvolta  ritrae  l' andamento  de'  miei 
pensieri  in  quel  modo  che  a(tcaddero  e  non  tacendo 
nessuno  dei  dubj  delle  emendazioni  e  dei  pentimenti, 
tra  mezzo  ai  quali  è  venuta  innanzi  quest'opera  no- 
stra. Cosi  il  presente  caso  porta  che  noi  raccontiamo 
al  lettore  come  entrati  a  meditare  suU'  essere  della 
natura  scegliemmo  di  calcare  una  via  mezzana  tra  la 
induzione  e  la  deduzione  molto  più  persuasi  a  ciò  dallo 
istinto  e  dal  senso  comune,  di  quello  che  per  avere 
discorso  tra  noi  lungamente  e  maturamente  circa  al 
metodo  appropriato  alle  dottrine  cosmologiche.  E  tut- 
toché non  abbiamo  avuto  cagione  di  ricrederci  in  guisa 
veruna  sulla  bontà  e  dirittura  del  cammino  in  cui 
entrammo  assai  risoluti,  nullameno  insorgendo  ad  ogni 
tratto  gravissimi  ostacoli  all' indovinamento  del  vero 
e  non  iscorgendo  talvolta  nessun  mezzo,  acconcio  da 
valicare  terre  e  deserti  pericolosi  e  intentati,  ci  ricor- 
dammo del  popolo  dei  cosmologi  e  pensammo  alla 
varietà  grandissima  dei  sentieri  da  essi  battuti.  Quindi 
volemmo  possedere  un  concetto  piii  limpido  e  una  co- 
scienza più  sicura  del  nostro  metodo,  e  imprendemmc* 
di  paragonarlo  con  quello  di  tutti  gli  altri. 

144.  —  Di  cotesto  esame  e  ragguaglio  noi  porgeremo 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.  301 

al  lettore  una  succosa  e  ordinata  sostanza;  ponendolo 
di  tal  guisa,  com'  è  nostra  consuetudine,  nella  succes- 
sione e  nella  vicenda  medesima  in  che  trapassava  la 
nostra  mente;  e  vedrà  egli  eziandio  confermata  lar- 
gamente questa  verità  che  non  si  possono  intendere 
quanto  bisogna  i  principj  d' un  metodo,  se  non  quando 
è  più  che  iniziata  la  cognizione  e  quasi  a  dire  il  ma- 
neggio d' una  materia  complessiva  ed  astrusa  di  con- 
templazione e  di  studio.  Questa  utilità  noi  promet- 
temmo al  lettore  delle  nostre  Confessioni  e  questa 
proseguiremo  a  recargli  secondo  occasione. 


CAPO  QUARTO. 

DELLE  VARIE  SORTE  DI  COSMOLOGIE 
APPARSE  INPINO  A*  DI  NOSTRI. 


I. 

145.  —  Tu  puoi  definire  le  molte  cosmologie  apparse 
infino  a'  dì  nostri  o  in  ordine  al  metodo  o  in  ordine 
ai  principj  capitali  e  informativi  della  materia  pro- 
posta. Sotto  il  primo  rispetto  alcune  sono  da  dirsi  em- 
piriche e  non  filosofiche  fra  le  quali  oggi  è  notabilissima 
quella  dell'  Humbolt.  Altre  sono  arbitrarie  ;  concios- 
sìachè  procedono  per  lunga  catena  di  supposti  né  ri- 
cavati dal  fatto,  né  attinti  alla  speculazione  e  con 
l^ame  interiore  non  rigoroso.  Sotto  il  rispetto  mede- 
simo alcune  sono  ontologiche  o  deduttive,  e  procacciano 
di  spiegar  la  natura  scientificamente  o  movendo  a 
priori  e  ritraendo  ogni  cosa  da  pochi  principj  asso- 


302  LIBRO  TERZO. 

luti  0  solo  accattando  dall'  esperienza  poche  generalità 
e  indovinando  il  rimanente. 

146.  —  Non  troviamo  esempj  né  antichi  né  moderni 
di  cosmologie  induttive,  ossia  di  trattati  della  natura 
ne'  quali  con  la  esposizione  dei  fatti  cammini  di  pari 
la  induzione  ordinata  e  connessa  delle  loro  leggi 
tanto  che  si  giunga  a  spiegarli  con  poche  astratte 
generalità  cosi  vere  e  certe  come  i  fenomeni  onde  sono 
desunte.  Scritture  sì  fatte  per  ciò  ch'io  conosco  non 
sono  ancora  venute  in  luce  per  la  ragione  troppo  fon- 
data che  la  impresa  eccede  le  possibilità  della  scienza. 
E  per  fermo,  dove  la  induzione  generale  divenisse  fat- 
tibile, goderebbero  i  fisici  di  tosto  mutarle  abito  e 
convertirla  in  deduzione  ponendovi  a  capo  un  certo 
numero  di  postulati  solo  conoscibili  per  via  di  senso 
e  di  sperimento;  e  poniamo  che  fossero  certe  forze 
primigenie  della  materia  e  certe  leggi  supreme  dell'  or- 
ganismo. 

147.  —  Quanto  ai  principj  informativi  della  intera 
trattazione  e  in  ordine  ai  quali  altre  sorte  e  maniere  di 
cosmologia  vogliono  essere  registrate,  noi  ne  terremo  ra- 
gionamento fra  breve.  Ora,  a  spianarci  la  via  e  molto 
più  a  raccorciarla,  ci  giovi  di  compiere  alcune  esclu- 
sioni legittime  e  facili.  Diciamo,  impertanto,  che  non 
importa  discorrere  delle  cosmologie  arbitrarie,  le  quali 
non  soddisfanno  punto  né  all'esperienza  né  al  raziocinio, 
sebbene  possono  farsi  ammirare  per  la  immaginazione 
e  per  la  inventiva  e  racchiudere  forse  germi  fecondi 
per  future  scoperte.  Entrano  in  questa  classe  tutte 
quasi  le  cosmologie  comparse  nel  decimo  sesto  secolo 
e  nel  principiare  del  decimosettimo.  V  entra  l' Agrippa 
con  la  sua  Occulta  Filosofia;  il  Telesio  col  suo  libro 
De  natura  juxta  propria  principia  ;  il  Patrizio  con  la 
sua  Nova  de  universis  Philosophia;  il  Vanini  co' suoi 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   303 

Ammirandi  arcani  della  natura.  Ne  crediamo  si  deb- 
bano eccettuare  le  cosmologie  mistiche  o  teosofiche  a 
cominciare  da  Paracelso  infino  a  Saint-Martin.  Ne'  co- 
storo libri  v'  à  certamente  parecchie  verità,  e  follia 
sarebbe  il  giudicarli  nuli'  altro  che  vuote  fantastiche- 
rie. Ma  come  non  s' accordano  con  la  notizia  positiva 
dei  fatti,  massime  dopo  la  innovazione  degli  studj  na- 
turali, e  il  metodo  loro  perpetuo  è  la  congettura  te- 
meraria e  rado  coerente  con  sé  medesima,  la  metafisica 
vi  à  poco  assai  da  imparare  ;  ne  le  si  fa  lecito  di  ricono- 
scerli come  parti  maturi  d' un  alto  senno  speculativo. 

148.  —  Neppure  debbon  cadere  sotto  la  nostra  di- 
samina le  cosmologie  chiamate  da  noi  empiriche  ;  e  sono 
nel  fatto  enciclopedie  di  dottrine  naturali  subordinate 
e  connesse  il  meglio  che  è  fattibile  a'  nostri  giorni, 
considerata  la  necessità  delle  spezzature  loro  infinite 
proveniente  dal  numero  strabocchevole  di  fenomeni  che 
vagano  senza  freno  di  principj  e  di  teorie. 

149.  —  Nondimeno,  v'  à  alcune  parti  della  scienza 
della  natura  che  sembrano  toccare  il  colmo  della  di- 
mostrazione e  non  debbono  voler  tollerare  il  titolo  di 
empiriche  e  intendiamo  di  quelle  in  cui  la  geometria 
pervenne  a  sottoporre  i  fatti  alle  sue  deduzioni;  e  ciò 
à  potuto  conseguire  per  la  semplicità  e  uniformità  di 
que' fatti  medesimi  che  non  escono  mai  dalle  specie 
astratte  dell'estensione  del  tempo  e  del  moto  ed  ancora 
coteste  sono  studiate  sempre  sotto  un  rispetto  medesimo 
che  è  della  quantità  ;  laonde  è  avvenuto  che  accettan- 
dosi dall'esperienza  qualche  disposizione  g^neralissima 
della  materia  e  del  moto,  ogni  rimanente  fu  ricavato 
dalle  pure  nozioni  e  dal  paragone  in  fra  esse,  e  la 
scrittura  interna  a  parlare  col  Bruno  ritrasse  fedelissi- 
mamente la  scrittura  esterna  del  mondo.  Sopra  il  che 
è  pregio  dell'opera  trattenere  alquanto  il  discorso. 


304  LIBRO  TERZO. 

IL 

150.  —  Che  l'uomo  compiacciasi  grandemente  d'avere 
non  solo  scoperte  le  leggi  del  mondo  meccanico  ma 
sottoposte  a' suoi  calcoli  per  maniera  da  indovinarne 
le  più  minute  combinazioni,  è  giusto  e  lodevole  ;  e  nel- 
r  astronomia  moderna  riluce  del  sicuro  uno  dei  titoli 
pili  gloriosi  dell'umano  perfezionamento.  Ciò  non  ostan- 
te ella  incapperebbe  in  errore  gravissimo  quando  spe- 
rasse di  ragguagliare  a  sé  col  tempo  e  lo  studio  le 
altre  scienze.  Atteso  principalmente  ch'ella  discorre 
intorno  a  un  subbietto  il  meno  complesso  ed  il  piii 
uniforme  di  tutti,  perchè  è,  quasi  a  dire,  il  sostrato 
comune  del  mare  immenso  dei  fenomeni.  Ma  tale 
semplicità  che  accompagna  necessariamente  la  uni- 
versalità della  natura  corporea,  si  dilegua  issofatto 
nelle  specie  e  cagioni  particolari  in  cui  dimora  il  di- 
verso, e  le  cose  diventano  complicate  e  mutevoli.  Anzi 
la  stessa  uniformità  universale  della  materia  e  del  moto 
si  fa  manifesta  all'  uomo  da  un  lato  per  virtiì  astrat- 
tiva e  dall'  altro  perchè  la  fiacchezza  dei  sensi  giunge 
a  cogliere  lei  sola  nella  immensità  dei  mondi  creati. 

151.  —  Da  ciò  è  chiaro  che  la  speranza  concepita 
per  addietro  da  molti  di  spiegar  1'  universo  fisico  con 
le  leggi  sole  della  materia  e  del  moto  fu  tentamento 
vanissimo  ;  perocché  quell'  universo  in  ninna  sua  parte 
obbedisce  a  leggi  meramente  meccaniche  e  non  pos- 
siede quella  unità  e  medesimezza  e  quella  varietà  uni- 
forme e  costante  che  i  geometri  si  figurano.  Taluno 
di  essi  dimentica  (e  giova  ripeterlo  più  d' una  volta) 
che  sempre  ed  in  ogni  dove  il  finito  è  particolare  e 
molteplice  e  involge  il  diverso,  il  complicato  e  l'ete- 
rogeneo. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   305 

152.  —  Per  vero,  le  matematiche  non  ispiegano  la 
creazione,  ma  sì  quello  che  dentro  la  creazione  è  au- 
tomatico e  fu  originalmente  costituito  in  pendere  et 
mensu$'a.  Quivi  ogni  cosa  è  governata  dalle  cagioni  se- 
conde con  un  rigore  che  mostra  nel  generale  la  inva- 
riahilità  dei  subbietti  già  provata  dai  nostri  principj  ; 
onde  quello  che  disse  il  Poeta  dell'  aere  superiore 

«  Libero  è  qui  da  ogni  alterazione  > 

noi  dimostrammo  accadere  per  tutti  i  secoli  nel  fondo 
ultimo  d' ogni  sostanza.  La  copia  maravigliosa  poi  e 
non  esauribile  di  teoremi  che  incontrano  i  geometri 
nella  meccanica  celeste  svela  queir  infinito  di  potenza 
e  di  arte  combinatoria  che  la  divina  mentalità  pro- 
fonde per  tutto. 

153.  —  Ad  ogni  modo,  per  vaste  certe  e  sublimi  che 
sieno  le  dottrine  astronomiche,  non  dee  concedersi  che 
vengano  reputate  vere  cosmologie,  sebbene  questo  è  il 
modo  comunale  di  riguardarle.  Per  fermo,  elle  s'im- 
primono fortemente  nelle  fantasie  nostre  a  cagione 
della  semplicità  loro  estrema,  e  perchè  discorrendo  di 
stelle  e  pianeti  e  d'  altre  enormi  grandezze  sbalordi- 
scono il  pensiere  e  la  fantasia.  Nel  fatto  però  abbiamo 
veduto  la  semplicità  loro  da  onde  proviene;  e  sempre 
convien  ricordare  che  ufficio  delle  matematiche  è  d'in- 
vestigare il  quanto  e  non  mai  il  quale;  ed  ognora 
eh'  esse  anno  presunto  d' indovinar  la  natura  laddove 
le  forze  o  non  sono  meccaniche  o  serbano  scarsa  re- 
lazione e  indiretta  con  la  quantità,  non  se  ne  ottenne 
buon  frutto. 

154.  —  D'  altro  canto,  non  è  giudizioso  il  pigliar 
concetto  del  veramente  grande  e  divino  dalla  vastità 
delle  masse  e  dalla  smisuranza  degli  spazi.  Quindi  fu 
bene  avvertito  che  un  fiorellino  dei  campi  e  una  gra- 


306  LIBRO  TERZO. 

Cile  farfalletta  racchiudono  cagione  altrettanta  o  mag- 
giore di  ammirazione  e  meditazione.  Per  simile,  quando 
la  scienza  pervenne  in  questi  ultimi  anni  a  dar  prova 
esatta  che  dal  sistema  nostro  solare  sono  rimosse  tutte 
le  cause  le  quali  potessero  nel  progresso  del  tempo 
rompere  molto  o  poco  la  periodicità  costante  e  il  per- 
fetto equilibrio  di  tutti  i  suoi  moti,  lasciò  intatto  il 
problema  del  modo  col  quale  proseguesi  dalla  creazione 
il  suo  eterno  sviluppo  e  donde  ella  fa  originare  la 
virtù  sua  incessante  d'innovazione.  A  parlare  con  ogni 
esattezza  1'  astronomia  ci  fa  conoscere  più  volentieri 
le  leggi  del  principio  da  noi  domandato  di  conserva- 
zione e  di  resistenza  che  le  altre  dell'altro  principio. 
Coesistono,  nuUameno,  entrambi  in  ogni  parte  del 
creato  e,  può  dirsi,  in  ogni  ente;  e  la  vittoria  finale 
dee  sempre  venir  riserbata  alla  potenza  innovatrice. 
155.  —  Concludesi  da  ciò  che  non  dee  parer  teme- 
rario ne  puerile  né  inutile  ai  matematici  stessi  che 
qualche  intelletto  speculativo  tenti  di  accennare  le  fon- 
damenta e  ordinare  i  principj  di  una  sintesi  cosmo- 
logica, estesa  al  quale  non  meno  che  al  quanto;  e  an- 
cora che  non  pigli  speranza  di  attingere  la  evidenza  e 
la  precisione  delle  dimostrazioni  geometriche  od  almeno 
debba  lasciare  ai  tardi  avveniri  la  possibilità  di  oc- 
cupare cotesta  gloria.  Sappiasi,  in  frattanto,  che  gli 
astronomi  ed  i  geometri  non  la  preoccupano  tutta. 
Ondechè  quel  matematico  sommo  di  Francia  il  quale 
intitolò  r  opera  sua  Sistema  del  mondo  dir  volle  cer- 
tamente sistema  della  materia  corporea  solo  in  quanto 
si  move  con  masse  enormi  tra  enormi  distanze.  Do- 
manderebbesi  egli  sistema  dell'  uomo  la  osteologia  sola  ? 
Ed  appunto  la  scienza  dei  moti  celesti  e'  insegna,  per 
mio  giudicio,  quello  che  puossi  chiamare  non  impro- 
priamente la  ossatura  del  mondo. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    307 

156.  —  E  sebbene  il  La  Place  si  confida  che  nei  mi- 
nimi spazj  e  tra  le  minime  particelle  della  materia 
governino  con  poca  modificazione  le  stesse  leggi  del 
moto  e  dell'  attrazione  siderea,  i  fatti  meglio  osservati 
invalidano  la  sua  sentenza  in  troppi  casi  e  con  troppe 
eccezioni. 


m. 


157.  —  Se  non  che  nell'  opera  di  cui  discorriamo  si 
ammira  un  monumento  solenne  della  scienza  fisico- 
matematica ;  e  venne  dettata  con  metodo  impareggia- 
bile di  semplicità,  di  lucentezza,  di  ordine.  Per  lo  che 
io  volli  guardare  se  mai  se  ne  potesse  pigliare  esem- 
plo per  la  cosmologia  metafisica.  Comincia  il  La  Place 
nel  primo  libro  a  descrivere  le  apparenze  dei  moti  ce- 
lesti; e  nel  secondo  ferma  e  descrive  la  corrispondente 
realità  di  quelli  mediante  l'esperienza  induttiva  ed  il 
raziocinio.  Trascorre  nel  terzo  a  significare  i  più  alti 
principj  della  meccanica,  raccogliendoli  in  pochissimi 
pronunziati  e  legandoli  con  tutto  il  rigore  dell'astra- 
zione geometrica.  Nel  quarto  libro,  supposta  la  legge 
dell'univei-sale  gravitazione  e  applicando  via  via  i  prefati 
principj,  mostra  siccome  tutto  1'  ordine  dei  movimenti 
celesti  descritto  nei  libri  anteriori  diventa  una  serie  di 
verità  matematiche  e  risponde  a  capello  e  per  ogni 
cosa  alle  ragioni  e  ai  risultamenti  del  calcolo. 

158.  —  Da  tale  stupendo,  esatto  e  continuo  riscon- 
tro del  supposto  e  dei  fatti  segue  una  forma  nuova  e 
pure  certissima  ed  evidente  di  prova  che  la  gravita- 
zione universale  è  vera  e  costante  legge  della  natura 
e  r  astronomia  piglia  carattere  dimostrativo  assoluto. 
Dico  ciò  essere  una  novità  nella  storia  dell'  umano 
pensiere.  Considerato  che  mai  nelle  altre  scienze  non 


308  LIBRO  TERZO. 

è  accaduto  di  far  combaciare  con  precisione  estrema 
un  supposto  con  una  serie  innumerevole  di  fenomeni, 
tanto  che  sia  impossibile  di  stare  in  forse  della  ve- 
rità del  supposto  medesimo  non  ostante  che  V  esperienza 
non  abbia  modo  di  accertarsene  per  la  via  diretta  della 
osservazione  sensibile.  E  nondimeno,  ripeto,  il  supposto 
è  cosi  bene  accolto  e  accettato  per  infallibile,  che  si  pro- 
nunziano con  la  sua  scorta  parecchi  fatti  e  fenomeni  i 
quali  accadono  puntualmente  secondo  il  presagio. 

159. —  Ma  da  questa  medesima  felicità  dell'astro- 
nomia si  ritrae  la  impossibilità  d'imitare  il  metodo 
del  La  Place  nella  cosmologia  metafisica.  Se  forse  non 
ne  rimanga  imitabile  quella  parte  di  far  precedere  la 
descrizione  sì  delle  apparenze  e  sì  delle  realità  respet- 
tive,  e  quindi,  compiuta  la  esposizione  dei  principj,  mo- 
strare siccome  quelle  trovano  in  questi  il  perchè  e  la 
cagione  loro  assoluta.  Ma  non  è  meno  buono  e  meno 
accettabile  l'ordine  inverso,  il  quale  consiste  ad  esporre 
i  principj  giusta  il  rigore  e  la  necessità  logica  e  poi 
significare  1'  avveramento  loro  palpabile  nei  fatti  e  nelle 
apparenze.  Noi  scegliemmo  questo  secondo  modo  come 
il  più  conveniente  agli  studj  speculativi.  Ma  quanto 
alla  possibilità  ed  all'  estensione  dell'  avveramento  che 
è  il  frutto  migliore  non  che  del  metodo  ma  eziandio 
di  tutta  la  scienza,  noi  da  capo  ne  ragioneremo  un 
poco  più  avanti. 

IV. 

160.  —  Non  consta  il  mondo  di  sola  geometria.  In- 
vece ogni  fatto  risulta  di  forze  parecchie  e  diverse, 
intorno  alla  cui  natura  il  compasso  e  le  cifre  alge- 
briche non  insegnano  nulla  o  insegnano  rapporti  lon- 
tani e  superficiali  di  quantità. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'  UNIVERSO.    309 

161.  —  Sembrami  che  ciò  dimenticasse  il  La  Place, 
quando  posesi  a  creare  un  supposto  circa  la  primitiva 
generazione  e  composizione  del  sistema  nostro  solare. 
Certo  è  per  altro  eh'  egli  ne  discorre  per  incidenza  e 
con  brevi  cenni  e  dichiarando  con  parole  assai  posi- 
tive di  proporre  ai  dotti  una  mera  congettura.  Ma 
perchè  quel  supposto  usciva  dai  pensamenti  d'un  alto 
ingegno  e  sembra  spiegare  la  genesi  del  sistema  no- 
stro planetario  con  invidiabile  semplicità,  il  popolo 
degli  studiosi  vi  applaudi  con  gran  cuore  e  il  suppo- 
sto corre  per  le  bocche  di  tutti  e  re<!entemente  mo- 
strò di  accettarlo  il  Plinio  de' nostri  tempi  Alessandro 
Humbolt. 

162.  —  Demolire  è  facile  immensamente  più  che 
l'edificare;  né  io  mi  piglierei  questo  carico,  quando 
non  fosse  necessario  di  provare  ai  fisici  con  un  esem- 
pio insigne  quanto  sia  falso  il  metodo  di  spiegar  la 
natui'a  esagerando  il  concetto  dell'  unità  e  della  sem- 
plicità, massime  allora  che  più  non  si  tratta  delle 
forme  universalissime  di  lei  che  sono  il  simile  ed  il 
comune  per  entro  il  diverso;  ma  invece  si  tratta  di 
entità  complesse  in  cui  dal  lato  alle  cagioni  generiche 
operano  le  specifiche,  e  il  fatto  finale  risulta  così  dalle 
forze  meccaniche  come  dalle  cliimiche  e  da  quelle  del 
mondo  etereo. 

163.  —  Comincia  il  La  Place  dal  notare,  insieme 
con  tutti  gli  astronomi,  quanto  àia  degno  di  osserva- 
zione e  meditazione  lo  scorgere  che  tutti  i  pianeti  si 
movono  intorno  al  Sole  da  occidente  in  oriente  e  quasi 
in  un  piano  istesso.  I^oi,  di  scorgere  i  loro  satelliti,  che 
parimente  si  movono  ciascuno  intorno  al  pianeta  pro- 
prio nel  medesimo  verso  e  a  un  dipresso  nel  piano 
medesimo.  In  fine,  di  scorgere  il  Sole,  i  pianeti  ed  il 
nostro  satellite  giranti  sopra  sé  stessi  nel  verso  e  pres- 


310  LIBRO  TERZO. 

sochè  nel  piano  del  moto  loro  di  proiezione.  Da  ciò, 
conclude  quel  geometra,  si  dee  ritrarre  che,  giusta  il 
calcolo  delle  probabilità,  vi  sono  quattro  mila  bilioni  di 
gradi  contro  uno,  per  credere  che  1'  ordine  anzi  de- 
scritto del  nostro  sistema  solare  non  usciva  dal  caso 
ma  da  una  cagione  comune  regolatrice  della  confor- 
mità di  tutti  quei  moti.  Quindi  si  à  una  certezza  mag- 
giore di  quella  che  accompagna  i  fatti  della  storia 
riputati  non  dubj.  Tali  conclusioni  sono  legittime  e 
fondatissime,  ancora  che  negli  ultimi  tempi  sieno  ap- 
pariti due  satelliti  del  pianeta  Urano  che  girano  in 
contrario  verso;  ma,  per  mio  giudicio,  le  probabilità 
espresse  qui  sopra  non  iscemano  di  valore,  in  quanto 
che  sonosi  dopo  il  La  Place  discoperti  numerosi  pia- 
neti, uno  assai  grande  e  piccioli  gli  altri,  nessuno  dei 
quali  esce  dalle  disposizioni  comuni  teste  accennate. 

164.  —  Dopo  ciò  il  La  Place,  mostrato  la  poca  ri- 
spondenza che  tiene  coi  fatti  la  ipotesi  del  Buffon, 
scende  a  dichiarare  la  sua  con  queste  brevi  parole: 
«  In  che  guisa  determinava  l'atmosfera  solare  i  mo- 
vimenti di  rotazione  e  rivoluzione  così  dei  pianeti  come 
dei  satelliti?  Quando  questi  corpi  fossero  penetrati  in 
essa  atmosfera,  la  resistenza  trovatavi  avrebbeli  pre- 
cipitati nel  Sole.  Puossi  dunque  congetturare  che  i 
pianeti  vennero  componendosi  ai  limiti  successivi  di 
quell'atmosfera  pel  condensarsi  delle  zone,  le  quali 
abbandonava  ella  nel  piano  del  proprio  equatore  raf- 
freddandosi di  mano  in  mano  e  condensandosi  vie  più 
sulla  superficie  dell'astro Tali  zone  vaporose  potet- 
tero col  raffreddarsi  comporre  da  prima  anelli  liquidi 
0  solidi  intorno  del  corpo  centrale.  Ma  un  simil  caso 
straordinario  sembra  non  essersi  avverato  nel  nostro 
sistema  che  rispetto  a  Saturno.  Nel  generale  invece  si 
strinsero  le  zone  in  parecchi  globi;  e    quando    l'un 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    311 

d'  essi  riuscì  potente  in  maniera  da  tirare  a  sé  tutti 
gli  altri,  queir  adunamento  loro  compose  un  pianeta 
considerevole.  » 


V. 


165.  —  Cotesta  è  la  supposizione  del  La  Place.  In- 
daghiamo se  veramente  spiega  i  fatti  correlativi  con 
quella  felicità  che  nell'  universale  le  si  attribuisce. 
Anzi  tutto  mi  sia  lecito  di  rinnovare  la  osservazione 
già  scritta,  che  il  La  Place,  per  mio  giudicio,  preoccu- 
pato della  meccanica  mette  in  dimenticanza  la  fisir.?, 
poco  pensando  che  la  natura  mai  non  opera  con  lu 
sole  leggi  matematiche  e  il  mondo  fu  risultamento  e 
fattura  di  tutte  le  forze  e  non  solo  della  general  pesan- 
tezza. Laonde  a  lui  conveniva  o  desistere  dal  proposito 
di  rinvenire  una  spiegazione  dell'origine  del  sistema  so- 
lare, o  domandarla  ai  principj  e  alle  cognizioni  di  tut^te 
le  scienze  naturali.  Imperocché  lo  splendore  del  Sole 
e  dell'altre  stelle  e  per  contra  l'opacità  di  tutti  i  pia- 
neti dovea  pigliar  posto  fra  i  dati  del  gran  problema. 
E  similmente  dovevano  pigliarlo  le  leggi,  i  gradi  e  le 
forme  della  coesione  e  i  suoi  rapporti  col  calore;  e 
questo  per  ciò  che  é  in  sé  medesimo  e  nelle  attinenze 
sue  immediate  ed  essenziali  con  l'etere.  Senzaché  tali 
elementi  doveano  venir  pensati  e  figurati  come  operanti 
nel  vuoto  immenso  e  in  immenso  corpo.  Dacché  il  modo 
loro  di  essere  in  quello  stato  si  differenzia  necessaria- 
mente da  ciò  che  insegna  la  cotidiana  e  minuta  espe- 
rienza, alla  quale  i  fatti  si  dimostrano  sempre  sotto 
sembianze  accidentali  e  particolarissime. 

166.  —  Ma,  checché  si  giudichi  di  queste  norme  me- 
todiche, torniamo  a  dire  che  il  supposto  del  La  Place 
non  si  appone,  secondo  noi,  alla  verità.  La  qual  cosa 


312  LIBRO  TERZO. 

crediamo   di   dimostrare   con   le  seguenti  considera- 
zioni. 

1G7.  —  E  nel  sistema  nostro  solare  questo  fatto  so- 
stanzialissimo,  che  mentre  tutti  i  pianeti  e  i  satelliti  loro 
permangono  opachi,il  Sole  splende  di  propria  e  perpetua 
luce.  Né  può  cotal  differenza  procedere  da  cause  spe- 
ciali ed  accidentarie  ;  conciossiachè  T  intero  firmamento 
splende  e  scintilla  altresì  di  luce  propria  e  perenne. 
E  sebbene  possono  esistere  infiniti  corpi  celesti  opachi 
e  invisibili  a  noi  appunto  per  sì  fatta  lor  condizione,  ciò 
soltanto  proverebbe  che  v'  à  due  costituzioni  primitive 
ed  essenziali  di  corpi  celesti,  i  luminosi  e  gli  opachi.  Ne 
r  essere  luminoso  od  opaco  è  leggier  condizione  e  poco 
attinente  alle  altre  condizioni  sostanziali  e  costitutive. 
Perocché  ella  induce,  fra  V  altre  cose,  una  differenza 
profonda  nel  calore  e  nella  rarefazione  ;  e  tutti  i  feno- 
meni corporali  o  dipendono  dal  calore  e  dalla  coesione 
ovvero  ne  sono  grandemente  modificati.  Senza  dire  che 
compiendosi  le  sintesi  più  perfette  della  natura  (a  quello 
che  sembra)  sulla  superficie  dei  pianeti,  elle  o  non  si 
compiono  o  sono  differentissime  sulla  superficie  ardente 
degli  astri  luminosi.  Onde,  se  v'  à  fenomeno  primitivo 
davvero  ed  universale  e  di  suprema  importanza,  que- 
sto è  della  luce  nativa,  a  così  chiamarla,  di  tutti  i 
gran  corpi  visibili  del  cielo  stellato. 

1G8.  —  Ora,  affermandosi  giusta  l'ipotesi  che  i  pia- 
neti si  composero  interamente  ed  unicamente  della 
materia  del  Sole,  viene  la  grave  domanda  perchè  non 
rilucono  di  luce  propria  siccome  lui  e  quindi  sono  di- 
versi tanto  da  lui. 

169.  —  Ne  si  dica  la  differenza  essere  sorta  più 
tardi  per  le  diverse  rivoluzioni  interiori  accadute  tanto 
nel  Sole  quanto  ne'  pianeti.  Ciò  che  è  al  tutto  essen- 
ziale, sebbene  può  modificarsi,  non  cessa  e  permane  e 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    313 

in  qualunque  rivolgimento  o  sconvolgimento  serba  la 
propria  eflScacia.  Nel  vero,  1'  occhio  nostro  scorrendo 
per  Io  firmamento  e  paragonando  fra  loro  tutte  le  par- 
venze degli  astri,  pnò  avvisare  i  gradi  i  passaggi  e  le 
trasmutazioni  senza  numero  di  loro  materia  in  quanto 
almeno  si  fa  visibile  ed  à  movimento  e  figura.  In  tal 
modo  Herchel  credè  giustamente  di  cogliere  un  certo 
concetto  generale  sulla  genesi  dei  grandi  ammassi  di 
materia  stellare.  E  giudicò  che  da  per  tutto  comin- 
ciano essi  con  estrema  rarefazione  e  rendono  sembian- 
za di  stélle  nebulose  e  talvolta  anche  di  vaporità  im- 
mensa priva  d'  ogni  centro  e  d'  ogni  forma;  quindi  poi 
si  condensano,  e  tu  vi  distingui  uno  o  più  nuclei  e  que- 
sti fannosi  di  più  in  più  definiti,  tanto  che  ogni  vapo- 
rità vi  viene  assorbita  e  consolidata. 

170.  —  In  così  varie  e  sostanziali  trasmutazioni  e 
modificazioni  un  sol  fenomeno  si  rappresenta  come 
continuo  e,  dalla  intensità  infuori,  come  identico  a  sé 
medesimo,  noi  vogliam  dire  la  emissione  della  luce.  Il 
Sole  adunque  se  fu  innanzi  una  nebulosa,  mandò  sempre 
luce  propria  ed  inestinguibile.  E  però  è  stranissimo, 
noi  replichiamo,  che  i  pianeti  composti  dell'  atmosfera 
sua  luminosa  non  rendano  luce  ma  sieno  compiuta- 
mente opachi.  Quanto  al  supposto  dell'  essere  stato  il 
Sole  in  principio  una  nebulosa  diremo  fra  poco. 

171.  —  In  secondo  luogo,  sebbene  con  la  supposi- 
zione del  dotto  La  Place  è  trovata  nel  nostro  sistema 
solare  la  origine  della  forza  centrifuga  e  dell'  equili- 
brio con  la  centripeta,  la  cagione  di  ciò  è  speciale  e 
particolare  e  non  adattasi  guari  ai  sistemi  delle  stelle 
giranti  1'  una  verso  dell'  altra.  E  del  pari  non  vi  si 
spiega  r  impulso  iniziale  delle  innumerevoli  comefci,  di 
cui  è  più  abbondanza  nel  cielo,  scriveva  Keplero,  che 
di  pesci  nell'oceanow  Debbe  dunque  esistere  nel  mondo 


314  LIBRO   TKRZO. 

sidereo  una  cagione  originale  e  comune  dei  moti  iniziali 
dei  corpi  celesti  e  diversa  da  quella  di  cui  parla  l'ipotesi  ; 
alla  quale  per  ciò  medesimo  non  è  lecito  di  attribuire 
il  merito,  come  fa  taluno,  di  aver  rimossa  la  necessità 
d'  un  impulso  primitivo  miracoloso,  e  vale  a  dire  non 
uscente  dalle  leggi  insite  della  materia  e  del  moto. 

172.  —  In  terzo  luogo,  neghiamo  che  la  terra  e  gli 
altri  pianeti  sieno  potuti  nascere  dall'  atmosfera  del 
Sole  nel  modo  che  descrive  l' ipotesi. 

Concediamo  essere  la  nostra  stella  nel  suo  inte- 
riore trapassata  per  gradi  crescenti  di  accostamento 
e  di  coesione,  ma  non  sappiamo  quanto  sia  vero  che 
ciò  debba  nominarsi  un  raffreddamento.  Al  presente 
sulla  faccia  del  nostro  globo  ogni  dilatazione  di  ma- 
teria accade  o  sempre  o  nel  più  dei  casi  per  intru- 
sione di  calore.  Ma  dove  la  materia  è  naturalmente 
e  originalmente  assai  rada  può  dubitarsi  se  quello 
stato  dipenda  dal  calore  intermesso,  e  quindi  se  la 
coesione  risponda  di  necessità  ad  altrettanta  perdita 
di  esso  calore. 

173.  —  Ma  lasciando  ciò  stare,  egli  è  certo,  al  no- 
stro parere,  che  il  raffreddamento  del  Sole  non  potè 
ad  ogni  modo  avvenire  con  questo  risultamento  che 
ne  uscissero  belli  e  fatti  i  pianeti  quali  noi  li  veg- 
giamo. 

Prima,  perchè,  non  ostante  1'  accumularsi  di  mate- 
ria o  meglio  il  rigonfiare  del  suo  volume  nella  zona 
dell'  equatore,  il  corpo  centrale  dovea  divenire,  a 
proporzione,  assai  più  compatto  prevalendo  quivi  la 
forza  centripeta  e  il  momento  della  pressione.  Adun- 
que, dovrebbe  la  densità  media  del  Sole  superar 
quella  di  tutti  i  pianeti,  laddove  rimane  inferiore  d'un 
quarto  alla  densità  del  nostro  globo  e  di  vantaggio 
ancora  a  quella  di  Mercurio,  il  pianeta  più  prossimo. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    815 

Rimane  inferiore  eziandio  alla  densità  di  Marte  e  di 
Venere  e  sopravanza  di  pochissimo  quella  degli  altri 
grossi  pianeti. 

174.  —  Inoltre,  concepire  nella  materia  nebulosa  e 
primitiva  del  Sole  una  omogeneità  perfetta  e  un  perfetto 
equilibrio  a  noi  non  sembra  Consentaneo  col  vero.  Si- 
mile equilibrio  non  sussiste  veramente  che  su  quel 
confine  dell'  atmosfera  dove  né  la  forza  centripeda  né 
la  contraria  prevale  e  dove  perciò  la  sostanza  solare 
perde  ogni  .peso.  Ma  da  quel  punto  in  giù,  perché  non 
ostante  la  pressione  sempre  maggiore  non  cresca  1'  ad- 
densamento della  materia  occorre  (credo)  immaginare 
molecole  tutte  uguali  e  compiutamente  elastiche  e  però 
incoercibili  assolutamente.  Ma  una  materia  sì  fatta  è 
mera  astrazione.  Ed  anzi  convien  supporre  che  cre- 
scendo verso  il  centro  gradatamente  la  densità  se  ne 
sprigioni  molto  calore  latente,  il  quale  poi  salga  a 
mantenere  più  rarefatte  le  sostanze  superiori. 

175.  —  Secondo;  nell'ipotesi  non  si  accennando  ad 
alcuna  cagione  perturbatrice  deesi  reputare  che  il  raf- 
freddamento del  Sole  accaduto  sia  per  gradi  conformi 
e  regolarissimi.  Laonde  fra  i  pianeti  avrebbesi  a  in- 
contrare una  proporzione  e  rispondenza  la  più  esatta 
d'  ogni  elemento  ;  il  che  non  é,  ed  é  anzi  affatto  il  con- 
trario. Imperocché  essi  variano  tutti  notabilmente  per 
la  distanza,  il  volume,  la  densità,  l'inclinazione  del- 
l'asse, il  periodo  della  rotazione,  l'eccentricità,  lun- 
ghezza, inclinazione  e  velocità  del  movimento  dittico  ; 
e  infine  per  V  accompagnamento  e  il  numero  dei  sa- 
telliti. 

176.  —  Terzo;  pur  concedendo  che  verso  la  zona 
equatoriale  avessesi  a  radunare  e  condensare  più  ma- 
teria sì  per  la  velocità  centrifuga  e  sì  per  la  maggior 
superficie  esposta  al  raffreddamento,  certo  è  nondime- 


316  LIBRO  TERZO. 

no  che  intorno  all'  asse  polare  dove  forza  di  proie- 
zione non  esisteva,  la  materia  dell'atmosfera  conden- 
savasi  0  più  o  altrettanto  per  la  ragione  allegata 
della  massima  forza  e  pressione  centrale.  Ei  non  si  ca- 
pisce, impertanto,  come  gli  anelli  equatoriali  si  distac- 
cassero netti  e  sciolta  invece  si  rimanesse  la  materia 
stipata  lungo  1'  asse  di  rotazione. 

177.  —  Qualora  dunque  nell'atmosfera  solare  di- 
stacco di  materia  vi  fosse  stata,  la  figura  del  corpo 
staccato  dovea  riuscire  un  grande  anello  girante  sopra 
una  specie  di  fuso  parte  del  quale  sarebbesi  incorpo- 
rata nel  Sole  e  parte  nell'  atmosfera.  Imperocché  ogni 
materia  d' intorno  all'  asse  non  ricevendo  altro  im- 
pulso che  quello  della  pesantezza,  dee  cader  tutta  sul 
centro,  e  quivi,  potendo  moversi  liberamente  per  ogni 
verso,  dee  conglobarsi  ed  equilibrarsi  sotto  forma  di 
sfera.  In  altro  caso,  la  materia  che  scende,  a  così  par- 
lare, lungo  la  linea  dei  poli  adunasi,  come  può,  in 
quella  figura  che  abbiamo  accennata  e  di  cui  alcune 
nebulose  ci  rendono  esempio. 

178.  —  Nessuna  ragione  poderosa  poi  ne  persuade 
che  le  zone  od  anelli  non  fossero  quasi  sfere  compiu- 
te. Certo,  elle  dovevano  dilatarsi  per  tutto  dov'  era 
operante  la  forza  centrifuga  e  il  calore  raggiante  si 
disperdeva.  Ad  ogni  modo,  elle  del  sicuro  allargavansi 
molto  più  là  dei  limiti  entro  cui  si  raccoglie  oggi  la 
poca  0  molta  deviazione  dei  pianeti  dal  piano  del- 
l'equatore. 

179.  —  Quarto;  intendesi  che  parecchie  di  tali  zone 
crescendo  di  assodamento  e  velocità  si  rompessero, 
vuoi  per  sottigliezza  soverchia,  vuoi  per  poca  omoge- 
neità ;  ma  che  tutte  si  rompessero  è  strano.  Più  stra- 
no e,  per  mio  giudicio,  incredibile  che  rotte,  invece  di 
radunarsi  in  globi  numerosi  entro  al  piano  della  rota- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    317 

zione  propria,  ciascuna  si  contraesse  tutta  quanta  in 
un  solo  globo.  Immaginiamo  pure  nei  pezzi  infranti 
differenza  di  compattezza,  di  velocità,  di  figura;  noi 
perverremo  con  questi  ingegni  a  rappresentarci  un 
caso  nel  quale,  mediante  molti  accidenti  e  molta  va- 
rietà e  contrasto  di  attrazione  e  di  moto,  un  sol  globo 
usciva  dai  rottami  d' un  intero  anello.  Ma  che  simile 
caso  difficilissimo  e  poco  probabile  siesi  ripetuto  per 
tutti  i  pianeti  e  per  ciascun  satellite  loro  esce  da  ogni 
verisimiglianza  ;  e  V  esempio  unico  che  si  cita  del- 
l'anello di  Saturno  non  fa  nessun  contrappeso.  Né  meno 
è  difficile  a  dimostrare  che  d'  una  fascia  sì  lunga 
quanto  il  cerchio  intero  dell'equatore  risultasse  da 
ultimo  un  globo  sì  picciolo  quanto  è  la  terra,  la  quale 
non  aggiunge  alla  milionesima  parte  del  Sole.  Atteso- 
ché, se  la  fascia  si  componeva  di  rado  vapore,  non 
distaccavasi  certo  per  efi*etto  di  concrezione  dal  corpo 
del  Sole.  Nel  supposto  contrario,  sorge,  mi  sembra, 
assai  vigorosa  la  obbiezione  testé  espressa. 

180.  —  Da  ultimo  convien  ricordare  che  la  ipotesi 
del  La  Place  rampollò  dal  tronco  d' un'  altra  ipotesi 
più  generale,  che  fu  quella  dell' Herchel  a  cui  vet\ne 
pensato  in  seguito  d' osservazioni  numerosissime  che 
originalmente  ogni  stella  sia  stata  una  nebulosa.  Oggi 
il  telescopio  avendo  scoperto  quasi  da  per  tutto  nelle 
nebulose  un  minutissimo  gruppo  di  stelle  distinte  e 
l)en  contornate,  tanto  scema  di  probabilità  la  ipotesi 
generale  dell' Herchel,  quanto  la  particolare  del  La 
Place. 


VL 


181.  —  Egli  non  v'à  dubio  che  alla  metafisica  ap- 
partengono le  cosmologie  deduttive,  o  parlandosi  con 


320  LIBUO  TERZO. 

discorse  V  ordine  universale  defla  natura  legandolo 
strettamente  alle  sue  dottrine  ontologiche,  giusta  le 
quali  ogni  ente  risulta  fatto  e  costituito  di  potenza 
di  conoscenza  e  d'  amore  che  sono  i  tre  supremi  at- 
tributi di  Dio  medesimo  e  V  universo  tutto  quanto  è 
un  maraviglioso  e  armonico  simulacro  di  lui. 

187.  —  Né  questo  concetto  della  gran  simiglianza 
della  creazione  con  Dio  è  più  proprio  del  Campanella 
che  di  quasi  tutti  i  metafisici  teologanti  del  medio 
evo.  E  nel  primo  volume  ci  accadde  di  dover  ricor- 
dare in  proposito  alcune  sentenze  superlative  ed  enfa- 
tiche del  Cusano  che  chiamò  il  mondo  una  specie  di 
Dio  contratto;  e  qualche  parte  di  tal  concetto  riluce 
eziandio  in  alcuni  pensieri  di  cosmologia  di  Vincenzo 
Gioberti.  Credo  anzi  che  lo  stesso  Rosmini  accenni  nella 
sua  Teosofia  all'idea  neoplatonica  dell'  animazione  uni- 
versale per  la  ragione  che  la  natura  debb'  essere  una  ella 
pure  e  non  disciolta  nella  diversità  ed  eterogeneità 
dell'  essere.  Ma  comunque  ciò  sia,  tutti  questi  scrittori 
penetrarono  poco  addentro  n^lla  descrizione  e  dimo- 
strazione metodica  della  fabbrica  del  mondo.  Il  simile 
si  dee  giudicare  del  Leibnizio,  a  cui  piacque  di  discor- 
rere della  costituzione  degli  enti  creati  quanto  era  bi- 
sogno ai  suoi  dogmi  ontologici  e  alle  sue  controversie 
religiose  e  morali.  Né  l' abito  sillogistico  delle  sue  dedu- 
zioni è  sufficiente  a  velare  T  arbitrio  soverchio  che  pi- 
glia di  procedere  per  via  di  supposti  non  ben  ricavati 
né  dall'esperienza  né  dai  principj  speculativi. 

VII. 

188.  —  Pur  finalmente  ne'  nostri  tempi  s' intese 
r  ufficio  della  filosofia  razionale  d'  entrare  a  discorrere 
della  natura  con  sufficienza  e  con  modo  proporzionato 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    321 

al  progresso  ammirando  dì  tutte  le  fisiche  discipline. 
E  certo,  a'  dì  nostri  non  è  più  concedit)ile  ad  alcun 
metafisico  il  rimanersi  nelle  vuote  generalità  e  non 
insegnando  nulla  di  ben  definito  circa  la  disposizione 
e  la  economia  degli  enti  creati  ;  come  del  pari  non  gli 
è  più  lecito  di  fantasticare  sopra  essi  con  inutile  fe- 
condità di  combinazioni  che  non  si  raffrontano  con 
l'esperienza.  Esempio  solenne  di  tale  fatica  infrutti- 
fera e  temeraria  si  rimarrà,  credo,  per  ogni  tempo  av- 
venire Renato  Cartesio.  Dacché  egli  vi  spiegò  dentro 
senza  profitto  un  ingegno  portentoso;  e  quanta  forza 
maggiore  inventiva  seppevi  adoperare,  d'  altrettanto  si 
trovò  scostato  dal  vero. 

189.  —  Quando  Talete  e  gli  altri  cosmologi  antichi 
sperarono  di  prevenire  l' osservazione  e  l' esperimento 
con  la  virtù  della  fantasia,  il  buon  senso  volgare  ponea 
lor  di  rincontro  la  favola  di  Proteo  il  quale  bisogna 
sorprendere  di  soppiatto  e  stringere  con  fortissime  brac- 
cia e  non  punto  sgomentarsi  della  svarianza  delle  sue 
metamorfosi.  Perocché  alla  fine  stracco  e  doloroso  del 
sentirsi  avvinghiato  e  serrato  con  persistenza  e  vio- 
lenza, apre  la  bocca  ad  esprimer  1'  oracolo  e  il  vati- 
cìnio che  gli  si  domanda.  Potevasi  egli  significare  con 
maggior  garbo  e  insieme  con  maggior  lucidezza  l'arte 
lunga  laboriosa  paziente  e  ingegnosa  d'interrogar  la 
natura  e  nella  congerie  de' fenomeni  che  paiono  disciolti 
e  discordi  cogliere  alcuna  legge  universale  e  perpetua 
di  certo  ordine  di  fatti?  Eppure  quel  documento  di 
prisca  sapienza  non  fu  pratir^to  a  dovere  che  a  far 
principio  dalla  scuola  di  Galileo  in  giù;  e  praticato 
appena,  mutò  la  faccia  di  tutte  le  scienze  sperimen- 
tali. A  chi  rimangono  ignoti  gl'incrementi  prodigiosi 
delle  matematiche  e  delle  fisiche  ottenuti  in  pochissimi 
anni  mediante  i  metodi  nuovi  induttivi?  Non  é  per 

IlAVUiri.  ~  II.  91 


322  LIBRO  TERZO. 

ciò  da  ammirarsi  che  i  dotti  e  le  Accademie  non  voles- 
sero udir  più  parlare  di  deduzioni  speculative  applicate 
alla  cognizione  dei  fatti,  e  negassero  a  dirittura  la  pos- 
sibilità di  comporre  una  cosmologia  razionale.  Ma. 
d' altro  cauto,  non  v'  à  sapere  sodo  senza  principj,  né 
induzione  larga  e  feconda  senza  virtù  di  astrazioni  e  di 
raziocinio,  né  frutto  generale  e  scientifico  del  percepire, 
dell'  osservare  e  del  cimentare  senza  menar  tutto  ciò 
alla  universalità  e  al  nesso  discorsivo  delle  teoriche. 
190.  —  Per  tal  guisa,  ne'  nostri  giorni  la  cosmologia 
razionale  è  più  che  mai  divenuta  un  desiderato  delle 
menti  profonde  e  niuno  ancora  pervenne  (ch'io  sappia) 
a  definirne  il  giusto  carattere,  i  metodi  acconci,  i  ri- 
sultamenti  sperabili.  Nel  cadere  del  secolo  scorso  ri- 
provandosi e  deridendosi  da  ogni  parte  V  ontologia  e 
coltivandosi  fra  i  pensatori  più  arditi  una  specie  di 
culto  verso  la  natura  visibile,  sorse  la  fiducia  di  spie- 
gare ogni  cosa  empiricamente  e  mercè  delle  forze  o 
manifeste  od  occulte  della  materia.  Però,  la  cosmolo- 
gia (se  vogliamo  così  domandarla)  del  barone  d' Hol- 
bach  consegui  fama  strepitosa  ;  la  quale  oggidì  sem- 
bra a  tutti  pochissimo  meritata  ed  egli  ci  riesce  freddo 
e  ampolloso  allato  alP  entusiasmo  che  or  fa  due  mi- 
la anni  cantava  : 

«  JEneadum  genUrix,  hominum,  divumque  vóluptM, 
Alma  Ventis.  » 

Ma  perché  ninna  forza  dell'animo  può  ricalcitrare 
alle  necessità  permanenti  e  agli  istinti  profondi  e  non 
cancellabili  del  pensiere  e  della  ragione,  presto  gli 
uomini  si  persuasero  che  non  ispiegasi  nulla  col  solo 
accozzamento  degli  atomi,  e  bisognò  dare  alla  natura 
r intendimento  di  quel  che  opera;  e  si  tornò  quindi 
al  vecchio  adagio  mens  agitai  molem. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    323 

191.  —  Ora  cotesta  mente  che  è  ella  mai?  e  come 
costruisce  una  fabbrica  tanto  miracolosa?  Accadeva^ 
dunque,  di  sposar  novamente  alla  metafisica  e  air  on- 
tologica la  notizia  suprema  ed  universale  della  natura 
secondo  che  fu  tentato  in  qualunque  tempo  ed  in  ogni 
scuola;  con,  peraltro,  questo  divario  sostanzialissimo 
che  conveniva  far  caso  dei  progressi  vasti  e  rapidi  di 
tutte  le  scienze  fisiche;  le  quali  poi  quanto  piiì  si  di- 
latano e  crescono,  più  sembrano  dislegarsi  e  moltipli- 
care le  specie;  onde  la  sintesi  toro  terminativa  e 
dimostrativa  soverchia  a  gran  pezza  le  forze  del- 
l' umano  intelletto.  Cosi  da  una  banda  le  esigenze  e 
tendenze  del  nosU'o  spirito  ci  riconducevano  alla  co- 
smologia razionale  e  dall'  altra  ce  ne  discostava  la 
quasi  impossibilità  di  metterla  in  atto. 

192.  —  Ma  poco  o  nulla,  invece,  se  ne  sgomentò 
la  Germania;  e  Schelling  ed  Hegel  fra  gli  altri  osa- 
rono di  costruire  a  priori  non  che  tuttoquanto  il 
creato  ma  l' autore  di  lui  il  quale  rinchiusero  dentro 
r  opera  sua  con  invisceramento  maggiore  o  minore, 
secondo  portava  la  lor  metafisica,  e  con  sorte  inferiore 
e  meno  invidiabile,  al  credere  mìo,  di  quella  del  boz- 
zolo e  d'altre  crisalidi  le  quali  sfarfallano  alcuna  volta 
e  girano  liberamente  per  l' aria  aperta  de'  campi;  lad- 
dove il  loro  Assoluto  non  è  mai  tale  nel  fatto  e  non  è 
mai  compito  né  libero. 

193.  —  Del  resto,  è  incredibile  la  disinvoltura,  la 
facilità,  r  eleganza  e  la  sicurezza  con  la  quale  lo 
Schelling  e  i  suoi  passionati  discepoli  fannosi  a  costruir 
la  natura  idealmente  e  sillogisticamente  e  affermano 
ad  ogni  tratto  la  rispondenza  perfetta  delle  leggi  del 
pendere  con  quelle  del  mondo  visibile  e  tramutano  le 
une  nelle  altre  e  tutte  poi  le  risolvono  in  certa  iden- 
tità  arcana   e  inescogitabile.   Agli   occhi   loro  corre 


^ 


324  LIBRO  TERZO. 

un'  analogia  compitissima  tra  il  peso  e  la  verità  e  tra 
la  materia  e  la  scienza.  Del  pari,  sono  analoghi  la 
bontà  e  la  luce,  il  moto  e  la  religione.  Di  tal  manie- 
ra, fu  introdotta  nella  metafisica  una  forma  nuova  di 
misticismo  ;  i  fenomeni  diventarono  simboli  e  una  me* 
tafora  abilmente  trovata  velò  con  certa  leggiadria  la 
ignoranza  profonda  delle  vere  cause  e  la  impotenza 
inemendabile  della  mente  indovinatrice. 

194.  —  Non  però  di  meno  dalla  baldanza  inconsi- 
derata di  qu^i  filosofi  uscì  il  vantaggio  che  venne 
da  capo  riconosciuto  alla  metafisica  il  debito  d' inve- 
stigare le  ragioni  supreme  dei  fatti  sperimentali  e  che 
non  le  sia  conceduto  di  starsene  sopra  ciò  con  le  mani 
a  cintola,  solo  perchè  la  fisica,  la  chimica  e  la  biolo- 
gia rifuggono  dalla  speculativa,  o  perchè  V  unità  della 
scienza  ogni  giorno  discostasi  di  vantaggio  e  alla  no- 
tizia dei  fenomeni  non  basta  oggimai  nessuna  capacità 
di  memoria  e  il  filo  del  raziocinio  si  perde  nell'  im- 
menso lor  labirinto. 

195.  —  Concedesi  volentieri  che  all'  impossibile  nes- 
suno è  tenuto.  Però  il  possibile  della  cosmologia  è  ancor 
tanto  largo  da  procacciare  non  solo  onore  immortale 
ai  coltivatori  più  fortunati  ma  da  salvare  eziandio 
la  fisica  e  gli  altri  studj  naturali  dalle  conseguenze 
maggiormente  pregiudiziose  del  gretto  e  basso  empi- 
rismo. Né  perciò  crediamo  che  non  vi  sia  altro  sen- 
tiere  da  battere,  eccetto  quello  segnato  dalli  Schel- 
linghiani  e  da  Hegel.  Rispetto  poi  a  quest'ultimo, 
possiamo  passarcene  qui  con  silenzio,  considerando  che 
se  ne  discorre  spesso  e  minutamente  nel  corso  della 
presente  opera. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    325 

Vili. 

196.  —  Dal  sommario  che  abbiam  compilato  delle 
sorte  diverse  di  cosmologia  succedute  in  antico  e  fra 
noi  moderni,  risulta,  per  nostro  avviso,  quello  che  se- 
^ue:  Primo;  che  tal  parte  nobilissima  della  metafisica 
<^8ce  dagUing^ni  peculati  vi  tutta  informata  per  ordi- 
nario dei  sistemi  ontologici  che  1'  antecedono  e  a  se- 
conda di  questi  piglia  veste  e  color  differente.  Però, 
notandosi  che  in  Germania  le  cosmologie  ultime  fu- 
rono derivate  dal  concetto  della  identità  fra  Dio  e  la 
creazione  e  che  questa  è  uno  spiegamento  ed  una  ma- 
nifestazione della  sostanza  divina,  dobbiamo  conclu- 
dere che  il  teismo  difetta  ancora  della  sua  propria  e 
conveniente  cosmologia. 

197.  —  Secondo;  rispetto  all'intriseco  della  tratta- 
zione doversi  persuadere  il  filosofo  che  le  generalità  vuote 
ed  astratte  sul  fare  degli  scolastici  non  soddisfano  al  di 
d'oggi  neppure  a  mezzo  la  curiosità  umana  che  è  nudrita 
con  abbondanza  e  meglio  assai  che  in  antico  dai  trova- 
menti  cotidiani  e  stupendi  dei  fisici  e  dei  matematici. 

198. — Terzo  ;  però  doversi  tener  gran  conto  del  pro- 
gredire sicuro,  veloce  ed  applicativo  che  conseguiscono 
tuttodì  le  discipline  sperimentali.  E  dove  qualche 
parte  almeno  non  ne  sia  spiegata  e  dimostrata  dalla 
cosmologia,  doversi  giudicare  inutili  e  quasiché  pue- 
rili le  sue  meditazioni  e  i  suoi  pronunziati. 

199.  —  Quarto;  che  si  può,  cominciando,  descrivere  i 
fatti,  conforme  notammo  sull'opera  del  La  Place,  e  quindi 
trovar  le  ragioni  assolute  ed  universali.  Ovvero,  e  con- 
verso stabilire  i  principj  e  dedurne  tali  nozioni  d' in- 
tomo ai  fatti  che  il  tutto  riesca  come  una  larga  e  bene 
ordinata  ipotesi  la  quale  si  avvera  con  esattezza  nella 


326  LIBRO  TERZO. 

realità  del  creato.  Questa  seconda  maniera  è  più  pro- 
pria della  scienza  rigorosa.  L'altra  è  più  modesta  e 
sincera.  Ad  ogni  modo,  il  metodo  della  cosmologia  ra- 
zionale dee  sempre  essere  sostanzialmente  deduttivo. 

200.  —  Quinto  ;  che  dalle  prefate  considerazioni  di- 
scende consistere  lo  sforzo  massimo  della  cosmologia 
nel  rinvenire  prove  apodittiche  non  già  delle  somme 
categorie  e  di  ciò  solo  che  le  cose  create  anno  tutte  a 
comune  ;  ma  sì  delle  leggi  più  sostanziali  che  reggono 
r  economia  universa  del  mondo  meccanico  e  chimico 
e  del  mondo  organizzato  e  animato.  E  di  quanti  più 
fatti  avviserà  la  ragione  vera  e  propria,  di  altrettanto 
diverrà  fruttuosa  e  sveglierà  giusta  ammirazione. 

201.  —  Sesto;  che  oltre  alle  deduzioni  esatte  e  sicure 
non  crediamo  interdetto  alla  cosmologia  metafisica  come 
a  nessuno  studio  speculativo  ì  ragionamenti  probabili  e 
le  congetture  assai  verosimili  ;  con  questo,  peraltro, 
che  sieno  confessate  con  ischiettezza  e  le  riceva  il  let- 
tore né  più  uè  meno  per  quel  che  sono. 

202. — Settimo;  altre  massime  direttive  così  salde  e 
fondate  come  fertili  e  salutevoli  provenire  dalla  ispe- 
zione stessa  della  natura  e  di  vantaggio  dalla  medi- 
tazione profonda  sui  caratteri  del  finito,  conforme 
apparisce  nei  due  Libri  già  scritti  e  seguiterà  più  che 
mai  a  mostrarsi  nel  seguito.  E  perciò  appunto  ci  è 
sembrato  opportuno  contro  l'uso  corrente  accennare  il 
metodo  della  scienza  quando  ella  comincia  con  qual- 
che precisione  e  nettezza  a  delinearsi  in  mente  al  lettore. 

203.  —  Ottavo;  che  del  danno  proveniente  dal  travi- 
sare i  giusti  ed  esatti  caratteri  del  finito  basterà  citar  per 
esempio  quella  persuasione  dìrem  naturale  appresso 
molti  scrittori  di  riconoscere  nella  creazione  le  forme 
e  le  leggi  medesime  del  proprio  pensare  e  del  proprio 
intendere;  e  segnatamente  Tunità  rigorosa  e  certo  Ibndo 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    327 

continuo  d' identità  e  il  misurare  alla  propria  stregua 
la  semplicità,  la  finalità  e  T  ordine  intero  delle  cose. 

204.  —  Nono  ;  invece  il  canone  giusta  il  quale  dee 
procedere  la  nostra  investigazione  essere  questo  mai 
>>empre:  che  la  natura  non  è  l'uno,  ma  è  il  molteplice 
e  Dio  stesso  potervi  bene  introdurre  V  armonia,  non 
Punita;  e  che  tra  le  leggi  del  pensiero  e  quelle  del 
mondo  creato  v'  à  certa  rispondenza  e  certa  analogia 
del  sìcaro  maravigliosa  e  fedele;  ma  che,  nondimeno, 
la  luce  della  creazione  giungendo  alla  nostra  pupilla 
mentale  ora  attraversa  parecchj  prismi  ed  ora  si  ad- 
densa in  parecchj  fuochi  di  lente;  il  che  peraltro  mai 
non  accade  senza  la  consapevolezza  mediata  o  imme- 
diata del  nostro  animo. 

205.  —  Decimo  ;  nella  cosmologia  quanto  in  ogni 
scienza  speculativa  le  deduzioni  e  dimostrazioni  di- 
pendere dai  principj;  e  che  questi  quando  sono  pochi 
ed  astratti  non  bastano,  quando  molti  e  specificati 
o  non  si  connettono  o  mancano  di  assoluta  certezza. 
La  scienza  per  al  presente  non  può  se  non  procedere 
con  riserbo  fra  tali  due  opposti;  e  radunando  copia 
bastevole  di  principj  procurare  di  connetterli  il  più 
strettamente  che  sia  fattibile.  Undecime  ;  perciò  pre- 
supponemmo noi  alla  cosmologia  nostra  i  principj 
infrascritti.  In  primo  luogo  ed  a  comune  con  gli  altii 
studj  speculativi  le  supreme  categorie  alle  quali  ag- 
giungemmo una  chiara  teorica  dell'atto  creativo.  In 
secondo  luogo  le  disposizioni  e  i  caratteri  incancellabili 
del  finito  ritraendoli  dalle  dottrine  ontologiche  più 
certe  e  più  manifeste.  In  terzo  luogo  le  sue  relazioni 
necessarie  e  perpetue  con  V  infinito.  Di  che  poi  pro- 
vengono altri  principj  particolari  e  fecondi.  Perchè  dai 
rapporti  con  la  potenza  infinita  discendono  le  massime 
intorno  la  possibilità.  E  dai  rapporti  con  la  sapienza 


828  IIBRO  TERZO. 

deriva  la  legge  di  convenienza  scambievole  di  tutti  i 
possibili.  Per  ultimo,  dai  rapporti  con  la  bontà  in- 
creata vien  fuori  la  legge  di  finalità  e  l' altra  del  pro- 
gressivo perfezionamento  e  l'altra  che  le  fa  tenore  con- 
tinuo della  partecipazione  massima  del  bene  assoluto. 

206.  —  Duodecimo;  confessarsi  da  noi  schiettamente 
che  i  principj  surriferiti  insegnano  molte  condizioni  e 
attitudini  non  pur  generali  ma  particolari  della  natura 
e  del  suo  modo  di  ascendere  all'adempimento  dei  fini. 
Salvochè  vi  sono  già  introdotte  le  nozioni  più  generali 
della  materia  e  del  moto,  oltre  a  quelle  dello  spazio  e 
del  tempo.  E  sebbene  in  questo  presente  Libro  e  nei  due 
anteriori  abbiamo  avvisata  una  rispondenza  perfetta 
fra  essi  principj  e  l' indole  propria  e  gli  atti  diversi 
vuoi  della  forza  attrattiva  e  delle  affinità  chimiche 
vuoi  della  forma  peculiare  dell'  etere  e  così  discorri 
per  altri  particolari,  nullameno  v'à  qualcosa  in  tutto 
ciò  di  speciale  e  di  originale  che  i  principj  astratti 
non  danno,  e  ci  proviene  da  quella  esperienza  comune 
la  quale  accompagna,  può  dirsi,  ciascun  istante  di  no- 
stra vita.  Senza  dire  che  la  materia  in  atto  e  il  suo 
moto  e  le  sue  affezioni  similmente  attuali  ci  vengono 
rivelate  dal  senso  e  dalle  percezioni  facoltà  differen- 
tissime  e  separatissime  dagli  oggetti  ideali. 

207.  —  Ma  egli  si  dee  dubitare  se  con  questi  sus- 
sidj  medesimi  l' argomentazione  e  la  deduzione  in  co- 
smologia trova  modo  di  assegnare  le  vere  cause  e  le 
ragioni  assolute  a  fatti  e  fenomeni  ancor  più  speciali, 
ovvero  le  è  forza  di  compiere  un  tessuto  a  vergato 
attingendo  dall'  esperienza  di  mano  in  mano  un  certo 
numero  di  presupposti  e  derivando  ogni  rimanente 
dalla  virtù  dei  principj.  Sulla  qual  cosa  propoadsi  di 
discorrere  il  Capo  che  segue. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZr  NELL'UNIVERSO.   329 


CAPO  QUINTO. 

DEI   LIMITI   DELLA   DEDUZIONE   IN   COSMOLOGIA. 


I. 

208.  —  Noi  siamo  tornati  delle  volte  parecchie  su 
questo  nostro  principio  che  dalla  nozione  alla  perce- 
zione ancora  che  passino  molte  attinenze,  nullameno 
guardate  nei  termini  proprj  elle  non  s' immedesimano 
e  non  si  uniscono,  e  mal  si  pretende  di  farle  mescola- 
tamente materia  e  forma,  predicato  e  subbietto  delle 
sintesi  nostre  mentali.  Perocché  la  nozione,  o  idea,  ter- 
mina e  si  compie  neir  oggetto  assoluto  del  pensiere  ;  la 
percezione,  invece,  nei  sensibili  relativi  e  mutabili.  Ol- 
treché, il  sensibile  affetta  l'animo  nostro  ed  internasi 
nel  nostro  subbietto  incomunicabile;  laddove  la  idea 
connettesi  con  la  realità  etema  che  esiste  in  separato  da 
noi.  Se  non  che,  la  vista  nostra  mentale  fu  ingenerata 
e  conformata  a  raccogliere  e  paragonare  nella  unità 
della  sua  luce  le  nozioni  e  le  percezioni,  essendo  che 
quella  luce  dilatasi  a  tutto  ciò  che  si  congiunge  con 
noi  e  più  esattamente  dilatasi  infino  al  doppio  limite 
della  congiunzione  medesima.  Però  é  tanto  impossibile 
tramutare  la  nozione  nel  fatto  e  legar  l'uno  all'altro 
per  nesso  d'identità,  come  condur  l'infinito  dentro  al 
finito  e  r  assoluto  e  l' eterno  nel  relativo  e  nel  tem- 
poraneo. 

209.  —  Simigliantemente  giudichiamo  impossibile 
dalle  generalità  logiche  e  dalle  categorie  supreme  del- 
l'ente  ricavare  per  necessità  razionale  le  specie  pecu- 


330  LIBRO  TERZO. 

liari  del  mondo  meccanico  e  dell'  altre  parti  della 
natura.  E  solo  stimiamo  che  il  raziocinio  soccorso  dal 
lume  certo  delle  relazioni  ontologiche  le  quaji  nel  capo 
antecedente  venimmo  registrando,  valga  a  indovinare 
i  generi  e  le  cagioni  più  larghe,  scoprire  l' ordine  e  i 
procedimenti  della  finalità  e  mostrare  poi  qualmente 
le  particolarità  e  le  essenze  specialissime  rivelateci 
dall'  esperienza  rispondano  a  capello  ai  principj  e  sieno 
come  fili  spessi  e  minuti  che  si  radunano  e  riparti- 
scono per  se  medesimi  nei  vani  del  filondente. 

210.  --  Chiaro  è  poi  che  non  iscorgendo  la  mente 
insino  a  dove  può  tragittarsi  il  lume  delle  relazioni 
teste  mentovate  e  insino  a  che  punto  discendere  e  pe- 
netrare nella  costruttura  degli  esseri,  noi  rimaniamo 
sicuri  che  una  cosmologia  razionale  non  è  impossibile  ; 
né  impossibili  i  suoi  progressi  quantunque  da  ogni 
lato  si  veggano  ostacoli  paurosi  e  non  molto  distanti 
i  suoi  confini  assoluti.  Avvi  oltreciò  una  parte  con- 
getturale e  uno  sguardo  il  più  comprensivo  e  sintetico 
che  sia  conceduto  all'uomo  sulla  immensità  del  creato  ; 
0  r  una  e  V  altro  giovano  grandemente  ad  ogni  ragione 
<li  scienze,  non  potendo  l' ingegno  umano  coordinare  e 
dirigere  con  qualche  franchezza  e  fiducia  l'opera  pro- 
pria senza  un  concetto  e  un  disegno  alquanto  definito 
sul  tutto  insieme  delle  còse. 

211.  —  In  opposizione  di  tali  documenti  metodici 
43  di  tali  limitazioni  sorse  una  scuola  in  Germania,  la 
quale  non  dubitò  di  trasmettere  la  idea  nel  fatto  per 
non  so  qual  legge  dialettica  e  di  prevenire  con  la  fé- 
cx)ndità  dei  concetti  ogni  risultamento  sperimentale,  di 
guisa  che,  a  detta  loro,  il  pensiere  fabbrica  dentro  di 
sé  con  raziocinio  necessario  un'opera  similissima  e 
parallela  a  tutto  quello  che  la  natura  va  costruendo 
o  compiendo  al  di  fuori. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    331 

212.  —  Noi  crediamo  che  in  tutto  ciò  nascoudesi 
xina  ostinata  e  superba  illusione  palliata  air  occhio 
de' più  avveduti  da  gran  potenza  discorsiva  e  dall'abuso 
del  parlar  figurato.  La  cosa  è  pure  aiutata  dall'  au- 
dacia medesima  del  proposito,  da  molta  sua  novità  e 
per  altra  parte  dalla  pigrezza  degl'  intelletti.  Perocché 
fa  loro  comodo  assai  di  credere  di  possedere  alquante 
formole  quasi  magiche,  per  mezzo  di  cui  si  dà  ragione  e 
spiegazione  d'ogni  fatto  e  d' ogni  mistero  ;  nel  modo  che 
agli  scolastici  gradiva  e  soddisfaceva  quel  loro  vocabo- 
lario delle  forme  sostanziali  e  delle  qualità  occulte,  me- 
diante le  quali  la  natura  sembrava  alzare  i  suoi  veli. 
L' ingegno  tragrande  dell'Hegel  v'entra  pure  per  molto  ; 
e  non  esitiamo  di  dire  che  se  l' intelletto  umano  valesse 
pur  mai  ad  attingere  l' impossibile,  quello  dell'  Hegel  vi 
saria  pervenuto.  Ma  che  giovò  ai  giganti  di  sovraporre 
montagne  ad  altre  montagne?  Il  lavoro  fu  portentoso 
e  sbalorditojo  quanto  infruttifero;  perchè  il  cielo  em- 
pireo rimanea  loro  discosto  sempre  d'intervallo  infinito. 

213.  —  Il  che  noi  reputiamo  così  aperto  e  provato, 
che  ninna  mente  ricuserebbe,  per  nostro  avviso,  di 
acconsentirvi,  quando  si  rinvenisse  un  modo  di  uscire 
affatto  dalle  locuzioni  equivoche  o  soverchiamente 
astratte  e  1'  animo  degli  studiosi  fosse  rimenato  a  quel 
senso  primitivo  e  semplice  della  verità  che  le  ambiziose 
speculazioni  traviano  ed  annebbiano  a  poco  per  volta. 

214.  —  Mirando  io  propriamente  a 'cotesto  fine,  ebbi 
ricorso  alle  immagini  e  alle  finzioni  descritte  nell'  apo- 
logo che  segue. 

II. 

215.  —  Lassù  nelle  regioni  sopramondane  era  una 
specie  di  angiolo  che  non  trovandosi  attorno  nessuna 


382  UBRO  TERZO. 

sorta  di  corpo  e  uem  manco  quel  sottilissimo  ed  invi- 
sibile che  Leibnizio  regala  a  tutti  gli  spiriti,  non  rin- 
venne mai  modo  di  conoscere  la  natura  con  certa  e 
diretta  scienza.  La  mente  sua  era  di  continuo  a  faccia 
a  faccia  con  gli  eterni  esemplari  da  cui  per  contem- 
plarli che  si  facesse  non  potè  in  niun  tempo  ritrarre 
una  notizia  vera,  positiva  ed  esatta  delle  cose  ma- 
teriali e  mutabili,  poste,  come  direbbe  Aristotele,  sotto 
il  cielo  della  luna.  Egli  scorgeva  bene  entro  quegli 
archetipi  V  esemplarità  e  V  efficienza  divina  d' ogni 
ente  finito,  ma  sempre  in  maniera  assoluta,  univer- 
sale, infinita  ed  incommutabile.  Il  perchè,  quando  ri- 
mirava con  occhio  fermo  ed  attento,  poniamo,  nella 
idea  di  corpo,  o  in  quella  di  spazio  o  nelF  altra  di 
moto,  gli  spiriti  che  in  non  so  qual  pianeta  avevano 
abitato  una  spoglia  mortale  lo  avvisavano  con  pre- 
mura che  in  quelle  idee  e  nelle  simigliane  dimora 
bensì  una  forma  corrispondente  ed  analoga,  ma  di- 
versa tuttavolta  dalle  cose  rappresentate.  In  latto, 
dov'  è,  gli  dicevano  in  queste  idee  la  corpulenza  della 
materia?  dove  l' estensione,  la  divisibilità,  il  peso  e  gli 
altri  accidenti?  Qui  V  esemplare  del  moto  vedi  che  non 
si  move  e  l' esemplare  del  mutamento  vedi  che  guari 
non  muta.  Le  quali  parole  suonavano  all'  orecchio  del- 
l' angiolo  parte  confuse  e  parte  come  le  parole  luce  e 
colore  suonerebbero  a  un  cieco  nato. 

216.  —  Così  rimanendo  egli  sospeso  e  mal  soddisfat- 
to, vennegli  riferito  essere  capitata  lassii  l'anima  di 
Giorgio  Hegel,  il  quale  avendo  trovato  pur  finalmente  la 
scienza  assoluta  e  descritto  per  minuto  il  trapasso  della 
nozione  ad  ogni  realità  del  mondo  corporale  ed  organico, 
e  oltrediciò  avendo  scoperto  che  nelle  nozioni  e  nei 
fattiy  volta  e  gira,  è  sempre  un  medesimo  essere,  pa- 
reva il  sol  uomo  capace  di  levare  di  dosso  all'  angiolo 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   333 

quella  curiosità  singolare  di  conoscere  la  materia,  il 
moto  e  r  altre  cose  di  quaggiù  e  conoscerle  mediante 
le  idee.  Curiosità,  del  resto,  non  degna  in  tutto  d' un 
angiolo  e  simile  a  quella  di  certi  bimbi  che  nudriti 
nelle  delicature  anno  una  voglia  spasimata  delle  poma 
acerbe  e  dell'agresto. 

217.  —  Ma  come  ciò  sia,  venuto  egli  un  dì  a  colloquio 
col  gran  filosofo,  tosto  lo  richiese  del  come  la  nozione 
o  r  idea  diventi  spazio  materia  moto  ;  ed  in  generale  di- 
venti natura;  confidandosi  che  qualora  intendesse  cotal 
passaggio  assai  bene,  dovrebbe  di  necessità  intendere 
quello  che  sia  esso  lo  spazio,  il  moto,  la  corporalità  e 
r  altre  cose.  Ma  perchè  il  dialogo  fu  alquanto  lun- 
ghetto, noi  intralasceremo  per  più  speditezza  la  forma 
del  raccontare  e  trascriveremo  esso  dialogo  nell'ordine 
in  cui  procedette  e  facendocene  spettatori  ed  ascoltatori. 

m. 

218.  —  Hegel.  Non  torna  possibile  il  farvi  capace 
'cB  queste  speculazioni,  quando  ignoriate  affatto  parec- 
chi miei  principj  sovrani  e  fecondi  che  sono  cardini  di 
tutto  il  sistema.  D'altra  parte,  a  voi  converrà  accet- 
tarli quali  postulati  non  disputabili.  Che  sarebbe  troppo 
lungo  il  fame  ora  esame  competente  e  il  controver- 
terli ad  uno  per  uno. 

219.  —  Sappiate,  dunque,  o  spirito,  che  l'idea  non 
è  punto  quale  voi  la  pensate  e  cioè  una  cosa  immu- 
tabile, senza  spiegamento  e  progresso,  ferma  e  asso- 
luta come  il  suo  durare  che  non  principia  e  non 
termina.  Per  lo  contrario,  l'assolutezza  vera  di  lei 
consiste  nel  diventare  ogni  essere  e  prima  ogni  nozione 
di  essere.  Il  che  opera  ella  straniandosi  da  sé  stessa 
e  varcando  in  altro  ;  poi  contraddicendo  questa  mede- 


334  LIBRO  TERZO. 

sima  alienazione,  tanto  che  torni  in  se  arricchita  di 
ciò  che  à  negato  ed  aifermato  per  via,  e  così  di  se- 
guito e  sempre  allo  stesso  modo.  Perocché,  dovete  an- 
che conoscere  che  la  contraddizione  ovverosia  l'ente  e 
il  nulla  associati  ed  unificati  sono  i  progenitori  asso- 
luti del  mondo,  laddove,  la  plebe  assai  numerosa  dei 
metafisici  li  reputava  l'opposto. 

220.  —  Angiolo.  Sia  quel  che  volete.  Il  desiderio 
d' imparare  a  conoscere  i  corpi  e  il  modo  come  la  no- 
zione vi  si  tramuta  mi  punge  sì  fortemente,  che  lascio 
andar  giù  nel  mio  comprendonio  questi  vostri  postu- 
lati singolarissimi;  e  vi  sarebbe  da  discorrerne  insino 
a  tre  dì  dopo  il  Giudicio.  Solo  vi  chiedo  se  la  idea 
diventando  altro,  è  nel  tempo  ovvero  nella  eternità; 
perocché  divmtare  e  mutare  sono  sinonimi  e  parimente 
mutare  e  succedere.  Ma  il  succedere  fuori  del  tempo 
è  contradittorio. 

221.  —  Hegel.  Òvvi  pur  detto  che  la  ripugnanza 
nei  termini  é  il  mio  cavai  di  battaglia.  E  se  voi  in- 
cespicate così  alla  prima  e  vi  fate  scrupolo  di  queste 
difficoltà  leggierissime,  io  dispero  di  torvi  dall'igno- 
ranza in  cui  vi  pesa  di  rimanere.  L' idea  diventa  dalla 
eternità  ;  e  conviene  ognora  pensarla  nel  suo  tutto  as- 
soluto e  nelle  sue  parti,  ognuna  delle  quali  richiama 
r  altra  e  solo  nel  loro  intero  é  lecito  di  spiegare  e 
dimostrare  quello  che  sono.  L' idea,  pertanto,  si  fa  in- 
sieme ed  è  fatta,  diventa  ed  é  già  diventata. 

222.  —  Angiolo.  Mando  giù  anche  questo  e  pre- 
govi  di  continuare  e  di  compatirmi. 

223.  —  Hegel.  Il  principio  d'ogni  principio  é  là 
nozione  astrattissima  dell'essere  indeterminato  e  simile 
al  nulla.  Tal  nozione  a  grado  per  grado  diventa  tutte 
le  altre  che  la  logica  suol  rassegnare.  Dopo  questo, 
r  idea  che  già  trascorse  V  àmbito  immenso  delle  no- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    335 

zioni,  trapassa  nella  natura  che  è  in  sostanza  l'idea 
medesima  diventata  altro  e  rimanendo  pur  tuttavia 
identica  con  sé  medesima. 

224.  —  Angiolo.  Scusate,  di  grazia,  la  mia  fran- 
chezza soverchia.  Ma  quassù  in  cielo  si  abborre  Parte 
del  fingere  e  si  spiattellano  pensieri  e  giudicj  tali  quali 
si  sentono.  Or  come  fa  ella  V  idea  logica  a  chiudere 
r  àmbito  delle  nozioni  ?  Perocché  queste  sono  infinite; 
ed  io  pur  nato  con  intelletto  angelico,  sebbene  le  vo 
raccogliendo  da  secoli  e  ne  riempio  e  sopraccarico  la 
mente  e  la  ritentiva,  mi  veggo  sempre  ad  un  modo  lon- 
tano dal  termine. 

225.  —  Hegel.  È  manifesto  che  l' idea  logica,  per- 
venuta alla  scienza  del  pensiere  di  sé  medesima  e  del 
riconoscersi  identica  nel  subbietto  e  nelF  obbietto,  rag- 
giunge l'unità  finale  e  sintetica  e  diventa  idea  assoluta. 
Qual  cosa  cercate  voi  di  là  dall'Assoluto?  Per  vero, 
r  idea  logica  à  girato  per  tutta  quanta  la  sfem  della 
possibilità;  ed  è  trapassata,  per  via  d'esempio,  dal 
possibile  meccanico  al  possibile  chimico  e  da  questo 
all'organico  e  da  questo  ancora  alla  vita  e  allo  spi- 
rito, ossia  ad  una  mente  servita  da  organi  corporali.* 

226.  —  Angiolo.  Non  conosco  gli  organi  corporali  ; 
ma  so  che  di  là  da  simile  forma  di  vita  io  ne  conce- 
pisco altre  dififerentissime  servite  da  organi  immortali 
ed  incorporali  e  ricche  di  facoltà  ignote  eziandio  a  noi 
creature  angeliche  e  tuttavolta  possibili  e  forse  anche 
bistenti.  Onde  non  veggo  ragione  perchè  la  idea  logica 
si  ferma  nel  suo  diventare  e  giudica  di  dover  produrre 
quelle  tante  nozioni  o  possibilità,  e  non  di  vantaggio. 
Ma  lasciamola  andare  ;  che  io  non  vo  mettere  indugi 
alle  spiegazioni  e  rivelazioni  che  aspetto. 

I  Logifu$f  voi.  Il,  pag    349.  Versione  Traucese  del  Prof.  Vera. 


330  UBRO  TERZO. 


IV. 


227.  —  Hegel.  Ne  io,  dunque,  replicherò,  per  farmi 
incontro  sollecitamente  al  vostro  desiderio.  L^dea, 
pertanto,  arrivata  al. termine  che  io  dicevo,  guarda 
fuori  di  sé  e  fassi  esteriore  a  sé  medesima;  e  tale  este- 
riorità immediata  e  indeterminata  è  lo  spazio. 

228.  —  Ma  il  diverso  é  poi  sempre  dallato  allMden- 
tico  e  la  negazione  dallato  air  affermazione.  Però  il 
punto  che  è  un  certo  limite  e  un  cotale  inizio  di  deter- 
minazione dee  comparir  nello  spazio.  £  questo  punto 
medesimo  dee  diventare  anco  esso,  perchè  ogni  cosa 
principia  e  diventa;  quindi  per  le  massime  prestabi- 
lite, egli  negherà  sé  stesso  e  varcherà  in  altro  gene- 
rando la  linea,  come  la  linea  con  processo  conforme 
dee  generare  la  superficie. 

229.  —  Ecco  in  tal  diventare  del  punto  viene  ge- 
nerato altresì  il  tempo,  conciossiaché  questo  è  uno  e 
identico  perfettamente  con  lo  spazio  ed  il  moto.  Quel 
qualche  cosa  poi  che  dura  e  si  move  è  propriamente 
la  materia.  Non  é  egli  chiaro,  evidente,  palpabile? 

230.  —  Angiolo.  Oimé!  filosofo!  che  se  la  chia- 
rezza vostra  è  si  fatta,  io  sono  spacciato,  e  non  inten- 
derò mai  buccia  della  vostra  teorica.  Di  tutto  quello 
che  avete  esposto  io  confesso  candidamente  di  aver 
capito  un  bel  nulla. 

231.  —  Hegel.  Non  è  mia  colpa  del  sicuro;  che  io 
parlo  netto  e  preciso;  e  dopo  Aristotele  nessuno  in  ciò 
mi  pareggia.  Ma  quassù  non  intendete  per  quello  che 
io  credo,  alù*o  parlar  filosofico  se  non  V  usato  da  san- 
t' Agostino  e  da  san  Tommaso.  Fatemi,  però,  canoniz- 
zare da  un  qualche  papa  e  forse  allora  mi  capirete. 

232.  —  Angiolo.  Un  po'  di  pazienza,  maestro  caro. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   337 

un  po'  di  pazienza  !  E  non  vi  sarebbe  caso  d' espri- 
mere coleste  vostre  proposizioni-  con  altre  parole,  a 
vedere  se  mi  entrassero  meglio? 

233.  —  Hegel.  V  ò  ricordato  lo  spazio,  il  punto, 
il  moto,  il  tempo  e  la  materia.  Or  voi  sapete  troppo 
bene  quel  che  significhino'  tali  vocaboli.  Atteso  che 
SODO  concetti  annoverati  essi  pure  nella  idealità  infi- 
nita di  cui  godete  1'  etema  visione. 

234.  —  Angiolo.  Così  è,  filosofo;  e  il  mio  danno 
sta  propriamente  che  voi  mi  lasciate  dentro  i  concetti, 
quando  io  vi  prego  di  cavarmene  e  condurmi  in  co- 
spetto delle  realità  corporali.  Oltreché,  badate  che  quei 
concetti  di  materia,  di  spazio  e  via  prosegui  sono  ana- 
loghi e  non  simili  alle  cose  di  cui  discorriamo,  ten- 
gono con  esse  corrispondenza  simbolica  ma  non  le  ef- 
figiano e  non  ne  fanno  ritratto.  Io  so,  infrattanto,  che 
lo  spazio  effettivo,  il  moto  e  la  materia  effettivi  sono 
tanto  diversi  dalla  nozione,  che  perciò  appunto  io  essere 
immateriale  non  giungo  in  ninna  maniera  a  capirli. 
Voi  già  cominciaste  con  la  nozione  dell'essere  inde- 
terminato e  proseguiste  via  via  per  tutte  le  altre  ca- 
tegorìe ideali.  E  sebbene  io  non  abbia  notizia  del  modo 
come  traeste  l'una  idea  dall'altra,  nullameno  non  mi 
ci  perdo  e  confondo  compiutamente  dacché  rimango 
pur  sempre  nella  regione  dei  concetti.  Ma  voi,  venuto 
ad  un  certo  termine,  senza  che  io  scorga  il  perchè 
né  indovini  il  come,  trasmutate  la  vostra  idea  in  tutto 
altro  essere  e  le  date  una  natura  per  me  incompren- 
sibile. Veggo  che  voi  strabuzzate  gli  occhi  in  qua  e 
in  là  come  attonito  della  tardità  del  mio  ingegno. 
Ma  che  volete  I  posso  io  scambiare  le  leggi  eterne  della 
logica  ?  Se  la  vostra  idea  pur  divenendo  perfetta  e 
assoluta  è  sempre  idea  e  nozione,  come  può  dar  na- 
scimento ad  altra  cosa  che  nozione  non  sia?  £  quando 

Mahuiii.  —  II.  33 


338  LIBRO  TERZO. 

Io  faccia,  ognuno  io  credo  s' unirà  meco  a  dire  che 
quelle  due  cose  riescono  indipendenti  affatto  e  diverse, 
e  r  una  del  sicuro  non  è  ingenerata  dall'  altra.  Qui  fra 
i  due  termini,  adunque,  non  è  veruna  necessità,  verun 
trapasso  razionale  veruna  sorta  di  legame;  e  lo  spazio, 
il  moto,  la  materia  e  simili  escono  fuori  dalla  idea 
logica  con  tanta  impertinenza  e  stranezza,  quanto  se 
un  cherubino  si  trasmutasse  nel  cavai  bianco  dell'  Apo- 
calisse. 

235.  —  Hegel.  Come  dite  che  non  v'  è  trapasso 
legittimo,  mentre  lo  spazio  e  indi  poi  la  materia  sono 
la  idea  esternata?  È  dunque  la  stessa  cosa  e  diversa 
medesimamente.  Ma  voi  sembrate  non  capire  il  senso 
delle  parole. 

236.  —  Angiolo.  Può  darsi,  e  per  emendarmi  ri- 
peterò esatto  le  vostre  frasi.  La  idea  logica,  affermate 
voi,  con  lo  esternarsi  produce  lo  spazio.  È  dunque  la 
idea  logica  che  esternata  si  raddoppia;  ovvero  che  fa 
se  oggetto  a  sé  stessa.  Imperocché  in  questo  sol  modo 
una  idea  o  nozione  si  esterna.  E  così  rimaniamo  sem- 
pre nella  idealità  e  non  nel  concreto  corporeo.  Che  se 
poi  il  vocabolo  estemo  è  qui  usato  non  per  metafora 
ma  neir  accezione  sua  propria  e  conveniente  alla  sola 
materia,  primamente  vi  dico  di  non  lo  intendere;  in 
secondo  luogo  vi  fo  avvertire  che  noi  spiegheremmo 
la  cosa  con  la  cosa  stessa  esplicanda;  e  il  problema 
si  risolverebbe  mediante  un  giuoco  di  parole. 

237.  —  Hegel.  Voi  non  pigliate  la  questione  pel  suo 
verso;  e  sembravi  aver  detto  assai  provando  che  la 
nozione  e  la  natura  anno  essenza  differente.  L'abbiano 
anche  opposta  ;  perciò  proprio  T  una  è  ingenerata  dal- 
l' altra.  Impei-occhè  nel  trapasso  della  idea  logica  alla 
natura  debbe  incontrarsi  giustamente  una  opposizione 
ed  una  medesimezza;  e  questo  è  sempre  e  uni  versai- 


COOBDINAZIONB  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.  339 

mente  il  processo  di  tutti  gli  esseri.  Dacché  gli  oppo- 
sti si  richiamano  a  vicenda  in  quel  mentre  che  si  di- 
vidono. Nel  processo  di  cui  parliamo  conoscete  l' oppo- 
sizione. La  medesimezza  ben  sapete  che  risiede  nella 
idea  la  quale  tuttoché  diventi  natura  non  cessa  però 
di  essere  idea. 

238.  —  Angiolo.  In  cotesto  modo,  non  v'  à  dubio, 
voi  farete  nascere  il  quadrato  dal  rotondo  e  ogni  cosa 
verrà  prodotta  da  ogni  cosa;  salvoché,  procedendo  per 
simile  via,  noi  ci  troveremo  molto  più  prossimi  al  Caos 
di  quello  che  al  mondo  corporeo.  Ma  io  nego  a  dirit- 
tuj-a  che  gli  opposti  nascano  1'  uno  dall'  altro,  e  dico 
i  veri  opposti  e  non  gli  apparenti.  Del  sicuro,  il  male 
non  genera  il  bene  né  il  brutto  il  bello  né  il  vizio  la 
virtù,  e  così  seguita.  Oltreché,  gli  opposti  da  me  ricor- 
dati si  pareggiano  per  lo  manco  nell'  avere  a  comune 
l'essere  di  sostanza.  Poiché  il  vizio,  pur  troppo,  e  la 
bruttezza  e  il  male,  ancoraché  mescolati  di  negazione 
in  sola  negazione,  non  tornano  e  per  isventura  parte- 
cipano della  sostanza.  Ma  la  vostra  idea  logica  nep- 
pur  si  ragguaglia  al  mondo  corporeo  rispetto  alla 
realità  ;  sondo  eh'  ella  principia  con  1'  essere  puro  inde- 
terminato a  cui  mancano  del  pari  1'  atto  e  la  potenza; 
«d  è  poi  manifesto  che  tale  cominciamento  primo  e 
assoluto  dee  serbare  1'  essenza  propria  in  qualunque 
sviluppo.  Discende  da  ciò  che  nemmanco  é  vera  quella 
medesimezza  che  voi  riponete  fra  la  natura  e  l'idea; 
non  potendo  correre  nessuna  sorta  d' identità  fra  una 
cosa  reale  in  atto  ed  una  nozione  cui  la  virtualità  e 
r  attualità  fanno  similmente  difetto. 

239.  —  Hegel.  Io  non  mi  posso  più  contenere.  E 
può  far  Dio  che  un  angiolo  annaspi  così  maladetta- 
mente?  Ma  se  le  nozioni  diventano  e  passano  l' una 
neir  altra,  come  dite  che  non  possiedono  virtualità  al- 


340  LIBRO  TERZO. 

cuna?  La  nozione,  sappiate  per  regola  vostra,  è  attuale 
e  realissima  quanto  ogni  altra  sorta  di  essere;  eccet- 
tochè  differisce  dalla  realità  esteriore  o  vogliam  dire 
dalla  materia  con  la  quale  pur  nondimeno  si  sustan- 
zia  ed  unifica.  Ò  pur  tollerato  che  parlando  voi  a  vo- 
stra posta  usiate  la  voce  noziotfe  al  modo' volgare.  Ma 
nella  mia  logica  l' accezione  sua  diventa  particolaris- 
sima e  vuol  significare,  invece,  la  potenza  libera  e  so- 
stanziale, queir  assoluta  virtualità  esistente  per  sé  e 
dentro  cui  è  come  ripiegato  ed  epilogato  V  intero  uni- 
verso. 

240.  —  Angiolo.  Chieggovi  scusa  di  cuore  e  m' av- 
veggo che  ancora  non  vi  siete  avvezzo  alla  nostra  fran- 
chezza paradisiaca.  Ma  io  non  potrei  per  nulla  dissi- 
mulare quello  che  penso. 

241.  —  Io  stimava  d'intendervi  bene,  mantenendo 
nel  principiato  la  essenza  medesima  del  principio.  Che 
se  questo  è  1'  essere  puro  e  tanto  indeterminato  da  fare 
equazione  coi  nulla,  come  poteva  io  figurare  che  in- 
vece egli  sia  una  potenza  infinita  da  cui  verrà  fuori 
di  mano  in  mano  ogni  cosa?  Del  resto,  io  sono  ormai 
chiaro  eh'  io  non  perverrò  ad  intendere  quello  che  sono 
la  natura  ed  i  corpi.  E  mi  rincresce  di  ripetervi  che 
per  le  vostre  parole  io  non  veggo  spuntare  da  nessun 
lato  quel  mondo  materiale  di  cui  fo  dimando  da  lungo 
tempo;  e  quando  anche  mi  sforzi  di  menar  buono  a 
me  stesso  queir  esternarsi  della  nozione  e  quel  diven- 
tare lo  spazio  effettivo,  non  per  ciò  mi  si  fa  intelligi- 
bile il  rimanente.  Nel  vero,  se  io  debbo  aspettare  che 
il  mondo  della  natura  esca,  nel  modo  che  a  voi  piace, 
dal  movimento  del  punto  io  non  ne  verrò  mai  a  capo. 
Conosco  lo  spazio  intellettuale  e  tutte  le  suo  determi- 
nazioni. Perciò  conosco  eziandio  che  il  punto  è  mera 
astrazione  e  concetto;  e  quindi  il  suo  moto  è  altret- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    341 

tanto  astratto  e  ideale.  E  davvero  davvero,  vorrei  ve- 
derlo, o  filosofo,  cotesto  punto  nel  moto  suo  e  dico 
moto  effettivo,  non  mentale  e  speculativo.  Ma  v'  à  di 
più  ;  che  pur  concedendo  a  V  astrazione  che  chiamasi 
punto  la  facoltà  del  moto,  il  meschinello  non  potrà 
valersene  tanto  né  quanto.  Perchè  ad.  ogni  facoltà  è 
necessario  si  aggiunga  una  acconcia  determinazione. 
In  fatto,  per  dove  si  addirizzerà  quel  moto,  domando 
io?  in  giù  od  in  suV  a  destra  od  a  manca?  sarà  lento 
o  veloce,  ritardato  od  accelerato?  Il  punto,  a  rispetto 
di  ciò,  è  come  il  centro  d'un  circolo;  e  quanti  sono  i 
raggi,  altrettante  direzioni  di  moto  può  prendere.  Il 
perchè,  mancandogli  dal  di  fuori  la  cagione  determi- 
nante, forza  è  che  rimanga  in  quiete  per  sempre, 

V. 

242.  —  Volea  l'Angiolo  proseguire  a  discorrere  delle 
sue  dubbiezze  intorno  al  tempo  ed  alla  materia,  con- 
forme sono  originati  dall'  Hegel,  ma  questo  di  carat- 
tere un  poco  albagioso  e  stizzoso  rompendogli  a  mezzo 
le  fine  argomentazioni  gli  si  tolse  davanti  e  se  ne  andò 
borbottando  fra  sé  e  sé  contro  la  sua  fortunaccia  che 
in  terra  un  solo  de'  suoi  discepoli  1'  avea  bene  inteso 
e  talvolta  nemmanco  lui;  ed  ora  dovea  riconoscere  che 
neppure  gli  angioli  lo  capivano. 

243.  —  Provengono  da  questo  dialogo,  per  mio  giu- 
dicio,  due  massime  tanto  vere  quanto  profittevoli  assai 
per  la  scienza  speculativa  e  per  li  suoi  metodi.  L'una 
insegna  di  nuovo  come  sia  impossibile  trapassare  dalla 
nozione  alla  realità  effettiva  della  natura  per  un  le- 
game d' identità  fra  i  due  termini  e  presumendo  di 
trasformare  Y  uno  nell'  altro. 

244.  —  La  seconda  massima  insegna  che  nella  co- 


342  LIBRO  TERZO. 

Sinologia  razionale  non  è  dato  all'  ingegno  umano  di 
trapassare  i  limiti  descritti  più  sopra  da  noi  ;  e  che 
dove  già  non  fossero  radunati  dentro  la  nostra  mente 
i  concetti  di  spazio,  di  moto,  di  materia,  di  corpo  e 
simili,  giammai  il  pensiere  li  troverebbe,  come  suol 
dirsi,  a  priori,  cavandoli  dalle  categorie  universali  del- 
l'essere;  né  volendo  imitare  l'Hegel  il  quale  dopo 
avere  per  traforo  introdotto  nella  sua  logica  l'espres- 
sioni metaforiche  d' interno  e  d'esterno  e  l'altre  di  re- 
sistenza, di  centro,  di  parti,  d' aggregato  e  siniiglianti, 
prova  poi  leggier  fatica  a  dedurre  dalla  nozione  del- 
l'obbietto  in  universale  la  nozione  tanto  diversa  del 
mondo  materiale  e  meccanico.*  E  con  tutto  questo,  le 
spiegazioni  e  ragioni  addotto  dei  fenomeni  e  dei  muta- 
menti calzano  così  poco  e  legansi  con  nodi  tanto  ri- 
lasciati, da  dovere  per  nostro  avviso  destar  più  che 
spesso  la  ilarità  dei  fisici  e  dei  matematici. 

245.  —  A  detta  dell'  Hegel  le  stelle  non  sono  altra 
che  la  materia  nella  identità  sua  immediata  e  nel  suo 
alienarsi  continuo  da  sé  medesima.  In  tutto  il  firma- 
mento il  solo  nostro  sistema  planetario  attua  in  pieno 
la  nozione  del  mondo  meccanico  ponendovi  un  centro 
assoluto  che  è  il  Sole,  il  quale  nega  sé  stesso  e  però 
genera  altri  centri  particolari  che  sono  i  pianeti.  Ol- 
tre ciò,  il  Sole  esprime  la  indipendenza  della  materia  ; 
i  pianeti,  il  mischiamento  d'indipendenza  e  di  sugge- 
zione,  perché  possedendo  un  centro  proprio,  tuttavolta 
ne  cercano  un  altro  al  di  fuori  a  cui  perciò  si  acco- 
stano a  vicenda  e  se  ne  allontanano.  Invece,  i  satelliti 
esprimono  il  momento  della  esteriorità,  e  non  avendo 
centro  proprio  e  cercandolo  altrove  esprimono  altresì 
il  momento  della  dipendenza  ;  ancora  che  tale  esterio- 


•  LogiquCy  voi    II,  png,  599  e  segumli. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    343 

rìtà  e  dipendenza  sia  malto  meglio  significata  dalle 
comete,  le  quali  non  girano  sopra  sé  stesse  come  fanno 
i  pianeti.  Il  sistema  solare  poi  tutto  insieme  attua 
compiutamente,  come  si  disse,  la  nozione  della  mecca- 
nica, atteso  che  quivi  ogni  parte  è  attratta  ed  attrae 
respinge  ed  è  respinta,  à  centro  ed  è  fuori  del  centro 
e  compone  un  tutto  in  cui  la  materia  perviene  ad  uni- 
ficare lo  in  sé  e  lo  per  sé, 

246.  —  S' io  voglio  parlare  con  ischiettezza,  ogni  con- 
cetto qui  mi  riesce  non  pure  strano  ma  discorde  dnl 
fatto.  E  prima,  se  v'à  cosa  ormai  accertata  in  fisica 
si  è  che  le  stelle  ed  ogni  materia  siderea  viene  gover- 
nata dalla  legge  dell'attrazione  né  più  né  meno  di 
quello  che  faccia  il  nostro  sistema  solare.  Senza  che, 
si  notano  colassù  movimenti  proprj  molto  diversi,  cam- 
biamenti di  colore,  scuramenti  subitanei,  apparizioni 
di  nuove  stelle;  il  che  dimostra  da  per  tutto  non  la 
identità  e  certa  ripulsione  uniforme,  sibbene  la  diffe- 
renza, la  composizione  e  V  attività.  Lassù  sono  sistemi 
compiuti  di  stelle  moventisi  T  una  a  rispetto  dell'altra 
con  quella  legge  proporzionale  di  massa  e  con  quel 
medesimo  impulso  centripeto  e  centrifugo  del  nostro 
sistema  planetario.  Oggidì  si  annoverano  circa  seimila 
coppie  di  astri  solari  e  però  ciascuna  prende  nome 
di  stella  doppia  ;  e  v'  à  pure  gruppi  di  tre,  quattro, 
cinque,  sei  stelle  aggirantisi  al  modo  de'  nostri  pianeti. 
Ma  come  si  disse,  il  maggior  numero  degli  aggregati 
risulta  di  due  sole  stelle  e  non  troppo  diverse  per 
massa  ;  onde  pesano  l' una  inverso  dell'  altra  con  equi- 
Hbrio  di  gravità  e  girano  bilanciate  con  movimento 
circolare  scambievole. 

247.  —  In  tutto  questo,  per  mio  avviso,  la  nozione 
hegeliana  della  meccanica  perde  la  bussola  e  dà  a  tra- 
verso. Fra  le  stelle  doppie  non  v'  à  più  un  corpo  cen- 


344  LIBRO  TERZO. 

trale  ed  universale  ma  due  corpi  e  talvolta  parecchi 
che  souo  in  se  ed  in  altro,  dipendenti  e  indipendenti 
al  tempo  medesimo  e  con  eguale  misura. 

248.  —  In  secondo  luogo,  se  il  centro,  giusta  la  no- 
zione hegeliana,  dee  respingere  se  stesso  e  creare  con 
ciò  altri  centri  che  sono  i  pianeti,^  questi  per  una 
simile  ragione  debbono,  respingendo  sé  stessi,  creare  i 
satelliti.  Perchè,  dunque,  i  satelliti  rappresentano  un 
altro  momento  della  nozione,  quello  cioè  della  este- 
riorità e  della  dipendenza?  Per  fermo,  nei  satelliti  è 
il  rapporto  medesimo  coi  pianeti  che  in  questi  col  Sole, 
e  vale  a  dire  che  ciascheduno  possiede  un  suo  proprio 
centro,  possiede  il  moto  rotatorio  (che  nella  luna  è  di- 
mostrato) e  il  moto  di  traslazione.  Vero  è  nondimeno, 
che  se  nei  satelliti  si  ripete  tal  quale  il  momento  della 
nozione  attuato  nei  pianeti,  non  v'  à  motivo  perchè 
quelli  non  producano  a  sé  medesimi  altri  satelliti  e 
questi  altri  a  vicenda  e  così  senza  termine.  D' altra 
parte,  se  i  satelliti  rappresentano  un  momento  spe- 
ciale e  distinto  della  nozione,  perchè  Mercurio,  Marte 
e  Venere  ne  vanno  sprovvisti,  e  Saturno  in  quel  cam- 
bio s'incorona  di  otto  lune  e  di  tre  anelli?  Del  pari, 
si  à  qualche  arbitrio  di  chiedere  perchè  il  Sole  e  tutti 
quanti  i  pianeti  e  pure  tutti  i  satelliti,  eccetto  due, 
girano  in  un  medesimo  verso  da  occidente  ad  oriente 
e  poco  declinano  dal  piano  dell'  equatore,  mentre  le 
comete  (salvo  quelle  comprese  nelle  orbite  planetarie) 
tagliano  il  detto  piano  con  angoli  più  o  meno  ottusi  ; 
e  mentre  per  esser  corpi  che  esprimono  il  momento 
della  dipendenza  dovrebbero  per  lo  contrario  secon- 
dare il  piano  ed  il  verso  del  corpo  dal  quale  di- 
pendono. 


>  Phiiosoph.  de  la  Nature,  voi.  I,  pag.  373. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    345 

.  249.  —  Per  nostro  giudicio,  non  sono  queste  do- 
mande troppo  indiscrete,  addirizzandole  a  gente  la  quale 
à  scoperto  la  scienza  assoluta  e  fanno  del  nostro  si- 
stema solare  il  centro  vero  ed  unico  dell'attività  e 
della  vita.  Similmente,  se  debbe  esservi  un  centro  che 
attira  e  respinge  perchè  afferma  e  nega  se  stesso  e 
operando  ciò  fa  esistere  altri  centri  i  quali  respingono 
insieme  ed  attraggono,  il  numero  e  la  condizione  di 
cotesti  centri  non  dee  rimanersi  fortuita.  Ma  la  teorica 
dell' Hegel  se  ne  passa  con  silenzio. 

250.  —  Di  più,  in  essa  teorica  il  Sole  è  detto  centro 
assoluto  ed  universale.  Però,  sarebbe  rovesciata  ogni 
cosa,  quando  si  provasse  che  invece  il  Sole  è  centro 
relativo  e  particolare,'  movendosi,  come  sembra  certo, 
con  l'intero  sistema  verso  un  centro  maggiore  locato 
nella  costellazione  di  Ercole.  Ma  pili  ancora.  Provano 
i  matematici  che  quando  la  materia  del  Sole  fosse 
tutta  quanta  omogenea  e  però  il  moto  impulsivo  var- 
casse netto  pel  centro  di  gravità,  il  sole  medesimo 
si  traslaterebbe  d'  un  luogo  in  un  altro  senza  rota- 
zione veruna;  e  la  stessa  cosa  conviene  asserire  d'ogni 
pianeta  e  d'  ogni  satellite.  Ma  l' Hegel  di  questa  ragion 
matematica  non  fa  nessuna  stima,  e  mette  innanzi  una 
certa  sua  ragione  metafisica  per  la  quale  il  Sole  e  i 
pianeti  debbono  a  forza  ed  in  ogni  caso  girare  sopra 
sé  stessi;  ed  anzi  con  uguale  imperturbabilità  (sia  qui 
ricordato  per  incidente)  nega  egli  ai  geometri  che  un 
pendulo  dove  fosse  posto  nel  vuoto  e  non  sostenesse  at- 
trito nel  punto  d' appoggio  durerebbe  le  oscillazioni  sue 
continue  ed  invariabili.  La  ragione  poi  metafisica  del- 
l'Hegel  è  r  infrascritta,  e  cioè  che  i  punti  innumerevoli 
di  materia  dipendenti  dal  centro  e  pur  tenuti  lontani  da 
quello  non  anno  luogo  ben  fisso  e  determinato;  e  però 
ciascuno  di  tali  punti  debbe  occupare  a  vicenda  ogni 


446  LIBRO  TERZO. 

luogo  occupabile  e  ciò  origina  il  moto  di  rotazione.  Ma 
-tutto  questo,  né  più  né  meno,  si  avvera  altresì  nel 
nucleo  delle  comete,  perché  quivi  anche  sono  punti  di 
materia  dipendenti  che  propendono  verso  il  centro  e 
sono  dal  centro  tenuti  discosto;  ora,  perché  le  comete 
non  ruotano,  che  si  sappia,  in  tomo  a  sé  stesse?  Che 
quando  poi  le  comete  avessero  rotazione,  ci  scapite- 
rebbe Hegel  per  altro  lato  ;  conciossiaché  le  comete  in 
quel  caso  non  esprimerebbono  più  il  momento  della 
dipendenza,  com'  egli  vuole  onninamente  che  esprimano. 

251.  —  In  somma,  le  sue  astrazioni,  per  arrendevoli 
che  sieno  e  larghe  tanto  e, comode  da  calzar  bene  ad 
ogni  piede,  venute  alla  prova  dei  fatti  non  possono 
mai  azzeccar  nel  vero,  e  quando  s' accordano  con  un 
fenomeno,  fanno  a  pugni  con  un  altro. 

252.  —  Da  ultimo,  sembra  all'Hegel  che  i  pianeti 
sieno  il  più  perfetto  membro  di  tutta  la  natura  mec- 
canica formando  l' unità  dell'  opposizione,  e  vale  a  dire 
che  i  pianeti  sono  in  sé  e  fuori  di  sé,  anno  moto  e 
centro  lor  proprio,  ed  anno  altro  movimento  regolare 
intorno  ad  altro  centro.  Cotesta  perfezione,  al  parer 
nostro,  é  tirata  coi  denti  e  ribellasi  ai  dogmi  della 
logica  di  quel  filosofo,  conforme  i  quali  la  perfezione 
di  qualsia  sfera  di  enti  mai  non  risiede  per  entro  al 
particolare  che  qui  si  attua  nei  pianeti,  ma  sì  risiede 
entro  al  tutto  individuato  che  qui  sarebbe  l'intero 
sistema  solare.  Salvoché,  la  incoerenza  non  era  evita- 
bile volendo  che  le  stelle  e  ogni  rimanente  sia  fatto  solo 
per  annidare  la  organizzazione  e  la  vita  in  quest'ajola 
che  domandasi  orbe  terraqueo  ed  é  tanto  picciola  cosa, 
che  convenne  al  Poeta  nostro  sorridere  del  suo  vii 
sembiante. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   347 


Vili. 

253.  —  Si  può  dai  lettori  intendere  facilmente  che 
le  deduzioni  e  gì'  indovinarnenti  dell'  Hegel  fannosi 
tanto  meno  rigorosi  e  determinati,  quanto  egli  s'inol- 
tra a  creare  a  priori  le  specialità  della  fisica  e  della 
chimica.  Stantechè,  le  cagioni  molto  particolari  intro- 
ducendo il  diverso  in  mezzo  all'  identico  scemano  ognora 
più  al  raziocinio  la  facoltà  di  trovare  i  nessi  necessarj 
dei  fatti. 

254.  —  La  luce  è  delle  cose  molto  generali  e  co- 
muni e  pur  tuttavia  le  astrattezze  hegeliane  non  giun- 
gono ad  accalappiarla.  La  luce  per  quel  filosofo  è  la 
manifestazione  universale  della  materia  e  alla  materia 
appartiene  cosi  essenzialmente  come  la  gravitazione.  Ma 
che  vuol  dire  manifestarsi  ?  farebbesi  forse  anche  qui 
abuso  di  parlar  figurato?  Se  manifestarsi  vuol  dire 
qualcosa  che  va  dal  di  dentro  al  di  fuori^^  non  v'  è 
mestieri  la  luce  per  questo.  Perocché  il  moto  de' corpi 
e  le  lor  mutazioni  e  fenomeni  sono  tutte  cose  che  vanno 
dal  di  dentro  al  di  fuori  e  manifestano  la  materia.  E 
le  figure  non  la  manifestano  esse  continuamente  e  in 
modo  regolare  e  costante?  Dacché  ogni  specie  diversa 
di  corpo  sortiva  originalmente  una  figura  diversa  di 
cristallo?  Certo  la  luce  manifesta  assai  meglio  i  corpi 
e  le  loro  figure,  perchè  vi  sono  occhi  umani  che  la  rice- 
vono ed  anime  umane  che  la  percepiscono.  Ma  tutto 
ciò  non  proviene  dalla  necessità  delle  cose  di  mani- 
festarsi, spiegando  cioè  al  di  fuori  le  facoltà  e  dispo- 
sizioni inteme.  Qualora  poi  la  luce  sia  manifestazione 
delle  cose  in  fra  loro  e  1'  una  a  rispetto  dell'  altra, 

>  PhUotoph.  de  la  Nature,  voi.  I,  pog.  339. 


348  LIBRO  TERZO. 

ciò  può  essere  fatto  assai  bene  da  qualunque  modo 
di  azione  scambievole,  e,  verbigrazia,  dall'  attrazione 
che  è  quel  moto,  secondo  Hegel,  per  cui  la  materia 
cerca  incessantemente  il  suo  centro  fuori  di  sé. 

255.  —  La  luce,  adunque,  nel  sistema  di  lui  non  à 
origine  necessaria  né  legame  alcuno  ontologico.  Hegel 
la  mette  pur  fuori,  perchè  in  ogni  dove  V  esperienza 
gli  mostra  la  luce. 

256.  —  Vero  è  eh'  egli  sostiene  la  luce  tenere  l' ul- 
timo luogo  tra  le  determinazioni  fisiche  della  materia  ; 
onde  i  corpi  non  concreti,  e  vale  a  dire  nel  suo  lin- 
guaggio semplici  e  incapaci  di  sviluppo,  sono  costituiti 
di  mera  luce  e  fra  questi  sono  le  stelle  ed  il  Sole.  Egli 
à  scordato  il  valentuomo  che  per  verità  la  luce  insieme 
col  calore  è  cagione  promotrice,  e  almeno  concomitante, 
di  tutte  le  mutazioni  e  disposizioni  importanti  nella 
chimica  e  nell'  organismo  che  veggonsi  sulla  faccia  del 
nostro  globo  ;  e  dire  che  le  stelle  e  il  Sole  sono  costi- 
tuiti di  mera  luce  dee  far  sorridere  tutti  gli  astrono- 
mi sparsi  per  le  specule  d'  Europa  e  d'  America.  L'Hegel 
aggiunge  che  la  luce  per  se  è  fredda  e  il  calore  che 
r  accompagna  viene  suscitato  dal  contatto  di  essa  luce 
con  la  terra  e  cita  in  prova  il  freddo  dell'  alte  mon- 
tagne e  dell'  aria  atmosferica.  Curiosa  dottrina  anche 
questa,  la  quale  sembra  testimoniare  che  1'  Hegel  non 
ponesse  la  debita  distinzione  fra  il  caler  latente  e  il  rag- 
giante; ne  so  in  qual  parte  dell'  atmosfera  e  in  qual 
cima  di  montagna  accadessegli  di  trovare  che  il  Sole 
non  iscalda.  Ma  certo  è  che  quanto  la  fisica  progredisce, 
tanto  si  fa  più  diflBcile  di  separare  luce  e  calorico  per 
maniera  che  luce  si  trovi  la  quale  non  dia  segno  d'alcun 
calore. 

257.  —  L' Hegel  afferma  eziandio  che  ruotando  il 
Sole  e  ruotando  le  stelle  si  stropicciano  gagliardamente 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    349 

e  s' illuminano  da  sé  stessi.^  In  qual  maniera  il  Sole 
o  le  stelle  si  stropiccino  lascerò  indovinare  agli  altri, 
ch'io  per  me  non  ne  ò  notizia.  Questo  io  so,  che  ac- 
cettando simil  dottrina  convien  mantenere  che  dove 
il  Sole  e  le  stelle  non  ruotassero  e  non  si  stropic- 
ciassero insieme  non  darebbero  luce;  e  intanto  le 
comete,  benché  non  ruotano,  a  ciò  che  sembra,  man- 
dano luce  propria  mista  di  luce  riflessa  ;  e  per  contra 
i  pianeti  e  i  satelliti  loro,  non  ostante  che  ruotino,  per- 
mangono sempre  opachi. 

258.  —  Da  ultimo,  se  tu  chiedi  il  perchè  di  questa 
opacità  perdurevole,  mentre  il  dar  luce  fu  detto  pro- 
prio ed  essenziale  d' ogni  materia  quanto  la  pesantez- 
za, rispondono  col  cercare  nell'arsenale  delle  loro  astra- 
zioni uno  di  quegli  ordigni  che  servono  ad  usi  infiniti 
e  sarà  il  bisogno  del  diverso  e  dell'  opposto.  Se  v'  è 
la  luce,  dicono,  debbe  esservi  anche  l'ombra  che  è  la 
sua  negazione  e  contraddizione;  e  perchè  i  pianeti  sono 
gli  opponenti  del  Sole,  l' ombra  dee  comparir  nei  pia- 
neti. Ciò  potrebbe  passare,  se  i  latti  qui  pure  non  fos- 
sero impertinenti  al  segno  da  dare  una  smentita  inur- 
bana a  simil  supposto.  Nel  vero,  i  sistemi  di  stelle  doppie 
ricusano  la  spiegazione,  perchè  quivi  pure  v'à  opposizio- 
ne e  tutta  volta  v'è  luce.  Ma  di  più,  le  stelle,  a  detta 
di  Hegel,  sono  una  continua  opposizione  della  materia 
con  sé  medesima;  perchè  dunque  risplendono?  E 
d'altra  parte,  se  i  pianeti  sono  opachi  perchè  si  oppon- 
gono al  Sole,  questo  a  vicenda  si  oppone  ai  pianeti  ;  e 
se,  rispetto  ai  pianeti,  il  Sole  à  virtù  e  funzione  di 
centro,  accade  il  medesimo  di  ciascun  pianeta  rispetto 
ai  proprj  satelliti;  questi  dunque  dovrebbero  essere 
opachi  e  luminosi  i  pianeti,  o  per  lo  manco  dovrebbe 

»  J'hilo-ph.  de  la  NaiurCj  voi.  I,  pag.  369, 


350  LIBRO  TERZO. 

correre  diversità  di  ombra  e  di   luce  fra  cotesti  ele- 
menti. 

259.  —  A  noi  non  sarebbe  difficile  il  protrarre  molto 
più  in  lungo  il  saggio  che  diamo  della  maniera  onde 
r  Hegel  si  studia  di  costruire  compiutamente  a  pnori 
la  scienza  dell'  universo  visibile;  e  il  lettore  già  s'in- 
dovina da  per  sé  che  ogni  rimanente  dee  procedere 
allo  stesso  modo  e  peggio;  perocché  quando  si  esce 
dai  limiti  stati  prescritti  air  ingegno  umano  e  alla  po- 
tenza conoscitiva,  quanto  più  vigor  d'intelletto  e  d'arte 
combinatoria  sortì  un  uomo,  altrettanto  crescerà  il  cu- 
mulo delle  apparenti  deduzioni  e  dimostrazioni.  Sal- 
vochè,  quando  la  mente  vuol  calcare  una  simile  via 
torna  forse  più  fruttuoso  o  per  lo  manco  più  grade- 
vole abbandonarsi  a  certa  mistica  ispirazione  cothe 
fecero  Paracelso,  Van  Helmont,  Boeme  ed  altri  parec- 
chi, de'  quali,  per  verità,  1'  Hegel  parla  con  rispetto  e 
parzialità  e  coglie  e  s'  appropria  qualche  pensiere.  Ma 
dove  quelli  fantasticavano  da  entusiasti,  egli  pretende 
di  esporre  una  dottrina  tanto  positiva  ed  irrefragabile, 
che  é  quella  medesima  che  sta  nel  pensiere  dell'Asso- 
luto. Senza  dire  che  ancora  tali  apparenze  di  deduzione 
sono  state  possibili  per  la  notizia  anteriore  di  tutti  i  fe- 
nomeni correlativi.  Né  v'à  un  sol  fatto  speciale  impor- 
tante che  sia  riuscito  all'  Hegel  di  prevedere,  anticipando 
le  osservazioni  e  gli  esperimenti.  E  certo,  per  ritornare 
agli  esempj  allegati,  credo  che  ognuno  si  viva  persuaso 
che  quando  nella  mente  dell'  Hegel  fosse  unicamente 
esistita  la  nozione  dell'  interno  e  dell'  esterno  e  l'altra 
di  giudicare  necessaria  la  manifestazione  dell'  essere  e 
della  materia,  mai  non  avrebbe  scoperto  che  tale  mani- 
festazione dovea  farei  mediante  la  luce.  Ma  sarebbe 
come  il  cieco  di  nascita  venuto  pensando  alle  figure  tan- 
gibili ed  anche  a  queste  avrebbe  volta  la  mente  condot- 


COORDINAZIONE  DKI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   351 

tovi  dall'  esperienza.  E  di  vero,  nella  luce  la  condizione 
di  essere  cosa  esteriore  è  la  meno  propria  e  qualitativa 
ch'ella  s'abbia;  e  ciò  che  possiede  di  effettualmente  pe- 
culiare e  diverso  da  tutte  mai  le  esistenze  non  giace 
in  nessuna  nozione  e  da  nessuna  può  esser  dedotto. 

260.  —  Seguita,  che  noi  ricordando  i  limiti  della 
cosmologia  razionale  e  le  massime  del  suo  metodo,  e 
deducendo  dai  principj  già  fermi  e  definiti  in  questo 
libro  e  nei  due  precedenti  descriviamo  la  genesi  del 
mondo  visibile  per  quella  parte  che  spetta  alla  coor- 
dinazione dei  mezzi  e  al  grande  apparecchio  della  na- 
tura verso  la  vita,  il  senso,  l'animalità  e  la  ragione 
che  sono  diversi  gradi  e  aspetti  della  finalità. 

261.  —  Imperocché  tutto  quello  che  fu  discusso  nei 
due  Libri  anteriori  e  in  questo  presente  guardò  gli 
elementi  le  forze  e  1'  ordine  dell'  universo  nell'  essere 
loro  astratto  e  più  generale.  Rimane  che  si  considerino 
nella  successione  causale  e  nelle  massime  particolarità. 


CAPO  SESTO. 

AFORISMI   GENETICI. 


Aforismo  I. 

262.  —  Nel  principio  d' ogni  tempo  fluì  dall'  atto 
creativo  l' oceano  delle  esistenze  finite.  Cominciò  quasi 
un  punto  non  percettibile  e  si  dilatò  e  crebbe  senza 
più  mai  intermettere  ;  e  dopo  milioni  di  secoli  tuttavia 
si  dilata.  Perocché  lo  spazio  va  allargandosi  quanto 
il  suo  contenuto  ^  e  di  là  dall'  ultimo  luogo  che  ora 


*  Vedi  Appendice,  I. 


352  LIBRO  TEI4Z0. 

possiedono  i  corpi  siderei  nuova  materia  comparisce  e 
nuovi  aggregati  si  formano  e  così  sempre. 

263.  —  Né  accade  altramente  di  quelle  sorte  di  gran 
contenenti  dallo  spazio  differentissimi  e  di  cui  non  ab- 
biamo né  certa  notizia  né  concetto  determinato,  ma 
che  pur  pensiamo  possibili  per  adequare  le  nostre  idee 
air  indefinito  del  diverso. 

264.  —  Fluì  ogni  ragione  d' elementi  semplici  e 
indivisibili  e  ciascuno  moltiplicò  senza  termine  e  i 
più  dififerenti  si  espansero  come  oceano  in  altro  oceano 
senza  confondersi  e  come  un  suono  e  un  odore  riem- 
piono la  medesima  aria  d' un  medesimo  luogo.  Ma  noi 
di  quei  mari  immensi,  che  sono  forse  innumerevoli,  co- 
nosciamo solo  due  specie  distinte,  la  corporalità  e  la 
spiritualità;  e  di  questa  seconda  conosciamo  per  espe- 
rienza quella  forma  unicamente  che  congiungesi  alla 
corporalità. 

A. 

265.  —  Che  il  mondo  non  sia  infinito,  oltre  all'aver- 
sene prova  razionale  è  confermato  pure  dall'esperienza, 
per  quanto  i  fatti  possono  dimostrare  simile  sorta  di 
cose. 

Quando  la  formazione  e  moltiplicazione  delle  stelle 
fosse  infinita,  dovrebbe  il  telescopio  trovai*  diffusa  da  per 
tutto  certa  bianchezza  e  chiarezza  uguale  uscente  da 
infinito  numero  d'  astri  infinitamente  accumulati  per 
ogni  banda.  Invece,  il  telescopio  rincontra  qua  e  là  re- 
gioni vuote  e  deserte  ed  altre  in  quel  cambio  fittissime 
di  costellazioni.  Del  pari,  se  in  alcune  parti  del  cielo 
avvi  ammassi  di  stelle  il  cui  fondo  é  occupato  da  un 
chiaror  nebuloso  di  altre  più  minute  e  remotissime  co- 
stellazioni, più  spesso  accade  d'incontrare  gruppi  di 
stelle  il  cui  campo  é  oscuro  affatto  e  nerissimo. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   353  j 


Aforismo  II. 

266.  —  Meditando  sulla  essenza  del  fine  quanto  sulla 
essenza  del  mezzo,  fu  già  fermato  da  noi  che  quello 
risolvesi  in  attività  e  questo  debbe  o  promoverla  od 
aiutarla  o  comechessia  servirla.  Da  ciò  fu  dedotto  che 
debbe  avervi  una  serie  di  esistenze  dall'uno  dei  capi 
della  quale  stia  la  massima  attività  potenziale  ed  ele- 
mentare e  dall'  altro  la  massima  passività  ;  intercedendo 
nel  mezzo  copia  strabocchevole  di  esseri  variamente 
partecipi  dell'  attività  e  della  passività.  Riducesi  pure 
a  questo  ciò  che  venne  fermato  da  noi  circa  la  resi- 
stenza e  la  pennanenza  di  fronte  alla  estrema  mobi- 
lità e  trasmutazione. 

267.  —  La  passività,  la  resistenza  e  la  immobilità 
pensate  nell'  essere  loro  inferiore  ed  inerte,  fanno  con- 
cepire propriamente  certa  natura  somiglievole  alla  ma- 
teria le  cui  qualità  generali  sono  quel  tanto  che  si  fa 
necessario  onde  un  ente  finito  sussista  e  serva  di  mezzo 
a  cosa  migliore.  Che  quando  non  fosse  esteso,  non  ap- 
parterrebbe allo  spazio  e  non  avrebbe  potenza  di  moto  ; 
e  perderebbe  estensione  e  mobilità  quando  non  fosse 
impenetrabile.  Del  pari,  negherebbesi  a  qualunque  uffi- 
cio se  fosse  al  tutto  immodificabile  e  sfornito  d'  ogni 
recettività. 

268.  —  D'altra  parte,  se  noi  concepiamo  degli  esseri 
spirituali  ed  attivi  e  però  capaci  della  finalità  e  per- 
venenti  a  quella  mediante  la  corporalità,  dovremo  con- 
siderare in  che  guisa  la  corporalità  dee  venir  trasmu- 
tata in  natura  organica  ossia  nella  forma  piii  alta  e 
perfetta  di  essere  strumentale;  ed  è  il  punto  massimo 
a  cui  può  venire  condotta  qualunque  esistenza  nella 
sua  condizione  di  mezzo. 

ll&MUNI.  —  li.  35 


354  LIBKO  TERZO. 

269.  —  A  noi,  dunque,  s' appartiene  di  descrivere  la 
generazione  dei  mondi  in  quanto  a  poco  per  volta  di- 
vennero mezzo  e  strumento  dell'universa  finalità  e 
come  servirono  a  tale  ufBicìo  la  mobilità  e  la  perma- 
nenza, r  attivo  e  il  passivo,  il  diverso  e  V  identico  e 
attuando  in  ogni  cosa  T  infinito  della  possibilità  e  la 
sapienza  riposta  nel  Convenevole. 

Afobismo  III. 

270.  —  Ripetiamo,  impertanto,  che  al  principiare 
dei  tempi  sgorgò  il  flusso  della  materia  e  per  legge 
preordinata  di  creazione  mescolò  in  ogni  modo  fatti- 
bile il  simigliante  e  il  diverso. 

271.  —  Fu  generale  il  simigliante,  particolare  il  di- 
verso; perchè  i  modi,  gli  atti  e  i  fenomeni  s'informano 
della  sostanza  e  non  al  contrario.  Quindi  non  possono 
i  subbietti  essenzialmente  diversi  possedere  modi,  atti 
e  fenomeni  in  fra  loro  identici,  se  non  in  parte  e  per 
accidente.  Imperò  la  materia  ebbe  tutta  quanta  certo 
essere  comune  e  fondamentale,  differenziandosi  alF  in- 
finito in  ogni  rimanente.  Ne  solo  fu  varia  di  qualità 
ma  di  forma  plastica,  né  solo  di  forma  plastica  ma 
di  numero,  posizione  e  combinazione  degli  ultimi  indi- 
visibili, perchè  ninna  maniera  di  varietà  e  differenza 
è  lasciata  fuoA  dalla  natura. 

272.  —  Primamente  gli  atomi,  ovvero  sia  gli  ultimi 
indivisibili,  formarono  le  molecole,  queste  i  cristalli  più 
elementari  che  sono  molecole  approssimate  e  situate 
con  certa  regola;  perchè  fu  visto  per  addietro  da  noi 
principio  di  mutazione  nella  materia  dover  essere  il 
moto,  e  questo  dovendo  avere  impulso  esteriore  e  certa 
direzione  produce  in  generale  V  accostamento  delle 
parti  della   materia;  il  quale  atto  poi  dee  succedere 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   355 

secondo  legge  e  vale  a  dire  secondo  le  originali  dispo- 
sizioni d' ogni  specie  di  materia.  Per  la  forza  attrattiva 
medesima  i  cristalli  elementari  composero  i  corpi  v 
questi  le  masse. 

Ciò  importa  che  la  distribuzione  primitiva  della 
materia  nel  vuoto  fosse  divei'sa.  Che  quando  fosse 
stata  uniforme,  il  tutto  rimaneva  nella  immobilità  del- 
r  universale  equilibrio.  Del  pati,  dovette  la  materia 
essere  spartita  di  guisa  da  produrre  masse  divise;  pe- 
rocché altramente  tutto  sarebbesi  conglobato  in  un 
acervo  immenso  e  compatto. 

273.  —  Ma  la  materia  spartita  corse  qua  e  là  ai 
centri  più  prossimi;  e  questi  dovettero  rimanere  il 
più  delle  volte  assai  remoti  Y  uno  dall'  altro.  Che 
qualora  fossero  stati  si  prossimi  da  operare  V  uno 
neir  altro  con  atto  profondo  ed  assiduo,  i  moti,  gF  in- 
flussi e  gì'  ingerimenti  scambievoli  sarebbersi  tanto 
moltiplicati  e  intralciati,  da  produrre  per  ogni  dove  od 
una  confusione  perpetua  ovvero  una  cessazione  del 
movimento  e  della  vita. 

Aforismo  IV. 

274.  —  Però,  nella  distribuzione  della  materia  come 
in  tutte  le  cose,  il  diverso  apparve  nella  misura  del 
possibile.  In  alcune  parti  dello  spazio  la  materia  fu 
radissima,  e  questa  radezza  medesima  ebbe  ogni  grado 
e  combinazione.  Di  tal  materia  si  composero  le  comete 
dalle  più  rarefatte  alle  meno  e  dalle  vaporose  e  dia- 
fane alle  costruite  d'  un  nocciolo  spesso  e  ben  contor- 
nato. 

A. 

275.  —  Per  la  legge  della  varietà  non  è  da  stimare 
che  ogni  specie  di  nebbia  lucente  incontrata  dal  tele- 


356  LIBRO  TERZO. 

scopio  debba  risolversi  in  gruppi  di  stelle;  e  forse  è 
rada  materia  stellare  quella  nebbia  albeggiante  che 
scorgesi  in  fondo  alle  nuvole  magellaniche  ;  e  della 
sorta  medesima  è  forse  la  luce  domandata  zodiacale. 
Ne  consentirei  a  crederla,  come  vogliono  alcuni,  certa 
quantità  di  etere  più  condensato.  L'  etere,  per  mio  giu- 
dicio,  nella  sua  distesa  immensa  e  per  tutto  presente 
ed  equilibrata  non  dà  splendore  molto  né  poco  ;  e  sem- 
pre gli  bisogna  un  subbietto  esteriore  da  cui  sieno 
promossi  e  in  cui  appariscano  i  suoi  moti  e  le  sue 
qualità. 

Afobismo  V. 

276.  —  Altrove,  per  la  stessa  legge  del  diverso,  la 
materia  contrasse  la  maggior  compattezza  possibile  e 
trascorse  per  ogni  grado  e  combinazione  intermedia. 
Nel  generale,  furono  di  tal  compattezza  formate  le 
stelle  con  densità  differente;  e  di  talune  si  può  pen- 
sare che  già  superarono  di  durezza  il  diamante,  altre 
di  gravezza  il  platino  ed  il  ferro  e  in  altre  si  adem- 
pievano tutte  le  misure  interposte.  Ondechè,  se  in  que- 
gli astri  accadde  una  successiva  condensazione  come 
porta  l'attrazione  molecolare,  quivi  la  compattezza 
dei  corpi  trascende  ogni  termine  di  nostra  immagi- 
nativa. 

277.  —  In  certi  luoghi  la  materia  stessa  compatta 
ma  tritamente  divisa  agglomerossi  in  centri  frequenti 
e  vicini,  e  lo  spazio  si  gremì  di  astri  minuti  e  fitti  li 
quaK  compongono  le  nebulose  domandate  riducibilù 
Del  sicuro,  accadde  in  altri  luoghi  il  contrario  e  ne 
uscirono  sistemi  di  poche  stelle  e  talvolta  di  due  sol- 
tanto. 

278.  —  E  se  nei  sistemi  fu  diversa  la  chiarità,  il  nu- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    357 

mero  e  la  distanza  delle  stelle  non  accadde  minor  difife- 
renza  nella  grandezza  di  ciascuna,  e  certo  la  natura 
compiacquesi  ancora  in  ciò  di  trapassare  dal  minimo 
al  massimo.  Onde  gli  astronomi  non  possono  in  ninna 
guisa  valutare  con  precisione  il  volume  dalla  distanza 
e  la  distanza  dal  volume  o  Y  uno  e  Y  altra  dalla  in- 
tensione della  luce,  perchè  questa  medesima  segue  la 
legge  perpetua  della  varietà. 

A.- 

279.  —  Per  quel  desiderio  e  bisogno  che  predomina 
sempre  la  mente  umana  di  cogliere  Y  unità  delle  cause 
e  r  uniformità  del  loro  operare,  Herchell  venne  opi- 
nando che  sì  ogni  stella  e  sì  ogni  congerie  di  stelle  fosse 
originata  e  composta  al  modo  medesimo  e  vale  a  dire 
per  la  lenta  condensazione  d'  una  materia  radissima 
ed  omogenea,  con  questo  divario  che  dove  erano  molti 
raduni  separati  di  tale  materia  là  comparvero  molti 
astri  componenti  le  costellazioni;  e  talvolta  anche  in 
grembo  della  materia  rarefatta  costituironsi  uno  o 
più  centri  sia  per  materia  più  spessa  ovvero  per  altra 
cagione.  Insomma,  suppose  THerchell  ogni  stella  essere 
stata  innanzi  una  nebulosa;  e  il  La  Place  aggiunse 
tale  essere  stata  eziandio  l' origine  del  nostro  Sole  e 
de'  nostri  pianeti  e  satelliti.  Ma  la  natura,  che  vuole 
il  diverso  quanto  Y  identico  e  più  dell'  Uno  vuole  il 
molteplice,  mostrò  all'Herchell  medesimo  che  le  credute 
nebulose  tornano  in  vere  costellazioni.  Tuttavolta  pec- 
cherebbe contro  al  principio  stesso  della  varietà  colui 
che  escludesse  affatto  le  nebulose  dal  cielo,  come  fu 
toccato  più  sopra,  e  stimasse  che  ninna  stella  e  niun 
gruppo  di  stelle  esca  giammai  dalla  graduata  e  lenta 
condensazione  di  materia  rara  e  omogenea. 


358  LIBRO  TERZO. 

280.  —  Similmfìnte  s' egli  non  è  vero  che  osservando 
i  noccioli  delle  nebulose  e  il  piii  o  meno  infittire  della 
loro  materia,  si  cavi  pressoché  la  misura  esatta  del  punto 
a  cui  è  pervenuta  la  loro  formazione  e  composizione, 
tuttavolta  non  ci  è  vietato  di  cogliere  la  natura  in 
sul  fatto  del  costruire  i  sistemi  solari.  Dappoiché  nella 
immensità  dello  spazio  visitato  dalle  nostre  lenti  v'à 
certo  alcune  costellazioni  ancora  incompiute  ;  e  fra  que- 
ste, alcune  prossime  al  perfezionamento  loro  finale,  altre 
appena  iniziate  ed  altre  pervenute  al  mezzo  della  pro- 
pria costituzione. 

Afoeismo  vi. 

281.  —  Ma  non  bastava  che  la  materia  cosmica  gia- 
cesse spartita  od  accumulata  per  guisa  da  produrre 
sistemi  stellari  isolati  e  per  la  distanza  indipendenti 
r  uno  dall'  altro.  Occorreva  eziandio  che  le  acervazioni 
degli  astri  non  fossero  casuali  né  dentro  dell'ambito 
loro  né  fuori  ;  dappoiché  dentro,  il  numero,  la  posizione 
e  la  figura  del  tutto  importava  tale  condizione  d'in- 
flussi scambievoli,  piuttosto  che  tale  altra.  Di  fuori,  il 
principio  ordinatore  voleva  che  que'  sistemi,  tuttoché 
indipendenti,  non  rimanessero  tanto  slegati  ed  alieni 
che  in  verun  tempo  e  in  veruna  combinazione  e  per 
nessun  effetto  della  economia  generale  potessero  eser- 
citare alcun'  azione  scambievole.  Che  tali  due  estremi 
vuol  sempre  fuggire  la  mente  rettrice,  1'  uno  di  con- 
fonder le  cose  per  l' intralciamento  minuto  e  continuo 
di  tutte  le  forze;  l'altro  di  fare  le  parti  dell'universo 
straniere  fra  loro  tanto  che  non  cospirino  più  diret- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    359 

temente  o  meno  alla  comune  finalità.  Il  che  nondimeno 
diciamo  a  rispetto  delle  esistenze  comprese  in  quei 
mondi  che  non  s' alienano  affatto  di  essenza  e  di  modi 
e  possono  avere  l' uno  in  risguardo  dell'  altro  alcuna 
attinenza  di  azione  e  passione.  Dell'  altre  sfere  di  es- 
sere tanto  diverso  da  rimanere  fra  loro  ignotissime  e 
come  non  esistenti  noi  dovemmo  fermare  la  sola  pos- 
sibilità e  aggiungemmo  che  solo  Dio  le  contiene  in  certa 
unità  e  intende  la  cooperazione  di  tutte  allo  spiega- 
mento e  perfezionamento  del  creato.  L' unità  sotto  In. 
quale  noi  gì'  intendiamo  è  logica  meramente  e  non 
guari  obbiettiva. 

282.  —  È  manifesto  che  nella  composizione  e  figura- 
zione degli  adunamenti  stellari  apparve  la  medesima  va- 
rietà che  in  qualunque  opera  della  natura.  E  tale  varietà 
corrispose  nel  «tempo  stesso  ai  fini  che  presiedettero 
alla  distribuzione  dei  vasti  membri  (cosi  li  domande- 
remo) del  gran  mondo  sidereo,  fra'  quali  la  Galassia  è 
notissima  e  spiccatissima.  Il  fine  principale  poi  fu  di 
render  possibile  ad  ogni  sistema  la  partecipazione  del 
diverso,  come  venne  toccato  nel  principio  di  questo 
Libro  e  più  tardi  sarà  nuovamente  spiegato.  La  quale 
partecipazione  tende  nell'  universo  sidereo  al  risulta- 
mento  medesimo  che  in  ogni  altra  sfera  di  essere,  e 
cioè  al  fine  di  svolgere  la  virtualità  tutta  quanta  ri- 
posta in  ogni  sistema,  tanto  che  gli  apparecchi  e  le 
potestà  del  mondo  strumentale  tocchino  il  loro  estre- 
mo ;  e  le  creature  capaci  in  diretto  modo  della  finalità 
raggiungano  per  tutto  ciò  il  maggior  bene  progressivo 
e  la  varietà  maggiore  di  esso  bene. 

283.  —  Né  simili  effetti  potevano  comparire  pel  solo 
moto  e  per  le  sole  combinazioni  che  escono  dall'  at- 
trazione delle  masse  e  coesione  dei  corpi.  Considerato 
che  non  toma  a  ciò  sufficiente  qualunque  forma  e  mo- 


360  LIBRO  TERZO. 

dificazione  del  movimento  circolare  od  dittico.  Le  altre 
sorte  di  movimento,  vuoi  il  parabolico,  vuoi  V  iperbo- 
lico e  i  composti  di  essi  due.  sebbene  valgano  a  porre 
in  comunicazione  i  sistemi  separati,  non  riescono  per 
sé  soli  a  foggiare  le  moltiformi  costrutture  e  le  membra 
smisurate  e  complesse  del  mondo  sidereo.  Elle,  dun- 
que, furono  r.opera  d^  una  prestabilita  armonia,  e  ciò 
importa  che  la  materia  stellare  venne  ripartita  origi" 
nalmente  e  qua  e  là  condensata  con  V  apparenza  del 
caso  e  la  verità  d' una  legge  occulta  e  profonda  di 
provvidenza. 


A, 


284.  —  Altrove  fu  dimostrato  perchè  quegli  aduna- 
menti  di  stelle  cui  demmo  nome  di  memj;)ra  d^  un  corpo 
immenso  non  vogliono  essere  riguardate  quali  parti 
vere  d'  una  vivente  organizzazione,  contro  l'uso  invalso 
in  molte  cosmologie  tedesche. 

285.  —  Nondimeno,  essendo  per  sicuro  le  costella- 
zioni ricettacolo  della  vita,  debbesi  ammirare  l' istinto 
profondo  del  genere  umano  di  aver  dato  alle  stelle 
figure  viventi  e  sempre  avere  opinato  che  dagli  astri 
procedessero  influenze  prepotenti  ed  universali.  Noi  ve- 
dremo fra  breve  che  in  fatto  nessun  sistema  solare  va 
esente  da  quelle  influenze  e  come  in  esse  convieu  no- 
tare la  causa  maggiore  delle  innovazioni  e  trasmuta- 
zioni mondiali. 

Afobismo  Vn. 

286.  —  Similmente  abbiamo  veduto  nell'  anterior 
Libro  che  le  masse  esprimono  il  principio  di  resistenza 
e  immobilità  e  per  lo  contrario  nel  mondo  chimico 


COOBDIN AZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    361 

sono  i  prìncipj  attivi  e  mutabili.  Nondimeno,  si  ag- 
giunse che  per  le  necessità  del  finito  anche  nel  mondo 
chimico,  dopo  certa  serie  di  azioni  e  di  reazioni,  le  so- 
stanze e  i  composti  tendono  a  quietare  ed  equilibrarsi. 
Imperocché  il  principio  attivo  non  è  loro  essenziale 
per  guisa  da  non  bisognare  dell'  azione  esteriore  pro- 
vocatrice e  questa  di  un'altra,  e  così  di  seguito.  E  per- 
chè tale  catena  non  s'  interrompa  e  le  provocazioni 
si  ripetano  e  si  modifichino  senza  tregua,  occorre  un 
principio  generale  e  perenne  di  eccitazione. 

287.  —  Del  pari,  essendo  in  ogni  parte  della  mate- 
ria la  potenza  attrattiva  e  V  attitudine  alla  coesione 
perchè  il  finito  procura  primamente  di  dilatarsi  me- 
diante la  congiunzione  dei  simili,  accade  che  i  corpi 
tendono  da  ogni  lato  a  coacervarsi  e  quindi  a  cagione 
deir  inerzia  spengono  nella  coesione  il  moto  e  le  fa- 
coltà produttive. 

288.  —  Bisogna,  impertanto,  che  nel  principio  ge- 
nerale di  eccitazione  sia  peranche  una  virtù  espansiva 
contraria  alla  coesione. 

Adunque  nel  cominciamento  dei  tempi  allato  alla 
materia  o  rada  o  condensa  parve  e  si  diifuse  rapida- 
mente un'  altra  materia  immensamente  più  sottile  ed 
abile  a  penetrare  per  ogni  porosità  e  giungere  in 
contatto  degli  ultimi  atomi. 

Cotesta  materia  tanto  sottile,  dovendo  essere  da  per 
tutto  presente,  compose  un  continuo  molto  più  puro 
ed  unito  dell'  aria  e  di  qualunque  altra  sostanza  gaz- 
zosa,  e  dovette  poter  ripigliare  immediatamente  il  suo 
posto  e  la  forma  sua  quante  volte  ne  sia  rimossa.  Ella 
è  però  la  più  elastica  delle  sostanze. 

289.  —  Ognuno  intende  che  una  materia  si  fatta, 
per  essere  fonte  generale  e  perenne  di  eccitazione,  debbe 
riuscire  il  contrario  dell'  altre  sostanze  in  cui  prevale 


362  LIBRO  TERZO. 

il  principio  del  permanere  e  del  resistere.  Sarà  dun- 
que mobilissima  ed  atta  a  varietà  infinite  di  moto,  e 
il  pili  minimo  impulso  esterno  la  porrà  in  tremori  e  in 
oscillazioni;  e  perchè  s'insinua  in  tutti  i  corpi  e  giunge 
sovente  insino  agli  ultimi  indivisibili,  tali  suoi  tremori 
e  oscillazioni  eccitano  ad  ogni  istante  ogni  parte  di 
essi  corpi  con  ordine  per  altro  e  con  leggi  determinate. 

290.  —  Ma  perchè  tale  materia  che  domandasi  etere 
debbe  diffondersi  da  per  tutto  con  certa  medesimezza 
di  sostanza  e  di  atto,  però  venne  avvertito  più  sopra 
che  le  è  impossibile  di  assùmere  un  essere  individuale 
e  particolare,  siccome  avviene  alle  sostanze  speciali. 
Però  ninna  cosa  è  composta  di  etere,  sebbene  ogni  cosa 
è  mescolata  con  1'  etere. 

291.  —  Del  pari,  come  nessuna  potenza  finita  e  mas- 
sime materiale  è  un  principio  originale  indipendente 
ed  assiduo  di  attività,  così  all'  etere  occorre  un  sub- 
bietto  centrale  a  cui  dare  e  da  cui  ricevere  in  modo 
uniforme  e  costante  una  virtù  motrice  variabilissima,  e 
di  tal  maniera  serbare  intorno  di  sé  e  in  tutte  le  cose 
r  uflScio  di  promozione  e  di  eccitazione.  Quel  subbietto 
centrale  a  rispetto  nostro  vedremo  essere  il  Sole.  Ma 
si  noti  che  un  subbietto  centrale  consimile  o  parecchi  in- 
sieme coordinati  debbono  sussistere  da  per  tutto  dov'  è 
materia  attrattiva  e  dove  sono  sistemi  stellari  per  le 
ragioni  esposte  poc'  anzi  e  altra  volta  significate. 

A. 

292.  —  Ne'  suoi  libri  del  Cosmos  T  Humbolt  pretende 
che  r  etere  onde  viene  ritardato  e  alquanto  deviato  il 
corso  delle  comete  non  sia  un  medesimo  con  l'altro 
etere  il  quale  vogliono  i  naturalisti  sia  diffuso  per 
ogni  parte  dello  spazio,  e  la  ragione  che  adduce  si  è 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    363 

che  questo  secondo  etere  penetrando  intimamente  ogni 
corpo  insino  agli  ultimi  indivisibili  non  debba  cagio- 
nare resistenza  veruna  al  moto.  Ma  gli  atomi  non  sono 
assolutamente  punti  matematici,  perchè  sono  forze 
estese  o  per  lo  manco  operano  nell'  esteso  ;  e  quindi 
ciascuno  occupa  certa  porzione  di  spazio  non  penetra- 
bile. E  sia  quello  spazio  minore  d'ogni  quantità  mi- 
surabile ed  anche  se  vuoisi  percettibile,  ciò  non  fa  che 
sin  inesteso  assolutamente;  che  in  altra  maniera  i  corpi 
disparirebbero,  e  l'etere,  occupando  anche  gli  ultimi  in- 
divisibili, piglerebbe  in  tutto  il  lor  posto  ed  esisterebbe 
solo  ed  unico  ente  nella  creazione  corporea.  Ciò  veduto 
e  concedendosi  che  v'  à  in  ogni  materia  un  complesso 
di  punti  estesi  non  penetrabili  neppure  all'  etere,  segue 
che  una  massa  grande  di  atomi  impedisce  all'  etere  di 
entrarvi  per  linee  rette  o  poco  inclinate  ma  lo  forza 
a  girare,  il  che  importa  un  qualche  grado  d'impedi- 
mento e  ritardamento  nell'  occupazione  della  massa. 
Dunque  tal  massa  movendosi  velocissima  trova  con- 
trasto nell'etere,  il  quale  non  può  in  istante  invaderla 
tutta.  Né  vale  il  dire  che  già  la  massa  nominata  è 
piena  di  etere;  perchè  questo,  raccolto  e  combinato  con 
le  molecole  di  quella,  non  à  la  stessa  disposizione  ap- 
punto e  forse  la  stessa  quantità  dell'etere  ambiente; 
quindi  nel  muoversi  in  parte  almeno  con  tuttala  massa 
urta  nell'altro  etere  e  non  cede  immediatamente  il  suo 
luogo.  Perocché  l' elasticità  e  1'  arrendevolezza  del- 
l' etere  non  è  propriamente  assoluta  che  dir  vorrebbe 
infinita.  I  corpi,  massime  leggieri  e  spugnosi,  sono  bensì 
impregnati  d'aria,  nullameno  movendosi  con  prestezza 
ricevono  contrasto  dall'  aria  ambiente.  Ora,  v'  à  dal- 
l' aria  all'  etere  diversità  immensa  di  grado  nella  sot- 
tigliezza e  nella  penetrabilità,  non  nella  essenza  co- 
mune ai  corpi  gazzosi. 


364  LIBRO  TERZO. 


Afobismo  Vili. 

293. — Dovunque,  impertanto,  furono  corpi,  fu  ezian- 
dio r  etere,  conforme  a'  ebbe  a  notare  altrove,  e  perciò 
venne  ad  essere  dopo  lo  spazio  il  più  gran  contenente 
della  natura  visibile.  Quindi,  perch'  egli  è  nesso  e  co- 
municazione di  tutte  le  vaste  moli  quanto  dei  minimi 
corpi  trovandosi  in  ogni  luogo  e  penetrando  ogni  cosa, 
però  avvertiremo  che  non  soggiace  air  attrazione  gene- 
rale delle  masse;  o  parlandosi  più  preciso, le  attrazioni 
esercitate  sopra  di  lui  si  bilanciano  e  contrappcsano. 

294.  —  D'  altro  canto,  insinuandosi  egli  nelle  più 
compatte  sostanze  per  la  minutezza  estrema  de' suoi 
elementi  e  per  certa  affinità  generale  che  tiene  con  gli 
ultimi  componenti  dei  corpi,  interdice  a  questi  una 
coesione  permanente  e  immutabile  e  vince  assai  volte 
le  altre  specie  di  affinità. 

295. — xEgli  à  poi  natura  espansiva;  e  intendesi 
non  solamente  che  slega  e  disgiunge  ogni  diverso  ag- 
gregato penetrandolo  a  poco  per  volta  e  talora  con 
gran  veemenza;  ma  intendesi  pure  ch'egli  vibri  ed 
oscilli  per  entro  i  corpi  ;  e  con  impulsi  finissimi  e  ra- 
pidissimi ne  ecciti  le  molecole  e  di  più  in  più  le  se- 
pari e  le  disperda. 

296.  —  Tutto  ciò  porta  nelP  etere  una  facilità  som- 
ma ed  assidua  di  moto  e  di  quiete,  di  combinazione  e 
risoluzione.  Perciò,  sebbene  nell'  essere  suo  normale 
egli  forma  di  sé  un  immenso  e  perfetto  continuo,  può 
nullameno  diradarsi  od  accumularsi  con  agevolezza 
incredibile,  e  intendiamo  senza  quello  sforzo  che  occorre 
a  vincere  nelle  altre  sostanze  l'adesione  delle  mole- 
cole. Ma  d'  altra  parte,  egli  tende  a  ricomporre  ogni 
sempre  il  continuo  ed  equilibrare  i  suoi  elementi. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    365 

297.  —  Per  simile,  come  tende  nel  generale  a  com- 
binarsi con  tutti  i  corpi  ed  anzi  con  gli  ultimi  lor 
componenti,  così  li  abbandona  assai  facilmente  ;  e  però 
entra  esce  ritorna  ad  ogni  mutazione  minima  di  con- 
dizioni e  accidenti,  essendo  esso  medesimo  autore  ordi- 
nario d' innumerabili  mutazioni  ;  onde  viene  ad  essere 
cagione  insieme  ed  eifetto  con  vicenda  frequente  ed 
universale.  Da  tutto  il  che  procede  per  ultimo  il  ri- 
suitamento  maggiore  e  piii  generale  a  cui  tende  la  na- 
tura, e  ciò  è  il  moto  e  la  mutazione  spessa  e  diversa 
di  tutte  le  cose. 

298.  —  Chiaro  è  poi  che  di  rirapetto  a  cotesta  forza 
eccitatrice  e  disgregativa  debbono  sussistere  altre  forze 
di  congiunzione,  di  resistenza,  di  compattezza  e  d' im- 
mobilità, come  più  fiate  venimmo  accennando  e  si  pro- 
seguirà a  mostrare  nel  seguito. 

A, 

299.  —  A  noi  venne  riconosciuto  per  semplice  ra- 
ziocinio che  vi  debbo  essere  nell'universo  corporeo  qual- 
che principio  supremo  di  attività  e  di  mutazione  e 
similmente  un  qualche  principio  di  legamento  e  comu- 
nicazione tra  le  parti  piii  disgregate.  Del  pari,  scor- 
gemmo per  raziocinio  la  necessità  d'  alcuna  potenza 
separativa  al  fine  appunto  di  conservare  il  moto  e  fre- 
quentare le  mutazioni.  Ma  che  tutto  ciò  si  operasse 
da  un  solo  agente  accordando  in  sé  medesimo  facoltà 
ed  atti  in  apparenza  contrarj  noi  pensiamo  che  l'espe- 
rienza sola  poteva  insegnarlo.  Ciò  non  ostante,  giova 
considerare  quello  che  fu  avvisato  nel  Libro  anteriore, 
e  vale  a  dire  che  mentre  la  divina  mentalità  vuole  in 
ogni  parte  ed  in  ogni  cosa  l' indefinito  del  diverso 
quanto  del  simile^  tuttavolta  in  ciascuna  cosa  parti- 


366  LIBRO  TERZO. 

colare  studia  ella  ogni  massima  unità  e  semplicità; 
quindi  accoppia  in  una  stessa  natura  proprietà  e  forze 
nel  primo  aspetto  contrarie  e  dall'  opposto  ritragge  la 
conformità  degli  effetti;  come  talvolta  dalle  cagioni 
identiche  à  Tarte  di  dedurre  V  opposizione  de^li  effetti. 
300.  —  Ad  ogni  modo,  questo  è  sicuro  e  lo  vedremo 
con  precisione  fra  breve,  che  l'etere  congiunge  pro- 
prietà e  virtù  di  sembiante  contrario.  Imperocché  da 
un  canto  egli  si  comunica  a  tutte  le  masse  e  però  le 
lega  a  sé  e  pone  in  rapporto  fra  loro;  dall'  altro 
canto  per  la  sua  forza  espansiva  e  le  sue  vibrazioni 
tende  a  sciogliere  la  coesione  dei  corpi  e,  quando  non 
vi  fosse  contrasto,  a  dissiparli  per  lo  vano.  Egual- 
mente, l'etere  mentre  scioglie  infinite  combinazioni 
ne  promove  altrettante  e  più;  e  mentre  è  cagione 
incessabile  di  mutamenti,  provoca  le  composizioni  più 
fine  e  implicate  e  le  sintesi  terminative  a  cui  si  ado- 
perano i  tre  mondi  da  noi  ricordati,  il  meccanico,  cioè, 
il  chimico  e  l'etereo. 


B, 


301.  —  Ma  perchè  ogni  cosa  creata  vedemmo  dover 
serbare  la  propria  natura  e  in  ogni  suo  cambiamento 
riuscire  identica  a  sé  medesima,  tanto  che  il  cambia- 
mento stesso  avviene  con  certo  ordine  e  certa  regola 
impreteribile,  non  può  all'  etere  accadere  diversamente, 
e  a  lui  debb'  essere  proprio  un  certo  suo  modo  uni- 
forme e  costante  di  agire;  il  che  si  avvera  principal- 
mente nel  Sole  che  è  il  subbietto  nel  quale  l'etere,  a 
così  parlare,  si  sustanzia  e  prende  corpo  regolato  nel 
modo  stesso  che  fa  in  ciascun'  altra  stella.  Di  quindi 
la  gran  maraviglia  che  mentre  nel  Sole  1'  etere  opera 
con  ugualità  immutabile  di  atto  e  d' influsso  viene  non 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    367 

pertanto  a  causare  nel  nostro  pianeta  una  serie  non 
mai  discontinua  di  mutazioni,  e  ciò  per  queir  avvenirsi 
che  fa  in  complessioni  di  corpi  differentissime  e  in 
qualche  altro  principio  formativo  di  cui  si  terrà  di- 
scorso nel  Libro  seguente. 

Aforismo  IX. 

302.  —  Apparve,  dunque,  la  materia  distribuita  come 
si  disse,  eccetto  che  era  nel  generale  più  rada  che  non 
al  presente,  e  spazio  vuoto  per  intero  non  si  scorgeva. 
E  mentre  di  là  dagli  ultimi  atomi  V  onda  deir  oceano 
materiale  si  dilatava  ognora  più,  la  materia  inte- 
riore, a  così  chiamarla,  cominciò  a  muoversi  per  ogni 
lato  coerendo  T una  molecola  all'altra  e  addensandosi 
a  poco  a  poco  intorno  ai  centri  più  poderosi,  e  inten- 
diamo più  spessi  e  compatti  per  formazione  primor- 
diale. Così  cresceva  1'  addensamento  insino  che  v'  era 
materia  prossima  da  assorbire  e  solo  cessava  o  per 
interponimento  di  vuoto  o  perchè  altra  materia  ac- 
centrata e  discosta  facea  maggiore  richiamo  intorno 
di  sé. 

303.  —  D'altro  canto,  le  masse  appena  composte  ed 
arrotondate  ognora  che  non  giacevano  soie  e  per  inter- 
vallo immenso  disgiunte,  incominciarono  ad  attrarsi  e 
muovere  Tuna  inverso  dell'altra;  e  perchè  radamente 
accadeva  che  fossero  al  tutto  omogenee,  così  quell'im- 
pulso attrattivo  e  quella  direzione  di  moto  non  trapas- 
sando esattamente  per  lo  centro  di  gravità,  le  masse 
girarono  intorno  di  sé  medesime  o  per  lo  manco  gira- 
rono quelle  che  risultavano  di  materia  coerente  molto 
e  compatta.  La  qual  rotazione  ognun  vede  come  dee 
cagionare  innumerabile  varietà  di  fenomeni,  dacché 
ogni  principio  di  moto  è  cagione  perenne  di  varietà. 


368  LIBRO  TERZO. 

A. 

304.  —  È  manifesto  che  laddove  la  materia  sia  tutta 
d' un  modo  per  la  quantità  e  distribuzione,  la  linea  che 
descrive  la  direzione  del  moto  non  può  non  traversare 
il  centro  di  gravità  del  mobile.  Di  qui  forse  proviene 
che  le  comete  con  nucleo  o  senza  nucleo  sembrano 
prive  del  moto  di  rotazione  ;  atteso  che  sembrano  co- 
struite di  materia  ugualmente  rarefatta  e  in  cui  il  nu- 
cleo venga  formandosi  lentissimamente  per  un  regolare 
accostamento  e  per  certa  coesione  uniforme  delle  parti. 
Il  che  poi  torna  forse  in  contrario  al  supposto  che  il 
sistema  nostro  planetare  pigli  origine  da  una  stella 
nebulosa.  Conciossiachè  nel  detto  sistema  tutte  le  parti 
sono  mosse  da  rotazione  e  i  pianeti  non  meno  del  Sole 
e  il  Sole  non  meno  dei  pianeti.  Ora,  ciò  importa  o  che 
la  materia  primordiale  fosse  con  molta  disugualità  ri- 
partita o  che  sopravvenissero  cagioni  ignote  e  diverse 
a  turbare  V  aggregazione  graduata  e  normale  degli  ul- 
timi componenti. 

Aforismo  X. 

305.  —  Ma  l'attrazione  scambievole  delle  masse  già 
divenute  astri  maggiori  o  minori  a  che  ultimo  effetto 
pervenne?  Conciossiachè  s'elle  erano  vaporose  e  ra- 
dissime potettero  alla  per  fine  congiungersi  e  incor- 
porarsi e  di  due  o  piii  masse  formarsene  una.  Dovec- 
chè  se  per  origine  o  per  coesione  progredente  erano 
compatte  e  solide  o  divenivano  tali,  lo  scontro  loro 
veementissimo  dovette  cagionarne  lo  infrangimento  e 
lo  sperdimento;  od  anche  per  virtù  del  calore  espresso 
dal  grande  urto  dovettero  quelle  masse  risolversi  in 
minuto  e  acceso  vapore. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.  369 

306.  —  Cosi  a  poco  per  volta  V  attrazione  mutua  dei 
corpi  siderei  portava  di  seminare  lo  spazio  dei  triti 
frammenti  delle  stelle  disfatte,  ovvero  di  agglomerarle 
tutte  in  una  congerie  unica,  e  vale  a  dire  che  unica 
diveniva  di  mano  in  mano  per  tutto  lo  spazio  in  cui 
la  materia  stellare  quivi  entro  diffusa  sentiva  il  ri- 
chiamo dell'una  parte  verso  dell'altra. 

307.  —  Salvo  che  nel  progresso  di  questo  medesimo 
libro  indicammo  la  impossibilità  di  tale  supposto  con- 
trario ai  fini  patenti  della  natura.  E  di  piii  aggiun- 
giamo essere  contrario  ai  metodi  certi  di  lei,  per  li 
quali  non  v'  à  forza  nessuna  che  senza  frutto  né  utile 
consumi  sé  stessa  perpetuamente  e  non  rinvenga  nella 
economia  del  tutto  un  contrapposto  convenevole  e  pro- 
porzionato. 

308.  —  Laonde,  se  accosto  alla  attrazione  e  coesione 
molecolare  troviamo  una  virtù  disgiuntiva  e  perciò 
espansiva,  del  sicuro  allato  all'  attrazione  scambievole 
delle  masse  trovar  dobbiamo  alcuna  energia  opponente 
e  capace  di  limitarla. 

A. 

309.  —  Parecchie  volte  abbiamo  considerato  se  la  na- 
tura, economica  e  risparmievole,  a  cosi  parlare,  nella 
moltiplicazione  dei  mezzi,  non  abbia  suscitato  all'attra- 
zione degli  astri  quel  genere  stesso  di  opposizione  e  di 
limite  che  alla  coesione  molecolare. 

310.  —  Ma  sembra  evidente  che  la  virtù  espansiva 
dell'etere  non  risponde  in  ninna  maniera  all'intento. 
Avvegnaché  cotale  virtù  é  attissima  a  dissolvere  la 
materia  non  a  serbarla  unita  con  certa  forma  e  dire- 
zione regolare  di  moto.  Che  se  le  sostanze  aerose  spie- 
gano una  resistenza  mirabile  e  poderosissima,  ciò  pro- 

Mamiìhi.  —  II.  94 


370  LIBBO  TEKZO. 

viene  dal  potersi  trovare  altre  forze  e  materie  capaci 
d'imprigionarle  e  comprimerle;  il  che  è  impossibile  di 
operare  con  l'etere  che  penetra  agevolmente  quelle 
stesse  forze  e  materie.  Ne  l'azione  espansiva  di  lui 
opera  esteriormente  ;  ma  sì  opera  nel  più  intimo  e  più 
compatto  di  tutti  i  corpi  ;  mentre  poi  da  ogni  parte  li 
circonda  uniformemente  e  con  perfetto  equilibrio.  Seb- 
bene adunque  i  corpi  compatti  nel  moversi  possono, 
come  si  spiegò  altrove,  venir  ritardati  dall'  etere,  non 
sono  per  ciò  deviati  dal  corso  loro;  nel  modo  che  nell'aria 
queta  un  corpo  voluminoso  e  leggiero,  sebbene  discende 
ritardato,  non  si  discosta  dal  perpendicolo.  E  però  non 
ostante  qualunque  ritardazione  cagionata  dall'etere  al 
moto  degli  astri  questi  proseguirebbero  diritti  per  la 
loro  via  e  1'  uno  nell'altro  si  abbatterebbe.  Senza  con- 
siderare  oltreciò  che  la  forza  ritarda trice  dell'etere 
debb'  essere  invece  la  più  piccola  immaginabile  così 
per  la  estrema  tenuità  della  sua  materia,  quanto  per 
aver  luogo  e  parte  nell' intrinseco  d'ogni  corpo  secondo 
che  venne  definito  più  sopra. 

311.  —  Certo  è,  pertanto,  che  la  cagione  la  quale 
tempera  e  modifica  profondamente  l'attrazione  reci- 
proca dei  corpi  siderei  non  è  riposta  nella  virtù  espan- 
siva dell'  etere. 

Aforismo  XJ. 

312.  —  D' altro  lato  persuadesi  ognuno  che  tal  ca- 
gione dovette  essere  universale  e  reggere  così  i  moti  del 
nostro  sistema  solare  quanto  quelli  d'  ogni  astro  e 
d' ogni  costellazione.  E  però  non  l' andremo  cercandt> 
nel  caso  speciale  d'un' atmosfera  che  si  raffredda  corno 
fece  il  La  Place  o  in  altra  supposizione  di  carattere 
particolare  ed  accidentale. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    371 

313. — Ella  risedette  sicuramente  nella  costituzione 
medesima  della  materia  ed  esser  le  debbe  essenziale 
ed  ingenita. 

Ora,  noi  rammentiamo  al  lettore  ciò  che  venne 
iermato  nel  primo  Libro  intorno  alla  comunicazione 
del  moto,  la  quale  negammo  assai  risolutamente;  e 
ci  parve  in  quel  cambio  che  il  moto  sebbene  ab- 
bisogna di  eccitazione  esteriore  come  tutte  le  forze 
finite,  nullameno  abbia  sempre  origine  propria  in  qua- 
lunque mobile  e  vale  a  dire  insita  sempre  e  congenita 
col  mobile  stesso;  il  che  ci  apparisce  tanto  più  vero, 
in  quanto  nell'  universo  intero  corporeo  non  si  rinviene 
altro  principio  fontale  e  causale  di  mutazione  eccetto 
<-he  il  moto. 

E  quando  questo  fosse  ogni  volta  comunicato  e 
quasi  a  dire  accattato,  converrebbe  dietro  le  poste  di 
Aristotele  salir  con  la  mente  ad  un  mobile  primo 
contenente  sotto  sé  ogni  cosa  e  quindi  naturato  d'  una 
virtù  infinita  di  moto  e  però  moventesi  sempre  infini- 
tamente, il  che  vale  quanto  la  quiete  assoluta.  Né 
potrebbesi  fare  diverso  concetto  eziandio  del  moto 
molecolare,  al  qual  pure  bisognerebbe  una  ^ virtù  im- 
pulsiva perenne  ed  universale. 

314.  — 11  moto  adunque  è  innaturato  ed  essenziale 
nei  corpi,  salvo  che  gli  bisogna  una  qualche  esterna 
eccitazione  come  di  tutte  le  forze  succede.  Il  moto,  im- 
pertanto,  se  possiede  in  sé  medesimo  alcuna  cosa  di 
veramente  originale  ed  attivo,  non  può  essere  tutto  o 
sempre  attuato  nella  sola  passività. 

315.  —  Ciò  veduto,  se  noi  di  nuovo  poniamo  mente 
alle  masse  celesti  allorquando  si  movono  per  attrazione 
scambievole,  noi  vi  dovremo  ravvisare  una  schietta  e 
semplice  passività.  Considerato  che  V  una  massa  non 
cambia  luogp  se  non  pel  richiamo  possente  deir  altra. 


372  LIliKO  TERZO. 

e  di  quest'  altra  conviene  afifermare  esattamente  il  me- 
desimo. Ne  ciò  accade  soltanto  nel  primo  atto  di  moto 
ma  nel  secondo  e  negli  altri  ;  dal  che  proviene  la  legge 
appunto  che  lo  governa,  la  quale  consiste  nella  ragione 
diretta  delle  masse  e  inversa  del  quadrato  delle  distan- 
ze. Ma  il  principio  attivo  e  indipendente  di  moto  dove 
si  mostra? 

Afobismo  XII. 

316.  —  Mostrasi  in  quella  deviazione  normale  e  pro- 
porzionata che  ora  domandasi  impulso  primitivo,  ora 
forza  tangenziale  o  centrifuga.  Né  la  direzione  di  cotal 
forza  potrebbe  d' un  atomo  dilungarsi  dalla  linea  tan- 
gente; perocché  in  lei  soltanto  la  virtù  originale  attiva 
dista  con  intervallo  uguale  sì  dal  punto  dove  opera 
la  forza  passiva  e  sì  dal  punto  contrario  dove  le  due 
potenze  si  eliderebbono  compiutamente.  Invece  non  eli- 
dendosi e  perdurando  V  una  e  V  altra  nelP  atto  proprio, 
il  momento  loro  comune  raccogliesi  nella  diagonale 
del  rispettivo  parallelogrammo. 

317.  —  Così  primamente  operò  nello  spazio  la  forza 
di  coesione  o  molecolare  che  tu  la  chiami.  Quindi  pel 
componimento  delle  masse  venne  eccitata  la  forza  col- 
lettiva e  passiva  delP  attrazione  a  grande  distanza  fra 
grandi  corpi.  E  quindi  pure  entrò  in  atto  la  forza  mo- 
trice propria  ed  attiva.  In  cotal  guisa  abbiamo  rinve- 
nuto d'  accanto  all'  attrazione  passiva  e  scambievole 
delle  masse  certa  energia  opponente  e  capace  di  limi- 
tarla. 

318.  —  Gli  astri  adunque  si  mossero,  non  l'uno  di- 
rettamente inverso  dell'  altro,  ma  obliquamente  con 
moto  circolare  od  elittico.  Questa  la  legge  del  nostro 
sistema  solare  e  delle  seimila  stelle  doppie  insino  a 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    373 

qui  conosciute;  questa  medesima  legge  governa  il  moto 
delle  comete;  e  niun  corpo  sarà  trovato  nel  cielo  in 
cui  non  appariscano  le  due  forme  di  movimento  onde 
discorriamo. 

j 

Afobismo  XIII. 

319.  —  Dopo  tutto  ciò  e  per  applicare  più  stretta- 
mente al  sistema  nostro  solare  le  leggi  e  gli  ordini 
già  descritti  del  mondo  meccanico  diremo  anzi  ogni 
cosa  che  V  aggirarsi  d' ogni  pianeta  d' intorno  al  Sole 
e  de'  satelliti  d' intorno  al  pianeta  loro  con  poca  de- 
viazione dal  piano  dell'equatore  e  pel  verso  mede- 
simo, e  il  rotear  tutti  eziandio  da  occidente  ad  oriente 
come  pure  fa  il  Sole  (intendendo  i  corpi  la  cui  rota- 
zione è  provata)  non  accade  per  lo  certo  in  modo 
fortuito  e  per  cagione  accidentaria  ;  e  il  La  Place» 
giunse  a  ciò  dimostrare  per  sino  con  1'  evidenza  delle 
cifre  riducendo  la  cosa  ad  una  particolare  posizione  del 
calcolo  delle  probabilità.  Né  si  dee  credere  che  simile 
calcolo  perda  molto  di  efficacia  perchè  non  di  tutti  i 
pianeti  conosciamo  per  anche  la  rotazione  e  perchè 
due  delli  sei  satelliti  di  Urano  muovono  contrariamente 
agli  altri  da  oriente  ad  occidente  e  le  orbite  loro  rie- 
scono quasi  perpendicolari  al  piano  dell'eclittica. 

320.  —  Ma  ci  è  avviso  che  nello  stato  presente  delle 
cognizioni,  vuoi  cosmologiche,  vuoi  astronomiche,  non 
pure  non  sia  fattibile  assegnarne  ragioni  fondate  ma 
costruirvi  sopra  alcuna  congettura  accettabile. 

Pei  rimanente,  ogni  fatto  procede,  mi  sembra,  se- 
condo i  principj  da  noi  fermati. 

321.  —  Nel  cominciamento  dei  tempi  comparvero  in 
questa  nostra  regione  di  spazio  non  diversamente  dalle 
altre  ammassi  enormi  di  materia  non  omogenea  e  varia- 


374  LIBRO  TERZO. 

mente  spartita.  Là  dove  furono  maggiori  assai  e  con  parti 
più  approssimate,  V  attrazione  reciproca  e  certo  grado 
di  coesione  li  accumulò,  li  restrinse  e  ne  risultava  da 
ultimo  il  gran  corpo  del  Sole.  A  differenti  distanze  da 
lui  con  la  legge  medesima  si  composero  i  pianeti  e  i 
satelliti.  Il  Sole  poi,  chiamato  da  stella  vicina  o  da  un 
gruppo  di  stelle,  si  mosse  per  doppio  impulso,  attivo, 
vale  a  dire,  e  passivo  giusta  V  accezione  che  abbiamo 
data  a  simili  voci.  E  perchè  la  materia  sua  non  era 
tutta  omogenea  né  densa  ad  un  modo  cominciò  pe- 
ranco  nel  Sole  un  movimento  di  rotazione.  Le  stesse 
forze  e  gli  stessi  impulsi  mossero  quindi  i  pianeti  in- 
torno di  lui  e  i  satelliti  intorno  di  questi  e  ciascuno 
di  tali  corpi  intorno  del  proprio  asse. 

322.  —  Trovo  scritto  che  Argelander  credeva  il  cen- 
tro di  gravitazione  dello  strato  stellare  a  cui  appar- 
tiene (dicono)  il  nostro  sistema  essere  nella  costella- 
zione di  Perseo.  Maedler  lo  pone,  in  vece,  nel  gruppo 
delle  Pleiadi. 

323.  —  A  me  sembra  che  se  tuttaquanta  V  acerva- 
zione  stellare  di  cui  siamo  parte  à  un  moto  comune 
di  traslazione  verso  l' uno  o  V  altro  dei  centri  indicati, 
dovrebbesi  anche  poter  discoprire  il  moto  correspettivo 
deir  uno  di  essi  procedente  verso  di  noi  e  girante  pei* 
proprio  impulso  e  per  la  forza  attrattiva  nella  ma- 
niera medesima  che  facciamo  noi  a  rispetto  suo.  Forse 
il  concepire  la  necessità  di  questa  forma  di  movimento 
circolare  scambievole  gioverebbe  a  ordinare  le  osser- 
vazioni, i  confronti  e  le  congetture.  Foi;8e  anche  il  cen- 
tro comune  di  gravità  dovrebb'  esser  cercato  in  ispa- 
7À0  vuoto  non  in  Perseo  propriamente  o  in  mezzo  alle 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   375 

Pleiadi.  Dacché  né  queste  né  Perseo  lasciano  far  con- 
fettura che  sieno  di  massa  cotanto  smisurata  da  pre- 
ponderare d' assai  sullo  strato  nostro  stellare  e  quindi 
moverlo  intorno  a  loro  siccome  satellite.  Nella  costel- 
lazione di  Perseo  e  delle  Pleiadi  non  e'  imbattiamo  in 
nessuna  stella  di  prima  e  di  seconda  grandezza. 

Afobismo  XIV. 

324.  —  Geometri  sommi  ed  astronomi  anno  di  con- 
cito mostrato  che  non  v'  à  cagione  veruna  nel  nostro 
tiifitema  solare  la  quale  accenni  alla  sua  sconnessione 
ed  alterazione  ancora  che  remotissima.  Ogni  perturba- 
mento vi  si  riduce  a  esatta  periodicità  di  moto  e  a 
i'^erti  sviamenti  che  mai  non  trascendono  i  confini  a 
loro  assegnati  ;  onde  é  il  caso  giustamente  di  dire  che 
l'apparente  eccezione  conferma  la  regola. 

325.  —  Né  debbe  in  altro  modo,  per  nostro  giudi- 
dò,  operar  la  natura.  Gonciossiaché  ogni  sistema  so- 
lare è  quasi  un  formale  individuo  dell'  universo  mec- 
canico. £  quando  in  lui  non  prevalesse  la  costanza  e 
l>erpetuazione  dell'  essere,  nemmanco  si  presterebbe 
all'ordine  progressivo  e  sintetico  delle  mutazioni  e 
combinazioni  nel  quale  debbe  aver  parte  e  tener  ra- 
gione di  elemento. 

326.  —  Oltreché,  nel  sistema  solare  operano  due 
forze  soltanto  semplici  esatte  e  con  sommo  rigore 
commisurate  e  contrappcsate.  Non  così  nello  interno 
di  ciascuna  sua  parte  dove  moltiplicano  le  forze  spe- 
ciali e  diverse  ed  ogni  accidente  à  valore;  onde  le 
mutazioni  vi  sono  perpetue  quanto  minute. 

327.  —  Il  nostro  sistema  solare,  im pertanto,  non 
caverà  da  sé  proprio  le  successive  trasformazioni, 
ma  sì  dagli  accostamenti  e  quasi  congiungimenti  con 


376  LIBRO  TERZO. 

altri  sistemi  e  dallo  scambio  reciproco  delle  influenze 
come  spiegherà  alquanto  meglio  questo  Libro  medesimo 
un  poco  più  tardi. 

A, 

328.  —  V  à  taluno  che  pensa  dovere  il  corpo  solar** 
crescere  la  sua  massa  per  la  caduta  incessante  dei  bo- 
lidi, però  crescere  altresì  la  sua  forza  attrattiva  e  di 
tal  guisa  dopo  milioni  di  secoli  i  pianeti  dovere  an- 
ch'essi  precipitare  nel  Sole;  dove  poi  la  combustione 
loro  violenta  e  subita  potrebbe  forse  rinnovare  la  con- 
dizione primigenia  di  vaporosità  incandescente  e  quindi 
da  capo  il  Sole  produrre  dall'  atmosfera  sua  i  pianeti. 

329.  —  Cotesta  periodicità  di  costruzione,  distrag- 
gimento  e  ricostruzione  identica  ed  infruttifera  non  si 
accorda,  al  mio  parere,  coi  metodi  conosciuti  della 
mentalità  creatrice.  E  se  comparisce  colà  dove  la  per- 
duranza  individuale  è  impossibile  come  negli  esseri 
organizzati,  la  natura  vi  supplisce  con  la  perpetua- 
zione e  inalterabilità  delle  specie. 

330.  —  Del  resto  la  supposizione  anzi  espressa  pro- 
viene dal  concetto  oggimai  riprovato  che  il  sistema 
nostro  solare  esca  tutto  quanto  da  una  nebulosa. 

331.  —  Ma  prescindendo  pure  da  ciò,  io  afl^ermo  che 
i  bolidi  non  precipitano  unicamente  nel  Sole  ;  ma  posta 
la  proporzione  delle  masse,  egli  sembra  che  altrettanti 
ne  cadono  sulla  superficie  dei  pianeti  ;  o  parlando  con 
precisione,  egli  sembra  che  parte,  almeno,  delle  stelle 
cadenti  infiammi  e  sperda  la  propria  materia  nelle  più 
alte  regioni  della  nostra  atmosfera. 

332.  —  E  mentre  per  noi  l' entrare  delle  stelle  ca- 
denti neir  àmbito  della  nostra  atmosfera  è  fatto  posi- 
tivo e  altresì  positivo  è  il  precipitare  sulla  terra  di 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  KELL'  UNIVERSO.    377 

molti  bolidi  ;  nessuno  à  veduta  quella  pioggia  che  gli 
autori  prenominati  asseriscono  avvenire  nel  Sole.  Però, 
ponendo  a  riscontro  del  loro  supposto  una  realità 
costante  e  bene  accertata,  diciamo  che  crescendo  con 
legge  di  proporzione  la  massa  dei  pianeti  quanto  quella 
dei  Sole  e  con  la  massa  la  forza  altresì  tangenziale 
0  la  virtù  attiva  del  moto  che  la  si  chiami,  dura  e 
persevera  esattamente  V  equilibrio  di  tutto  il  sistema. 

B. 

333.  —  Ma  quando  1'  etere  sia  dappertutto,  e  non 
ostante  la  estrema  tenuità,  penetrazione  ed  elasticità 
sua  opponga  esso  in  fatto  un  qualche  minimo  grado 
di  resistenza  al  moversi  de'pianeti,  ed  anzi  generalmente 
al  moversi  di  qualunque  astro  intorno  ad  un  centro; 
come  negare  che  tal  resistenza,  per  infinitesima  ch'ella 
sia,  non  cagioni  nella  fuga  dei  secoli  un  effetto  misu- 
rabile? Né  questo  per  le  leggi  meccaniche  può  essere 
altro  che  deviazione  dalla  curva  normale  trascorsa  e 
quindi,  per  un  moto  spirale,  violenta  precipitazione  del- 
l' astro  circolante  qualechessia  sul  corpo  dell'astro  cen- 
trale. 

334.  —  Impertanto,  o  conviene  discredere  la  diffu- 
sione generale  dell'  etere  o  eh'  egli  sia  materia  non 
resistente  o  concedere  che  dopo  scorsi  bilioni  di  secoli 
r  ordine  meccanico  del  nostro  sistema  sarà  scomposto 
ed  anzi  annullato. 

335.  —  Qui  avanti  ogni  cosa  è  dp,  domandare  se. 
r  accorciamento  della  olissi  trascorsa  dalla  cometa  di 
Encke  (per  fermarci  all'  esempio  meglio  conosciuto) 
debba  recarsi  alla  resistenza  del  mezzo  ovvero  ad  altra 
cagione.  Certo,  se  non  è  da  negare  che  in  sì  corto  pe- 
riodo d'anni  abbiasi  potuto  avvertire  un  perturbamento 


378  LIBRO  TERZO. 

sensibile  e  misurabile,  non  è  allo  stesso  modo  da  con- 
sentire a  chi  vuol  riferirlo  alla  resistenza  d'un  mezzo 
la  cui  tenuità  ed  elasticità  oltrepassa  qualunque  im- 
maginazione umana. 

336.  —  A  ciò  debbesi  aggiungere  cosa  notabilissima 
che  tale  resistenza  del  mezzo  non  fa  segno  alcuno  di 
sé  nella  cometa  di  Halley  la  quale  secondo  i  calcoli 
del  Rosemberg  avrebbe  dovuto  tardare  di  sette  giorni 
il  passaggio  suo  nel  perielio,  quando  rinvenisse  per 
via  l'impedimento  medesimo  della  cometa  di  Encke; 
e  il  simile  pare  si  debba  concludere  a  rispetto  della 
cometa  di  Faye  ;  o  per  lo  manco,  la  resistenza  sofiFerta 
da  cotest'  ultima  non  procederebbe  con  egual  pro- 
porzione. 

337.  —  Oltre  di  che,  scorgendo  il  magistero  maravi- 
glioso  e  infinito  mediante  cui  la  natura  provvede  alla 
conservazione  e  inalterabilità  del  nostro  sistema  contro 
cause  molto  maggiori  di  perturbamento  e  conquasso,  si 
à  buoua  licenza  di  dire  che  ci  rimangono  ignoti  ancora 
innumerevoli  temperamenti  e  compensi  che  possono 
fornirsi  dall'  arte  divina  al  nostro  sistema  per  ovviare 
a  quel  minimo  disequilibrio  di  cui  si  discorre. 

338.  —  E  forse  la  mente  insino  da  ora  giunge  a 
ravvisarne  uno  molto  evidente  per  sé,  tuttoché  indo- 
cile, credo  io,  alle  determinazioni  ed  alle  esattezze  del 
calcolo.  Nondimeno  mi  risolvo  ad  accennarlo  come  per 
saggio,  e  perchè  i  dotti  vadano  più  a  rilento  a  giudi- 
care e  concludere  in  cotesta  specie  di  cose. 

339.  —  Il  compenso,  dunque,  a  cui  accenno  é  for- 
nito dal  camminare  degli  uomini  e  degli  animali,  non 
che  dal  moversi  d'ogni  peso  trasportato  per  arte  o 
comechessia  e  dall' agire  delle  macchine  che  risve- 
gliano in  mille  maniere  la  energia  di  forze  latenti. 
Certo,  da  tuttociò  risulta  un  impulso  contrario  alla 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    379 

forza  attrattiva  esteriore.  Conciossiachè  nel  generale 
tutte  le  sorte  del  moto  di  cui  parliamo  adempionsi  du- 
rante le  ore  del  giorno  e  però  dalla  banda  del  Sole 
che  è  il  verso  appunto  e  la  direzione  dello  sviamento 
prodotto  (giusta  la  supposizione)  dalla  resistenza  del 
mezzo.  E  perchè  tutte  le  regioni  del  globo  giacenti  fra 
i  poli  sono  visitate  di  mano  in  mano  dal  Sole  in  ogni 
diurna  rivQluzione,  V  impulso  centrifugo  da  noi  indi- 
cato, sebbene  muta  luogo,  non  muta  mai  verso,  né  mai 
si  fa  discontinuo. 


CAPO  SETTIMO. 

8E0U0N0   GLI    AFORISMI  DELLA   STESSA   MATERIA. 

Aforismo  I. 

340.  —  Né  il  mondo  'materiale  né  la  coordinazione 
che  vi  si  fa  degli  apparecchi  alla  vita  risulta  di  sole 
forze  meccaniche.  V  à  le  fìsiche  necessariamente  e  le 
chimiche,  e  si  vogliono  chiamar  di  tal  nome  quelle  po- 
tenze onde  sono  governate  le  picciole  masse  ovvero 
anno  fondamento  in  certe  native  disposizioni  dei  corpi 
che  non  si  risolvono  in  varietà  di  figura  d' impulso  e 
<li  moto  sebbene  con  qualcuno  di  questi  fenomeni  si 
accompagnino. 

341.  —  Chiaro  è  poi  che  la  separazione  la  quale  fac- 
ciamo delle  forze  meccaniche  da  tutte  le  altre  è  me- 
ramente metodica.  Attesoché  il  mondo  preparatorio, 
per  così  domandarlo,  uscì  dal  nulla  in  forma  com- 
pleta rispetto  alle  forze  ed  agli  elementi  costitutivi, 
niuno  dei  quali  fecedifetto  od  ebbe  tardo  nascimento. 


380  LIBRO  TERZO. 


Aforismo  n. 


342.  —  L' ambizione  quanto  forse  il  bisogno  di  uniti- 
care  la  scienza,  spinse,  quando  io  non  m' inganni,  gli 
odierni  fisici  a  voler  risolvere  di  nuovo  la  intera  natura 
inorganica  in  una  di  quelle  generalità  che  abbracciando 
ogni  cosa  istringono  molto  poco  e  dispergendo  per 
ogni  dove  il  simile  ed  il  medesimo  ci  lasciano  al  tutto 
ignoranti  del  diflFerente;  mentre  la  scienza  matura  e 
durevole  comincia  soltanto  in  quel  vero  in  cui  il  di- 
verso ed  il  simile  si  connettono  e  spiegano  mutuamente. 

Di  tal  guisa  ripullula  appo  i  dotti  sperimentali 
cotesto  concetto  pericoloso  ch'ei  sono  prossimi  ad 
agguantare  la  cagione  unica  e  sola  di  tutti  i  fenomeni, 
scordando  assai  presto  che  tale  invenzione  non  pure 
si  sovrappone  al  termine  delle  facoltà  umane,  ma  sì  è 
discorde  dal  vero  concetto  dell'  ordine  della  natura,  la 
quale  intende  mai  sempre  ad  effettuare  V  indefinito  dei 
possibili  nelle  cose  simili  nelle  varie  e  nelle  diverse,  e 
che  quanto  più  si  complicano  le  sue  sintesi  con  la 
moltiplicità  delle  cause  tanto  più  si  accosta  ella  ai 
suoi  fini  ed  alla  perfezione  ultima  delle  sue  opere. 

Del  sicuro,  come  spiegammo  altrove,  dicendo  sintesi 
diciamo  fattura  in  cui  apparisce  o  certa  unità  rela- 
tiva o  certa  totalità  strettamente  connessa  e  cospirante 
ad  un  fatto  complessivo  e  terminativo.  Ma  queste  me- 
desime sintesi  diventerebbero  impossibili,  qualora  non 
intervenissero  da  ogni  parte  principj  originali  e  diversi. 

343. — Vogliono,  dunque  costoro  che  nel  mondo 
fisico  e  chimico  ed  altresì  nell'  etereo  proseguano  in  so- 
stanza ad  agire  un  po'  trasformate  le  forze  del  mondo 
meccanico  e  ogni  fenomeno  vi  si  spieghi  per  sole  leggi 
di  moto  ;  le  quali  sebbene,  a  lor  confessione,  non  si 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    381 

lasciano  ancora  tutte  conoscere,  nulladimeno  è  di  già 
possibile  di  misurarle  nella  più  parte  de'  loro  effetti 
e  del  sicuro  si  unificano  in  pochi  principj  inerenti  alla 
natura  comune  e  universalìssima  dello  spazio  e  della 
materia. 

344.  —  Costoro  non  badano  per  mio  giudizio  che 
affermando  ogni  fenomeno  essere  moto  e  niente  altro 
che  moto  annunziano  solo  il  piii  generale  dei  fatti 
senza  spiegare  in  guisa  veruna  il  miracolo  grande  che 
è  ìnchiuso  nel  lor  discorso  e  ciò  è  come  da  cotesta 
cagione  sì  semplice,  sì  comune  a  tutto,  sì  uniforme  con 
sé  medesima  escono  le  differenze  e  le  varietà  innume- 
rabili dei  fenomeni.  Perocché  tanto  è  difficile  e  neces- 
sario alla  scienza  scoprire  il  diverso  e  il  particolare 
nel  troppo  simile  e  troppo  comune,  quanto  per  centra 
nel  particolare  e  individuale  tutto  differente  e  speci- 
fico rinvenire  il  generale  e  l' identico. 

345.  —  D  moto,  non  si  nega,  é  inizio  e  accompa- 
gnatura d'ogni  mutazione  nel  mondo  inorganico  ma 
non  perciò  ogrfi  mutazione  é  semplice  moto.  Simil- 
mente, le  leggi  meccaniche  come  quelle  che  risul- 
tano dalla  essenza  comune  e  perpetua  della  materia 
ricompariscono  modificate  in  qualunque  fatto  del  mon- 
do fisico  e  chimico  ma  non  sono  le  sole;  né,  conosciute 
esse,  è  conosciuto  ogni  rimanente. 

346.  —  V'à  mutazioni  atti  e  fenomeni  copiosissimi 
che  del  sicuro  provengono  da  ben  altra  cagione  che 
da  mera  forza  motrice,  ma  sono  invece  modificazioni 
ed  esplicamenti  di  facoltà  essenziali  e  diverse  dei  corpi. 
Escono  certo  dalla  materia,  ma  non  in  quanto  é  estesa 
figurata  e  movibile.  Nò  basta  il  dire  che  astraendosi 
dalle  affezioni  speciali  de'  nostri  organi,  ciò  che  rimane 
apparente  nella  materia  é  moto  estensione  e  figura  ; 
conciossiachè  rimane  altresì  apparente  nella  materia 


382  LIBRO  TERZO. 

una  continua  sproporzione  ed  incoerenza  tra  le  cause 
e  gli  effetti,  sempre  che  le  prime  sieno  interpretate  da 
noi  per  sole  modificazioni  di  moto.  Né  Galileo  affer- 
mando egli  il  primo,  che  io  srppia,  che  le  qualità  se- 
condarie dei  corpi  debbono  venir  distinte  e  sceverate 
con  diligenza  dalle  primarie,  volle  affermare  queste 
ultime  solamente  e  negare  1'  esistenza  dell'  altre.  Per 
lo  contrario,  egli  confessò  che  v'  à  nei  corpi  una  es- 
senza profonda  ed  occulta,  conoscer  la  quale  speri- 
mentalmente giudicava  impossibile.  , 

347.  —  Ora  le  qualità  e  forze  della  materia  diffe- 
renti dalla  potenza  motrice  dimorano  in  ciò  appunto 
che  volgarmente  domandasi  la  natura  od  essenza  dei 
corpi,  e  non  è  giusto  dire  che  a  noi  si  occultano  com- 
piutamente. Considerato  che  oltre  al  moto  ed  a' suoi 
fenomeni  elle  si  palesano  nelle  affezioni  de'  nostri  or- 
gani mescolate  peraltro  e  contemperate  alle  affezioni 
medesime,  e  vale  a  dire  ai  modi  dell'  animo  nostro  e 
con  altro  vocabolo  alla  natura  e  passione  dell'essere 
ricevente  le  esterne  azioni.  • 

A. 

348.  —  Né  solo  i  fisici  di  cui  discorriamo  reputano 
che  tutte  le  forze  della  natura  inorganica  si  risolvano 
in  qualche  atto  e  maniera  di  moto,  ma  si  aggiungono 
che  il  moto,  sebbene  si  trasforma,  non  può  estinguersi 
mai.  Onde  ripetono  oggi  quell'affermazione  ipotetica 
di  Cartesio  esistere  sempre  nella  materia  una  stessa 
quantità  ed  essenza  di  moto.  Spesso,  dicono,  da  esterno 
diviene  interno  o  viceversa  ;  talora  si  diffonde  e  spar- 
tisce, talaltra  si  raccoglie  e  condensa;  una  volta  da 
ponderoso  e  massiccio  si  fa  molecolare  e  invisibile; 
un'altra  volta  adempie  l'inverso;  ma  pure  trapas- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  BELL'UNIVERSO.  3bf> 

sando  da  corpo  a  corpo  e  da  forma  a  forma  si  con- 
serva  e  perpetua  uguale  sostanzialmente  a  sé  stesso. 
Che  la  forza,  una  volta  estinta,  non  si  rinnova  e  non 
potrebbe  ricominciare  l'opera  sua. 

349.  —  In  tal  guisa,  aggiungono,  tutte  le  forze  sono 
r  una  air  altra  equivalenti  e  a  vicenda  si  misurano  a 
vicenda  s' ingenerano.  Sopra  ogni  cosa,  è  mirabile  la 
equivalenza  tra  esse  e  il  lavoro  meccanico  divenuto 
ferma  unità  di  misura  per  tutte.  Di  tal  guisa  la  geo- 
metria comincia  a  introdurre  i  suoi  calcoli,  il  suo  ri- 
gore e  la  sua  certezza  in  materie  che  ne  parevano 
affatto  aliene;  e  la  fisica  e  forse  anche;  la  chimica 
vannosi  convertendo  in  vasti  problemi  di  meccanica 
molecolare.  E  dove  un  gran  genio  apparisse  pari  a 
quello  di  Newton,  forse  la  costituzione  dei  corpi  sa- 
rebbe svelata  a' dì  nostri.  ^ 

350.  —  Noi  andremo  rettificando  capo  per  capo,  an- 
cora che  brevemente,  le  asserzioni  o  soverchie  o  false 
della  scuola  sperimentale  di  cui  parliamo.  E  prima,  è 
troppo  vero  che  le  forze  mai  non  s'estinguono;  ma 
ora  sono  in  essere  virtuale  o  di  facoltà,  ora  in  ispie- 
gamento  di  atto  ovvero  in  conato  che  è  certa  condi- 
zione di  forza,  la  quale  intramezza  fra  lo  spiegamento 
compiuto  e  la  schietta  virtualità.  Gran  fatica  sarà  per 
cotesti  fisici  il  dimostrare  che  mai  nessuna  forza  mo- 
trice nella  natura  non  è  impedita  nello  spiegamento 
dell'atto  e  si  vuol  dire  nel  moto  attuale,  ovvero  che 
impedita  in  un  luogo  rinasce  in  un  altro.  Che  quando 
ricorrano,  come  Cartesio,  a  un'idea  astratta  e  costitui- 
scano un  bilancio  e  un  compenso  continuo  fra  i  moti 
virtuali  ed  i  moti  in  atto,  noi  risponderemo  che  il 
calcolo  si  può  ben  cominciare  ma  non  finire,  ed  avrà 
necessariamente  del  congetturale  e  dell'  ipotetico.  Àn/i 
è  congettura  piii  ragionevole  che  mentre  le  forze  per- 


384  LIBRO  TERZO. 

mangono  sempre  d'un  numero  e  d'una  natura,  la 
somma  del  movimento  si  accresca  nelP  universo,  per- 
chè aumentano  qua  e  là  le  sintesi  terminative,  le  quali 
risultano  in  genere  dalla  frequenza  varietà  e  rapidità 
infinita  di  piccioli  moti. 

351.  —  Per  fermo,  le  forze  estinte  non  si  rinnovano 
e  il  moto  annullato  non  risuscita  da  sé  medesimo.  Ma 
scordano  i  fisici  summentovati  che  se  mancano  i  moti 
parziali  e  individui  mai  non  fa  difetto  1'  eccitazione 
eentrale  che  emana  dal  Sole  e  dall'etere,  mai  la  luce 
e  il  calore  non  cessa  di  piovere  di  mano  in  mano  sulla 
faccia  del  globo,  e  mai  non  si  quetano  le  correnti  ma- 
gnetiche e  le  elettriche  correspettive. 

352.  —  Maravigliosa,  certo,  e  feconda  scoperta  è 
quella  del  rapporto  misurabile  tra  il  lavoro  meccanico 
e  r  azione  dell'  altre  forze,  e  maravigliosa  è  l' equiva- 
lenza e  trasmutazione  reciproca  tra  il  calore  ed  esso 
lavoro  meccanico.  Ciò  dimostra  di  nuovo  come  ogni 
cosa  procede  esattissimamente  in  pondero  et  menmra^ 
e  intendiamo  che  le  leggi  meccaniche  uscenti  dalla 
essenza  più  generale  e  comune  della  materia  non  ces- 
sano di  operare  nei  piccioli  corpi  quanto  nei  grandi, 
tra  i  fenomeni  di  mera  estensione  e  figura  non  meno 
che  tra  i  fisici  e  chimici. 

353.  —  Ma  nel  modo  che  la  scoperta  dell'universale 
attrazione  non  bastò  guari  a  porger  ragione  della 
fisica  universale  e  spiegare,  per  via  d'esempio,  perchè 
il  Sole  e  le  stelle  rilucano  di  luce  propiia  e  i  pianeti 
di  riflessa  ;  ovvero  perchè  il  Sole  raggi  calore  perenne- 
mente e  susciti  la  vegetazione  e  la  vita  sopra  la  terra  ; 
in  quel  modo,  ripetiamo,  quando  sarà  discoperta  e 
provata  la  costituzione  meccanica  del  mondo  moleco- 
lare e  le  leggi  de'  suoi  movimenti,  rimarranno  tutta- 
volta  da  discoprire  le  cause  e  i  principj  dei  fenomeni 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    385 

propriamente  fisici  e  chimici.  Imperocché,  ricordia- 
moci non  essere  la  stessa  cosa  il  quale  ed  il  quanto, 
E  r  avei-e  bene  accertato  che  le  forze  sono  tutte  quan- 
titative e  però  misurabili  Tuna  con  l'altra;  od  anche 
l'aver  provato  che  a  vicenda  si  promovono  e  ledano 
le  azioni  loro  e  gli  effetti  a  maniera  di  catena  che  i\ 
sé  medesima  si  ricongiunge,  non  dà  arbitrio  nessuno 
di  reputarle  della  stessa  natura;  né  porge  speranza 
fondata  di  condurle  tutte  a  un  solo  principio  causah'. 
Per  lo  contrario,  é  ferma  nostra  opinione  che  il  pro- 
gresso delle  scienze  terrà  da  una  banda  separatissim^ 
le  forze  e  le  essenze  e  dall'altra  mostrerà  ogni  dì 
maggiormente  le  rispondenze,  correlazioni  e  legamenti 
loro  intimissimi  e  senza  numero;  considerato  che  la 
natura  nel  più  generale  e  comune  fa  comparire  la 
identità  e  unità  di  principio,  mentre  poi  nel  partico- 
lare e  diverso  fa  con  la  moltiplicità  dei  principj  e 
delle  cagioni  comparire  fra  tutti  essi  una  stupenda 
convenienza  e  armonìa.  Però  un  genio  tragrande  come 
quello  di  Newton,  quando  anche  svelasse  oggidì  le 
vere  ed  uniche  leggi  della  meccanica  molecolare  credo 
che  dovrebbe  recarle  a  parecchi  principj  e  cagioni  e 
a  diverse  nature  di  cose  e  non  mai  vi  discoprirebbe  il 
giuoco  di  sole  due  forze  siccome  accade  per  li  movi- 
menti celesti. 

334.  —  Insomma,  l'abbaglio  dei  fisici  è,  per  mio 
sentire,  sol  questo  eh'  io  riconosco  parecchie  forze  al 
tutto  separate  e  diverse;  in  quel  cambio,  essi,  giusta  il 
vezzo  dei  tempi,  le  identificano  tutte  in  una  e  i  feno- 
meni più  differenti  chiamano  modi  e  atti  pur  differenti 
d'una  stessa  virtù  dinamica.  E  quando  le  varie  forze 
si  meschiano  e  proporzionano,  e  l'  una  provoca  l' altra 
0  semplicemente  la  occasiona,  essi  avvisano  in  tutto 
dò  una   continua   e  commisurata  trasformazione  di 

MtBiAiii.  —  n.  3S 


386  UBRO  TERZO. 

certo  principio  astratto  unlTersfile  e  comune  che  do- 
mandano forza. 


B. 


355.  —  Quella  tendenza  de'  nuovi  fisici  di  tutto  spie- 
gare col  movimento  la  figura  il  numero  e  V orientazione 
delle  molecole  si  accrebbe  talvolta  per  modo,  che  sperò 
convertire  tutti  gli  elementi  semplici  in  proporzioni 
diverse  di  una  sola  sostanza;  né  mai  finano  essi  di 
far  Botare  come  i  composti  chimici  cambiano  sovente 
di  qualità  senza  intervento  alcuno  di  forza  esteriore 
e  dovendosi  perciò  attribuire  la  mutazione  al  diverso 
aggiustamento  che  prendono  gli  atomi  Tuno  a  rispetto 
dell'altro  sia  nel  numero  sia  nella  posizione. 

Per  nostro  avviso  ninna  scienza  quanto  la  chimica 
delude  la  speranza  di  convertire  in  forza  meccanica  i 
fatti  speciali  e  molteplici  dell'affinità.  E  già  gli  au- 
tori medesimi  della  teorica  mediante  cui  si  tentò  di 
scoprire  nelle  combinazioni  chimiche  altrettante  diffe- 
renze quantitative  d'  un  solo  elemento  desistettero 
dalla  impresa  non  solo  perchè  certa  legge  di  propor- 
zione da  loro  avvisata  non  riusci  compiuta  e  fedele 
per  tutti  i  fatti,  ma  più,  al  creder  mio,  perchè  quella 
legge  fosse  pure  verissima  ed  esattissima  non  rispon- 
derebbe per  nulla  al  cumulo  delle  proprietà  singolari 
ed  oriKÌnali  che  compaiono  in  ciascun  elemento  ed 
eziandio  nella  maggior  parte  delle  loro  combinazioni. 

356.  —  Sostanze  composte  non  pure  degli  stessi  ele- 
menti ma  delle  stesse  quantità  e  proporzioni  e  che  non- 
dimeno producono  effetti  tanto  diversi  e  spiegano  qualità 
singolari  e  talvolta  opposte  dimostrano  invittamente  che 
v'à  nell'azione  loro  un  diverso  principio,  il  quale  si 
occulta  alle  nostre  analisi   e  non  può  consistere  nel- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   887 

solo  mutare  il  numero  e  la  posizione  rispettiva  degli 
atomi.  L' Isomerismo  basta,  per  mio  avviso,  a  amen*» 
tire  la  chimica  costruita  suir  aritmetica  e  sulla  mec-* 
canica.  E  se  mutando  gli  atomi  di  numero,  di  propor- 
zione e  di  posizione  cagionano  mutamento  di  qualità, 
conviene  non  iscordare  due  cose;  la  prima,  che  ciò  si 
argomenta  nel  più  dei  casi  per  congettura  non  per  ve- 
duta sperimentale.  In  secondo  luogo,  che  possono  altre 
cause  più  intime  di  cangiamenti  accompagnai*si  alla 
mutazione  del  luogo  della  proporzione  e  del   numero. 

357.  — Infine  giova  di  avere  a  mente  ciò  a  cui  non 
pensano  forse  i  naturalisti,  ed  è  che  non  tutti  i  fenomeni 
di  mutazione  serbano  lo  stesso  carattere;  e  l'uno  può 
provenire  da  causa  accidentale  V  altro  da  sostanziale. 
E  in  genere,  non  dubitiamo  di  dire  che  nei  fenomeni 
chimici  si  svela  piuttosto  la  parte  superficiale  delle 
sostanze  che  la  profonda  e  costitutiva;  e  sempre  ci  è 
sembrato  un  po' singolare,  per  via  d'esempio  che  uno 
dei  caratteri  proprj  essenziali  e  costanti  della  gran 
classe  degli  acidi  sia  denotato  quello  di  volgere  in  rosso 
le  tinture  azzurre  vegetali  e  di  non  alterare  la  tintura 
gialla  di  curcuma;  mentre  poi  l'altra  gran  classe  de- 
gli alcali  o  delle  basi  à  per  nota  qualitativa  di  mutare 
in  verde  la  tintura  azzurra  di  viole  mammole  e  di  ar- 
rossare il  giallo  di  curcuma;  tanto  che  se  non  vi  fos- 
sero viole  mammole  al  mondo  ne  curcume  mancherebbe 
uno  de' caratteri  più  importanti  per  isceverare  e  ras- 
segnare le  sostanze  giusta  gli  ordini  della  scienza. 
Forse  noi  c'inganniamo  a  partito,  ma  noi  siamo  an- 
cora alla  superficie  e  alla  buccia  delle  cose. 

S58.  —  E  uscendo  della  chimica  e  trapassando  alle 
parti  della  scienza  dei  corpi  in  cui  sembra  la  geome- 
tria progredire  mirabilmente,  parmi  nondimeno  che 
nempre  e'  imbattiamo  ad  un  che  il  quale  sfugge  a  tutti 


388  LIBRO  TERZO. 

ì  rapporti  di  quantità,  dì  figura,  di  numero  e  di  moiri- 
mento  perchè  s*  attiene  in  diretto  modo  alle  proprietà 
originali  ed  essenziali  delle  sostanze.  Qual  dottrina 
appare  oggi  più  prossima  alle  spiegazioni  meccaniche 
quanto  quella  del  calore?  ciò  non  ostante  qualunque 
parte  se  ne  pigli  e  qualunque  fenomeno  se  ne  consi- 
deri insorge  la  difficoltà  e  la  differenza  che  io  dico. 
Quando  si  paragona,  per  via  d'esempio,  la  facoltà  as- 
sorbente delle  sostanze  e  quanto  ella  varia  dalF  una 
all'altra  si  per  la  diversa  natura  propria  e  si  pel  mu- 
tare delle  sojgenti  di  calore  ninno  mi  persuade  che 
tutto  ciò  si  risolva  in  semplici  differenze  da  un  lato 
de'  movimenti  ondulatorj,  dall'  altro  di  figura  e  posi- 
zione di  molecole. 

359.  —  Né  per  qualunque  parte  della  fisica  sembra 
a  noi  doversi  fare  differente  discorso.  E  ne  sia  lecito 
addurre  ancora  un  esempio.  L'acustica  possiede  una 
sua  stupenda  geometria.  I  toni  corrispondono  con  pre- 
cisione aritmetica  alle  vibrazioni  dell'aria  e  dei  corpi: 
le  vibrazioni  alla  lunghezza  rapidità  numero  intensione 
delle  onde,  ai  ventri,  ai  nodi  e  altre  modificazioni  o 
del  mezzo  o  dei  corpi  che  vibrano.  Né  questi  rapporti 
si  negano;  e  sono  movimenti  e  leggi  di  movimento  parti- 
colari e  immancabili  che  accompagnano  sempre  i  feno- 
meni del  suono;  ma  per  nostro  parere  non  bastano  a 
darne  ragione  compiuta.  L'ottava  del  sicuro  è  il  dop- 
pio delle  vibrazioni  d' una  corda  accorciata  della  metà; 
e  sia  pure.  Ma  l' orecchio  sente  nell'  ottava  una  forma 
di  suono  che  è  altra  cosa  della  quantità  raddoppiata. 
E  questa  medesima  ottava  è  infinitamente  modificata 
ne'  divem  strumenti  che  l'arte  ritrova  e  nelle  diverse 
nature  di  suoni  che  genera  tale  corpo  e  tiile  altro.  £ 
ciò  perchè  mai?  per  la  differenza  forse  della  materia 
vibrante?  Ma  come  fa  il  meccanico  a  diversificare  coi 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    389 

iiuoi  principj  quelle  materie  medesime?  Certo  con  va- 
riare il  uumero  la  figura  V  orientazione  e  il  moto  delle 
molecole.  Noi  così  ci  aggiriamo  sempre  neir  identico 
circolo,  e  per  effetti  i  pi  il  diversi  del  mondo  si  offrono 
cause  e  modi  di  operare  eh'  entrano  tutti  nella  specie 
medesima.  Noi  in  quel  cambio  diciamo  che  allato  alla 
geometria  acustica  v'  à  un'  altra  natura  di  causa  con- 
comitante e  cooperante,  la  qual  dimora  nelle  pro- 
prietà peculiari  delle  sostanze  e  nelP  ìndole  specialis- 
sima ed  essenziale  di  loro  forze. 

360.  —  Concludiamo  con  questo  gran  pronunziato 
che  nella  natura  ogni  cosa  non  è  moto  sebbene  col 
moto  s'  accompagna  e  si  manifesta,  e  se  qualunque 
fenomeno  della  materia  porta  seco  di  necessità  certa 
varianza'  di  moto,  le  cagioni  dei  fenomeni  non  sono 
guarì  quella  sola  varianza.  R  ogni  moto  ricerca  un 
movente,  ogni  movente  un  perchè  intrinseco  dell'atto 
proprio  :  che  se  tu  tramuti  eziandio  in  moto  quel  mo- 
vente e  quel  suo  perchè,  tu  entri  a  forea  nell'  un  via 
uno,  e  giri  in  un  circolo  senza  uscita. 

a 

361.  —  Si  andrà  poi  più  là  della  buccia  non  pure 
moltiplicando  1'  osservazione  ma  curando  di  vantaggio 
quella  notizia  della  natura  che  può  provenire  a  noi 
dalla  virtù  discorsiva.  Perchè  tanto  è  inetto  il  razio- 
cinio a  rinvenire  le  specie,  quanto  l' esperienza  a  con- 
nettere gli  universali  e  concordare  i  principj.  Che 
quando  bene  le  essenze  occultino  affatto  la  specie  loro 
profondissima  non  ne  occultano  per  intero  le  relazioni 
molteplici  ;  e  di  queste  è  più  sagace  conoscitore  il  giu- 
dicio  speculativo  che  la  sensata  esperienza. 


890  LIBRO  TERZO. 

Afobismo  IU. 

362. — ^^Ripigliando,  impertanto,  quella  concisa  de- 
scrizione che  imprendemmo  di  fare  dell'epoca  gene- 
tica, ricorderemo  di  aver  affermato  che  dovunque  ap- 
parse vanamente  spartita  la  materia  de' corpi,  apparse 
eziandio  Teiere  materia  immensamente  piìi  line,  quin- 
di penetrativa  d' ogni  sostanza,  e  la  quale  servir  do- 
vendo di  legamento  comune  e  però  indifferente  per 
certo  rispetto  alla  diversità  dei  composti,  venne  diffon- 
dendosi da  per  tutto  con  omogeneità  compiuta  ed 
equilibrio  perfetto.  Del  che  nasce  di  necessità  che  l'etere 
(da  capo  il  diciamo)  sia  creduto  imponderabile  e  Yale 
a  dire  non  attraente  e  non  attratto.  Perocché  dove 
pure  si  ponga  eh'  egli  attragga  tutti  i  corpi  e  da  tutti 
riceva  attrazione,  questa  generalità  medesima  è  sufii- 
ciente  a  colliderne  sempre  e  da  ogni  banda  gli  effetti. 
L'etere  dunque  non  pesa  perchè  non  prepondera  versi» 
tal  centro  piuttosto  che  verso  tale  altro. 

363.  —  Per  la  ragione  stessa  l' etere  si  combinò 
ugualmente  con  tutti  i  corpi,  o  meglio  parlando,  l'etere 
laddove  non  ebbe  ostacolo,  penetrò  insino  agli  ultimi 
indivisibili,  ciascuno  de'  quali  peraltro  occupava  cerù» 
luogo  ;  e  intendiamo,  certa  estensione  impenetrabile;  la 
quale  tuttoché  minima,  riusciva  iiullameno  maggiore 
di  quelle  che  occupano  i  punti  indivisibili  dell'  etere 
stesso.  Laonde,  ciascuno  indivisibile  della  materia, 
quando  niente  non  lo  impediva,  fu  circondato  da  una 
sferula  d'eterea  sostanza.  E  fra  l' uno  e  l' altra  comin- 
ciò subito  una  vicenda  di  vibrazioni  incessanti,  le  quali, 
propagate  nell'  etere  ambiente,  vi  determinavano  quelle 
libere  ondulazioni  che  nell'occhio  umano  diventano 
luce. 


COORDINAZIONE  DEI  KEZZI  NELL'UNIVERSO.    391 

364. — Intendasi  dunq  uè  che  ciascun  atomo  di  materia 
circondato  dall'  etere  e  da  lui  provocato  rispose  all'  im- 
pulso con  altro  impulso.  £  perchè  1'  atomo  era  .pro- 
vocato egualmente  da  ciascuna  parte  non  mutava  dì 
luogo  né  restringeva  lo  spazio  suo  impenetrabile  ad 
ogni  forza.  Invece,  la  reazione  uscente  da  lui  ripelleva 
in  giro  la  sostanza  eterea,  la  quale  mobilissima  oltre 
ogni  estimazione  e  supremamente  elastica  propagava 
circolarmente  e  a  guisa  di  onda  l'impulso  ricevuto; 
mentre  nuova  sostanza  eterea  circondava  da  capo  l' in- 
divisibile sopranotato  ripetendo  1'  alternazione  degl'  im- 
pulsi e  delle  onde. 

365.  —  Qualora  poi  simili  ondulazioni  dell'etere 
riescano  meno  iitte  e  rapide  ne  si  spieghino  con  libertà 
piena  e  nella  loro  interezza,  producono  semplicemente 
r  effetto  che  domandiamo  calore  raggiante. 

366.  —  Di  tal  maniera,  nei  primordj  delle  cose  ca- 
lore e  luce  furono  le  prime  e  più  generali  manifesta- 
zioni della  materia;  e  debbesi  considerare  come  natu- 
rale e  al  tutto  comune  la  combinazione  dell'  etere  con 
ogni  atomo  di  corpo  e  l' azione  e  reazione  incessante 
fra  essi  che  genera  sempre  ondulazioni  calorifiche  e  lu- 
minose, ancora  che  queste  seconde  sieno  impedite  più 
spesso  e  più  agevolmente  che  le  prime. 

A. 

367.  —  Ogni  divisione  ed  attenuazione  estrema  della 
materia  corporea  sembra  per  se  sola  poter  produrre 
luce  e  calore;  sebbene  talun  fisico  attribuisca  ciò  a 
tensione  elettrica;  ma  nel  vero  l' una  cagione  non  estin- 
gue r  altra,  e  dobbiamo  credere  che  ogni  materia  atte- 
nuandosi per  insino  quasi  agli  ultimi  indivisibili  entra 
per  ciò  solo  in  quella  libera  vicenda  di  azioni  e  rea- 


392  LIBRO  TERZO. 

zioni  con  V  etere  che  fa  comparire  la  luce  e  il  calorico. 
E  certo  è  che  ognora  che  la  luce  balena  in  mezzo  di 
noi  e  non  proviene  dal  Sole  si  può  avvisare  una  divi- 
sione ed  attenuazione  della  materia  corporea  la  quale 
tanto  pili  si  scioglie  dalle  forme  cristalline  e  moleco- 
lari e  da  ogni  coerenza  di  parti,  tanto  rimane  investita 
e  signoreggiata  dall'etere. 

B. 

368.  —  Quella  intermittenza  che  sembra  accadere 
nella  scintillazione  delle  stelle  e  quel  vigore  e  tremore 
che  r  accompagna  spiegasi  molto  facilmente  con  la  con- 
siderazione che  gì'  impulsi  dell'  etere  e  della  materia 
vibrante  non  sono  continui  compiutamente,  ma  si  av- 
vicendano e  si  rinnovano  con  estrema  velocità  e  con 
ispiegata  energia;  mentre  nella  luce  riflessa  il  rimbalzo 
proviene  tutto  dalla  elasticità  del  raggio  luminoso  e  il 
piano  che  lo  rinvia  appare  come  passivo  nella  sua 
resistenza,  e  certo  non  ci  è  il  vigore  della  vibrazione 
originale. 

Aforismo  IV. 

369.  —  Intanto,  proseguendo,  diciamo  che  qualora 
l'etere  avesse  padroneggiato  senza  contrasto  la  mate- 
ria dei  corpi,  1'  universo  convertivasi  tutto  in  ammassi 
nebulosi  raggianti  luce  e  calore  e  forse  per  la  elasti- 
cità del  calore  medesimo  a  poco  a  poco  si  disperdevano 
per  lo  immenso  vano. 

370.  —  Ma  gli  atomi  de'  corpi  laddove  erano  pros- 
simi o  poco  lontani  l' uno  dall'  altro,  sentirono  la  forza 
scambievole  dell'attrazione  molecolare  insita,  come  si 
disse,  in  ciascuno.  Però,  non  ostante  gì'  impulsi  e  i  tre- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    à9S 

mori  dell'etere  interposto  si  accostarono  effettualmente 
e  8Ì  strinsero  giusta  la  misura  di  loro  tendenze:  quindi 
composero  le  prime  molecole  e  poi  con  queste  le  se* 
conde  e  le  terze. 

371.  —  Egli  è  chiaro  che  la  legge  suprema  di  va- 
rietà e  convenienza  qui  pure  dovette  operare.  Il  perchè 
gli  atomi  o  gì'  indivisibili  d' ogni  sostanza  come  dif- 
ferivano di  natura,  cosi  differirono  nella  intensità  di 
attrazione  e  nel  modo  di  aggregazione.  Quindi  le  mo- 
lecole riuscirono  molto  diverse  dall'una  all'altra  so- 
stanza. In  questa  sorta  di  molecole  entrarono  pochi 
atomi,  in  quella  parecchi;  qua  si  addensarono  senza 
spazio,  là  con  intervalli  piii  o  meno  larghi.  E  di'  il  si- 
mile della  orientaeìone  loro,  il  simile  delle  iigure  che 
ne  risultarono  e  della  varietà  nei  contatti,  e  così  pro- 
segui per  altri  accidenti. 

372.  —  Composti  poi  con  le  molecole  di  diverso 
ordine  i  corpi,  fu  necessario  che  si  svegliasse  l'altra 
tendenza  loro  primigenia  ed  essenziale  che  è  l'attra- 
zione collettiva  di  masse;  e  le  maggiori  chiamarono  a 
se  e  conglobarono  le  minori  più  prossime,  secondo 
venne  descritto  più  sopra  da  noi. 

AroRiSMo  V. 

373.  —  In  tal  maniera  si  bilanciarono  le  forze  nella 
natura.  Che  l'attrazione  molecolare,  o  coesione  che  la 
si  chiami,  costituiva  i  corpi  e  moderava  la  troppa  virtù 
espansiva  dell'etere;  mentre  questo  col  suo  penetrare 
ed  insinuarsi  per  ogni  dove,  mantenne  la  separazione 
e  impedi  che  la  materia  fitta  e  coagulata  rimanesse 
incapace  di  movimenti  e  trasmutazioni  intestine.  Pe- 
raltro, nella  generalità  i  corpi  più  densi  e  più  coe- 
renti volgendo  al  centro  e  i  più  leggieri  e  men  coerenti 


394  LIBRO  TERZO. 

alla  superficie,  in  questi  V  etere  mantenne  maggior  do* 
minio,  e  non  vi  cessando  la  reciprocazione  degl'impulsi 
e  la  libera  espansione  delle  onde  calorifero  e  luminose, 
parve  il  firmamento  seminato  da  ogni  parte  di  Soli 
splendenti  ed  inestinguibili.  Perocché,  essendo  nato  un 
bilanciamento  naturale  fra  la  coesione  molecolare  e 
la  espansione  eterea,  nessuna  forza  quando  non  pro- 
cedesse dal  di  fuori  potrebbe  sturbarlo.  £  insino  a 
che  vi  sarà  scambievolezza  d'impulso  fra  la  sciolta 
materia  e  l'etere  circostante  in  sulla  faccia  del  Sole 
e  dell'  altre  stelle,  mai  non  cesseranno  ne  altereran- 
nosi  le  onde  calorifere  e  luminose  che  ne  provengono. 
374. — Vero  è  che  queste  onde  non  sono  una  sola 
e  mera  forma  di  movimento.  Conoiossiachè  V  etere 
rimbalzando  dalla  superficie  degli  astri  increspa,  a  cosi 
parlare,  la  sua  sostanza  sottilissima  e  d' un  tal  poco 
la  condensa.  Quindi  il  corpo  che  riceve  l' ultima  onda 
propagata  dell'etere,  riceve  insieme  alcuna  condensa- 
zione di  etere.  Ma  in  primo  luogo,  se  trattasi  di  corpi 
luminosi  con  altri  alsì  luminosi,  l'uno  rende  all'altro 
la  quantità  ricevuta  di  etere  condensato.  Invece,  se 
l'onda  eterea  giunge  alla  superficie  d'un  corpo  oscuro, 
la  sostanza  assorbita  parte  è  compensata  da  uno  ir- 
raggiantento  tardo  sì  e  rado  ma  pure  effettivo  di  esso 
corpo,  parte  dalle  masse  ancor  nebulose  che  trapas- 
sando per  varj  gradi  di  coesione  emettono  gran  quan- 
tità di  calore.  Oltreché,  l'etere  tendendo  sempre  ad 
equilibrarsi  ripartisce  quella  sottrazione  di  sostanza 
comparativamente  minima  in  tutto  il  suo  immenso 
perimetro,  talché  essa  diventa  propriamente  infinitesi- 
ma. Ad  ogni  modo  tal  sottrazione  di  sostanza  già  non 
accade  come  si  giudica  volj^armente  nel  Sole,  ma  sì 
veramente  nell'  etere  dal  Sole  eccitato  e  fatto  ondeg- 
giare. 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   396 

375.  —  (3oncios8Ìachè  quel!'  etere  non  move  dallo 
intemo  del  Sole  ii  a  dairultima  superficie;  né  raggia 
air  intorno  per  sovrabbondanza  di  sé,  ma  per  atto 
normale  ed  assiduo  di  virtù  repellente.  Né  mntasi 
nulla  nel  tenore  del  moto  nelle  proporzioni  o  in  altro 
accidente.  Perocché,  sebbene  la  sferula  che  circonda 
ogni  più  esterna  molecola  venga  respinta  e  però  con- 
densata, un'  altra  onda  di  etere  come  testé  si  disse, 
a  quella  succede  immediatamente  e  ristringe  da  capo 
la  sferula  primitiva  intomo  di  ciascun  atomo.  Che  poi 
r  irraggiamento  solare  si  adempia  air  ultima  superfi- 
cie non  dair interno  dell'astro  venne  comprovato  dal- 
l'esperienza, mostrando  che  la  luce  del  Sole  perviene 
a  noi  intatta  d'ogni  refrazione  e  però  non  dà  segno 
d'alcuna  polarità;  contro  la  quale  induzione  non  mi 
sembrano  senza  replica  le  obbiezioni  e  i  dubj  che 
accampa  Giovanni  HerchcU. 

A. 

376.  —  Coloro  che  nelle  dottrine  circa  la  luce  e  il 
calore  seguono  la  teorica  delle  ondulazioni,  sogliono 
negare  non  pure  qualunque  emissione  di  materia  ma 
qualunque  condensazione.  Nói  neghiamo  la  prima  non 
la  seconda  in  tutto.  V  à  per  lo  certo  nel  moto  circo- 
lare dell'etere  un  increspamento  e  però  un  qualche 
addensamento  dell'  etere.  Perché  ciò  non  avvenisse, 
converrebbe  tenere  per  infinita  la  elasticità  dell'etere; 
e  la  radiazione  allora  consisterebbe  in  una  sola  e 
unica  onda  dal  Sole  alla  terra  anzi  dal  Sole  all'ultimo 
termine  dove  apparisce  la  luce  sua;  né  ciò  è  tampoco 
esatto,  perché  termine  non  vi  sarebbe  e  l'immensità 
di  quell'onda  ragguaglierebbe  solo  la  immensità  stessa 
dell'  etere. 

377.  —  Poiché  dunque   la  elasticità   é  limitata  o 


H96  LIBRO  TERZO. 

v'à  contrasto  ed  inciampo  fra  le  parti  dell'etere,  v'è 
condensazione  di  sua  materia;  e  com'è  assorbita  la 
luce  e  assorbito  il  calore  dal  corpo  in  cui  termina  la 
ondulazione  così  l'etere  vi  si  condensa.  Per  nno  giu- 
dicio,  quando  il  calore  non  rechi  giammai  aumento  o 
sottrazione  quantitativa  di  etere  troppo  gran  fascio 
di  fenomeni  resterà  inesplicato. 

B, 

378.  —  Io  toccavo  qui  sopra  della  radiazione  o 
diretta  o  riflessa  dei  corpi,  la  quale  in  genere  è  troppo 
certa  e  manifesta.  Ma  dubito  molto  che  l'irraggiamento 
calorifico  della  terra  pervenga  per  ordinario  agli  spazj 
celesti  e  non  si  sperda  invece  nella  nostra  atmosfera; 
ond'  io  ò  seguito  in  ciò  la  opinione  volgare  piuttosto 
che  la  mia  propria. 

379.  —  Nego  poi  che  dall'  interno  del  globo  conti- 
nui, come  si  crede,  certa  emissione  e  difi^usione  di  ca- 
lore, talché  si  stima  eziandio  essere  la  terra  soggetta 
ad  un  suo  proprio  e  non  cessabile  raffreddamento. 
Debbo  nell'interno  del  globo  come  in  qualunque  altra 
congerie  di  corpi  la  forza  di  coesione  e  la  forza  espan- 
siva e  penetrativa  dell'etere  rinvenire  un  giusto  equi- 
librio conformemente  alla  natura  di  ciascuna  sostanza. 
Solo  si  può  dubitare  se  cotale  equilibrio  sia  già  tro- 
vato e  compiuto  in  ogni  parte  interiore  del  globo, 
ovvero  se  vi  si  vada  accostando;  sul  che  torneremo 
fra  breve  a  tener  discorso. 

AroBisMo  VI. 

380.  — Dopo  ciò,  scorgesi  con  più  chiarezza  quello 
che  accade  di  pensare  intorno  al   supposto   accettato 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZC  NELL'UNIVERSO.  397 

quasi  universalmente  dai  fisici  qualche  anno  addietro, 
e  vale  a  dire  che  il  mondo  cominciasse  per  tutto  da 
materia  diffusa  e  radissima  e  che  i  pianeti  non  meno 
del  Sole  e  dell'altre  stelle  sieno  pervenuti  dallo  ^tato 
aeriforme  alla  presente  compattezza  e  solidità  mediante 
un  graduato  raffreddamento  e  una  dispersione  conti- 
nua d'interno  calore. 

381.  —  Ma  gli  è  sicuro,  al  contrario,  che  insino  dal 
principio  se  vi  fu  materia  radissima  e  materia  vapo- 
rosa, ve  ne  fu  altra  eziandio  se  non  del  tutto  assodata 
e  compatta,  certo  accostata  pur  tanto  nelle  sue  parti 
ed  elementi  da  suscitare  in  essi  la  forza  latente  di 
coesione.  Che  quando  fosse  stato  altramente,  per  niuu 
modo  avrebbe  cessato  la  separazione  soverchia  degli 
atomi  e  il  libero  signoreggiare  dell'etere,  in  quella 
maniera  che  suU'  esterna  faccia  del  Sole  e  dell'  altre 
stelle  la  fotosfera  è  dall'etere  predominata  per  costi- 
tuzione normale  e  primitiva  di  lei. 

382.  —  Ma  in  ogni  maniera,  l' etere  avendo  tendenza 
uguale  e  continua  di- combinarsi  con  ogni  elemento  dì 
materia  ponderabile;  e  d' altro  lato,  ogni  sostanza  pou- 
derabile  combinandosi  con  l'etere  nella  misura  della 
sua  forza  peculiare  di  coesione,  e  secondo  che  porta  la 
forma  propria  molecolare  e  l' altre  condizioni  speciali 
di  sna  natura,  ne  segue  che  all'  ultimo  l' etere  e  le 
attrazioni  molecolari  debbono  trovare  equilibrio  e  com- 
penso durevole;  e  nulla  potrà  cavarli  da  tal  propor- 
zione e  bilanciamento,  qualora  non  operi  l'interveni- 
mento  di  qualche  forza  esteriore.  Me  il  detto  bilan- 
ciamento tragge  seco  la  immobilità  delle  parti  o  del 
tutto,  ma  si  importa  che  ogni  moto  o  irregolare  o 
periodico  termini  da  ultimo  col  ricomporre  l' equili- 
brio interrotto. 


398  LIBRO  TERZO. 


A. 

383.  —  Né  si  vuol  giudicare  impossibile  sul  nostro 
globo  cotesto  equilibrio  e  cotesta  periodicità  e  r^ola- 
tezza  di  moto,  perchè  si  veggono  ad  ogni  momento 
mutate  nei  corpi  le  condizioni  calorifiche.  Da  un  lato 
la  estrema  sottilità  elasticità  e  scorrevolezza  dell'etere; 
dall'  altro  le  eccitazioni  continue  che  dal  di  fuori  ri- 
cevono i  corpi  fanno  che  alterandosi  ad  ogni  tratto  le 
posizioni  e  combinazioni  molecolari,  d' altrettanto  si  al- 
terino le  loro  attinenze  e  proporzioni  con  quel  glande 
ambiente  ;  e  viceversa,  operando  sempre  molte  cagioni 
naturali  ed  artificiali  sulF  etere  combinato  ai  corpi  e 
promovendone  l'accumulazione  ovvero  la  sottrazione, 
subito  sono  mutate  eziandio  le  situazioni  i  legami  e  gli 
altri  accidenti  delle  molecole  rispettive.  Al  che  deb- 
bonsi  aggiungere  i  moti  e  i  disiquilibrj  continui  cagio^ 
nati  dalle  correnti  elettro-magnetiche. 

384.  —  Tutto  ciò  è  voluto  e  disposto  dalla  natura, 
la  quale,  per  modo  di  favellare,  nessuna  cosa  piii  te- 
me, quanto  la  cessazione  e  la  poca  varietà  e  frequenza 
del  moto.  E  però  appunto  spandeva  X  etere  in  ogni 
dove  e  nell'  etere  concordava  le  tre  facoltà  portentose 
del  dilatare,  eccitare  e  connettere.  Ma  quanto  i  feno- 
meni particolari  e  minuti  sono  diversi  altrettanto  si 
coordinano  e  si  bilanciano  nel  lor  tutto  insieme  e  nel 
finale  e  complessivo  risultamento.  E  certo  è,  per  via 
d'esempio,  che  guardando  i  corpi  terrestri  in  disparte 
dall'  azione  del  Sole  ei  si  vede  che  altro  non  possono  in 
tutte  le  mutazioni  termiche  se  non  accrescere  il  calore 
latente  a  spese  del  sensibile,  e  questo  con  decremento  di 
quello,  e  tanto  accumularlo  in  una  parte  quanto  si  di-^ 
rada  in  un'altra. 


COOBDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.  399- 

Aforismo  Vn. 

385. — Il  concetto,  adunque,  più  razionale  che  ac- 
cogliere 8i  convenga  intorno  all'  etere  calorifico  in 
quanto  non  solo  è  forma  di  movimento  ma  eziandio  è 
condensamento  di  sostanza,  debbe  riuscire  il  qui  infra- 
scritto ;  e  cioè,  che  la  sostanza  calorifica  dopo  aver  gi- 
rato e  rigirato  per  *le  materìe  ponderabili  e  avervi 
desto  prima  le  forze  inorganiche  più  tardi  le  organi^ 
che  e  dopo  essere  stata  respinta  in  parte  ed  esclusa 
dalla  crescente  coesione  delle  molecole  ovvero  accumu- 
lata e  infittita  da  lente  o  rapide  combustioni,  al  fine 
piglia  dimora  per  entro  i  corpi  soltanto  in  quella  por- 
zione che  si  confa  e  proporziona  debitamente  con  la 
capacità  e  indole  di  essi  corpi  mentre  poi  il  di  più 
toma  a  rifluire  a  poco  per  volta  ed  a  equilibrarsi  nel 
proprio  oceano.  A  un  dipresso  come  si  scorge  acca- 
dere a  rispetto  dei  nostri  mari.  Che  prima  dalP  ema- 
nazioni loro  sono  composte  le  nubi  e  le  pioggie,  indi 
mantenute  le  fonti  e  fecondate  le  ten*e;  da  ultimo  ogni 
sovrapiù  dopo  molti  bagnamenti  e  trascx)rri menti  si  ri- 
congiunge al  gran  ricettacolo  da  onde  usciva  in  prin- 
cipio. 

386.  —  Ma  tutto  questo  domanda  essere  considerata» 
nella  maggiore  ampiezza  dello  spazio  e  del  tempo. 
Conciossiachè,  mirandolo  invece  spartitamente  in  tale 
laogo  ed  in  tale  tempo,  si  troverà  che  una  massa  è  in 
via  di  composizione  e  un'  altra  che  si  discioglie  e  uuh 
terza  che  si  rifa  e  ricostruisce  ;  ma  tutte  alla  fine  deb- 
bono rinvenire  il  proprio  equilibrio  e  ritenere  tanta 
porzione  di  etere  quanta  è  richiesta  dalle  sue  forme 
e  connessioni  molecolari. 


400  LIBKO  TEKZO. 

A, 

387.  —  Sembra  ciò  più  difficile  a  riconoscersi  nel 
nostro  globo  iu  cui,  rispetto  al  calore,  operano  cagioni 
e  accidenti  molto  anormali.  Da  un  canto  il  trapelar 
del  calore  del  Sole  crederemmo  dovere  accrescervi  ogni 
anno  l'addensamento  dell'  etere.  Dall'altro  canto  non 
v'è  prova  nessuna  che  nelle  profondità  della  terra  la 
forza  di  coesione  trovato  abbia  equilibrio  e  proporzio- 
ne durevole  con  la  forza  espansiva  dell'  etere  stesso. 
Intanto,  la  gibbosità  dell'  equatore  e  lo  schiacciamento 
dei  poli  ne  accertano  che  la  terra  fu  un  giorno  menu 
aderente  fra  le  sue  parti  e  meno  compatta  che  ora. 
Ma  per  lo  contrario,  la  sua  densità,  che  è  quattro 
volte  circa  maggiore  di  quella  del  Sole,  ci  mostra  che 
nell'interno  di  lei  e  procedendo  di  più  verso  il  centro 
l'accumulazione  e  pressione  della  materia  diventa 
eccessiva,  e  giusta  alcune  esperienze  e  computa- 
zioni dei  dotti,  supera  quella  degli  strati  superAciali 
nella  proporzione  di  5 :  44  verso  1 :  6. 

388.  —  Nondimeno  le  acque  pressoché  bollenti  dei 
pozzi  artesiani,  il  calor  delle  roccie  nei  più  profondi 
cunicoli  delle  miniere  e  le  materie  liquefatte  o  roventi 
che  sono  scagliate  dai  vulcani  attestano  che  sotto 
l' ultima  scorza  del  globo  regna,  in  più  lati  almeno, 
una  temperatura  altissima. 

389.  —  Per  accordare  cotesti  fatti  è  necessità  di 
credere  che  veramente  tra  l'involucro  estremo  del  globo 
e  gli  strati  durissimi  dello  interno  gira  una  zona  poco 
profonda  e  molto  prossima  alla  superficie,  dove  la 
forza  di  coesione  e  di  compressione  non  à  compiuto 
l'opera  sua  e  si  movono  molte  correnti  di  sostanze 
aerose  e  da  onde   emana   il   calore   che  annunciano 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.    401 

tattodi  ì  fenomeni  testé  menzionati.  Noi  di  cotesta  zona 
torneremo  a  parlare  fra  poco  tempo. 

390.  —  Certo  è,  peraltro,  che  quel  calore  non  cre- 
sce e  moltiplica  verso  il  centro  nella  misura  di  un 
grado  per  ogni  30  metri,  come  pretendono  tuttavia 
alcuni  naturalisti.  Perocché  progredendosi  con  quella 
misura  si  giungerebbe  ad  una  liquidità  della  massa 
del  globo  e  ad  un'ardenza  di  fornace  sì  fatta  da  non 
potersi  in  guisa  veruna  accordare  con  le  leggi  della 
gravitazione  centrale,  con  V  immenso  peso  e  la  com- 
pressione reciproca  degli  strati  concentrici  e  con  la 
notizia  positiva  della  densità  totale  del  globo.  Laonde 
il  calor  sotterraneo  di  cui  si  parla  e  i  fenomeni  che  T  ac- 
compagnano sono  molto  superficiali  in  paragone  del- 
l' altezza  degli  strati  che  lì  distingue  e  separa  dal  ri- 
manente. 

391.  —  Il  perché  quello  esempio  addotto  d' una  palla 
metallica  riscaldata  e  le  cui  leggi  e  maniere  di  raffred- 
damento vennero  poi  studiate  e  significate  con  lingua 
di  calcolo,  pecca  per  nostro  giudicìo  assai  gravemente 
in  due  modi.  Pecca  prima  dimenticando  che  nella  palla 
metallica  la  forza  centripeta  e  quindi  la  forza  cre- 
scente di  compressione  degli  strati  riescono  nulle. 
Dall'  altro  canto  una  separazione  e  radezza  nativa  e 
primigenia  di  materia  non  può  tornare  paragonabile 
ialla  dilatazione  e  al  riscaldamento  artificiale  d'  un 
corpo  le  cui  molecole  anno  già  tutta  la  forma,  l'orien- 
tazione e  la  speciale  coesione  che  porta  la  natura  di  lui. 

392.  —  Da  ciò  sì  conclude  per  al  presente  che  il 
calore  emanante  dai  prossimi  sotterranei  del  globo, 
qualunque  cagione  s'abbia,  dovrà  col  tempo  equili- 
brarsi con  tutto  il  resto.  Il  calore  poi  insinuato  an- 
nualmente dal  Sole,  dopo  essersi  ripartito  nei  corpi  e 
neir  atmosfera  secondo  la  loro  capacità,  per  ultimo 

Hamiahi.  —  li.  i6 


402  LIBRO  TERZO. 

Terrà  trasmesso  dair  atmosfera  medesima  e  rifluito 
uel  ripositorio  immenso  e  comune.  Co^^ì  non  ri« 
solvo  se  r  atmosf;)ra  manda  agli  spazj  celesti  il  di  più 
del  suo  calore  per  effetto  d^  irrnggiamento  o  per  lenta 
opera  di  contatto;  e  del  pari,  s'ella  è  veicolo  pronto 
è  diretto  al  raggiar  della  terra  insino  a  quegli 
alti  spazj,  com'io  toccava  nella  nota  B  deir  »forì- 
smo  V. 


B. 


393.  —  Qui  poi  torna  acconcio  il  notare  la  diffe- 
renza che  interviene  fra  il  calore  vibrato  dal  Sole  e 
quello  che  emana  da  qualunque  corpo  terresti*e.  Il 
caler  solare,  come  dicemmo  più  sopra,  è  ondulazione 
aperta  e  spiegata  dell'  etere  promossa  continuamente 
e  uniformemente  dalla  libera  vibrazione  degli  atomi 
esterni  della  fotosfera.  In  quel  cambio  il  calore  dei 
corpi  terrestri  esce  dall'etere  accumulato  qua  e  là  per 
accideutarie  cagioni;  e  però  tendendo  al  pareggiamento 
si  versa  a  grado  per  grado  ne' corpi  contigui  e  raggia 
dall'interno  negli  spazj  intermedj  insino  a  tanto  che 
l'equilibrio  sia  fatto  e  i  corpi  ritornino  allo  stato 
normale  del  calore  latente  e  specifico.  E  cotesto  irra- 
diamento medesimo  si  differenzia  sopra  misura  dal- 
l'altro del  Sole  non  pure  per  la  quantità  ma  pel  modo; 
essendo  che  nei  corpi  terrestri  la  vibrazione  degli  ato- 
mi ponderabili  e  dell'etere  circonfuso  non  è  sciolta  e 
spiegata  ma  soggetta  ai  legami  diversi  della  coesione 
e  delle  forme  molecolari  e  l'etere  vi  è  variamente  di- 
stribuito combinato  e  addensato.  Da  tutto  il  che  na- 
sce la  luce  perenne  ed  inalterabile  del  Sole  e  dell'altre 
stelle,  mentre  nei  corpi  terrestri  rado  avviene  e  solo 
parzialmente  e  per  poco  che  i  raggi  caloriferi  diven- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   403 

tino  luminosi  ;  e  sempre  v'è  sperdimento  di  materia  e 
trasmutazione  di  forma  e  di  condizione. 


Aforts^io  viti. 

394.  —  Non  può  dimostrarsi  a  priori  che  non  sia 
per  lo  firmamento  così  gran  numero  di  astri  opnchi 
quanto  di  astrì  luminosi.  Solo  per  la  legge  della  va- 
rietà è  lecito  di  argomentare  che  se  la  opacità  pro- 
viene, coni' io  giudico,  da  cagioni  costitutive  ed  ele- 
mentari, dfhbe  la  natura  aver  procurato  eziandio 
questa  specie  del  divei'so  nella  infinita  differenza  del 
tutto.  Forse  qualche  oscurazione  temporanea  di  stelle 
che  fu  avvertita  dagli  storici  antichi  non  meno  che 
da'  moderni  venne  cagionata  djilla  interp(j8Ìzione  d'un 
corpo  sidereo  opaco.  Ma  come  ciò  sia,  diventando  di 
mano  in  mano  gli  astronomi  più  esperti  e  sicuri  del 
moto  proprio  degli  astri  e  delle  costellazioni  avranno 
altresì  abilità  di  avvisare  tali  presunte  occultazioni  od 
ecclissi  le  quali  dovrebbero  accadere  frequenti  se  la 
copia  degli  astri  oscuri  non  fosse  inferiore  a  quella 
dei  luminosi. 

395.  —  Noi  perchè  stimiamo  i  Soli  lucenti  essere 
centro  uniforn»e  e  perenne  di  eccitazione  e  di  muta- 
zione a  un  sistema  intero  di  grandi  corpi  ;  e  d'  altra 
parte  stimiamo  la  luce  e  il  calore  essere  fonte  prima 
d'ogni  eccitazione  efficace  nella  materia,  però  incli- 
niamo a  credere  che  il  mandar  luce  sia  condizione  es- 
senziale ed  universale  di  tutti  i  corpi  che  fanno  centro 
e  sono  d'ordine  superiore;  dacché  si  debbono  eccet- 
tuare i  sistemi  secondar)  che  chiameremmo  di  satelli- 
zio,  come,  per  via  d'esempio,  quello  di  Saturno  e  1'  al- 
tro di  Urano.  Invece,  crediamo  la  opacità  essere  come 
il  particolare  nel  generale  e  avvenire  nei  corpi  che  sono 


404  LIBRO  TERZO. 

Oggetto  e  mira  continua  della  eccitazione.  Il  che  poi 
non  aggiunge  importanza  ai  corpi  luminosi  e  non  la 
scema  agli  opachi.  Considerato  che  nella  natura  le  sin- 
tesi  più  comprensive  e  terminative  si  compiono  anzi 
mediante  il  particolare  e  T  affatto  speciale. 

396.  —  Ad  ogni  modo,  a  noi  tocca  di  far  conoscere 
secondo  i  prìncipj  addotti  e  spiegati,  da  quali  cagioni 
proceda  la  opacità  massime  del  nostro  pianeta;  ca- 
gioni che  certamente  sono  contrarie  a  quelle  da  cui 
s^  ingenera  il  calore  e  la  luce. 

Afobismo  IX. 

397.  —  Prevale  nei  finiti  la  legge  del  diverso  e  del 
vario,  cosa  troppo  dimenticata  dai  fisici;  però  diffe- 
renti,  come  si  accennava  piii  sopra,  furono  le  masse 
che  cominciarono  il  corso  loro  nella  immensità  dello 
spazio.  Quindi  tal  massa  fu  rada  e  omogenea,  tale  al- 
tra compatta  ed  eterogenea.  Nella  prima  T  etere  si- 
gnoreggiava senza  contrasto;  nell'altra  soggiacque  al 
potere  della  forza  di  coesione  e  ciò  pure  con  differenza 
di  modo  e  misura. 

398.  —  Intanto,  i  centri  compatti  e  fermi  tiravano 
da  ogni  verso  e  le  sostanze  pili  materiali  e  però  più 
pesanti  colà  si  addensavano  con  adesione  tenacissima, 
la  quale  cresceva  altresì  per  lo  premere  veemente  e  in* 
cessabile  degli  strati  superiori. 

399.  —  Le  sostanze  invece  aerose,  e  vale  a  dire  co- 
stituite con  molecole  di  più  rada  materia  e  meno  ade- 
renti in  fra  loro  e  più  sdrucciolevoli,  salirono  a  poco 
a  poco  alla  superficie  e  composero  le  atmosfere  degli 
astri  e  quelle  del  nostro  Sole  e  de' nostri  pianeti. 

400.  —  Ma  sebbene  V  etere  paia  dover  dominai-e 
con  più  arbitrio  nelle  materie  gazaose  in  cui  le  mo- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   405 

lecole  prime  e  costitutive  appariscono  pressoché  sciolte 
dai  nessi  della  coesione,  con  tuttodò  v'à  dall'uno  al- 
l'altro gaz  differenze  sostanzialissime. 

401.  —  Coneiossiachè  in  alcuni  l'etere  perviene  a 
lìberamente  combinarsi  con  gli  ultimi  indivisibili,  lad- 
dove in  altri,  quanto  è  slegato  l'ordine  delle  seconde 
e  tei-ze  molecole,  tanto  è  pertinace  ed  anzi  invincibile 
la  composizione  nativa  dell'ordine  delle  prime  e  più 
sempiici,  le  quali  non  cedono  e  non  si  disfanno  salvo 
che  per  forza  di  affinità,  o  vogliam  dire,  di  speciale 
attrazione  chimica. 

402.  —  Del  che  si  à  prova  sperimentale  continua 
nella  composizione  dell'  aria,  i  cui  elementi  sono  me- 
scolati in  si  stretto  modo  da  formare  insieme  una 
sostanza  omogenea  e  con  proprietà  permanenti  e  spe- 
ciali; e  tuttavolta  nessuna  chimica  combinazione  inter- 
viene fra  essi  e  peiò  l' aria  serba,  del  sicuro,  la  forma 
primigenia  delle  proprie  molecole. 

403.  — In  cotesto  sorti  di  gaz  noil  à  luogo  emissione 
naturale  e  perenne  di  luce  e  possono  invece  i  loro  ele- 
menti accostarsi  alle  materie  per  le  quali  sentono 
affinità,  perchè  a  ciò  non  sono  impediti  dalle  vibra- 
zioni spiegate  e  libere  e  dalla  espansione  prepotente 
dell'  etere. 

404.  —  Cosi  sulla  faccia  del  nostro  globo  adunatisi 
pCT  la  leggerezza  loro  gli  elementi  dell'  aria,  avven- 
nero subito  le  combinazioni  dell'  ossigeno  con  le  basi 
metalliche  e  a  mano  a  mano  con  altri  elementi  e  altri 
])rìucipj  aerosi. 

405.  —  Effetto  di  simili  combinazioni  si  fu  la  opa- 
cità del  nostro  pianeta  e  un  condensamento  molto 
maggiore  dell'  ultima  scorza  di  esso.  Avvegnaché  l'ade- 
sione piiì  perfetta  ed  intima  fra  le  molecole  è  quella 
del  sicuro  prodotta  dalle  affiniti,  chimiche.  Ne  segui- 


406  LIBRO  TEKZO. 

rono  prontamente  azioni  e  reazioni  gagliarde  e  conti- 
nue con  gli  strati  inferiori  che  differivano  dall'  ultima 
crosta  del  globo  parte  per  varietà  di  soskinze  parte  e 
molto  di  più  per  condizione  termica,  elettrica  e  chimica. 

406.  —  Ben  altra  cagione,  adunque,  ebbe,  al  nostro 
parere,  V  indurimento  della  faccia  del  globo  che  quella 
pre^Iicata  da  molti  dello  irraggiamento  del  ealor  sot- 
terraneo dall'  ultima  supei-ficie.  Nel  vero,  notammo 
più  sopra  che  la  coesione  dell'  interno  del  globo  di- 
venne maggiore  a  ogni  poco  per  virtù  di  gravita- 
zione e  di  compressione.  E  però  gran  copia  di  ca- 
lore latente,  o  di  etere  condensato  che  tu  il  domandi, 
usciva  dal  centro  e  propagavasi  a  grado  per  grado 
alla  superficie.  Ma  occorre  di  avere  a  mente  che  se 
gran  quantità  di  calore  giunta  per  diffusione  alla  su- 
perficie del  glolK)  di  quindi  sperde  vasi  per  forza  di 
contiguità  0  d' irraggiamento,  altra  gran  quantità  suc- 
cedeva a  quella  immediatamente  pel  crescere  dell» 
coesione  e  pressione  centrale.  Onde  segue  che  non  do- 
vette il  raffreddamento  procedere  dalla  superficie  in- 
verso del  centro  ma  per  lo  contrario  dalle  parti  cen- 
trali inverso  le  meno. 

A. 

407.  —  Che  la  materia  non  sia  per  tutto  costituita 
delle  sostanze  medesime,  si  proverebbe  assai  bene  dalle 
induzioni  che  i  fisici  tentano  oggi  di  ricavare  dalla 
luce  spettrale.  Gonciossiachè  pretendono  essi  che  men- 
tre nel  Sole  ardono  4nolte  sostanze  identiche  a  quelle 
del  nostro  pianeta,  altre  invece  vi  fanno  difetto;  e  fra 
queste  seconde  citano  l'oro,  l'argento,  il  rame,  lo  zinco, 
la  strontiana,  l'antimonio,  l'alluminio,  il  piombo.  Ora. 
considerato  che  il  Sole  è  della  terra  più  grande  quasi 


^ 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.  407 

iin  milione  e  mezzo  di  volte,  se  ne  potrebbe  con- 
cladere  che  a  ragione  di  massa  debbono  sussistere 
dentro  al  Sole  altre  sostanze  numerosissime  che  il  no- 
stro globo  non  conosce.  Il  medesimo  si  arguirebbe 
dall'  altro  fatto  dello  spettro  solare,  di  contenervisi 
doè  non  meno  di  tre  mila  liste  oscure  le  quali  sem- 
brano corrispondere  a  varietà  grandissima  di  sostanze 
elementari  in  ai-sione.  Ma,  per  mio  giudicio,  le  analo- 
gie speciali  e  strettissime  che  si  vogliono  ravvisare  tra 
la  materia  del  Sole  e  quella  del  nostro  globo  argo- 
mentando dai  fenomeni  della  luce  spettrale  tengono 
troppo  ìnsino  al  dì  d'  oggi  del  congetturale  e  suppo- 
sitivo. 

408.  —  Tutto  quello  che  conosciamo  intorno  alla 
diversa  luce  irradiata  dai  nostri  corpi  e  intorno  alle 
diverse  specie  di  fiamma  che  si  palesano  nelle  com- 
bustioni naturali  od  artificiali,  conferma  la  opinione 
che  bisogna  onuinamente  pel  fenomeno  della  luce 
un'  attenuazione  massima  della  materia  ed  una  intera 
scomposizione  di  tutte  le  forme  molecolari.  Il  che  viene 
a  dire  che  la  fiamma  e  la  luce  provengono  dalle  spie- 
gate e  libere  ondulazioni  dell'etere  nel  modo  che  fu 
descrìtto  più  sopra. 

Aforismo  X. 

409.  —  Perchè  poi  le  sostanze  gazeiformi  non  po- 
terono tutte  disprigionarsi  dalle  masse  metalliche  e 
salire  alla  superficie,  rimase  tra  questa  e  gli  strati 
più  bassi  certo  flusso  di  materie  aerose  e  liquide.  Eb- 
bevi  ancora  l' adunamento  di  quel  calore  espresso  dal 


408  LIBRO  TERZO. 

centro  e  il  quale  per  la  compattezza  delle  roccie  del 
suolo  abitato  trova  crescente  difficoltà  di  espandersi. 
Al  che  si  aggiunse  V  altro  calore  emesso  dall'  involu- 
cro della  terra  nel  suo  condensarsi  e  il  quale  parte 
raggiava  nell'atmosfera  e  parte  scendeva  per  diffu- 
sione allo  strato  dove  cessavano  le  cause  della  coe- 
sione più  attiva  e  più  rapida.  Di  quindi  le  acque  bol- 
lenti, le  lave  vulcaniche  e  i  composti  minerali  che 
anno  origine  certa  dal  fuoco.  Di  quindi  pure  i  terre- 
moti e  il  sollevamento  delle  montagne;  fenomeni  gi- 
ganteschi all'  occhio  dell'  uomo  ;  ma  pure,  per  mio 
giudicio,  assai  poco  profondi  nella  cagione  ed  origine 
loro  se  la  si  ponga  in  confronto  della  lunghezza  del 
raggio  terrestre. 

A. 

410.  —  Nessuno  qui  obbietti  che  su  nella  luna, 
sebbene  non  sia  vestigio  di  atmosfera  gazosa  è  non- 
dimeno un  involucro  il  quale  appare  assai  più  com- 
patto e  assodato  del  rimanente;  il  che  s'arguisce  con 
buona  ragione  dal  sollevamento  di  enormi  montagne 
e  dalla  frequenza  dei  crateri. 

411.  —  Per  isciogliere  la  obbiezione,  basterà  sup- 
porre che  quivi  le  sostanze  aerose  emerse  dal  fonda 
vennero  al  tutto  assorbite  dalle  combinazioni  chimiche 
con  le  basi  metalliche  od  altri  elementi  ;  nella  maniera 
che  sulla  terra  il  carbonio  dell'  aria  venne  pressoché 
tutto  assorbito  dalla  vegetazione  (se  è  lecito  dire)  co- 
lossale ed  esuberante  delle  prime  età. 

Afobismo  XI. 

412.  —  Fu  posto  da  noi  per  principio  che  all'  etere 
appartiene  di  suscitare  continuamente  e  in  qualunque 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   409 

luogo  le  forze  dei  corpi,  tanto  che  non  h*  abbiano  fér- 
mo riposo  giammai  ;  ed  anzi  varcando  d' un  cambia- 
mento in  un  altro  pervengano  infine  a  quelle  compli- 
cazioni particolari  e  sintetiche  alle  quali  intende  la 
divina  mentalità. 

413.  —  Già  vedemmo  che  V  etere,  ancora  che  nel 
generale  si  equilibri  con  la  forza  di  coesione,  pure  ad 
ogni  momento  o  lo  rompe  o  lo  rinnova  o  lo  varia  e 
sempre  con  la  virtù  espansiva  impedisce  di  quella  forza 
il  dominio  soverchio  e  durevole. 

414.  —  Vedemmo  altresì  che  le  più  minute  e  spe- 
ciali combinazioni  delle  sostanze  provengono  dalle 
azioni  chimiche,  e  intendiamo  dire  da  quelle  congiun- 
zioni e  penetrazioni  più  intime  che  accader  possono 
fra  materie  differenti,  onde  poi  nasce  in  natura  la 
cooperazione  del  simile  e  la  partecipazione  del  di- 
verso. 

415.  —  Ma  come  ciascuna  sostanza  è  fornita  di 
certo  essere  inalterabile  e  le  combinazioni  di  lei  sono 
parimente  determinate  di  qualità  e  di  numero,  occor- 
reva una  potenza  universale  e  comune,  la  quale  im- 
pedisse che,  adempiute  una  volta  in  questo  corpo  e  in 
cotesto  tale  acidificazione  e  tal  combustione  ed  altri 
atti  di  affinità,  ne  s^uitasse  certa  inerzia  immobile  e 
permanente  o  per  lo  manco  un  trasmutarsi  ed  un 
moversi  troppo  lento  e  troppo  parziale. 

416.  —  Quindi  per  insino  dal  suo  primo  apparire 
r  etere  si  mostrò  provveduto  di  certa  efficienza  operosa 
mediante  la  quale  furono  da  ogni  parte  promosse  le 
affinità  chimiche  ;  e  per  contra  furono  con  gagliar- 
dezza estrema  disfatte  le  più  tenaci  affine  di  abilitare 
1^  sostanze  ad  altre  ed  altre  senza  mai  numero. 

417.  —  Questo  nella  natura  è  V  ufficio  massimo 
dello  elettro-magnetismo;    e   perciò   le   correnti   sue 


410  LIBRO  TERZO. 

quanto  si  svegliano  con  agevolezza  ad  ogni  mutare 
di  stato  dei  corpi,  tanto  sono  diffusive  ed  abbracciano 
forse  anche  tutta  la  terra  e  la  pongono  in  peculiare 
relazione  col  Sole,  conforme  accennammo  in  altra  parte 
di  questo  medesimo  Libro. 

afomsmo  xn. 

418.  —  È  nostra  massima  metodica  (e  l'abbiamo 
scritta  delle  volte  parecchie)  il  combattere  vivamente 
r  abuso  frequentissimo  che  fanno  i  tìsici  del  principio 
di  unitìcazione,  tanto  che  ad  ogni  pie  sospinto  dimen- 
ticano le  ragioni  e  cagioni  del  diverso  e  menano  qua- 
lunque cosa  alla  simiglianza  e  alla  identità.  Ciò  non 
ostante,  trattandosi  dell'etere,  parvemi  che  l'unità  sua 
si  accordasse  troppo  bene  alle  nozioni  dell'intelletto 
circa  r  orìginazione  e  1'  ordine  della  natura.  Quindi 
noi  non  dubitiamo  di  asserire  che  luce  e  calore,  elet- 
trico e  magnetico  sono  funzioni  e  fenomeni  d' una  so- 
stanza medesima  ;  nel  che  oggimai  convengono  tutti 
gì'  ingegni. 

419.  —  Occorre  per  altro  che  i  fisici  maggiormente 
si  assottiglino  a  rinvenire  nelF  etere  stesso  un  princi- 
pio essenziale  ed  elementare  di  differenza  ;  pel  che  i 
fatti  spettanti  al  calore  e  alla  luce  rimangano  natu- 
ralmente divisi  da  quelli  che  lascia  scorgere  l'elettro- 
magnetismo ;  non  si  potendo  in  guisa  veruna  confon- 
dere insieme  le  due  serie  di  fenomeni  ;  tuttoché  si 
accompagnino  volentieri  insieme  e  tengano  proporzioni 
e  corrispondenze  esattissime  in  fra  di  loro  e  paiano 
procedere  mutuamente  l'uno  dall'altro. 

420.  —  Ma  se  il  calore,  per  via  d'esempio,  suscita  o 
modifica  in  molti  casi  l'elettrico  e  questo  a  vicenda  pro- 
move il  calore,  invece  di  ricavarne  argomento  per  la 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   411 

loro  medesimezza,  credo  all'incontro  che  se  ne  debba 
dedune  una  prova  di  differenza.  Conciossiachè  calore 
ed  elettrico  sebbene  per  mio  sentire  non  si  risolvono 
meramente  in  forma  diversa  di  moto,  certo  cui  moto 
si  manifestano.  Ma  in  che  guisa  una  stessa  porzione 
di  etere  potrebbe  in  identico  tempo  pigliare  il  moto 
e  le  vibrazioni  che  sono  proprie  del  calore  e  il  moto 
e  lo  scorrimento  che  sono  proprie  dell'  elettrico  ?  Certo, 
di  due  impulsi  diversi  dee  di  necessità  risultare  un 
moto  che  non  sia  propriamente  nessuno  dei  due;  men- 
tre  nell'esempio  allegato  calore  ed  elettrico  compiu- 
tamente si  distinguono  uè  si  trasmutano  in  cosa  terza 
ma  serbano  e  manifestano  esattamente  l' indole  propria. 
Uopo  è  dunque  dì  credere  ad  una  distinzione  e  sepa- 
razione primitiva  ed  intrinseca  nell'etere  stesso. 

A. 

421.  —  Pure  i  fenomeni  della  luce  assai  dispaiati 
in  fra  loro  indussero  già  alcuni  fisici  e  geometri  a 
credere  che  nel  fluido  etereo  intervenga  alcuna  diver- 
sità originale  e  costitutiva  come  sarebbe  un  grado 
disuguale  di  addensamento  ovvero  di  elasticità;  ed 
alcuno  pensò  a  dividere  l'etere  universale  in  zone  va- 
riamente riscaldate.  A  noi  l' elettro-magnetismo  si  rap- 
presenta come  qualcosa  di  generale  e  comune  ma  tut- 
tavolta  di  men  sottile  e  di  più  veemente  dell'  altro 
etere.  E  mentre  luce  e  calore  risolvonsi  il  piii  del 
tempo  in  moti  di  elasticità  e  vibrazione,  l' elettro-ma- 
gnetismo scorre  e  fluisce  con  la.  propria  materia  quasi 
un'aria  più  grossa  che  giri  e  viaggi  nella  nostra  atmo- 
sfera. Quindi  è  pur  naturale,  come  fu  toccato  altrove, 
che  tal  flusbione  di  materia  meno  sottile  e  però  meno 
elastica  e  più  resistente  scomponga  le  più  intime  con- 


412  LIBBO  TERZO. 

giunzioni  delle  sostanze  prodotte  dalla  chimica  affinità 
e  superi  la  efficienza  espansiva  dell'  etere  calorifico. 
Perocché,  s'ella  è  meno  sottile  a  rispetto  dell'altro 
etereo,  vince  nondimeno  assaissimo  la  tenuità  e  mi- 
nutezza d' ogni  forma  molecolare. 

Aforismo  Xni. 

422.  —  Resta  che  girando  da  capo  gli  sguardi  della 
mente  pel  tutto  insieme  del  cielo  stellato  e  in  quanto 
(igli  dee  servire  di  mezzo  e  preparazione  al  mondo 
morale  o  finale  che  il  domandiamo,  si  determini  alcuna 
cosa  di  più  intorno  al  suo  destino  comune  e  all'ordine 
perpetuo  delle  sue  parti.  Noi  producemmo  più  sopra 
le  sode  ragioni  perchè  neghiamo  di  credere  che  i  mondi 
siderei  compongano  insieme  una  vivente  organizzazione. 
Tuttavolta,  dicemmo  allora  che  i  sistemi  solari,  le 
costellazioni  e  le  coacervazioni  di  astri  onde  il  firma- 
mento è  cosparso  non  furono  del  sicuro  disposti  qua 
e  là  e  ripartiti  alla  ventura.  Ma  i  luoghi  che  tengono, 
le  figure  che  formano  e  le  connessioni  e  rispondenze 
che  anno  in  fra  loro  tendono  come  ogni  cosa  in  na- 
tura ad  esaurire  il  Possibile  e  il  Convenevole  della 
materia  strumentale  e  a  moltiplicare  e  variare  insino 
all'estremo  la  cooperazione  del  simile  e  la  partecipa- 
zione del  diverso. 

423.  —  Però  è  da  giudicarsi  che  tutti  que' grandi 
membri  del  corpo  immenso  degli  astri,  se  tal  nome 
può  darsi  a  tutto  il  complesso  del  firmamento,  sono 
chiamati  a  partecipare  ed  a  ricambiare  gl'influssi  di- 
versi che  emanano  dalla  tempra  differente  di  ciasche- 
duno, come  ciascheduno  ricambierà  prima  gì'  influssi 
diversi  de' suoi  membri  minori.  Al  che  fare  sarà  pre- 
veduto che  F  un  sistema  solare  circoli  o  in  modo  qua- 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   41H 

lunque  sì  aggiri  intorno  o  frammezzo  ad  altri.  Poi 
venga  quel  sistema  e  cotesto  o  da  sé  o  con  mólti  insieme 
rapito  e  aggirato  in  qualche  sistema  maggiore  per  ef- 
fetto forse  di  moti  iperbolici,  come  sembra  accadere 
dei  moti  erranti  delle  comete.  Cosi  è  lecito  di  pensare 
che  in  lunghezza  di  tempo,  maggiore  assai  d' ogni 
estimazione  e  computazione  umana,  ogni  parte  del 
firmamento  visiterà  di  mano  in  mano  tutte  le  altre  : 
imitando  quanto  è  possibile  a  materia  inorganica  il 
corso  e  Taggirazione  de' nostri  fluidi  vitali  che  trapas- 
sando per  ogni  viscere  arrecano  in  quello  la  propria 
virtù  e  per  contra  fanno  gli  elementi  proprj  parteci- 
pare alle  qualità  di  tutti  ì  composti  pei  quali  trascor- 
rono e  ne' quali  s'infiltrano. 

424.  —  Quando  questa  legge  non  si  avverasse  nel 
mondo  sidereo,  rimarrebbesi  egli  escluso  dalla  parteci- 
pazione del  diverso  ;  mentre  per  ciò  che  venne  veduto 
ne' Libri  anteriori  circa  all'  ordine  dei  finiti,  si  conobbe 
essere  legge  costante  e  generalissima  d'  ogni  parte 
del  creato  che  da  per  tutto  vi  sia  azione  e  reazione 
mediante  il  simile  e  il  dissimile,  l' omogeneo  e  l' ete- 
rogeneo, così  dentro  a  ciascun  aggregato  come  di  fuori. 
In  quel  modo,  impertanto,  che  nelle  picciole  masse 
allato  alla  coesione  opera  l'affinità,  certo  fra  i  si- 
stemi solari  oltre  la  legge  meccanica  del  moto  passivo 
ed  attivo  debbono  svegliarsi  molte  influenze  analoghe 
all'affinità  o  vogliamo  dire  all'azione  dei  difiVrenti. 

Afobismo  XIV. 

425.  —  Dopo  ciò  ed  a  fine  che  a  noi  tomi  fattibile 
di  concepire  una  idea  men  gretta,  meno  determinata 
e  più  esatta  di  tale  coordinazione  immensa  e  operosa 
dell'universo,  buono  è  di  contemplar  nel  concreto  e 


414  LIBRO  TERZO. 

per  via  d'  esempio  particolare  e  visibile  alcuna  di  que- 
ste assioni  continue  dei  mondi  nei  mondi.  E  però  al- 
ziamo di  nuovo  gli  ocelli  lassii  nel  cielo  e  rivolgiamoli 
in  quella  regione  dove 

« distinta  da  minori  e  maggi 

Lumi,  biancheggia  tra  i  poli  del  mondo 
Galassia  si  che  fa  dubbiar  ben  saggi.  > 

426.  —  Guglielmo  Herchel,  come  altrove  acoennam» 
mo,  scopriva  che  la  Galassia  piegasi  in  forma  di  anello 
la  cui  spessezza  è  pooa,  molto  majrjriore  la  larghezza, 
della  sua  zona,  smisuratamente  più  grande  la  circo- 
lare lunghezza.  A  Guj^lielmo  Herchel  sembrò  eziandio, 
e  il  tedesco  Argelander  il  venne  poi  confcrnuindo,  che 
il  Sole  co' suoi  pianeti  faccia  parte  della  Galassia  e 
che  per  entro  di  lei  si  mova  con  indicibile  velocità 
verso  un  punto  della  costellazione  di  Eccole  indicato 
dagli  astronomi  con  la  lettem  Lanida,  cioè  a  dire 
che  il  Sole  trovisi  al  presente  verso  il  confine  interior 
deir  anello. 

Om,  egli  è  da  sapersi  che  Giovanni  Plana  geo- 
meti*a  insigne  speculando  intorno  a  cotesti  fatti  e 
adattandovi  ingegnosamente  le  leggi  dell'  universale 
gravitazione,  à  provato  mediante  suoi  calcoli  che  una 
stella  posta  in  sul  lembo  esterno  od  interno  del  gran- 
de anello  della  Galassia  viene  attratta  di  necessità 
verso  il  mezzo  della  fascia  di  quella;  e  quivi  giunta 
poi  non  si  ferma  ;  da  che  per  effetto  della  velocità 
acquistata  nel  suo  correre  rapidissimo  debbe  oltre- 
passare il  punto  dell'equilibrio  delle  attrazioni  e  inol- 
trarsi infino  al  margine  opposto  del  detto  anello.  Ove 
pervenuta  e  subito  richiamata  dalla  gravità  del  punto 
mezzano  ritornerà  indietro  per  l'acquistata  accelera- 
zione e  rivarcherà  da  capo  quel  limite  recandosi  alla 


COORDINAZIONE  DEI  MEZZI  NELL'UNIVERSO.   415 

estremità  esteriore;  e  così  di  continuo  e  senza  mai 
cessazione  possibile  discrorrerà  fra  i  due  termini  come 
spola  in  telaio. 

427.  —  Ma  qui  è  bisogno  di  ricordare  il  nostro  prin- 
cipio che  pone  che  ogni  corpo  sidereo  movendosi  |»er  IVirza 
attrattiva  suscita  eziandio  in  se  medesimo  una  virtù 
motrice  che  è  sua  propriamente  ed  attiva  mentre  l'al- 
tra è  per  effetto  di  azione  ricevuta  e  alla  quale  gli  è 
necessità  di  obbedire.  Da  ciò  segue  che  il  nostro  Sole 
scorrerà  dall'uno  ali*  altro  lembo  della  via  lattea  non 
rincalcando  le  stesse  orme  ma  deviandone  sempre  in 
certa  misura;  e  così  avverrà  che  egli  per  una  strada 
serpeggiante  si  condurrà  a  visitare  tutte  le  parti  del 
grande  anello;  e  ciò  non  una  volta  soltanto  ma  un 
numero  indefinito  di  vdte. 

428. —  Queste  cose  presupposte  e  accettate  ognuno 
intende  che  elle  si  applicano  molto  bene  così  al  no- 
stro Sole  come  a  tutte  le  stelle  che  dentro  al  corpo 
della  Galassia  a  lui  rassomigliano.  Laonde  conviene 
figurare  nella  via  lattea  un  intreccio  maraviglioso  di 
astri  ed  anche  di  sistemi  parziali  di  astri  che  scendono 
e  salgono  a  manii  ra  di  meandri  e  non  senza  modifi- 
cazione ed  innovazitm*^  nelle  qualità  di  ciascuno.  Con- 
siderato che  [yer  avvisare  un  cotale  efletto  di  mutazione 
basta  supporre  certa  varietà  originale  e  costitutiva  di 
sostanza  nei  gruppi  numerosi  di  stelle  per  mezzo  ai 
quali  scenderà  prima  e  quindi  risalirà  il  nostro  siAtema 
solare  o  tutto  solo  od  accompagnato  con  altro  maggior 
sistema. 

429.  —  Ne  qui  cadrebbe  in  acconcio  la  sentenza 
platonica  che  nulla  si  move  dove  tutto  si  move.  Pe- 
rocché nella  creazione  corporale  la  quiete  e  la  immo- 
bilità non  essendo  termine  mai  assoluto,  basterà  dire 
che  i  movimenti  delle  parti  della  Galassia  sono  a  prò- 


410  LIBRO  TKBZU.  » 

i 

porzione  delle  distanze  lentissimi  e  che  nel  tempo  cbo 
un  ostro  si  move,  poniamo,  dal  lembo  esteriore  inyer&o 
del  mezzo,  un  altro  per  lo  contrario  vi  torna  onde  hi 
massa  delP  anello  può  dirsi  che  rimane  sempre  d' una 
forma  e  d'  una  quantità.  Oltreché  le  stelle  mezzane 
per  virtù  di  equilibrio  negli  impulsi  attrattivi  poco  o 
nulla  si  sposteranno  del  luogo  antichissimo,  e  colà 
pure  avverano  esse  il  grande  principio  che  sempre  al- 
lato alla  mobilita  debb'  essere  la  permanenza  e  allatti 
a  questa  il  contrario  suo. 


LIBRO   QUARTO. 


DELLA  VITA  E  DEL  PINE 


NELL'  UNIVERSO. 


Mamuki   —  li.  tn 


CAPO  PRIMO. 

DEL  PRINCIPIO   SPIRITUALE  NELLA    COSMOLOGIA. 


I. 


1.  —  Il  finito  può  dilatarsi  in  due  modi;  o  con 
la  moliiplicità  e  contemperanza  dei  simili  e  dei  diversi, 
e  questo  in  varie  maniere  secondo  abbiamo  avvisato 
più  volte;  ovvero  con  lo  spiegamento  e  perfezionamento 
successivo  deir  individuo,  mediante  una  potenza  di 
facoltà  originarie  neir  individuo  inserite  per  atto  di 
creazione.  Noi  insino  a  qui  abbiamo  piuttosto  accen- 
nato cbe  definito  l'essere  individuale  fornito  d'assai 
facoltà  ed  invece  venimmo  designando,  come  portava  il 
subbietto,  le  limitazioni  estreme  e  non  valicabili  entro 
le  quali  egli  debbe  rimanersi  per  le  deficienze  generali 
e  non  correggibili  della  finità.  Oltreché,  era  conveniente 
i'onsiderare  da  prima  il  finito  nella  sua  molti  pi icità 
essenziale  e  le  relazioni  scambievoli  delle  sue  parti, 
a  cosi  domandarle,  in  quanto  possono  fare  ufficio  di 
mezzo. 

2.  —  Noi  delineammo  nel  primo  Libro  ì  confini 
estremi  e  negativi  dell'  individuo  e  vale  a  dire  1'  ul- 
tima attenuazione  dell'essere  di  là  dalla  quale  più 


420  LIBRO  QUARTO. 

non  esiste  subbietto  alcuno  determinato  e  concreto. 
Conviene  al  presente  avvisare  il  termine  opposto  e 
cioè  insino  a  qual  segno  può  venire  alzata  original- 
mente la  forma  individuale  e  impartibile  d'un  ente  fi- 
nito e  particolare.  Gonciossiachè  in  questa  soltanto  dei* 
potersi  attuare  il  fine  della  creazione  che  è  la  dispen- 
sazione massima  del  bene  assoluto.  E  la  capacità  del 
bene  guardato  soprattutto  nella  specie  più  alta  che  è 
la  beatitudine,  ricérca  gran  perfezione  di  essere.  Kt» 
basta  che  la  natura  inferiore  aiuti  e  cooperi  tutta- 
quanta  in  condizione  di  mezzo  e  strumento.  Imperoccliè 
né  i  mezzi  né  gli  strumenti  valgono  a  tramutare  la 
essenza  del  subbietto  sostanziale  che  ne  fa  uso.  Senza 
dire  eh'  egli  debb'  esser  fornito  della  facoltà  per  ap- 
punto di  coordinarli  e  metterli  in  opera;  e  tanto  me- 
glio vi  riesce  quanto  più  signoreggia  ì  mezzi  e  gli 
strumenti.  Cotesto  finito,  pertanto,  che  dee  racchiudei-e 
in  sé  una  qualche  ragione  di  fine,  dee  per  ciò  racchiu- 
dere molta  perfezione  propria  e  maggioreggiar  gran- 
demente in  fra  la  moltitudine  sterminata  degli  enti 
che  anno  sola  ragione  di  mezzo. 

3.  —  E  subito  si  raccoglie  da  ciò  perchè  entrando 
a  meditare  sul  Fine  l'abbiamo  altresì  chiamato  il 
principio  spirituale  della  cosmologia.  L' individuo  ca- 
pace di  bene  è  per  necessità  incorporeo;  stantechè  in- 
dividuo vero  non  sarebbe,  se  non  fosse  impartibile  e 
semplice  perfettamente  ;  e  non  sarebbe  partecipe  d'al- 
cun vero  bene,  quando  fosse  sfornito  di  volontà  e  con- 
sapevolezza le  quali  sono  potenze  che  non  anno  na- 
tura estesa  e  materiale.  Per  dilatazione  poi  dimanderemo 
spirituale  eziandio  l'essere  provveduto  di  virtù  appe- 
titiva piuttosto  che  di  volontà,  e  lì  cui  beni  sono  cenni 
e  vestigi  del  bene  vero  come  scorgesi  chiaramente  nogli 
animali  bruti. 


DELLA  VITA  E  DKL  FINE  NELL'UNIVERSO.     421 


II. 


4.  —  Però  incontro  alle  toccate  perfezioni  dell'in- 
dividuo stanno  le  perpetue  necessità  del  finito  che 
noi  rassegnammo  nel  primo  Libro.  Egli  debbe  posse- 
dere neir  intimo  suo,  e  cioè  nel  subhietto  siccome  tale, 
una  forma  di  essere  tanto  determinata  quanto  sem- 
plice. Quindi  egli  non  può  assumere  questa  entità  e 
quella  e  queir  altra  ad  un  tempo.  A  guardar  la  cosa 
in  astratto,  diresti  che  gli  possono  venire  attribuite 
originalmente  moltissime  facoltà  ed  anzi  innumerevoli. 
Ma  prima,  dovendo  riuscire  omogenee  col  loro  princi- 
pio o  subbietto,  ognun  vede  che  al  numero  e  alla  va- 
rietà loro  sono  assegnati  certi  confini  di  là  dai  quali 
quelle  potenze  e  attitudini  o  comincerebbono  a  farsi 
non  coerenti  e  sproporzionate  o  l'adoperamento  loro 
non  tornerebbe  agevole,  simultaneo  e  fruttuoso  quanto 
conviene,  e  diverrebbe  di  più  in  più  complicato  e  con- 
fuso. Tutto  il  che  viene  a  ripetere  la  sentenza  espressa 
nel  cominciamento  di  questo  trattato,  e  cioè  che  il 
finito  è  l'opposto  della  Unità;  e  l'individuo  non  può 
aver  perfezione  se  non  in  quanto  partecipa  della  uni- 
tà; e  s'  intende  della  piena  unità,  non  della  vuota  ed 
astratta. 

5.  —  In  secondo  luogo  osserviamo  che  l'individuo 
del  quale  si  parla  non  dee  venir  riguardato  rispetto 
solo  air  infinito  di  potenza  che  crea  il  mondo.  Impe- 
rocché simile  potenza  à  quattro  termini  esteriori  in 
veduta  e  sono,  qualmente  si  spiegò  nel  secondo  Libro, 
la  Possibilità,  la  Convenienza,  l' Attività  e  la  indefinita 
Partecipazione.  La  potenza  increata  ricusa  per  sé  di 
riconoscere  altri  limiti  salvo  quelli  del  possibile.  £ 
tV  nUra  parte  la  infinita  sapienza  ponendo  con  inefifa- 


422  LIBRO  QUAKTO. 

bile  arte  ogni  cosa  in  suo  luogo,  tempo  e  congiunture 
migliori  serve  mirabilmente  alla  latitudine  sterminata 
dei  possibili.  Seguita  la  bontà  seropiteraa,  che  volendo 
attribuire  la  massima  fruizione  del  bene  agli  enti  finiti 
debbe  condurli  al  grado  massimo  dell'  attività,  che  è 
insieme  là  pienezza  e  V  apice  della  vita.  In  ultimo, 
tutto  questo  debbe  venire  distribuito  sì  fattamente,  che 
ne  risulti  sempre  ed  in  ogni  dove  il  bene  maggiore 
al  maggior  numero  di  creature.  Quindi  bisogna  che 
r  attività  e  la  vita  si  compiano  nella  intuizione  e 
partecipazione  diretta  dell'Assoluto.  Da  ciò  risulta 
che  le  molte  necessità  e  angustie  avvertite  nel  pri- 
mo Libro  intorno  alla  finità,  non  pure  non  si  dile- 
guano mai  assolutamente  sotto  gl'influssi  dell'infinito; 
ma  nem manco  nel  generale  possono  gli  enti  finiti  ri- 
moverle e  dilungarle  a  un  tratto  da  sé  con  ismisu- 
rato  intervallo;  ma  ogni  cosa  nel  mondo  comparirà 
procedere  verso  la  perfezione  sua  con  gradazione,  tar- 
dità, contrastamento  e  lavoro. 

III. 

6.  —  Pur  nullameno,  quel  quanto  di  vera  unità  e 
di  vera  individualità  che  possiede  il  finito  capace  di 
alcun  grado  di  bene  lo  rende  altamente  superiore  di 
nobiltà,  di  efficacia  e  di  virtiì  organatrice  a  tutti  gli 
elementi  del  mondo  meccanico  e  chimico  e  a  tutti  i  com- 
posti loro.  Per  fermo,  ciascuno  di  tali  elementi  è  agli  al- 
tri simigliantìssimo  in  quanto  uè  li  soverchia  di  potenza 
e  di  facoltà  in  modo  da  subordinarli  a  sé,  uè  molU» 
né  poco  a  sé  li  assimila  sottraendoli  in  parte  o  in 
tutto  al  giogo  ed  alla  efficacia  delle  leggi  lor  proprie: 
e  quando  anche  stia  come  centro  in  fra  loro,  é  centro 
materiale  ed   accidentale.  L'atomo  adunque  e  molt4.i 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'  UNIVERSO.     425 

laeno  il  composto  di  atomi  ed  ogni  elemento  del  mondo  . 
meccanico  non  è  un  individuo  neir  accezione  più 
razionale  e  dignitosa  della  parola.  Individuo  può  dirsi 
•in  concetto  negativo  perchè  non  à  parti  separabili, 
ma  pel  rìmanente  non  già.  È  per  esempio,  il  Sole 
lisulta  di  un  composto  di  atomi  che  può  risolversi 
tutto  ne'  suoi  elementi  senza  che  nulla  rimanga  per- 
duto e  disfatto  dì  lor  natura.  Per  simile,  nel  Sole  non 
è  vero  centro;  e  il  punto  in  cui  s'equilibrano  i  suoi 
componenti  è  matematico  e  astratto;  e  però  significa 
non  già  qualcosa  di  sostanziale  e  d' indivisibile  ma  il 
risultamento  d' un  gran  complesso  di  forze  bilanciate 
e  omogenee.  Del  pari,  il  Sole  sebbene  occupa  il  mezzo 
d' un  ampio  sistema  mondiale  e  ne  determina  i  moti,  ciò 
accade  per  la  ragione  delle  masse  non  per  la  sua  pe- 
ttnliare  e  individua;  e  i  pianeti  che  lo  circondano  forse 
Io  vincono  a  gran  pezza  di  attribuzioni  e  d' efficacia 
accogliendo  sulla  superficie  loro  le  combinazioni  della 
vita  vegetativa  ed  animale. 

7.  —  Vero  è  d' altro  lato  che  pur  V  individuo  ca- 
pace di  qualche  finalità  rimane  soggetto  alle  insuffi- 
cienze da  noi  ricordate  segnatamente  nell'  aforismo  XV 
e  nel  XVIII  (Capo  quinto,  Libro  primo)  e  però  gli 
sarà  d' uopo  di  allargare  il  proprio  essere  coordinando 
appo  sé  certo  sistema  e  certa  cooperazione  di  mezzi, 
levandosi  i  quali,  poco  o  nulla  gli  gioverebbero  le 
molte  0  poche  prerogative  di  sua  natura.  Ma  simile 
ordine  strumentale  avrà  condizioni  differentissime  da 
tutto  ciò  che  succede  nel  mondo  meccanico  e  chimico, 
e  piglierà  con  buon  diritto  il  nome  peculiare  di  orga- 
nizzazione; laddove  le  altre  combinazioni  e  cospira- 
zioni, a  chiamarle  così,  di  elementi  e  di  forze  non 
trascendono  mai  la  virtù  delP  automatismo,  o  dir  vo- 
gliamo della  macchina. 


4^24  LTBUO  QUARTO. 

8. — Per  fermo,  la  macchina,  e  sia  pure  della  natura, 
non  può  infondere  in  se  né  fuori  di  sé  potenze  e  leggi 
diverse  da  quelle  a  cui  per  essenza  propria  obbediscono 
tutte  le  parti  che  la  compongono.  Invece,  nelF  individuo- 
organato  esiste  certa  unità  sostanziale  e  certo  principio 
superiore  che  subordina  e  modifica  il  tutto  profonda- 
mente e  v'  induce  alcune  leggi  peculiarissime  e  diverse 
a  compimento  da  quelle  a  cui  ciascun  elemento  mate- 
riale di  esso  tutto  obbedirebbe  di  necessità  per  la 
forma  ed  essenza  propria.  Laonde  cotesto  medesimo 
tutto  organato  e  di  tal  guisa  subordinato  compone 
esso  pure  una  individualità  ;  e  con  assai  più  ragione 
debb^  essere  domandato  un  piccolo  mondo  che  non  que- 
sta terra  che  abitiamo  quando  la  si  avvisi  in  dispartì; 
dalla  vita  che  alberga  ma  non  produce. 

IV. 

D.  —  Tali  cenni  per  al  presente  sono  baste voK  a 
definire  la  diffei*enza  profonda  che  corre  tra  il  prin- 
cipio spirituale  ed  il  materiale  o  con  altro  vocabolo 
tra  la  mezzanità  e  la  finalità  corrispondendo  questa 
agli  esseri  viventi  e  organati,  quella  al  mondo  mecca- 
nico e  chimico.  Il  perchè  si  vede  infino  in  sulla  soglia 
di  tal  nuova  trattazione  come  nel  creato  sono  diversi 
principj  a  diversa  ragione  di  atti;  e  già  neir  ordina- 
mento dei  mezzi  scorgemmo  la  necessità  di  distingue^' 
sostanzialmente  l'attrazione  dalla  coesione,  questa  dal- 
l' affinità,  r  affinità  dall'  azione  eterea  e  nel  medesimo 
etere  due  specie  separate  sebbene  connesse.  Il  che  ri- 
petiamo contro  coloro  che  s' infatuano  oltre  il  debito 
del  simplex  duntaXai  et  unum, 

10.  —  Del  rimanente,  gli  è  manifesto  ad  ognuno 
ohe  nella  creazione  tornano  necessarj  gli  esseri  stru- 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     425 

mentali  quanto  ì  finali,  le  masse  e  i  corpi  quanto 
gl'individui.  Di  questi  ultimi,  ripetiamo,  risulta  il 
mondo  intero  spirituale  ;  sebbene  poi  conviene  distin- 
guere in  essi  la  forma  puramente  vegetativa  dalla  sen- 
ziente ed  intelligente,  conforme  verrà  spiegato  con  am- 
piezza più  tardi  ;  e  ciò  che  in  generale  separa  e  diffe- 
renzia dalla  materia  i  principj  spirituali  si  è  la 
individualità  e  il  soggiogar  quella  e  organarla  a  pro- 
prio strumento  e  sviluppo;  e  quindi  per  via  di  fatto 
confermasi  la  razionale  presunzione  che  V  essere  che  à 
ragione  di  fine  non  può  sortire  medesimezza  di  natuia 
con  Tessere  che  à  ragione  sola  di  mezzo. 

11.  —  La  serie  poi  dei  principj  spirituali  debbe 
rìuscire  innumerabile  nel  quale  e  nel  quanto  come 
tutte  le  serie  della  natura,  non  dimenticando  noi  per 
altro  che  laddove  apparisce  la  vera  mentalità,  la  viva 
coscienza  e  simili  eccelsi  attributi  della  personalità,  co- 
mincia una  categoria  d' individui  supremamente  più 
nobile  per  lo  intervenimento  d'  un  principio  al  tutto 
diverso  che  è  la  congiunzione  dello  spirito  con  la  infi- 
nita idealità. 

12.  —  Ora  non  può  negarsi  che  ragguagliando 
r  atomo  materiale  con  uno  di  tali  individui,  ci  pare 
di  scorgervi  una  diversità  immensurabile.  Tuttavolta 
essa  rivolgesi,  chi  ben  la  guarda,  in  negazione  piutto- 
sto che  in  altro  ;  e  s' intende  che  l' atomo  materiale 
manca  di  tutta  quanta  la  nobiltà  e  splendenza  di  es- 
sere notata  qui  sopra  nell'individuo  razionale;  e 
nondimeno,  1'  atomo  à  questo  di  comune  con  esso  in- 
dividuo che  ancora  che  comparisca  sempre  esteso  e 
composto,  pure  convien  pensare  che  termini  in  punti 
non  divisibili  o  vogliam  dire  in  subbietti  semplici  e 
inalterabili,  e  che  però  1'  atomo,  o  meglio  ciascuno  di 
essi  punti  può  congiungersi  all'  individuo  spirituale 


426  LIBRO  QUARTO. 

con  varj  legami  di  causa  e  di  effetto;  e  cioè,  da  un 
canto  con  legame  reciproco  di  azione  efficiente  in 
quello  che  i  due  subbietti  anno  di  simigliante  (sia  poco 
od  assai)  e  l'individuo  à  d'inferiore  (se  può  dirsi)  nei 
gradi  dell'essere;  e  d'altro  canto  con  legame  di  ecci- 
tazione o  di  semplice  occasionalità  per  le  parti  supe- 
riori e  le  più  differenti  dall'  uno  all'  altro. 

13.  —  Ne  già  si  nasconde  che  la  materia  pur  rice- 
vendo l'atto  efficiente  dello  spirito,  e  quando  anche 
non  lo  ricambi,  rivela  con  ciò  solo  qualche  rapporto  di 
simiglianza;  imperocché  il  tutto  diverso  nettampoco 
è  passivo  e  non  à  facoltà  di  accogliere  l' atto  este- 
riore diverso.  Ma  ricordiamoci  che  fuori  degli  op- 
posti i  quali  si  negano  compiutamente,  il  simile  e  il 
differente  non  sono  assoluti,  e  che  il  tutto  diverso 
venne  per  appunto  definito  da  noi  quella  specie  di  en- 
tità che  oltre  al  differire  sostanzialmente  da  altro  es- 
sere, nettampoco  gli  si  connette  per  qualunque  rela- 
zione causale  attiva  o  passiva. 

14.  —  Nessuna  impossibilità  metafisica  è  da  ricono- 
scere per  tanto  nella  congiunzione  temporanea  ed  ac- 
cidentale dello  spirito  e'  della  materia.  L' atomo  ma- 
teriale sempre  si  accompagna  coi  simili  a  lui;  e  intendi 
eh'  ei  si  manifesta  e  opera  sempre  come  un  aggregato 
e  un  composto.  Ma  ninno  à  provato  e  non  vi  perverrà, 
credo,  giammai  che  al  semplice  venga  interdetto  di 
congiungersi  in  una  volta  con  parecchi  semplici  ossia 
col  composto.  Che  s'egli  si  può  congiungere,  può  ezian- 
dio ricevere  i  loro  atti,  tanto  che  facciano  uno  dentro 
al  suo  spirito,  e  fuori  dello  spirito  si  dividano  nel  mol- 
teplice. 

15.  —  Vero  è  che  i  semplici  corporei,  o  vogliam 
dire  gli  atomi,  sono  sempre  estesi  laddove  lo  spirito  è 
compiutamente  inesteso.  Ma  si  badi  che  eziandio  gli 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     427 

atomi  negli  estremi  loro  elementi  sono  inestesi  salvo 
che  sono  congiunti  allo  spazio  e  nello  spazio  appari- 
scono ;  quindi  V  azione  loro  cumulativa  si  manifesta 
mai  sempre  in  certa  estensione  e  genera  il  fenomeno 
del  continuo  resistente.  E  questo  medesimo  spazio,  nel 
subbietto  universale  che  à,  riesce  cosa  irapartihile,  e 
tatti  i  suoi  modi  estensivi  e  quantitativi  risolvonsi  in 
meri  fenomeni.  Che  cosa,  impertanto,  debbono  venir 
giudicate  le  divisioni  e  separazioni  materiali?  Certo, 
disgiungimenti  di  gruppi  di  forze  accompagnati  sem- 
pre da  fenomeni  rispettivi  di  estensione  e  di  spazio  e 
i  quali  disgiungimenti  mai  non  fanno  sparire  in  com- 
piuto modo  i  gruppi  medesimi  e  solo  li  smembrano  e 
li  assottigliano. 

16.  —  Ma  le  forze  corporali  o  gli  atomi  per  essere 
immancabilmente  congiunti  allo  spazio  non  per  ciò 
s'immedcbimano  al  tutto  con  esso.  Chi  pensa  tal  cosa, 
confonde  la  identità  dell'essere  con  la  congiunzione 
degli  esseri.  E  parimente  la  espressione  che  gli  atomi 
sono  nello  spazio  vuole  a  giusto  modo  significare  certo 
atto  di  congiunzione  e  non  mica  una  sostanziale  ine- 
renza come  parrebbe  indicare  il  segnacaso  in  e  come 
si  avvera,  per  esempio,  nella  virtù  motrice  ;  dacché  la 
virtù  motrice  è  inerente  in  fatto  agli  atomi  o  forze 
movevoli  ancoraché  l'effetto  si  manifesti  quindi  al 
di  fuori  per  fenomeni  di  spazio. 

17.  —  Perchè  poi  ciascun  atomo  di  materia  si 
trovi  in  questo  originale  e,  a  ciò  che  sembra,  essen- 
ziale congiungimento  con  lo  spazio  di  guisa  che  ogni 
operato  loro  non  mai  si  discioglie  da  qualche  fenome- 
no di  estensione,  io  non  l' andrò  ricercando  ;  atteso  che 
credo  dover  rimanere  sepolto  alla  umana  meditazione, 
e  solo  é  da  concederne  la  notizia  e  la  scienza  a  coloro 
che  convertono  lo  spazio  nella  esteriorità  dell'idea  e 


428  LIBRO  QUARTO. 

creano  l'estensioue  col  punto  e  col  tempo;  il  prima 
che  non  à  fiato  di  estensione,  il  secondo  che  à  succes- 
sione ma  non  à  spazio  ne  moto.^ 

18.  —  La  monade  spirituale  perfetta  del  sicuro  è 
fuor  dello  spazio  e  la  sua  essenza  non  punto  la  lega 
ad  esso  a  maniera  indissolubile.  Tuttavolta,  congiun- 
gendosi intrinsecamente  con  gli  atomi  materiali,  si 
congiunge  altresì  allo  spazio  sebbene  accidentalmente 
e  mediatamente;  e  ancora  che  non  sia  estesa,  opera 
nello  es'teso.  Intendo  per  monade  spirituale  perfetta 
r  anima  razionale.  Rispetto  alle  monadi  vegetative  ed 
organiche,  le  quali  per  dilatazione  appelliamo  principi 
spirituali,  discorreremo  tra  breve. 

19.  —  Dopo  ciò,  dimostrato  avendo  che  tra  la  ma- 
teria e  lo  spirito  non  sono  impossibili  le  relazioni 
causali  e  la  penetrazione  degli  atti,  noi  per  iscansare 
la  malagevole  spiegazione  e  dichiarazione  di  tali  rap- 
porti non  cadremo  in  vernn  paradosso,  come  fecero  più 
metafisici,  ora  negando  la  esistenza  della  materia,  ora 
quella  dello  spirito  ed  ora  trasformando  a  piacere 
r  uno  neir  altro,  ovvero  immaginando  teoriche  le  quali 
se  forse  scampano  dalla  suddetta  difficoltà,  rovinano 
in  parecchie  contraddizioni,  siccome  incontra,  per  mio 
giudicio,  all'ipotesi  dell' armonia  prestabilita  e  alla 
dottrina  che  domandano  occasionalismo. 

20.  —  Per  fermo,  qualora  si  ammetta  come  verità 
chiara  e  patente  che  la  idea  o  possibilità  astratta  che 
la  si  chiami  tiene  facoltà  di  attuarsi  nella  natura 
finita  e  particolare  e  dall'eterno  discendere  nel  tem- 
porale, dall'assoluto  involgersi  nel  relativo  e  farsi 
larga,  lunga  e  profonda,  ogni  cosa  apparentemente  è 
spiegata  e  tutto  può  uscire  da  tutto.  Ma  cotesto  me- 


Hegel. 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     429 

tamorfosi  sono  più  incredibili  assai  di  quelle  dei  poeti, 
e  convien  ripetere  con  V  Alighieri 

«  Taccia  di  Cadmo  e  d'Aretusa  Ovidio.  » 


V. 


21.  —  Né  d'altra  parte  professandosi  invittamente 
da  noi  la  dottrina  delle  essenze  diverse  ed  inalterabili 
possiamo  in  nulla  partecipare  alla  opinione  oltremodo 
diffusa  al  dì  d'oggi  in  Alemagna  che  la  materia  e  lo 
spirito  sieno  termini  relativi  e  nulla  d' assoluto  non 
sia  neir  uno  e  nelF  altro.  Vero  è  bene  che  non  accade 
di  porre  fra  la  materia  e  lo  spirito  quell'abisso  pro- 
fondo né  quella  specie  dì  alienazione  e  di  odio  che  vi 
j)one  il  volgo,  tanto  che  la  materia  diviene  sinonimo 
di  tutti  ì  mali  e  d' ogni  sconcezza  e  bruttura.  Che  so 
fosse  tale,  nemmanca  sarebbe  mezzo  e  strumento  a 
buon  fine. 

22.  —  Alla  psicologia  poi  appartiene  il  mostrare 
con  prova  apodittica  che  la  sensazione  e  la  percezione 
porgono  notizia  certa  e  scientifica  della  sussistenza  dei 
subbietti  esteriori  corporei  e  dovere  in  questi  spiegarsi 
un  ordine  di  qualità  e  di  atti  correspettivi  ai  feno- 
meni eh'  essi  subbietti  medesimi  promovono  od  occa- 
sionano dentro  di  noi. 

Similmente  mostrano  le  dottrine  da  me  professate 
che  il  concetto  chiaro  e  peculiarissimo  del  fuori  di  noi 
ci  attesta  per  sé  solo  la  realità  dello  spazio  ;  tuttoché 
non  sappiasi  definire  preciso  nei  fenomeni  dell'  esteso  e 
del  resistente  continuo  quello  che  lo  spirito  v'intro- 
duce, ossia  il  modo  col  qual  riceviamo  l' atto  della  re- 
sistenza esteriore  corporea  e  più  in  generale  le  forme 
e  determinazioni  dello  spazio. 


430  LIBRO  QUARTO. 

23.  —  Concedesi  volentieri  che  la  distinzione  fra  I0 
ijualità  primarie  e  le  secondarie  de' corpi  non  esce  da 
divei'sità  veruna  di  essenza;  e  che  le  une  e  le  altre 
serbano  T  alternazione  di  una  serie  di  fenomeni  alla 
quale  risponde  una  serie  obbiettiva  e  reale  di  qualità, 
di  atti  e  di  relazioni.  Per  fermo  le  qualità  domandate 
primarie  sono  le  più  generali  e  costanti.  Laddove  le  se- 
condarie dipendono  in  buona  parte  dalla  costituzione  e 
passione  de'  nostri  organi.  Ma  questi  medesimi  organi 
sono  pur  fuori  deir  anima,  e  la  loro  sostanza  e  disposi- 
zione soggiace  a  frequentissime  modificazioni  dallo  spi- 
rito indipendenti.  Egli  è  il  vero,  per  via  d' esempio,  che, 
tolto  di  mezzo  l'apparecchio  dell'organo  dell'udizione, 
non  si  sveglierebbe  entro  noi  la  sensazione  dei  rumori 
e  dei  suoni.  Ma  eziandio  quell'  apparecchio  mirabile 
tornerebbe  inoperante  ed  inutile,  quando  1'  aria  non 
fosse  capace  di  quei  tremori  così  svariati  le  cui  leggi 
impariamo  nei  libri  di  Acustica. 

24.  —  Rimane,  pertanto,  certissimo  che  fuori  dello 
spirito  sussistono  i  corpi  ;  ed  ogni  genere  di  percezione 
rinviene  all'esterno  un  certo  ordine  correspettivo  di 
fatti  e  certe  rispondenze  continue  ed  esattissime  nello 
stato  di  essi  corpi. 

25.  —  Queste  generali  distinzioni  e  definizioni  tra 
la  natura  di  mezzo  e  la  natura  di  fine  occorrevano  al 
principio  del  Libro  presente;  le  quali  poi  ci  condussero 
per  legamento  logico  a  discorrere  per  sommi  capi  della 
diversità  e  dei  legamenti  causali  tra  la  materia  e  lo 
spirito.  Seguita  che  noi  raccogliamo,  secondo  nostro 
uso,  la  sostanza  del  tutto  in  certo  numero  di  aforismi, 
porgendo  al  lettore  quel  saggio  di  teorica  deduttiva 
che  non  è  temerario  oggi  d' iniziare  e  di  esporre  in- 
torno al  proposito. 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     481 


CAPO  SECONDO. 

PRIMI    AFORISMI    SULLA    FINALITÀ 
DEGLI  ENTI  CRBATL 


Afomsmo  I. 

26. — Poiché  v'  à  uno  stupendo  e  immenso  apparec- 
chio di  mezzi, certo  l'universo  racchiude  eziandio  altret- 
tanta varietà  e  immensità  di  esseri  in  cui  si  attua  e 
splende  la  ragione  del  fine.  E  come  per  la  contempla- 
zione del  fine  siamo  pervenuti  a  determinare  per  ad- 
dietro la  natura  dei  mezzi  e  degli  apparecchi,  ora  dalla 
cognizione  di  tutti  questi  procederà  la  notizia  deter- 
minata e  particolare  degli  enti  inverso  de' quali  sono 
disposti  e  coordinati. 

A. 

27.  —  Gli  enti  con  ragione  di  fine  parrebbe  doves- 
ì>ero  riuscire  più  numerosi  degli  altri  in  quanto  la  na- 
tura pone  volentieri  in  opera  un  mezzo  solo  al  conse- 
guimento di  più  fini,  come  la  lingua  e  il  palato  che 
servono  si  al  tatto,  al  gusto  e  alla  prima  digestione 
e  si  alla  parola  ed  al  canto  e  quindi  al  pensiere  ed 
air  arte  musica.  Ma  viceversa,  la  natura  adopera  al- 
cune altre  volte  più  mezzi  in  verso  ad  un  solo  fine  ; 
come  quando  nei  vegetabili  accerta  la  propagazione 
delle  specie  e  con  la  fecondazione  e  con  i  tralci  e  i 
germogli  e  persino  con  le  semplici  foglie.  Ma  questo 


432  LIBRO  QUARTO. 

computo  non'  è  agevole  a  farsi  ed  anzi  impossibile. 
Dacché  i  fini  relativi  e  inferiori  sono  mezzi  e  strumenti 
a  fini  pili  alti  e  prossimi  all'assoluto.  E  d'altra  par- 
te, se  ogni  atomo  di  materia  à  ragione  di  mezzo  e  tu 
lo  consideri  com' esistenza  separata,  la  loro  moltipli- 
cità  oltrepassa  ogni  proporaone  con  l'altre  sorte  di 
esseri.  Ad  ogni  modo,  1'  esperienza  ed  il  raziocinio  s'ac- 
cordano ad  attestare  che  quanto  gli  esseri  sono  più 
perfetti  e  però  partecipano  con  più  abbondanza  del 
fine,  altrettanto  riescono  meno  numerosi  perchè  sono 
r  ultimo  eflFetto  del  travaglioso  operare  di  mille  cause 
minute  e  l'ultimo  risultamento  di  lunghe  serie  di 
ostacoli  superati  e  d'insufficienze  supplite. 

Aforismo  n. 

28.  —  Chiaro  è  che  la  onnipotenza  della  cagione 
spiega  eziandio  negli  enti  finali  la  sterminata  moltipli- 
cazione dei  generi  e  però  del  diverso;  e  nei  generi  la 
sterminata  moltiplicazione  delle  specie  e  però  del  vario  ; 
spiega  poi  altrettanta  moltiplicazione  degli  individui 
e  però  del  simile  in  ciascuna  diversità  di  genere  e 
varianza  di  specie. 

19.  —  Ne  appo  gli  enti  che  chiamiamo  finali  il  di- 
verso si  stringe  alla  sfera  della  quale  ci  è  lecito  pi- 
gliare alcuna  notizia  od  alcuna  divinazione;  ma  qui 
pure  noi  replichiamo  che  i  confini  dell' affatto  diverso 
si  stanno  estremamente  remoti  e  di  là  dal  segno 
d'ogni  nostra  immaginazione  e  cogitazione.  Eccetto 
che,  trattandosi  di  esistenze  in  cui  s'adempie  il  bene 
vero  e  reale,  forza  è  che  vi  apparisca  1'  unità  del- 
l'individuo  l'attività  e  l'intendimento;  soppressi  i 
quali,  è  pure  il  bene  vero  soppresso,  nel  modo  che 
venimmo  sponendo  in  altra  parte  dell'opera. 


DELLA   VITA   E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     433 


Aforismo  III. 

30.  —  Nessun  principio  ristringe  la  reiterazione  di 
ne  medesimo  qualora  non  ne  venga  impedito  ;  quindi 
né  la  reiterazione  pure  degli  enti  finali  à  per  sé  alcun 
termine.  Imperocché  noi  vedemmo  nei  Libri  anteriori 
che  la  creazione  é  incessabile  ed  é  tale  in  tutte  le  cose 
e  non  meno  rispetto  alla  quantità  che  alla  qualità.  I 
limiti  poi  dell'  una  e  dell'  altra  provengono  dal  dover 
essere  i  finiti  mutuamente  compossibili  e  del  pari  dal 
non  riuscir  compossibili  certe  mischianze  molto  com- 
plesse e  estremamente  implicate  dell'  identico  e  del 
diff'erente.  Perciò  nel  generale  tanto  pili  di  leggieri 
moltiplicano  gli  enti  organati  quanto  sono  più  sem- 
plici. 

31.  —  Ma  la  vita  sarà  da  per  tutto  dov'  è  materia  cn  - 
pace  di  qualche  organismo  ed  avrà  limite  più  pre^^to 
dal  lato  della  materia  che  dal  lato  dei  principj  vivifica- 
tori ;  conciossiachè  a  questi  non  sono  prescritti  i  confini 
di  certo  spazio  e  di  certa  misura  come  al  pianeta  ch^* 
abitiamo.  La  qual  verità  é  testimoniata  con  abbon- 
danza dal  fatto.  Che  veramente  i  germi  vitali  sono  in- 
finiti né  v'  à  minima  parte  dell'  aria,  della  terra  e  del- 
l' acqua  dove  non  dimorino,  solo  aspettando  ohe  io 
forze  e  disposizioni  ambienti  permettano  loro  di  svi- 
lupparsi. E  quello  che  l'  esperienza  ci  mostra  d'intorno 
a  noi  dobbiamo  pensare  che  accada  in  qualunque  lato 
del  mondo  visibile  dove  sia  materia  disposta  ad  orga- 
nizzazione e  in  altri  mondi  eziandio  non  visibili,  ai 
quali  non  può  mancare  né  l'ordine  degli  enti  finali 
né  certa  concomitanza  d'idonei  mezzi  e  strumenti. 


MkHìkni  -  11.  *iK 


434  LIBRO  QUARTO. 

A. 

32.  —  Degl'insetti  si  conoscono  a  un  dipresso  cento 
ventimila  specie  diverse  e  v'  à  alcuni  luoghi  in  Ame- 
rica dove  sono  copiosi  e  molesti  al  segno  da  fare  ira- 
possibile  air  uomo  il  viverci.  Né  alcuno  ricerchi  se  le 
miriadi  di  tali  enti  nocivi  od  inutili  adémpiono  la  fina- 
lità ovvero  la  contraddicono.  Primamente,  la  forza  vi- 
tale espande  sé  medesima  per  la  necessità  sua  intrin- 
seca ;  e  di  tutte  le  combinazioni  fattibili  fra  la  materia 
e  un  principio  vitale  qualchesissia  nessuna  può  man- 
care dì  effettuazione  se  forze  contrarie  non  interven- 
gono. E  le  forze  contrarie  non  punto  difettano  qualora 
si  volga  r  occhio  alla  totalità  dei  fenomeni.  Nel  vero, 
molte  specie  d' insetti  depongono  le  uova  loro  sulle 
larve  di  altri  insetti  i  quali  con  lo  schiudersi  di  quelle 
uova  rimangono  uccisi  ;  senza  parlare  del  gran  nume- 
ro d'  uccelli  e  d' altri  animali  che  se  ne  cibano  conti- 
nuamente e  pur  tacendo  della  limitazione  che  reca 
assai  volte  al  lor  propagarsi  la  scarsezza  delle  piante 
di  cui  si  nudriscono.  Ma  l'arte  e  perseveranza  del- 
l' uomo  giunge  a  purgarne  l'aria  ed  il  suolo  con  suffi- 
cienza; e  quando  gli  fosse  sp^diente  di  far  dimora  nelle 
vallate  dell'  Orenoco  testé  ricordate,  rinverrebbe  certo 
alcuna  maniera  di  liberarsi  da  quelli  sciami  fastidio- 
sissimi. 

33.  —  Del  resto,  tali  cento  venti  mila  specie  d'in- 
setti ci  dimostrano  da  capo  la  infinità  del  possibile  a 
rispetto  dell'  organismo.  Ma  la  saggezza  altresì  infinita 
che  abbiam  chiamata  arte  divina  di  Conveni'^.nza  ci  è 
sopramodo  più  malagevole  a  discuoprire  e  ad  inten- 
dere in  tale  subbietto  perchè  dei  rapporti  innumera- 
bili che  lega  quella  sorta  di  viventi  alla  economia  uni- 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     435 

versale  del  mondo,  appena  una  minima  parie  ci  è  co- 
nosciuta. 

B, 

H4.  —  Venne  fatta  da  parecchi  fisiologi  una  sin- 
golare investigazione  e  fu  di  sapere  se  la  quantità 
della  vita  scema  sul  mondo  o  s' accresce,  ovvero  se  nei 
confini  medesimi  si  conserva.  £  come  spuntò  fuori  il 
pensiere  d'introdurre  la  quantità  nella  vita?  Puoi  tu 
contarla  veramente  a  pezzi  e  minuzzoli?  e  di  qual  mi- 
sura ti  servirai  nel  tuo  calcolo?  Certo  è  impossibile 
avvisare  e  sapere  la  quantità  estensiva  degli  enti  or- 
ganati se  intendiamo  per  ciò  il  numero  degl'indivi- 
dui ;  ed  esso  non  è  mai  fermo  un  solo  momento  ;  ma 
varia  continuo  pel  variare  degli  accidenti.  Sapere  il 
numero  delle  specie  è  cosa  fattibile,  sebbene  lunghis- 
sima e  travagliosa  e  sempre  mai  incompiuta  ;  che  le 
specie  minutissime  si  nascondono  ad  ogni  ispezione  la 
più  diligente;  oltre  il  dover  noi  per  sempre  ignorare 
le  specie  innumerabili  appai*se  nelF  epoche  geologiche 
e  delle  quali  non  è  rimasta  veruna  spoglia  e  vestigio. 
Sopra  tutto  ciò  riluce  una  sola  massima  generale  ac- 
cennata da  noi  delle  volte  parecchie,  e  cioè  che  l' infi- 
nito del  possibile  dee  comparire  nell'organismo  quanto 
nella  materia  inorganica. 

35.  —  Meno  singolare  a  noi  sembra  il  chiedere  in- 
tomo al  proposito  la  quantità  intensiva,  e  intendiamo 
se  va  declinando  o  crescendo  sulla  faccia  del  globo  la 
vita  più  ricca  di  facoltà  e  provveduta  di  maggioro  eccel- 
lenza di  organi.  Sotto  questo  rispetto  e  ricordando  le 
cose  per  addietro  ragionate  non  si  dee  dubitare  che 
sul  nostro  globo  crescendo  l' attuazione  del  fine  ^i  cre- 
sce altresì  la  perfezione  della  vita  ;  al  che  basterebbe 
la  maggiore  propagazione  e  la  migliore  civiltà  del  go- 


436  LIBRO  QUARTO. 

nere  umano.  Ma  v'à  di  più;  che  l'uomo,  conforme  si 
toccherà  in  altro  luogo,  pur  seguitando  il  proprio  m- 
teresse  e  l'intento  dell'utile,  mantiene  e  propaga  ab- 
bondantemente le  specie  animali  meno  imperfette  cli<^ 
sono  quelle  in  cui  si  aduna,  per  sì  dire,  la  maggiore  in- 
tensità della  tita. 

AroBisMo  rv. 

36.  —  Ooteste  esistenze  qualichessieno  se  anno  ra- 
gione di  fine  sono  superiori  e  più  nobili  al  riscontro 
di  ogni  mezzo.  Ma  nell'  ordine  delle  realità,  ciò  che  è 
superiore  e  più  nobile  significa  una  reale  maggioranza 
nelle  primalità  dell'essere,  come  la  potenza,  l'unità, 
la  individualità,  la  vita  e  simigliane.  Maggioreggia. 
dunque,  cotesto  essere,  e  vale  a  dire  eh'  egli  è  fornito 
di  più  attitudini;  quindi  partecipa  di  qualche  grado 
di  più  alla  unità  vera,  la  quale  consiste  non  nell'at- 
tenuazione estrema  e  indivisibile  dell'  esistenza  ma 
nella  sua  pienezza  che  è  tutto  e  semplice  al  tempo 
medesimo. 

A. 

37.  —  Simile  ente  finale  avanza  in  dignità  e  su- 
pera d'importanza  tutti  i  sistemi  solari  aggirantisi  per 
lo  spazio.  Onde  fu  molto  bene  asserito  che  la  gran- 
dezza smisurata  d'  un  astro  e  la  sua  lucentezza  con- 
tinua e  la  sua  durata  quasiché  eterna  e  la  velocità 
portentosa  danno  meno  da  pensare  e  maravigliare  ai 
filosofo  che  una  farfalla  od  altra  sorta  di  vivente  seb- 
bene non  vi  risplenda  se  non  il  fine  relativo  e  qual  può 
uscire  dalla  cospirazione  di  puri  mezzi  naturali. 

38.  —  Ancora  si  può  notar  con  ragione  quanta 
parte  del  mondo  corporeo  piglia  nobiltà  e  importanza 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     437 

dal  nostro  spirito  per  le  relazioni  che  qnesto  v'  induce 
con  r  assoluto  del  vero  e  del  bello.  Ne  vuoisi  dire  con 
ciò  che  la  natura  non  sia  né  vera  né  bella.  Concios- 
siachè  i  termini  della  relazione  come  possono  rima- 
ncrsi  alieni  dalla  essenza  di  lei  ?  £  d' altra  parte,  ogni 
rivelazione  deir  Assoluto  neir  uomo  non  è  subiettiva 
ma  sostanziale  e  obbiettiva.  Certo,  la  soavità  e  va- 
ghezza delle  armonie  non  è  originata  dalle  ondula- 
7.i«mi  e  vibrazioni  sonore  dell'  aria,  sì  bene  dalle  in- 
tuizioni nostre  della  bellezza  musicale  ;  e  si  affermi  al- 
trettanto per  la  leggiadria  dei  colori  e  la  magia  delle 
prospettive.  È  il  diamante  carbone  impietrito  e  la 
perla  una  escrescenza  forse  morbosa  d'alcuni  molluschi. 
Ji'  oro  e  r  argento  giacciono  informi  e  appannati  den- 
tro le  roccie.  Ma  trapassate  queste  cose  alle  mani  del- 
l' uomo  acquistano  avvenenza,  espressione  e  decoro  di 
/irte  plastica.  Per  simile,  il  fluido  elettrico  gira  le  sue 
<orrenti  ordinarie  per  li  fili  telegrafici  come  in  altre 
infinite  sostanze  materiali  od  organiche;  ma  solo  per 
r  industria  dell'  uomo  fannosi  strumento  al  pensiero  e 
vincendo  tempo  e  distanza  mettono  in  congiunzione 
immediata  i  divisi  intelletti.  Di  cotal  maniera  la  di- 
gnità e  nobiltà  effettiva  dell'  ente  finale  rifluisce  sulla 
natura  e  sugli  enti  inferiori  che  non  possiedono  altra 
ragione  salvo  quella  del  mezzo.  £  chi  ravvisa  in  que- 
sti fatti  solo  un  accidente  dell'essere  umano  e  certa 
maniera  umana  di  giudicarli  e  di  farne  uso  piglia  in- 
ganno grave,  per  nostro  avviso,  e  fraintende  la  vera 
realità  dell'  ordine  cosmico. 

Afobismo  V. 

39.  —  Ma  quest'  abbondanza  di  attitudini  non  solo 
è  avversata  dalle  insufficienze  e  necessità  registrate 


438  LIBRO  QUARTO. 

e  descritte  nel  Libro  primo,  ma  sì  da  quelle  che  espone  il 
Libro  secondo  laddove  insegna  che  ancora  che  i  possibili 
sieno  infiniti  ei  non  divengono  coerenti  e  non  si  ordi- 
nano e  non  cooperano  al  bene,  salvo  che  per  la  Conve- 
nienza che  la  saggezza  eterna  introduce  fra  essi;  il 
perchè  ogni  ente  finale  non  può  riuscire  diverso  e  mag- 
giore di  quello  che  porta  il  cumulo  delle  sue  relazioni 
e  delle  sue  proporzioni,  a  così  chiamarle,  con  tutto  il 
rimanente.  Sopra  ciò,  v'  è  continua  ed  instante  la  ne- 
cessità neir  ente  finale  di  essere  attivo  e  nelF  attività 
crescere  indefinitamente.  Da  ultimo,  la  misura  dell'es- 
sere suo  debbe  eziandio  venir  rafi'rontata  con  lo  inten- 
dimento perpetuo  della  bontà  sovramondana,  la  qual 
vuole  di  certo  il  bene  maggiore  di  ciascun  ente  finale, 
ma  in  guisa  che  non  tolga  mai  luogo  alla  diffusione 
perenne  di  esso  bene  al  maggior  numero  di  creatura*. 

Afoeismo  vi. 

40.  —  D'altra  parte,  l'ente  finale  non  meno  d' ogni 
esistenza  finita  à  mestieri  di  eccitazione  esterna;  e  si- 
milmente compie  fuori  di  sé  lo  spiegamento  delle  sue 
facoltà,  imperocché  egli  non  basta  a  sé  in  sé  stesso. 
(Libro  primo,  aforismo  VIIL) 

41.  —  Chiaro  é  dunque  che  all'ente  capace  di  fina- 
lità è  bisogno  l' operar  sempre  e  l' operare  utilmente 
fuori  di  sé.  Il  che  porta  la  esistenza  di  altri  esseri 
inferiori  e  subordinati  e  forniti  per  ciò  medesimo  della 
sola  ragione  di  mezzo. 

Aforismo  VII. 

42.  —  Ma  il  mezzo  non  può  essere  uno  numeri- 
camente né  semplice  privativamente;  che  sarebbe  non 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     439 

frequente,   non  vario  e   non  trasformabile  quanto  è 
mestieri  a  supplire  a  troppi  bisogni  ed  insuflSeienze. 

43.  —  Occorre  adunque  che  l'ente  finale  operi  sul 
molteplice,  e  questo  possa  venire  adunato  nell'  ente 
finale,  o  gli  aderisca  o  gli  si  accosti  sotto  qualche  forma 
di  unità. 

Ecco  il  gran  punto  della  congiunzione  dello  spirito 
con  ia  materia.  E  nessuna  impossibilità  interviene  fra 
la  copulazione  dell'  Uno  col  Più  quando  entrambi  si 
rimangono  separati  di  subbielto  e  solo  interviene  la 
compenetrazione  degli  atti. 

44.  —  Che  poi  il  molteplice  esterno  sia  materiale, 
e  cioè  un  composto  non  riducibile  e  sempre  commisto 
ai  fenomeni  dello  spazio,  non  tramuta  la  essenza  del 
fatto  ;  come  del  pari  non  è  impossibile  che  tra  ter- 
mini tanto  diversi  quanto  sono  materia  e  spirito,  sem- 
plice e  composto,  uno  e  molteplice,  intervengano  rela- 
zioni causali  di  varia  sorta  e  cioè  relazioni  di  eflScienza 
di  provocazione  e- di  mera  occasionalità.  Imperocché 
ciò  vuol  dire  unicamente  che  la  difi'erenza  di  essere 
non  giunge  al  segno  d'impedire  quei  difi'erenti  rap- 
porti causali. 

Aforismo  Vin. 

45.  —  Che  se  l'ente  finale  operar  dee  sul  molte- 
plice esterno,  e  questo  essere  a  lui  inferiore  e  servirgli 
in  tutto  di  mezzo  e  strumento,  chiaro  è  che  al  molte- 
plice dee  toccare  una  forma  di  essere  quale  appunto 
avvisiamo  nella  materia.  Perocché  mentre  nel  molte- 
plice esterno  è  necessario  che  sia  un  qualche  principio 
intimo  e  proprio  di  mutazione,  senza  il  che  non  sa- 
rebbe atto  nemmanco  alla  virtù  strumentale,  d'  altro 
lato  non  vi  dee  sussistere  alcun  principio  essenzialmente 


44()  LIBRO  QUAUTO. 

attivo  e  spontaneo,  atteso  eh'  ei  non  serberebbe  al- 
lora r  umile  natura  di  mezzo  e  non  riuscirebbe  infe- 
riore in  ogni  frangente  e  subordinato. 

46.  —  Ciò  posto,  noi  già  divisammo  nel  primo  Libro 
come  lo  spazio  la  estensione  ed  il  moto  risolvono  co- 
testo punto  e  danno  al  molteplice  esterno  la  possibi- 
lità perenne  di  mutazione  con  tale  uniformità  e  fata- 
lità inalterabile  che  sembrano  convertirla  in  qualcosa 
di  unicamente  passivo  e  d'identico  quasi  al  principio 
opposto  della  inerzia  e  della  immutabilità. 

A. 

47.  —  Ma  qui  pure  e'  imbattiamo  nelle  limitazioni 
0  discrepanze  d'  ogni  ente  creato.  Conciossiachè  quanto 
il  mezzo  è  più  subordinato  e  passivo,  altrettanto  scema 
la  varietà  delle  sue  attitudini  e  la  intensità  dell'azio- 
ne sua  sopra  le  cose  esteriori.  Quindi  si  vedrà  più  in- 
nanzi che  tra  lo  spirito  e  la  materia  passiva  ed  inerte  è 
spediente  che  intervenga  qualche  essenza  intermedia,  la 
quale  incorporatasi  con  la  materia  bruta  serva  d' istru- 
niento  flessibile  e  moltiforme  al  principio  spirituale. 

48.  —  Cotesto  chequi  accenniamo  è  legge  costante 
e  generalissiraa  che  gli  sperimenti  e  giudicj  umani  tut- 
tora confermano.  Adoperi  tu  nelle  tue  bisogna  la  ma- 
teria bruta  più  inerte?  Ne  starai  bene,  se  cerchi  e  do- 
mandi stabilezza,  immobihtà  e  resistenza;  ne  starai 
male,  se  ti  occorre  attività,  movimento  e  arrendevolez- 
za. Dalla  macchina  a  vapore,  invece,  la  scienza  e  l'arte 
ricavarono  un  ordigno  maraviglioso  di  attività  e  di 
forza.  Ma  quanto  difiScile  e  rischioso  il  maneggiarla  e 
dirigerla  !  L'  elettrico  ti  serve  ad  usi  minuti  e  delica- 
tissimi a'  quali  farebber  difetto  le  forze  meccaniche  e 
chimiche,  ma  ti  si  alterano  ad   ogni  momento  i  con- 


DELLA  VITA   E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     441 

g^ni  e  le  uiacchinette  e  perchè  vi  è  dentro  soverchia 
mobilità  e  flussibilità  di  elementi  che  assai  di  leggieri 
sottraggonsi  alla  tua  signoria.  Ma  d;  questo  hactenus. 

Afobismo  IX. 

49.  —  Dalle  cose  poi  discorse  ne'  Libri  anteriori  noi 
siamo  chiari  che  T  ente  finale  operando  fuori  di  sé  sul 
molteplice  dee  ri  trarne  augu  mento  di  essere  nei  modi 
già  registrati  assai  volte,  e  s' intende  con  la  coopera- 
zione del  simile,  la  partecipazione  del  diverso,  la  mi- 
stione dei  due  e  la  cospirazione  delle  parti  o  vogliani 
dire  il  macchinismo  ;  e  che  tutto  ciò  gli  serva  a  spie- 
gare e  applicare  le  facoltà  proprie  e  native. 

Aporismo  X. 

50.  —  Ma  in  questo  può  di  leggieri  celarsi  una 
])etizion  di  principio.  Conciossiachè  come  diverrà,  per 
i«emp)o,  l'ente  finale  capace  di  ordinare  il  molteplice 
in  foggia  di  macchina  e  convertirlo  in  proprio  stru- 
mento, se  già  non  sia  provveduto  d'  alcun  macchini- 
smo? Che  questo  è  il  caso  propriamente  di  chiedere 
i|ual  fosse  dell'  incudine  o  del  martello  costruito 
))rima. 

51.  —  Necessità  è  dunque  che  1'  ente  partecipe 
<lella  finalità  e  del  bene  assuma  per  virtù  innata  certi 
rudimenti  di  naturale  e  immediata  organizzazione  ;  e 
ciò  vuol  dire  che  sia  in  quell'  ente  la  facoltà  di  at- 
trarre a  sé  ed  assimilare  il  molteplice  esterno,  modi- 
ficando con  la  virtii  propria  la  essenza  di  quello  tanto 
(he  componga  con  esso  lui  un  tutto  che  si  distingua 
e  ^pari  dall'  universale  e  formi  un  sistema  partico- 
lare nel  grande  sistema. 


442  LIBRO  QUARTO. 

52.  —  Ognun  vede  che  tale  attrazione  ed  assimila- 
zione del  molteplice  esterno  snpera  di  eccellenza  qua- 
lunque specie  di  macchinismo  e  con  altro  vocabolo 
quivi  la  macchina  è  in  vero  organo  trasmutata.  E  deesi 
chiamare  organo  con  rigor  di  espressione  quel  com- 
plesso di  forze  coordinate  al  quale  V  ente  finale  parte- 
cipa la  unità  e  natura  propria,  di  guisa  che  l'organo  paia 
esterno  ed  interno,  stia  mezzano  fra  due  essenze  e  obbe- 
disca all'ente  unificatore  con  assiduità  docilità  pron- 
tezza e  immediatezza  perfetta. 

A. 

53.  —  Cotesta  definizione  conferma  abbondante- 
mente il  detto  più  sopra  nella  nostra  nota  all'afo- 
rismo  VII.  Che  veramente  il  cumulo  delle  doti  ed 
attribuzioni  qui  enumerate  e  onde  risulta  l' idea  com- 
piuta dell'  ottimo  degli  strumenti  racchiude  in  se 
maggiore  sforzo  e  maggiori  difficoltà  che  altri  non 
penserebbe.  L'  organo  doeilissimo  in  ogni  tempo  ed 
azione  perdendo  della  propria  energia  e  acquistando 
dell'  altrui  torna  meno  efficace  sul  diverso  mondo  est*»- 
riore  al  quale  meno  assomiglia. 

AroRisMo  XI. 

54.  —  Dopo  tali  definizioni  l' ente  finale  di  cui  par- 
liamo piglia  nome  d' individuo,  usando  cotesta  voce  nel 
silo  pieno  e  legittimo  significato,  il  quale  è  dell'ente 
che  partecipa  dell'unità  in  modo  da  emanarla  fuori  di 
sé  e  diventare  un  tutto  connesso  ed  unificato  di  variate 
potenze  e  determinazioni  ;  e  sarebbe  alla  greca  doman- 
dato con  gran  proprietà  ente  polidinamos. 

55.  —  Fassi  poi  evidente  che  la  spiritualità  è  con- 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     443 

dizione  essenziale  di  simigliante  individuo.  Imperoc- 
ché non  solo  è  uno  e  semplice,  ma  dee  racchiudere 
un  qualche  principio  di  schietta  spontaneità  e  di  at- 
tiviti innata  e  perenne;  e  per  attingere  il  bene  vero 
gli  occorrono  le  doti  eccelse  della  personalità  che  tutte 
sono  spirituali;  e  pure  il  conseguimento  d'alcun  bene 
caduco  ed  imperfettissimo  ricerca  la  partecipazione  di 
qualche  attributo  dello  spirito  nella  maniera  che  spie- 
gheremo a  convenevole  luogo 

56.  —  Ora,  a  questo  che  domandiamo  compiuto 
individuo  appartengono  di  necessità  le  infrascritte 
cose.  Primamente  gli  appartiene,  come  si  disse,  certa 
unità  sostanziale  e  certa  potenza  unificatrice.  Atteso- 
ché, se  non  si  appropria  intrinsecamente  e  però  non 
unifica  a  sé  l'ambiente  natura  in  certa  porzione  ed 
in  certo  modo,  egli  rimane  incapace  di  vera  dilatazio- 
ne di  essere.  Ma  perciò  medesimo,  tuttoché  venga  dal 
di  fuori  eccitato,  conviene  che  dal  di  dentro  si  attui 
ed  operi  intorno  di  sé,  diversamente  da  ogni  esistenza 
del  mondo  meccanico  alla  quale  fa  sempre  difetto  la 
sostanziale  unità;  e  gl'incrementi  ed  aggiungimenti 
succedono  sempre  dal  di  fuori  e  secondo  le  forze  e 
gl'impulsi  della  materia  aggregata.  In  terzo  luogo  è 
da  giudicare  che  non  può  il  prefato  individuo  adem- 
piere in  un  sol  tratto  la  dilatazione  dell'essere  pro- 
prio e  r  unificazione  dell'ambiente  natura.  Ma  questo 
avverrà  certamente  a  grado  per  grado  e  vincendo  le 
resistenze  che  debbono  a  forza  opporre  1'  esterne  so- 
stanze alla  virtù  assorbente  ed  unificatrice  ;  a  tutto  il 
che  l'uso  moderno  impone  il  nome  di  sviluppo  e  ge- 
neralmente si  dee  chiamare  esplicazione  e  perfeziono 
dell'individuo. 

57.  —  Puossi  opportunamente  fare  il  quesito  se  la 
materia  assimilata  rimarrà  sempre  la  stessa  od  inve- 


444  LIBRO  QUARTO. 

ce  le  sia  necessario  di  sempre  mutare.  A  ciò  la  scienza 
rende  risposta  diversa  secondo  il  variare  dei  supposti. 
Che  se  la  natura  ambiente  diversifica  molto  poco  dal 
principio  spirituale  a  cui  si  annoda  e  s' incorpora  non 
à  mestieri  di  mutazióne  e  flussione  continua.  Il  con- 
trario debbe  accadere  nell'  altro  supposto.  Conciossia- 
chè  allora  il  principio  spirituale  costringe  o  violenta, 
se  è  lecito  dire,  l'appropriatasi  materia;  quindi  non 
può  dimorare  assai  tempo  in  condizione  contraria  alla 
essenza  sua  peculiare  ed  ingenita.  Però  si  fa  necessario 
il  flusso  incessante  e  rinnovatore  delle  ambienti  so- 
stanze. 

A. 

58.  —  Da  ciò  è  provenuto  che  in  ogni  tempo  V  uo- 
mo à  giudicato  possibile  la  costruttura  di  organi  meno 
assai  corpulenti  di  quelli  onde  ora  è  fasciato;  e  dietro 
tale  concetto  i  poeti  d'  ogni  nazione  parlarono  di  silfi 
e  di  genj  tramezzanti  tra  1'  uomo  e  gli  Dei  immortali 
e  forniti  d'  un  corpo  estremamente  sottile  agile  incor- 
ruttibile e  forse  anche  invisibile.  Il  Tasso  nel  Messag- 
giere  ragionando  in  sentenza  platonica  studia  di  pro- 
var l'esistenza  dei  dèmoni  con  l'argomento  ingegnoso  che 
la  natura  mai  non  va  per  isbalzi  e  che  fra  gli  angioli  e 
l'uomo  dee  tramezzare  una  forma  di  enteil  qual  partecipi 
delli  due,  e  però  non  sia  tutto  spirituale  come  gli  an- 
gioli sono  e  d'altra  parte  non  abbia  corpo  caduco  e 
necessariamente  mortale  come  l'abbiamo  noi.  Non 
badò  il  grand'  uomo  che  innanzi  di  conchiudere  l' ar- 
gomento era  d' uopo  di  ben  dimostrare  che  sia  possi- 
bile in  fatto  la  sussistenza  perpetua  d' una  niateria 
organata.  Il  nostro  aforismo  significa  quello  che  può 
la  scienza  rispondere  intorno  al  proposito  ;  ri  cord  an- 


DKLLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     445 

I 

doci  cb^  ella  non  dee  mai  confinar  se  stessa  nei  ter- 
mini soli  deir  esperienza  e  nelle  combinazioni  attuali 
o  possibili  della  materia  che  ne  circonda. 

AroBiSMo  XII. 

59.  —  Fu  taluno  il  quale  pensò  d'interporre  tiji 
la  materia  e  lo  spirito  un  elemento  mezzano  e  quasi 
palateci pe  delle  due  nature.  Qui  toccheremo  del  sub- 
bietto  non  i  capi  speciali  che  debbono  venir  ricercati 
laddove  sarà  discorso  distintamente  della  vita  vegetati- 
va, ma  il  concetto  più  generale  e  le  attinenze  che  à  col 
tutto  insieme  dell'  ordine  cosmico.  Per  fprmo,  ei  si  può 
domandare  se  que'  tre  mondi  da  noi  descritti  nel  pre- 
cedente Libro,  pervenuti  a  certa  complessione  e  a  certa 
temperie  de'  loro  elementi  e  principj,  sieno  preparazio- 
ne sufficie;ite  a  che  lo  spirito  entri  in  congiungimento 
immediato  con  essi  e  valga  a  fabbricarsi  la  macchina 
de'  proprj  organi  e  quindi  accedere  al  conseguimento 
de'  proprj  fini. 

60.  —  Sul  che  quando  si  voglia  discorrere  con  ar- 
gomenti sperimentali,  credo  la  scienza  conceda  di  ri- 
spondere risolutamente  di  no  e  mostrare  per  via  di 
fatto  che  tra  il  mondo  chimico  all'  etere  mescolato  e 
il  principio  spirituale  perfetto,  o  vogliam  dire  l'anima 
razionale,  interviene  un'  altra  efficienza  domandata 
dagli  antichi  con  somma  acconcezza  anima  vegetativa. 

61. — Ma  ragionandosi  a pr /ori,  come  è  nostro  istituti» 
negli  aforismi,  non  iscorgiamo  con  quali  massime  on- 
tologiche e  di  assoluta  dimostrazione  sia  lecito  di  pro- 
vare la  necessità  di  tale  intermezzo. 

62.  —  Salvo  che  a  noi  non  dee  mai  cadere  della 
memoria  che  l'attività  umana  intera  e  tutto  l'essere 
suo    mentale  e  morale  furono   prima  unicamente  in 


446  LIBRO  QUARTO. 

potenza;  e  per  condurli  in  atto  fu  senza  meno  mestieri 
d' una  lunga  serie  concatenata  d' impulsi  esteriori;  da 
poiché  ogni  forza  attiva  creata  à  il  primo  impulso 
fuori  di  se. 

63.  —  Non  s' intende,  per  tanto,  come  essa  anima 
avrebbesi  costruito  l'organo  intero  con  le  sole  sue 
facoltà,  le  quali  neir  ultimo  nulla  non  anno  che  fare 
con  la  materia  con  le  forze  chimiche  e  le  figure  dei 
corpi  e  venendo  l'organo  stesso  fabbricato  e  foggiato 
con  fine  di  suscitare  e  spiegare  esse  facoltà. 

64.  —  Dopo  questo,  diventa  chiaro  che  la  risolu- 
zione del  dubbio  teste  espresso  dipende  dalla  diversi- 
tà dei  supposti.  Essendo  che  tu  puoi  concepire  molta, 
poca  e  nessuna  omogeneità  di  natura  tra  il  principio 
spirituale  e  il  mondo  circostante  in  mezzo  del  quale  ap- 
parisce. Quindi  seguita  che  laddove  interviene  distanza 
grandissima  fra  i  due  termini,  occorre  che  alcuna  cosa 
tramezzi  per  accostare  gli  estremi,  e  il  contrario  ac- 
cada nel  contrario  supposto.  Ciò  è  lecito  di  asserire  in 
universale  e  per  astrazione.  Nel  caso,  dunque,  specificato 
deir  uomo  e  della  materia  bruta,  la  scienza  non  potrà 
spegnere  il  dubbio  in  altra  maniera  salvochè  parago- 
nando intentivamente  i  concetti  che  possiede  circa  la 
natura  ed  essenza  di  quei  due  estremi  ;  e  rliiamandoli 
noi  di  tal  guisa,  come  porta  la  verità  delle  loro  no- 
zioni, pensiamo  di  non  lasciare  senza  risposta  positiva 
e  precisa  il  prefeto  quesito. 

A. 

65. — Aggiunge  a  tutto  ciò  l' esperienza  che  veramen- 
te la  vita  vegetativa  apparisce  spiegata  e  in  certo  modo 
compiuta  eziandio  colà  dove  del  sicuro  non  è  anima, 
come  nelle  piante.  E   la  simiglianza  negli  elementi, 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     447 

nelle  forme  e  nel  processo  compositivo  è  tanta,  da  fare 
probabile  assai  T  intervento  della  cagione  medesima 
nelle  due  sfere  di  viventi.  Che  se  l' uomo  fabbricasse 
l'intero  organo  proprio  con  le  sole  sue  facoltà,  onde  mai 
procederebbe  eh'  egli  non  possa  governarlo  sovente- 
mente a  sua  voglia  e  la  più  parte  delle  funzioni  de' vi- 
sceri suoi  si  compiono  senza  che  egli  o  le  cominci  o 
le  tronchi  o  le  modifichi  in  niuna  guisa  e  n'  abbia 
per  lo  manco  un  sentimento  spiccato  e  immediato? 
Del  pari,  quando  sia  1'  uomo  unico  autore  e  costrut- 
tore degli  organi  proprj  diventa  inesplicabile  quella 
soggiogazione  asprissima  che  talvolta  gì'  impongono  e 
quella  specie  di  sudditanza  continua  che  ad  essi  lo 
lega  per  più  rispetti  e  in  più  cose. 

Aforismo  XIll. 

66.  —  Debbesi,  adunque,  affermare  che  fra  il  prin- 
cipio spirituale  perfetto  e  quella  materia  predisposta 
di  cui  facemmo  descrizione  intervenga  un  altro  prin- 
cipio non  forse  materiale  ma  inetto  ancora  per  sé  ad 
effettuare  il  fine,  sebbene  lo  apparecchia  meglio  di 
tutte  l'altre  disposizioni  del  mondo  fisico;  ed  è  ciò 
che  i  naturalisti  anno  domandato  più  propriamente 
organismo  o  forza  vitale. 

Aforismo  XIV. 

Questo  mena  il  nostro  discorso  a  ragionar  della 
vita  che  è  il  subbietto  fondamentale  e  il  pernio  intor- 
no di  cui  si  aggira,  può  dirsi,  tuttaquanta  la  scienza 
del  Cosmo;  perocché  ogni  ente  nella  natura  vive  o 
serve  alla  vita. 

67.  —  Diciamo,  avanti  ogni  cosa,  che  la  vita  nel 


448  LIBRO  QUARTO. 

SUO  concetto  più  universale  e  più  vero  è  sinoninia  essa 
ancora  della  finalità  e  del  principio  spirituale  perfet- 
to, siccome  vedemmo  questo  medesimo  diventar  sino- 
nimo della  perfetta  individualità.  Cotesti  termini, 
adunque,  si  convertono  tutti  V  uno  nell'  altro,  perchè 
<»sprimono  in  sostanza  una  cosa  identica. 

68.  —  Salvoohè  il  concetto  di  vita  è  degli  altri 
più  sintetico;  né  solo  racchiude  la  idea  del  fine  attuato 
0  che  viensi  attuando,  ma  collegasi  in  modo  strettis- 
simo all'idea  del  mezzo  e  dello  strumento.  Concios- 
siachè  noi  dobbiamo  definire  la  vita  in  universale:  la 
esplicazione  e  perfezione  delV  individuo  in  ordine  ni 
bene  mediante  un  acconcio  organismo, 

69.  —  Qui,  come  scorgesi  a  prima  giunta,  viene 
contemplato  il  principio  spirituale  perfetto,  dappoiché 
tale  è  il  vero  individuo.  Del  pari,  vi  viene  contemplata 
la  finalità,  perocché  questa  convertesi  in  tutto  col 
possedimento  del  bene;  e  l'attuarsi  di  lei  importa  pre- 
ciso la  esplicazione  e  perfezione  dell'individuo  in  or- 
dine al  bene.  E  ancoraché  la  finalità  richiami  per  se 
medesima  il  concetto  respettivo  del  mezzo,  pur  nondi- 
meno l'idea  universale  di  vita  lo  richiama  ad  una  e 
lo  determina  quanto  bisogna,  perchè  costringe  a  pen- 
sare al  mezzo  acconciamento  disposto  e  coordinato  ad 
intima  unione  con  l'individuo. 

Aforismo  XV. 

E  non  meno  evidente  che  in  questa  nostra  defini- 
zione la  vita  è  assunta  nella  sua  verità  e  pienezza 
quanto  al  mondo  creato;  che  della  vita  sempiterna  di 
Dio  non  esitiamo  a  dichiararci  molto  ignoranti. 

70.  —  Perciò,  se  la  vita  non  prosegue  a  tradursi 
in  esplicazione  e  perfezione  dell'  individuo  in  ordine  al 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.      U*J 

bene,  noi  manteniamo  che  sarà  vita  dimezzata  e  noTi 
vera,  come  non  vero  e  dimezzato  e  solo  apparente 
riuscirà  il  fine  ed  il  bene  che  debbe  quella  infor- 
mare. 

71.  —  Chiamisi  pure  organismo  la  vita  e  facciasi 
pure  tutta  la  vita  consistere  nell'organismo;  questa 
accezione  è  meramente  fisiologica  ed  un  accomunn- 
mento  di  nome  alla  parte  strumentale  insieme  ed 
alla  finale.  Laddove  poi  balena  il  senso  la  fantafiia 
r  istinto  ed  altri  cenni  fugaci  di  alta  e  spirituale  unità, 
come  appo  gli  animali  bruti,  quivi  dimora  non  la  pi<^- 
nezza  ma  la  più  o  meno  partecipazione  della  vita.  Né  di- 
ciamo diversamente  per  la  esistenza  stessa  dell'  uomo 
individuo  s'egli  interrompe  ed  annulla  l'esplicazione 
o  perfezione  del  proprio  essere  in  ordine  al  bene.  Che 
se  tale  svolgimento  e  progresso  adempiesi  invece  per 
la  maggior  parte  nel  corpo  sociale  umano  e  per  la 
virtii  e  r  opera  di  esso  corpo,  noi  dobbiamo  nondi- 
meno valutarlo  unicamente  per  quella  porzione  che  ne 
deriva  a  ciascun  individuo,  a  cui  cresce  effettualmente 
la  perfezione  crescendo  la  civiltà  generale. 

72.  —  Concludiamo  che  per  la  nostra  definizion<^ 
l'  ente  organato  vegeta  bensì  ma  non  vive;  l' ente  ani- 
mato non  provvisto  di  ragione  e  moralità  nemmanco 
vive  ma  solo  partecipa  tanto  o  quanto  all'  atto  di  vita. 
E  che  similmente  sarebbe  da  dire  partecipe  soltantc 
di  vita  ogni  uomo  individuo  quando  egli  non  isten- 
desse  nella  eterna  durata  V  esplicazione  del  proprio 
essere  mediante  l' attività  propria  sovvenuta  da  con- 
veniente organismo. 

73.  —  La  vita  adunque  non  è  delle  cose  comuni- 
(^abili  ma  si  ristringe  nell'  individuo.  Quindi  se  fuori 
dell'  unità  sostanziale  si  spegne,  la  vita  dei  generi  en- 
tra nell'ordine  delle  astrazioni. 

IIaputii.  —  II.  29 


450  LIBRO  QUARTO. 


Apobismo  XVI. 

74.  —  Eziandio,  per  la  definizione  addotta,  quanto 
è  necessarìo  il  concorso  deir  organismo  altrettanto 
egli  può  risultare  di  essenza  differentissima  ;  e  dalle 
forme  materiali  ascendere  in  altri  mondi  a  forme  so» 
praeccellenti  e  proporzionate  a  principj  spirituali  molto 
più  alti  o  meglio  assortiti. 

75.— Perciò  nell'ordine  intero  del  mondo  organato 
e  vitale  la  natura  dee  procurar  sempre  di  giungere 
air  unimento  migliore  dell'  ottima  materia  organica  e 
dell'  ottimo  principio  spirituale.  Tra  questo  termine  di 
perfezione  e  il  più  lontano  e  difettivo  cominciamento 
ogni  cosa  piglia  luogo  nella  serie  degli  organismi  in- 
termedj  e  preparatorj.  E  vuoisi  in  ciò  riconoscere  una 
massima  fondamentale  della  scienza  del  Cosmo. 

A. 

76. — Se  pertanto  nel  mondo  vitale  terreno  l'uomo 
è  comparso  nell'  ultima  consumazione  dei  trasmuta- 
menti materiali  ed  organici,  egli  congiunge  del  sicuro 
nell'essere  proprio  la  perfezione  ed  unione  migliore 
dei  due  termini  anzidescritti,  sebbene  noi  la  giudi- 
chiamo divisa  per  troppo  grande  intervallo  dall' arche- 
tipo eccelso  a  cui  tende  egli  e  sospira,  tanto  che  le  reli- 
gioni pronunziano  quasi  tutte  il  dogma  della  decadenza. 

Afobismo  XVII. 

77.  —  Ma  per  compire  le  dichiarazioni  che  fanno 
mestieri  alla  nostra  definizione  la  quale  dee  contenere 
tutta  la  sostanza  di  questo  capo,  è  bisogno  uncor^ 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     451 

specular  meglio  V  ultima  frase  :  mediante  tm  acconcio 
organismo,  e  conoscere  se  v'è  rinchiusa  ogni  sorta  e 
ogni  condizione  di  mezzo,  ed  è  capace  di  tanta  gene- 
ralità quanta  si  contiene  nella  nozione  della  vita.  Ol- 
treché bisogna  far  disparire  qualche  apparenza  di 
incongruità  che  forse  taluno  crederà  scorgere  fra  l' afo- 
rismo  precedente  ed  il  VII. 

78.  —  Senza  dubio,  il  mezzo  migliore  onde  l'ente 
animato  à  potenza  di  operare  intorno  di  se  sulle  esterne 
cose  è  l'organo,  il  quale  si  unisce  in  modo  con  lui  e 
segue  e  seconda  le  sue  impulsioni  al  s^no  da  com- 
parire una  quasi  espansione  della  propria  sostanza.  Ma 
d'altro  canto,  tale  soggezione  medesima  e  tale  adatta- 
mento perfetto  importano  che  la  natura  dell'  organo 
sia  inferiore  a  quella  dell'  ente  organato.  E  posto  che 
sia  inferiore,  non  avrà  eflScacia  e  non  recherà  utile  che 
sopra  un  mondo  altresì  inferiore.  Che  è  il  caso  defi- 
nito di  sopra  nell'  aforismo  VII,  e  il  solo  che  porge 
sabbietto  ai  nostri  studj  sperimentali. 

79. — Ciò  veduto,  è  da  ricordare  che  il  bene,  il  quale 
significa  eziandio  il  fine  e  però  nota  il  ritorno  della 
creazione  al  principio  suo,  distinguesi  in  relativo  ed  in 
assoluto.  Nel  primo  è  un  vestigio  e  una  transitoria 
similitudine  del  secondo,  ed  è  proprio  degli  enti  finiti 
in  quanto  finiti  e  per  ciò  che  operano  nella  cerchia  dei 
beni  creati.  Seguita  che  il  più  maraviglioso  ed  eflficiente 
degli  organi,  quando  anche  signoreggi  la  natura  intera 
e  r  usufruisca,  non  attinge  nessuna  parte  del  bene  as- 
soluto ;  il  quale  poi  diviene  accessibile  a  certa  schiera 
di  viventi,  conforme  il  modo  e  il  grado  di  congiun- 
zione che  nccade  fra  lui  ed  essi,  introducendosi  nel- 
l' ordine  della  finalità  un  principio  diverso  e  alla  na- 
tura superiore.  Da  ciò  discende  che  l'organo  il  quale 
aiuta  al  conseguimento  dei  fini  relativi  non  può  non 


462  UBKO  QUARTO. 

differire  sostanzialmente  da  quello  che  innalza  il  vi- 
vente alla  fruizione  del  bene  sovraraondano. 

80. —  Né  solo  questo  secondo  dee  differire  sostanzial- 
mente dall'  altro,  ma  occorre  innanzi  tutto  considerare 
se  sia  conveniente  e  fattibile.  Attesoché  abbiamo  fer- 
mato più  sopra  che  l'organo,  quando  non  muti  di  so- 
verchio la  significazione  del  nome,  tramezza  tra  un 
principio  spirituale  superiore  e  una  creazione  inferiore. 
Ma  trattandosi  del  bene  assoluto,  1'  ordine  fra  il  prin- 
cipio il  mezzo  ed  il  fine  è  invertito  ;  e  il  fine  essendo 
superiore  d'interminata  distanza  al  principio  spiri- 
tuale, conviene  che  1'  ente  il  quale  tramezza  partecipi 
della  superiorità  del  fine  ed  ecceda  per  qualche  lato 
la  bontà  e  nobilita  di  esso  principio  spirituale.  In  tal 
caso  vede  ognuno  che  il  mezzo,  o  il  sistema  dei  mezzi, 
non  può  assumere  convenientemente  il  nome  di  orga- 
no ;  perocché  non  s'intende,  e  l'accennammo  qua  ad- 
dietro, come  qualcosa  di  superiore  al  detto  principio 
s'immedesimi  con  esso  lui  in  modo  tanto  subordinato 
da  perdere  ogni  individualità  propria  e  divenire  effet- 
tualmente porzione  integrale  dell'essere  altrui. 

81.  —  Sarà  egli,  almeno,  strumento  staccato  sebbene 
docilissimo,  in  quella  maniera  che  si  figurano  certi  genj 
dell'  aria  o  del  fuoco  pronti  e  obbedienti  ad  ogni  cenno 
dell'  uomo  per  opera  d' incantesimo  ?  Ciò,  per  mio  giu- 
dicio,  é  vana  fantasia,  se  non  si  suppone  che  quegli 
spiriti  superiori  si  sottomettano  all'  uomo  ovvero  ad 
altro  ente  morale  per  atto  di  amore  e  di  abnegazione. 
Ma  é  più  ragionevole  il  credere  che  una  interposi- 
zione sì  alta  ed  eterea  (per  così  chiamarla)  non  pi- 
glierà  unque  mai  la  forma  e  l'abito  strumentale;  ma 
gli  enti  superiori  che  l'operano  compiranno  invece 
r  ufficio  loro  con  la  virtù  indipendente  di  mediatori 
sublimi. 


DELLA  VITA   E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     45S 


A, 


82.  —  Non  dicasi  che  questo  tema  esce  affatto  dai 
termini  della  cosmologia,  dappoiché  trascende  la  na- 
tura e  l'universo  visibile  e  tutte-  le  sorte  di  organi  dei 
quali  abbiamo  notizia.  A  noi  sembra,  che  volendo  la 
scienza  trattare  generalmente  dell'  ordine  di  tutta  la 
creazione  piglia  obbligo  altresì  di  scrutare  l'ordine 
delle  congiunzioni  e  partecipazioni  ascendenti  dello  spi- 
rito con  l'Assoluto,  insino  al  segno  al  quale  può  il 
raziocinio  salire,  ragguagliando  continuamente  le  con- 
dizioni del  finito  con  gl'influssi  salutari  e  divini  del- 
l' infinito. 

Aforismo  XVIII. 

83.  —  Se  non  che,  abbiamo  notato  in  altra  parte 
della  cosmologia  dovere  l'ente  che  à  ragione  di  fine 
pervenire  al  possesso  del  bene  per  isfbrzo  di  attività 
e  volontà  propria.  Quindi  gli  conviene  inflettere  sopra 
sé  stesso  e  dispiegare  le  3ue  facoltà  per  guisa  da  cre- 
scere con  esse  e  a  grado  per  grado  la  conquista  del 
bene  assoluto;  ovvero  raggiungere  il  fine  medesimo 
per  concorso  ed  aiuto  dei  mezzi  esteriori.  Ma  non  può 
il  primo  onninamente  senza  qualche  opera  del  secon- 
do. Imperocché  alle  facoltà  sue  più  nobili  e  vigorose  é 
spediente  ricevere  l' eccitazione  iniziale  fuori  di  sé  ed 
occorre  sempre  il  sovvenimento  di  qualche  sistema  di 
mezzi,  onde  supplisca  alla  insufficienza  e  limitazione 
innata  ed  inemendabile  del  proprio  essere.  Né  tale 
sistema  di  mezzi  né  l' eccitazione  iniziale  gli  può  pro- 
venire immediatamente  dall'Assoluto,  che  é  incommu- 
tabile, e  il  quale,  come  si  scrisse  nel  Libro  terzo,  men- 


454  LIBRO  QUARTO. 

tre  con  un  atto  infinito  e  perpetuo  produce  ogni  cosa, 
prescrive  similmente  che  le  cause  seconde  facciano 
tutto.  £  d' altro  canto,  la  congiunzione  immediata  con 
l'Assoluto  senza  alcuna  virtù  intermedia  che  susciti, 
serbi  e  dilati  le  forze  operose  della  finita  creatura,  di- 
cemmo altra  volta  doverla  attrarre  e  occupare  con  tal 
veemenza  e  tale  pienezza  da  mantenerla  in  sempiterno 
nella  più  profonda  passività. 

84.  —  Ora,  una  eccitazione  varia  insieme  ed  assi- 
dua, sempre  bene  proporzionata  e  per  ogni  verso  con- 
veniente e  omogenea  non  può  altronde  provenire  che 
da  qualche  sorta  di  organo  il  quale  sia  parte  delF  in- 
dividuo nel  mentre  pure  che  è  diverso  da  lui  e  alterni 
con  esso  continuamente  la  causalità  e  V  eifettualità. 
r  agire  e  il  patire. 

85.  —  Lo  inflettere  poi  dell'  anima  sopra  se  stessa 
a  ciò  dispieghi  la  propria  potenza  e  proceda  gradata- 
mente e  con  metodo  al  conseguimento  del  fine  o  del 
bene  che  s' abbia  a  dire,  dee  produrre  esso  medeàimo 
una  sorta  di  organo  spirituale  ;  e  intendesi  che  l'anima 
adempia  intrinsecamente  una  sequela  ed  una  cospira- 
zione tale  di  atti  che  le  serva  di  mezzo  continuo  e 
quasi  manesco  per  trapassare  regolarmente  a  innume- 
revoli altri  atti  capaci  di  vera  e  progressiva  finalità. 

Questo  à  fatto  chiamare  organo  la  logica  di  Aristotele 
e  l'arte  induttiva  di  Bacone;  e  di  questo  nome  credo 
potrebbero  andar  fregiate  parecchie  altre  discipline, 
secondo  sarà  veduto  nell'  ultima  parte  della  Cosmo- 
logia. 

86.  —  Deipari,  dimanderemo  di  tal  nome  cert' ordine 
di  mezzi  esteriori  dal  quale  risulta,  per  via  d'esempio, 
r assetto  sociale  e  politico  d'una  città  e  d'uno  Stato 
ovvero  un  esercito  condotto  a  battaglia  od  altro  corpo 
collettivo  sì  fatto,  in  cui  ogni  membro  è  altrettanto 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     455 

fine  che  mezzo  ed  in  cui  risplende  la  unità  con  la  va- 
rietà, la  dipendenza  e  V  obbedienza  con  la  spontaneità 
e  l' uguaglianza  morale.  Il  che  tutto  è  una  forma  as- 
sai superiore  di  ciò  che  delle  volte  parecchie  venne 
domandato  nel  presente  volume  la  cooperazione  dei 
simili.  Qui  è  bastante  il  notare  che  ciascuna  delle  pre- 
fate specie  di  organo  può  servir  l' anima  eziandio 
quando  si  rivolge  al  conseguimento  di  qualche  parte 
del  bene  assoluto. 

87.  —  Al  qual  fine  altissimo  è  per  ultimo  da  av- 
vertire che  può  essere  mezzo  acconcio  e  proporzionato 
pure  un  organo  assai  inferiore  quante  volte  operi 
con  mera  virtii  occasionale.  Stantechè  allora  egli 
non  è  anello  mezzano  fra  due  nature,  ma  schiude  il 
varco  dall'una  all'altra  rimovendo  gl'impedimenti  o 
suscitando  alcune  latenti  potenze  nel  principio  spiri- 
tuale a  cui  serve,  od  operando  in  qualunque  altra  ma- 
niera consentanea  e  possibile  alle  cause  occasionali. 
Di  tal  guisa  i  fantasmi  mentali  occasionano  la  visione 
della  infinita  idealità  ;  e  il  volto  di  bella  donna  im- 
presso sensibilmente  ne'  nostri  organi  risveglia  dentro 
l'anima  la  facoltà  estetica  e  mena  il  pensiero  a  con- 
siderare il  bello  assoluto. 

88.  —  Di  là  da  tali  supposti  ogni  progresso  in 
verso  il  bene  infinito,  qualora  avvenga  per  coordina- 
zione di  mezzi  non  contenuti  nelle  potenze  immediate 
dell'anima,  conduce  a  pensare  eh'  ei  sieno  di  necessità 
mezzi,  di  superiore  natura  e  quindi  operino  non  a 
forma  di  strumento  ma  per  volontaria  e  razionale  in- 
terposizione. Salvochè  la  difficoltà  quivi  giacente  è  ri- 
tardata ma  non  è  sciolta.  Considerandosi  che  quegli 
spiriti  agenti  per  volontà  razionale  e  per  libera  in- 
terposizione, onde  avrebbero  essi  medesimi  ricavato 
r  ordine  dei  mezzi  conducenti  all'  ultimo  fine  ?  non  si 


456  LIBRO  QUARTO. 

potendo  figurare  un  processo  infinito  di  simili  media- 
tori. 

89.  —  Impertanto,  noi,  senza  escludere  nella  eco- 
nomia universale  dei  fini  il  supposto  della  superiore 
interposizione,  dobbiamo  attenerci  a  qualcosa  di  più 
generale  e  di  più  positivo.  Perciò  diciamo  che  V  anima 
nello  ascendimento  suo  verso  il  bene  supremo  vi  ado- 
pera 0  le  facoltà  proprie  o  gli  esterni  mezzi  od  en- 
trambe le  cose.  Nel  primo  caso,  le  facoltà  debbono 
essere  provvedute  d'  una  eccitazione  organica  conve- 
niente e  continua  e  talvolta  d'  una  virtù  strumentale 
insieme  ed  occasionale  che  faccia  loro  accostabile  qual- 
che modo  sopraeminente  di  congiunzione  col  bene  in- 
defettibile. Oltre  ciò,  debbono  sentirsi  provedute  d'una 
attività  interiore  ed  intensa,  mediante  la  quale  ogni 
partecipazione  dell'Assoluto  venendo,  come  usasi  dire, 
elaborata  e  coordinata  dentro  lo  spirito,  convertesi  ella 
medesima  in  una  sorta  di  organo  per  proseguire  con 
più  successo  e  più  regola  nella  conquista  del  fine;  e  ciò 
ripetasi  nel  progresso  del  tempo  senza  mai  termine.. 
Esternamente  poi  T aiuto  e  l'incremento  nel  bene  dee 
provenir  tutto  dalla  cooperazione  dei  simili  nella  ma- 
niera che  teste  abbiamo  spiegato  con  esempj  parecchi 
('  massimamente  con  quello  del  viver  civile. 

90.  —  Dopo  tutto  ciò  a  noi  rimane  di  ripetere 
con  sicurezza  la  definizione  della  vita  più  sopra  an- 
nunziata, solo  che  dilatiamo  a  tutte  le  significazioni 
n  nziesposte  1'  altra  parte  di  lei  che  dice  :  mediante  un 
acconcio  organismo. 


A. 


91.  —  Cotesto,  noi  ripetiamo,  è  il  concetto  universale 
f*  sostanzialissimo  della  vita  appresso  gli  enti  dotati  di 


V 

DELLA  VITA   E  DEL  FfNE  NELL'UNIVERSO.     457 

ragione  e  moralità;  il  che  vuol  dire  appresso  gli  enti 
capaci  di  vero  fine  e  di  vero  bene,  due  cose  le  quali 
convertonsi  con  la  vita  come  la  vita  con  esse.  Ogni 
rimanente  è  mera  e  scarsa  partecipazione  e  vestigio 
dell'uno  e  dell'altro  termine,  e  i  vocaboli  vengono  as- 
sunti in  senso  traslato  piuttosto  che  in  proprio. 

92.  —  Ma  non  parve  così  ai  naturalisti  e  ai  fisio- 
logi, i  quali  non  pure  discoi-sero  unicamente  della  vita 
dell'uomo  sulla  faccia  della  terra;  ma  di  essa  vita 
guardarono  solo  la  parte  vegetativa,  che  è  strumentale 
e  non  punto  finale  e  perciò  apparisce  eziandio  laddo- 
ve il  fine  è  piuttosto  accennato  che  conseguito. 


CAPO  TERZO. 

CONFESSIONE   d'  UN   ERRORE   E   DEFINIZIONE 

DELLA    VITA. 


I. 

93.  —  Né  io  mi  seppi  astenere  quanto  io  dovevo 
dalla  pregiudicata  opinione  di  questi  fisiologi.  Laonde 
qui  pure  convienmi  guardare  con  l' occhio  della  mente 
al  lettore  e  dirgli  me  poBnitet.  Nei  Dialoghi  di  Sciepza 
Prima,  trattando  i  principj  della  cosmologia  secondo 
i  canoni  della  filosofia  che  chiamai  naturale,  parvemi 
bene  di  definire  la  vita  assai  largamente  e  descrivendo  gli 
atti  essenziali  e  proprj  dell'organismo  quale  cel  porge 
r  esperienza.  Nò  già  mi  spiace  di  avere  allora  descritta 
la  cosa  piuttosto  che  definita,  non  vi  essendo  altra 
maniera  acconcia  ed  esatta  di  farla  intendere.  Spia- 


458  LIBRO  QUARTO. 

cerni  bensì  di  avere  descritto  non  propriamente  e  uni- 
versalmente la  vita  ma  l' organismo  corporeo  nel  quale 
la  vita  si  manifesta  e  che  ad  ogni  modo  costituisce 
una  forma  particolare  e  transitoria  di  lei.  Né  ci  si 
opponga  che  alcun'  altra  forma  non  è  nota  e  visibile 
air  uomo.  Imperocché  appartiene  appunto  alla  metafi- 
sica trascendere  il  senso  e  girar  l'occhio  intellettuale 
cosi  nel  rimanente  mondo  visibile  quanto  nel  mondo 
spirituale,  dove  da  ultimo  é  la  cagione  e  ragione  vera 
ed  originale  d'ogni  cosa  sensata. 

94. — Non  mi  accadde  allora,  né  oggi  m'accade, 
d' illuminare  e  corregger  la  mente  con  le  trattazioni 
de'  naturalisti  e  dei  medici.  Che  le  più  recenti  distin- 
guonsi  dalle  piii  antiche  e  viete  per  questo  solo  che  appo 
le  moderne  abbondano  le  osservazioni  e  gli  esperimenti, 
e  i  fatti  vi  si  sminuzzano  infino  all'  ultimo  apice.  Ma 
la  induzione  delle  cause  e  la  deduzione  dei  principj  vi  è 
tanto  debole,  incerta  parziale  interrotta  e  suppositiva, 
quanto  appresso  le  più  vecchie.  Anzi,  niun  argomento 
gitta  i  fisiologi  in  confusione  maggiore  e  quasi  in  di- 
sperazione siccome  questo  del  definire  la  vita  e  cogliere 
il  suo  principio  universalmente  e  per  via  scientifica. 

95.  —  Nel  vero,  mai  non  é  riuscito  loro  né  di  ac- 
comunarlo con  le  forze  meccaniche  e  chimiche,  né, 
separandolo,  esprimere  quello  che  sia  e  in  qual  modo 
dalla  materia  generale  si  difi*erenzii  e  dalle  forze  che 
la  governano.  Taluno  poi  ne  fece  un  essere  astratto 
e  un  nome  senza  subbietto.  E  gli  sperimentali  e  ana- 
tomici più  rigorosi,  che  di  ciò  mossero  grave  censura,per 
rimanere  nel  positivo  additarono  molte  facoltà  ed  atti  e 
funzioni  senza  legame  dialettico  e  senza  unità,  mentre 
la  vita  é  pure  una.  Altri  infine,  per  iscansare  entrambo 
gli  scogli,  posero  in  vista  uno  dei  fatti  eminenti  dell'or- 
ganismo corporeo  che  loro  parve  essenziale  e  primario. 


DELLA  VITA  E  DEL  MNE  NELL'UNIVERSO.     459 

e  iutorno  a  quello  si  travagliarono  di  raccogliere  e 
^subordinare  tutti  i  fenomeni,  ed  ora  gli  detter  nome 
d' irritazione  ora  d' eccitabilità  ora  di  assimilazione  e 
va'  proseguendo.  Ma  fu  leggier  fatica  degli  avversarj 
mostrarlo  parziale  ed  insufficiente  e  altri  fatti  posse- 
dere altrettanta  ragione  e  più  di  essenza  e  principio. 

II. 

96.  —  Ma  io  pretendo  primamente  che  sotto  l'ap- 
pellazione generale  di  vita  sono  raccolte  quattro  spe- 
cie fra  loio  diflferentissime ;  onde  ciò  che  se  ne  vuol 
cavare  di  fondamentale  e  comune  è  troppo  scarso  di- 
fettivo e  indeterminato.  A  noi  sembra  certo  che  la  vita 
vegetativa  diflFerisce  sostanzialmente  dall'  animale  e 
questa  dalla  razionale;  come  queste  tre  insieme  non 
danno  ancora  il  concetto  della  vita  diffusa  per  l'universo 
e  dimorante  nella  indefinita  varietà  e  moltiplicità  delle 
forme  respettive;  da  poiché  quando  anche  pensiamo 
alla  vita  razionale,  che  è  il  genere  più  alto  e  insieme 
più  compito,  noi  per  virtù  dell'abito  la  rappresentiamo 
sotto  il  genere  particolare  dell'  uomo  e  involta  nel  cor- 
porale organismo.  Mentrechè,  se  l' attuazione  del  vero 
fine  per  entro  al  vero  individuo  è  vita,  il  filosofo  dee 
definirla  anzi  tutto  per  tale  rispetto  generalissimo;  e 
considerandosi  che  il  fine  porta  con  sé  un  qualche 
ordine  di  mezzi  e  il  migliore  ordine  essere  quello  d'una 
specie  d'assimilazione  del  mezzo  stesso,  noi  senza  fallo 
dovrem  pervenire  alla  definizione  espressa  nel  Capo 
anteriore  e  perciò  domanderemo  la  vita  uno  spiega- 
tnento  e  perfezionamento  delV  individuo  in  ordine  al 
bene  mediante  un  acconcio  organismo;  e  dell'ultima 
parte  della  definizione  oltre  il  già  detto  porgono  ra- 
gione apertissima  gli  aforismi  del  Capo  secondo. 


460  LIBRO  QUARTO. 

97.  —  Nella  qual  cosa  poi  si  vede,  e  sia  detto  di 
volo,  come  la  giusta  definizione  dee  cercar  con  Platone 
il  colmo  e  la  interezza  del  proprio  oggetto  e  non  le 
partecipazioni  scarse  e  remote  nel  modo  che  si  peri- 
cola di  fare  procedendo  per  via  d' astrazione,  conforme 
usa  Aristotele.  Nel  fatto,  la  vita  in  sua  verità  e  ple- 
nitudine è  r  atto  dell'  esistenza  che  vuole  e  conosce 
un  fine  assoluto  e  verso  quello  coordina  i  mezzi;  lad- 
dove lo  stesso  nome  esteso  e  applicato  alle  ultime  e 
tenuissime  partecipazioni  esprime  non  più  che  certo 
composto  chimico  racchiuso  in  certo  involucro  cellu- 
lare e  capace  di  riprodur  se  medesimo.  Per  fermo  co- 
testa  è  r  organizzazione  o  la  vita  (poniamo)  del  prò- 
tococcos  la  più  semplice  forse  e  la  meno  vitale  che  si 
conosca  dall'uomo.  E  però  giusta  i  canoni  aristotelici 
ella  sola  dee  porgere  gli  elementi  della  definizione 
adattabile  a  tutte  le  specie  di  organismo  e  di  vita. 

98.  —  D'altro  canto,  noi  manteniamo,  che  se  tu  esci 
<lalle  forme  del  profococcos  e  degli  esseri  poco  difi'erenti 
da  lui  e  ti  movi  all'  inchiesta  della  pienezza  della  vita, 
la  necessità  logica  ti  sospinge  a  grado  per  grado  in- 
stino alla  nostra  definizione;  ovvero  tu  guarderai  l'atto 
della  vita  per  un  solo  rispetto  che  è  lo  strumentale; 
ed  anzi  negli  infimi  gradi  della  vita  lo  strumento  ri- 
marrà solo  esso,  né  vi  sarà  principio  spiritjaale  che  se 
r  approprii  e  1'  adoperi  ;  cosicché  1'  essere  vivente  sarà 
tutto  e  solo  organizzazione;  e  perchè  non  vi  si  potrà 
scorgere  nemmanco  certa  rilevata  e  potente  unità,  il 
vocabolo  vita  per  ultimo  si  stringerà  a  significare  un 
complesso  di  forze  e  di  atti  diverso  dalle  meccaniche 
e  chimiche;  e  di  tal  guisa  ci  accosteremo  alla  defini- 
zione paradossa  e  notissima  del  Bichat  che  la  vita  è 
il  contrario  della  morte. 


DELLA  VITA   E  DEL  FINE  NEL L' UNIVERSO.    461 


IH. 


99.  —  Io  villeggiava,  or  fa  qualche  anno,  a  mezza 
costa  d'  una  collina  arborata  ed  agevole  e  molto  pros- 
sima di  Torino.  Quivi  tornato  alli  miei  studj  razionali 
rivolgevo  spesso  per  l' animo  questa  benedetta  idea 
della  vita,  inerescendomi  fuor  modo  la  definizione  da- 
tane altra  volta  e  mal  sapendo  ancora  deliberarmi 
sul  vero  concetto  che  debbesene  comporre  e  tener  pre- 
sente ogni  sempre.  Né  per  nulla  mi  avanzavo,  siccome 
ò  testé  raccontato,  leggendo  libri  di  fisiologi.  E  per- 
chè ò  r  abito,  quando  trattasi  del  significato  di  pa- 
role astratte  quanto  comuni,  di  non  ispregiar  punto  ed 
anzi  cercare  con  diligenza  le  interpretazioni  e  gli  usi  cho 
ne  fa  il  popolo,  conciossiachè  questo  il  più  delle  volte  <' 
senza  avvedersene  lasciando  parlar  la  natura  fa  la  spia 
della  verità,  io  m'attenni  in  proposito  all'artificio  in- 
frascritto. 

100.  —  Erano  un  giorno  lassù  capitate  per  ricrearsi 
molte  educande  d' un  collegietto  privato  e  i  cui  rettori 
sono  da  lunghi  anni  meco  legati  di  cara  amicizia.  Dopo 
colezione,  io  proposi  per  giuoco  un  premio  di  certo  bel 
libro  bellamente  legato  a  quella  fra  tutte  loro  che  me- 
glio avesse  risposto  a  un  quesito  chiaro  e  conciso.  Però 
sarebbernii  venute  innanzi  l'una  dopo  T altra  per  udire 
ciascuna  il  detto  quesito  e  rispondervi  di  proprio  ca])o 
a  voce  e  senza  por  tempo  in  mezzo.  Così  fu  fatto,  e 
parvero  tutte  contente  e  sicure  di  sé  medesime,  do- 
vendo nel  quesito  essere"  brevità  e  chiarezza.  Io  per- 
tanto interrogai  ciascheduna  alla  stessa  maniera  in 
cotal  forma:  Sei  tu  vivao  morta,  mia  gentile  giovinet- 
ta? Viva  vivissima,  la  dio  mercè  1  rispondevano  subito. 
Ed  io:  Che  è  dunque  la  vita?  Alcuna  rispose:  Quello 


462  LIBRO  QUAETO. 

che  io  fo  al  presente  ;  alcuna  citò  il  Catechismo  e  disse 
che  la  vita  è  l'atto  perpetuo  di  conoscere,  amare  e 
servire  Iddio.  Le  più,  stringendosi  nelle  spalle  e  sti- 
mando di  essere  interrogate  sulla  cosa  più  patente  ed 
ovvia  del  mondo,  risposero  con  poca  diversità  che  la 
vita  è  moversi  mangiare  dormire  studiare  e  tutte  in- 
somma le  faccende  entro  casa  e  fuori.  Solo  la  più 
grandicella  fra  loro  con  certa  tristezza  non  convene- 
vole air  età  disse  che  la  vita  è  continuo  desiderio  d'un 
bene  che  mai  non  succede. 

101.  —  Ora,  non  sembra  egli  al  lettore  cosa  nota- 
bilissima quanto  a  me  è  sembrato  che  a  ni  una  di  quelle 
fanciulle  venisse  in  mente  che  la  vita  consisteva  nella 
struttura  del  corpo  loro  e  nelle  funzioni  degli  organi 
connessi  ed  unificati;  ma  tutte  invece  l'abbiano  sen- 
tita nella  operazione  sì  del  corpo  e  sì  dell'animo?  È 
dunque  la  vita,  in  universale  e  anzi  tutto,  una  opera- 
zione; e  come  r  opera  dirìgesi  al  fine  mediante  il  mezzo, 
noi,  additando  questo  nella  sua  forma  migliore  che  è 
l'organica  e  l'altro  nell'essere  suo  assoluto,  perver- 
remo da  capo  ai  termini  della  soprascritta  defini- 
zione. 


CAPO  QUARTO. 

DELLA   VITA   VEGETATIVA. 


L 

102.  —  Di  cotesta  vita  dei  fisiologi  occorre,  nondi- 
meno, di  ragionare  ;  perchè,  a  creder  nostro,  non  è 
dubioso  che  per  tutto  l' universo,  laddove  apparisce 
materia  e  forza,   si  dee  pensare  che  venga  operato 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     463 

eziandio  un  passaggio  a  qualche  sorta  di  organismo 
tanto  che  la  vita  vi  si  possa  manifestare  e  la  finalità 
venire  in  atto  di  mano  in  mano  con  maggior  perfe^ 
zione. 

103. — ^Nè  poi  per  questo  sidee  giudicare  che  V  attua- 
zione del  fine,  o  la  vita  che  s'  abbia  a  dire,  apparisca 
solo  dov'è  materia  e  organamento  corporeo.  Percon- 
tra,  dee  venir  reputato  che  V  organamento  quale,  che 
sia  di  materia  corporale  costituisce  forse  l'infimo 
grado  della  finalità  e  della  vita;  ed  intanto  esiste  e 
si  attua,  perchè  eziandio  quell'infimo  grado  è  possi- 
bile e  vi  si  può  cominciare  la  partecipazione  del  bene 
e  il  perchè  finale  dell'  universo.  Ma  è  lecito  ed  anzi 
è  altamente  razionale  il  venir  figurando  sostanze 
molto  più  esquisite  capaci  di  assumere  forma  ed  uffi- 
cio organico  assai  superiore  di  bellezza  di  efficacia  di 
durabilità  di  energia  a  tutto  quello  che  1'  esperienza 
ci  fa  conoscere. 


U. 


104.  —  Il  fatto,  im pertanto,  dell'  organismo  corpo- 
rale o  della  vita  vegetativa  che  è  esso  mai  ?  proviene 
da  un  principio  fontale  e  specifico  e  si  sustanzia  in 
qualcosa  di  peculiare  e  separato  dal  tutto,  ovvero  ri- 
sulta meramente  da  vnrie  e  profonde  modificazioni 
che  sopravengono  alle  forze  meccaniche  e  chimiche  ed 
alle  influenze  ordinarie  del  mondo  etereo? 

105.  —  V  à  chi  sostiene  a'  dì  nostri,  come  in  antico, 
ogni  qualunque  materia  per  certa  disposizione  proteifor- 
me avere  in  sé  latenti  e  permanenti  tutte  le  forze  vitali 
vegetative,  sebbene  per  palesarsi  e  operare  abbisognino 
di  certo  concorso  particolare  di  cause  e  di  circo- 
stanze. 


464  LIBRO  QUARTO. 

106.  —  Il  nostro  presente  istituto  e  V  indole  del  no- 
stro scritto  ci  vietano  di  adoperare  in  tale  subbietto 
come  in  qualunque  altro  conforme  que'modi  menu 
stringati  o  meno  assoluti  di  argomentare  onde  usano 
gli  studiosi  di  queste  materie.  Nullameno  a  noi  è  im- 
possibile di  tralasciare  le  notizie  s|ft»riraentali  e  le 
prove  di  fatto  ;  conciossiachè,  di  tutte  le  parti  e  dot- 
trine della  cosmologia,  questa  che  discorre  della  vita 
vegetativa  è  forse  la  meno  capace  di  deduzioni  rigo- 
rose e  di  principj  ontologici. 

107.  —  Ciò  veduto,  diciamo  che  V  organismo  cor- 
porale, 0  la  vita  vegetativa  che  tu  la  domandi,  non 
apparisce  nel  mondo  per  accidente  ;  dapoichè  ella  è 
cominciamento  della  finalità  e  per  tal  ragione  riuscir 
debbe  più  sostanziale  o  altrettanto  d'ogni  altra  dispo- 
zione ed  operazione  della  materia. 

Posto  ciò,  la  vita  dovrebbe  essere  da  per  tutto 
dov'  è  la  materia.  Conciossiachè  l' essenziale  è  al- 
tresì universale  e  viceversa.  Poniamo  vi  sia  realmente 
e  universalmente,  ma  solo  in  potenza.  Nella  materia 
tutte  le  potenze  vengono  all'  attuazione  loro  per  acco- 
stamenti, contatti  e  mescolamenti  di  corpi  e  con  V  in- 
tervento dei  massimi  eccitatori,  come  il  calore  la  luce 
l'ossigeno  l'elettricità  e  consimili.  Vogliamo  dire  con 
ciò  che  prescindendosi  dall'attrazione  delle  gran  masse 
in  grandi  distanze,  certo  ne'  mediocri  spazj  e  tra  pic- 
cioli corpi  l'accostamento,  il  contatto  e  il  mescola- 
mento di  loro  molecole  e  l'azione  dei  massimi  eccitatori 
è  la  condizione  unica  mediante  cui  le  forze  virtuali 
della  materia  trapassano  all'atto.  Ora,  in  quel  tra- 
scorso di  parecchie  migliaia  d'anni  del  quale  abbiamo 
ricordo  e  testimonianza  storica,  tale  accostamento  eme- 
scolamento  di  materìa  e  tale  moltiforme  intervento  del 
mondo  etereo  è  pur  sempre  accaduto  ed  à  variato  in 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     465 

ispecie  e  maniere  infinite.  E  nondimeno,  )a  potenza 
(Iella  vita  vegetativa  mai  non  passò  air  atto,  ma  que- 
sta è  ognor  provenuta  dai  germi  preesistenti  e  sem- 
pre r  organismo  è  generato  dalP  organismo  ;  tanto  che 
coloro  medesimi  i  quali  si  ostinano  a  credere  alla  ge- 
nerazione spontanea  non  negano  che  a  lei  fa  mestieri 
la  preesistenza  d' alcuna  materia  organata,  o,  come  la 
chiamano,  marcescibile.  Senza  dire  che  tale  genera- 
zione spontanea  restringesi  nella  cerchia  degl'infusorj 
e  d' altri  viventi  della  sorta  la  piiì  inferiore  e  imper- 
fetta. 

108.  —  Né  la  scienza  umana  aspetta  che  il  caso  e 
uno  straordinario  concorso  di  cause  e  di  circostanze 
adduca  in  mezzo  certe  mescolanze  e  combinazioni 
nuove  e  singolari  di  corpi  ;  ma  si  le  procura  con  ogni 
industria  e  sveglia  e  cimenta  continuo  tutte  le  forze 
latenti  della  natura  ;  onde  è  pervenuta  a  produrre 
combinazioni  di  corpi  o  sceveramenti  in  natura  forse 
non  reperibili  e  a  rifare  la  costituzione  d'innumere- 
voli minerali  e  indovinare  facilmente  ed  esattamente 
la  costituzione  di  tutti.  Nullameno  né  la  vita  vegeta- 
tiva né  cosa  che  la  somigli  é  mai  balzata  fuori  dalla 
scienza  e  dalle  industrie  dell'  uomo. 

109.  —  Oltre  di  ciò,  se  per  suscitare  la  vita  vege- 
tativa fanno  sommamente  mestieri  le  forze  della  mate- 
ria e  certo  concorrimento  speciale  e  particolare  di  cause 
e  di  circostanze  altresì  materiali,  egli  accade  di  avere  a 
mente  che  le  azioni  particolari  e  specifiche  non  occul- 
tano interamente  l' universale  a  cui  appartengono  e  di 
vAxi  air  ultimo  costituiscono  un  modo  e  un  atto  più  o 
meno  diverso.  Di  tal  guisa,  sebbene  la  virtù  magne- 
tica comparisce  spiccata  e  più  assai  operosa  nelle  ca- 
lamite, si  trovò  col  tempo  che  ogni  corpo  qualechessia 
ne  partecipa  in  qualche  grado  ;  e  se  le  affinità,  por 

Maviìsi.  —  II.  ÓO 


466  LIBRO  QUARTO. 

citare  un  secondo  esempio,  dififeriscono  profondamente 
dalle  leggi  meccaniche,  non  però  di  meno  queste  fannosi 
ravvisare  continuamente  nei  fenomeni  chimici,  essendo 
più  generali  e  più  permanenti  e  dovendo  perciò  ac- 
compagnarli e  mescolarsi  con  essi.  Rimane,  adunque, 
inesplicabile  come  degli  atti  più  sostanziali  e  qualita- 
tivi della  vita  nessuna  generalità  e  nessuno  indizio 
comparisca  giammai  nella  materia  inorganica.  Per 
fermo,  in  cotesta  materia  a  nessuno  venne  mai  ravvi- 
sato qualcosa  che  faccia  indizio  della  eccitabilità  ov- 
vero della  nutrizione  o  della  prolificazione,  qualcosa 
di  simile  alla  virtù  formativa  interiore  ed  allo  svilup- 
po, volendosi  qui  tacere  di  tuttociò  che  appartiene, 
per  nostro  giudicio,  allo  spirito  come  il  sentire  e  il 
volere  e  più  ancora  l' intendere  e  l' altre  doti  sublimi 
della  personalità. 

m. 

110.  —  L'aver  discoperto  i  moderni  con  maggiore 
esattezza  che  le  leggi  comuni  della  materia  proseguono 
ad  operare  nei  corpi  organati,  invece  di  giovare  al 
supposto  della  vita  potenziale  universa,  gli  milita  con- 
tro. Per  vero,  nessuna  di  quelle  leggi  va  esente  nella 
vita  eflfettiva  da  profondissime  modificazioni,  e  talvolta 
vi  dimorano  trasmutate  per  guisa  da  faticare  assais- 
simo r  occhio  del  fisico  e  del  fisiologo  per  ravvisarle. 
Il  che  è  gran  pena  a  spiegare  se  le  leggi  della  vita  e 
quelle  della  materia  in  essenza  non  dififeriscono  e  sono 
le  une  e  le  altre  modificazioni  ed  effetti  delle  forze 
medesime.  D'  altro  lato,  che  leggi  meccaniche  e  chimi- 
che non  annullino  per  intero  l' opera  loro  nella  ma- 
teria organata  è  naturale  e  necessario,  perchè  V  ultimo 
fondo  delle  essenze  persiste  e  ninna  straniera  eflScacia 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     467 

le  abolisce.  Ma  bene  la  modificazione  loro  sostanziale 
ed  intrinseca  addita  evidentemente  V  azione  d' una  ef- 
ficienza superiore  e  diversa.  Vedi  quello  che  diventano 
le  leggi  idrauliche  nei  fenomeni  della  circolazione  ani- 
male e  quello  che  le  leggi  della  capillarità  negli  ani- 
mali e  nelle  piante.  Imperocché  in  queste  (per  citar 
pure  un  qualche  particolare)  i  succhi,  giusta  le  leggi 
dell'  attrazione  capillare,  dovrebbero  fermarsi  nei  vasi 
ad  un'  altezza  determinata  e  non  ascendere  mai  insino 
all'  ultimo  vertice.  E  quando  si  ricorra  ad  altro  genere 
di  spi^azione  meccanica  e  (poniamo)  all' endesmosi, 
dovrebbe  V  ascendimento  dei  succhi  avvenire  in  ogni 
stagione,  considerato  che  in  ogni  stagione  la  costruttura 
dei  vasi  non  muta.  Spenta  anzi  la  vita  stessa  del  ve- 
getabile, dovrebbe  l' ascendimento  dei  succhi  ottenersi 
artificialmente  per  tutto  quel  tempo  che  i  vasi  riman- 
gonsi  inalterati.  Per  simile,  se  1'  elevazione  dei  succhi 
procede  da  causa  meccanica,  questa  non  può  produrre 
l'effetto  inverso  della  discensione,  la  quale  dentro  la 
Cara  si  fa  ocularmente  e  succede  negli  stessi  e  iden- 
tici vasi  solo  che  la  parete  è  scambiata. 

111.  —  Del  pari,  negli  animali  dovrebbero  gli  umori 
fermarsi  per  ostruzione  alle  boccucce  dei  vasi  più  sot- 
tili di  un  centesimo  di  millimetro,  dovechè  vi  trapas- 
sano con  velocità  indicibile  e  non  ostante  la  loro  so- 
stanza oliosa  e  viscosa. 

112.  —  Vassi  predicando  che  nella  materia  organata 
ogni  combinazione  di  elementi  accade  per  leggi  di  af- 
finità. E  così,  ripetiamo,  debbo  succedere.  Considerato 
che  quando  quegli  elementi  si  combinassero  per  una 
efficienza  al  tutto  aliena  dalla  forza  chimica,  ei  si  do- 
vrebbe giudicare  o  che  la  vita  distrugge  essenzial- 
mente le  forze  mentre  queste  sono  perpetue  e  incon- 
sumabili o  che  produce  originalmente  altre  forze  e  le 


468  LIBRO  QUARTO. 

insinua  dentro  i  subbietti  che  ne  sono  sprovveduti.  Ma 
venne  ricordato  più  volte  da  noi  quel  principio  onto- 
logico il  quale  reputiamo  assoluto  e  però  universale, 
e  cioè  che  le  forze  emanano  dalla  cagione  prima  e 
non  da  veruna  causa  inferiore,  condossiachè  queste 
modificano  bensì  ma  non  creano. 

113.  —  Ciò  non  ostante,  la  efficienza  vitale  spiega 
nell'ordine  delle  affinità  chimiche  una  tal  gagliardezza, 
che,  dove  questa  non  operasse,  troppa  gran  parte  di 
quelle  giacerebbesi  potenziale  e  inattiva  per  sempre,  o 
nel  rimanente  poi  sono  indotte  modificazioni  nuove,  sin- 
golari e  profonde.  La  virtù  sola  vegetativa  sceglie  dalle 
sostanze  ambienti  le  convenevoli  a  se  e  lascia  tutte  le 
altre  ;  solo  essa  trasmuta  le  composizioni  binarie  in  com- 
posizioni molteplici,  genera  materie  e  prodotti  infiniti 
con  proprietà  fisiche  e  mediche  maravigliose;  centuplica 
gli  atomi  in  ogni  molecola  e  porge  agli  organi  diffe- 
renti facoltà  differenti  di  assimilazione  e  dì  secrezione. 

114.  —  Se  la  scienza  è  pervenuta  con  istento  e  trava- 
glio grande  a  produrre  fra  i  metalloidi  alquanti  compo- 
sti ternarj  e  quadernarj,  prova  unicamente  con  ciò  che 
alla  forza  chimica  quei  composti  non  sono  impossibili  : 
ma  prova  altresì  che  V  intervenimento  solo  della  forza 
vitale  li  sa  costringere  a  venire  in  effetto  continua- 
mente e  in  ogni  luogo  e  tempo  dov'  ella  opera.  Le  altre 
numerose  riproduzioni  ed  imitazioni  che  fa  essa  la 
scienza  delle  materie  animali  e  vegetative  abbisognano 
del  fondamento  d' una  molecola  organica;  laonde  tutte 
queste,  in  cambio  di  dimostrare  parità  di  natura  fra 
il  mondo  vitale  e  il  mondo  corporeo,  ne  confermano 
largamente  la  essenziale  differenza. 

115.  —  La  chimica  senza  alcun  elemento  organico 
è  pervenuta  a  comporre  l'acido  formico,  l'alcool  ed  una 
specie  di  grasso.  Ma  delle  sostanze  dov'  entra  l' azoto 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     469 

e  onde  si  formano  il  sangue  e  i  semi  di  tutte  le  piante 
non  le  è  stato  possibile  di  produrre  (ch'io  sappia)  fuor 
che  l'urea  la  quale,  ben  fu  notato,  tiene  uno  degli  ul- 
timi gradi  fra  le  produzioni  animali  e  sembra  poter 
esser  mutata  assai  di  leggieri  in  composizione  binaria. 

IV. 

116.  —  Spegnesi  la  vita  vietativa  quante  Tolte  le 
bia  n^ato  di  rinnovare  di  continuo  la  sua  contenenza; 
ed  è  sommamente  probabile  che  ciò  provenga  dal  di- 
morare gli  elementi  e  i  principj  di  questa  fuori  dello 
stato  lor  proprio  e  che  la  energia  vitale  sia  valida  a  tra- 
mutarli e  predominarli  per  assai  poco  tempo.  Ora,  con- 
forme il  supposto  che  combattiamo  di  parecchi  fisiologi, 
il  subbietto  operoso  il  quale  resiste  da  un  lato  alle 
forze  contrarie  dell'  ambiente  materia  e  dall'  altro  le 
assimila  a  se  con  flusso  continuo,  le  violenta  e  le  sot- 
tomette al  dominio  di  leggi  diverse  e  non  rado  opposte, 
e  pros^ue  a  così  tramutare  e  governare  l' incorpora- 
mento delle  sostanze  esteriori  pel  corso  talfiata  di  più 
d'  un  secolo,  cotesto  subbietto,  noi  ripetiamo,  sarebbe 
materia  esso  ancora  in  circostanze  particolari  bensì  ma 
non  distinta  e  non  separata  dalla  forma  comune  per 
veruna  essenza  speciale  e  originalmente  diversa.  11  che 
importa  all'  ultimo  che  la  materia  mediante  un  certo 
concorso  di  cause  non  punto  diverse  per  natura  da  sé 
medesima  ponesi  in  lotta  con  le  facoltà  e  tendenze 
proprie  e  produce  effetti  diversi  e  contrarj  dalle  cagioni. 

117.  —  Nella  sola  vita  poi  è  capacità  e  attività  di 
sviluppo,  altra  condizione  essenziale  che  ne  contiene 
parecchie  similmente  essenziali  ed  originali  ed  anzi  un 
intero  mondo  di  fatti  e  fenomeni  peculiari  ed  ignoti 
al  mondo  corporeo.  Certo,  la  materia  non  li  conosce. 


470  LIBRO  QUARTO. 

In  lei  tutte  le  composizioni  meccaniche  e  chimiche  sono 
effetto  di  altrettante  scomposizioni  anteriori  e  le  at- 
tuali debbono  disfarsi  perchè  succedano  le  future.  Ol- 
treché, i  corpi  che  si  combinano,  sebbene  mutano  di 
qualità,  non  perciò  si  debbo  affermare  che  in  essi  ac- 
cade aumento  di  essere  e  cumulo  di  proprietà  e  di 
potenze.  Il  ferro  combinandosi  con  1'  ossigeno  e  il  mer- 
curio collo  zolfo  perdono  parecchie  loro  attribuzioni 
e  parecchie  nuove  e  diverse  ne  acquistano.  Parimente, 
i  sali  diventano  una  sostanza  affatto  dissimile  dai  com- 
ponenti; e  mentre  assumono  qualità  ed  efficienze  par- 
ticolari non  serbano  quelle  che  negli  acidi  e  negli 
alcali  si  manifestano. 

118. — In  genere  la  materia  trascorre  continuo  dalla 
potenza  all'  atto  nel  modo  che  toma  altresì  continua- 
mente dair  atto  alla  potenza  e  non  v'  è  incremento  e 
guadagno.  Per  contra,  nella  vita  vegetativa  accade  un 
reale  sviluppo;  conciossiachè  un  gran  cumulo  di  po- 
tenze e  di  facoltà  vengono  all'  atto  di  grado  in  grado 
con  ordine  con  unità  con  maraviglioso  consenso  e  me- 
diante la  efficienza  ed  attività  interiore;  da  onde  poi 
nasce  la  composizione  d'  un  tutto  progressivamente 
maggiore  e  migliore  e  così  omogeneo  nel  suo  complesso 
come  diverso  nelle  parti  ;  il  che  importa  alla  fine  un'  au- 
mentazione vera  di  essere  e  certa  individualità  com- 
piuta 0  per  lo  manco  certa  totalità  peculiare  e  dal 
rimanente  mondo  separata. 

119.  —  Ora,  ciò  costituendo  un  fatto  non  guari  ac- 
cidentale, ma  generale  e  perpetuo,  quando  provenisse 
dalle  forze  sole  della  materia,  questa  dovrebbe  sempre 
ed  in  ogni  dove  usare  e  manifestare  alcuno  sviluppo. 
Dal  concorso  speciale  che  si  suppone  delle  cause  e 
delle  circostanze  dovrebbe  procedere  unicamente  tale 
indole  particolare  e  tale  altra  di  esso  sviluppo;  ma  la 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     471 

virtù  sua  perenne  universale  ed  ingenita  operar  do- 
vrebbe e  dimostrarsi  in  qualunque  materia. 

120.  —  Per  fermo,  tutti  i  ragguagli  e  le  somiglianze 
che  taluno  à  procacciato  di  fare  scorgere  tra  le  com- 
posizioni e  trasmutazioni  cosmiche  e  la  vita  dei  vege- 
tabili e  degli  animali  sono  riuscite  romanzesche  e  fal- 
laci e  vie  maggiormente  anno  accertato  la  differenza 
non  dissipabile  fra  le  leggi  meccaniche  e  fisiche  e  le 
leggi  proprie  ed  essenziali  dell'organismo.  Debbo  io 
consumar  tempo  a  provare  la  vanità  delle  nozze  che 
dicono  intervenire  fra  le  montagne  e  la  differenza  loro 
di  sesso,  ovvero  gli  alti  connubj  ideati  fra  la  luna  e 
i  pianeti  e  V  umor  seminale  raffigurato  nelle  comete  e 
simili  fantasticherie?  Per  gli  scienziati  non  anno  soli- 
dità, per  li  poeti  non  anno  eleganza. 

121.  —  Vero  è  che  noi  trattando  nel  terzo  Libro 
del  mondo  materiale  abbiamo  accennato  più  volte  alle 
sintesi  terminative  che  la  natura  vi  conclude  ;  e  questo 
nostro  globo  fu  descritto  da  noi  quale  una  macchina 
(portentosa  dove  ogni  parte  risponde  al  fine  del  tutto 
e  dove  le  ultime  trasformazioni  compendiano,  per  così 
flire,  le  precedenti  ed  apparecchiano  con  ordine,  con 
legamento  e  con  armonia  il  letto  nuziale  alla  vita  ;  il 
che  si  dirà  somigliare  grandemente  alla  virtù  di  svi- 
luppo da  noi  descritta  poc'  anzi  ed  attribuita  solo  alla 
potenza  organatrice. 

122.  —  Non  ci  è  malagevole  lo  sciogliere  questo 
nodo  ;  a  ciò  bastando  il  mettere  in  considerazione  che 
gli  sviluppi  vitali  sono  per  facoltà  interiore  ed  innata 
dell'essere  il  quale  spiega,  figura,  costruisce  ed  unifica 
sé  medesimo.  Laddove  quel  concorso  vario  ed  armonico 
degli  elementi  materiali  del  globo  accade  per  effetto 
d'  un  ordine  prestabilito,  al  quale  obbediscono  per  ne- 
cessità interiore  le  forze  corporee  disgiuntamente  l' una 


472  LIBRO  QUARTO. 

dair  altra  e  accostandosi  V una  sostanza  all'altra  mosse 
da  legge  che  anno  a  comune  con  tutto  il  creato  visi- 
bile, e  non  alterando  minimamente  la  propria  indole 
per  entro  la  massa  alla  quale  si  uniscono.  £  insomm» 
intervengono  fra  la  struttura  del  globo  e  la  composi- 
zione organica  quelle  differenze  profonde  e  qualitative 
che  notammo  pili  d'  una  volta  fra  la  migliore  delle 
macchine  e  la  inferiore  delle  sostanze  viventi. 

123.  —  Un  sol  progresso  è  da  notare  nella  mate- 
ria generale  che  non  dipende  in  particolar  modo  da 
fini  prestabiliti  ma  sì  dalla  necessità  propria  ed  inge- 
nita, e  questo  è  il  varcare  che  fece  dalla  disgiunziono 
alla  congiunzione  ;  perocché,  accostandosi  gli  atomi  per 
comporre  diversi  ordini  di  molecole  e  queste  per  com- 
porre i  piccioli  corpi  ed  i  grandi,  poterono  le  virtù 
latenti  della  coesione  e  dell'affinità  chimica  venire 
air  atto  ;  in  quel  mentre  che  per  addietro  non  appa- 
rivano. Quindi  nella  materia  fu  augumento  vero  di 
essere  e  di  proprietà.  Sebbene  ciò  non  accadde  al  si- 
curo per  ogni  dove,  siccome  può  riscontrarsi  negli  afo- 
rismi genetici  del  terzo  Libro.  Ed  anche  debbe  avver- 
tirsi che  quell'incremento  di  essere  à  meno  verità  in 
sé  medesimo  che  rispetto  al  fine  a  cui  venne  coordi- 
nato; della  qual  cosa  discorrerà  più  per  minuto 
r  ultimo  Libro. 


V 


124.  —  Per  verità,  sonosi  parecchi  fisiologi  di  Ger- 
mania avveduti  troppo  bene  di  queste  intime  discre- 
panze tra  la  materia  comune  e  la  vita  vegetativa. 
Però,  taluno  di  loro,  e  il  Trivisanus,  fra  gli  altri,  affer- 
mava esistere  nella  natura  certa  materia  particolare 
sempre  attiva   e  sempre   unita   ne'  suoi   elementi,  hi 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     478 

quale  per  se  è  informe  ed  è  nuUameno  capace  di  as- 
sumere ogni  Tarietà  di  forme;  e  queste  vengono  de- 
terminate in  lei  e  variate  dalle  cause  esteriori  ;  il  per- 
chè durano  quelle  forme  insino  a  tanto  che  durano  e 
perseverano  le  cause  medesime.  Mutate  queste  ed  al- 
tre forze  esteriori  operando,  subito  ella  piglia  altra 
costruttura  ed  aspetto. 

125.  — 11  Trivisanus  confessa  impertanto  che  la 
materia  comune  non  basta  a  produrre  la  vita  vegeta- 
tiva 0  r  organismo  che  si  domandi,  ma  pone  in  mezzo 
altro  genere  di  materia  con  forze  proprie  ed  originali. 
Né  di  questo  vogliam  disputare.  Solo  neghiamo  che  il 
subbietto  vivente  qualchessia  riceva  passivamente 
dalle  cagioni  esteriori  le  forme  sue.  Per  lo  contrario, 
egli  determina  e  informa  se  stesso,  parte  trasmutando 
r  ambiente  natura,  cui  assimila  a  sé,  e  parte  adattan- 
dosi e  modificandosi,  giusta  le  condizioni  diverse  di  essa 
natura.  Per  guisa  che,  quante  volte  1'  accordo  fra  la 
virtù  formativa  intrinseca  e  l' ambiente  estrinseco  non 
è  conseguibile,  la  vita  non  incomincia  e  i  germi  stessi 
attuali  e  presenti  o  non  isbocciano  ovvero  periscono. 

126.  —  Altri  come  il  Bourdach  con  piii  elevato  con- 
cepimento non  nega  né  attenua  le  diversità  essenziali 
che  separano  la  materia  organica  dalla  inorganica.  Ma 
le  spiega  (secondo  lui)  con  agevolezza,  ravvisando  nella 
vita  vegetativa  una  forma  e  manifestazione  finita  e 
particolare  dell'  infinito  organismo  dell'  universo.  Il 
perchè  presume  di  riconoscere  nel  sistema  planetario 
la  più  parte  delle  disposizioni  proprie  e  qualitative 
degli  enti  organati  ;  e  il  simile  con  maggior  perfezione 
immagina  che  debba  succedere  nelle  innumerevoli  ag- 
glomerazioni delle  stelle  fisse. 

127.  —  A  noi  basterà  il  rimetterci  che  facciamo  a 
rispetto  di  tal  materia   alle  cose  ragionate  più  sopra 


474  LIBRO  QUARTO. 

intorno  al  mondo  corporeo.  Discorrendosi  in  astratto 
e  per  mera  supposizione,  ninno  al  sicuro  potrà  negare 
la  possibilità  d'  un  sistema  di  astri  organato  e  vivente 
a  guisa  d'  un  vegetabile  e  d' un  animale,  figurandosi 
certa  complessione  arcana  ed  unificata  della  sostanza 
siderea  non  diversamente  forse  da  quella  che  appresso 
Platone  costituisce  V  anima  e  V  organismo  del  mondo. 
Ciò  che  affermiamo  con  certezza  in  tale  proposito  si  è 
che  l'esperienza  non  ci  abilita  insino  al  dì  d'oggi  ad 
applicare  tale  possibilità  astratta  ai  pianeti  e  alle  stelle 
che  conosciamo  e  in  quanto  le  conosciamo. 

128.  —  Ed  è  similmente  disforme  dalla  buona  dia- 
lettica il  credere  che  il  mezzo  e  il  fine  non  dififeriscano 
intrinsecamente  ovvero  che  l'uno  si  converta  nell'al- 
tro. Imperocché  questo  accade  talvolta  per  accidente 
e  per  relazione  e  partecipazione,  come  scorgesi  nei  ve- 
fretabili  e  negli  animali  bruti  che  oltre  ad  essere  fine 
a  sé  stessi  servono  eziandio  di  mezzo  a  maggiori  viven- 
ti. Ma  ei  sono  mezzo  per  indiretto  e  dopo  essere  stati 
fine  ;  quando  la  natura  meccanica  e  chimica  non  è 
per  nulla  fine  a  sé  stessa  ed  è  mezzo  primo  e  ante- 
riore ad  ogni  rimanente.  E  così  è  necessario  che  av- 
venga in  qualunque  ordine  di  esistenze;  perlochè  se 
nelle  stelle  e  nei  pianeti  y'  anno  enti  con  ragione  o 
natura  di  fine,  è  pur  necessario  che  allato  ad  essi  e 
prima  del  lor  comparire  sieno  altri  enti  costituiti  con 
ragione  e  natura  essenziale  di  mezzo;  e  se  le  stelle 
e  i  pianeti  sono  essi  medesimi  grandi  corpi  organati 
bisogna  che  altri  corpi  uguali  o  maggiori  forniscano 
loro  le  materie  strumentali  e  gli  antecedenti  appa- 
recchi inorganici;  e  torna  da  ogni  parte  la  distinzione 
tra  le  proprietà  e  le  leggi  delle  essenze  organate  e 
r  altre  onde  s' informa  ed  è  governata  la  comune  o 
universale  materia. 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     475 

129.  —  V  à  un'  altra  schiera  di  fisiologi  in  Italia 
segnatamente,  ai  quali  non  sembra  da  sostenere  che 
la  vita  vegetativa  è  opera  generale  e  continua  della 
materia,  mediante  un  riscontro  speciale  di  cagioni  e 
di  circostanze.  Ricorrono  invece  all'  incognito  dei  tempi 
genetici,  e  dicono  le  forze  della  materìa  essere  state  in 
quella  epoca  straordinaria  dotate  d'una  potenza  che 
in  progresso  si  è  spenta;  e  insomma  attribuiscono  il 
fatto  maraviglioso  della  vita  a  cagione  insolita  e  ino- 
pinabile sotto  il  cui  influsso  nacquero  i  germi  e  di 
quindi  la  rinnovazione  giornaliera  e  normale  di  essa 
vita. 

130.  —  Né  a  costoro  sarebbe  da  obbiettar  nulla  se 
(quella  cagione  straordinaria  invocata  fosse  di  natura 
diversa  dalla  materia.  Ma  se  fu  materiale  anco  essa,  e 
d' altro  canto  le  essenze  e  le  forme  sostanziali  non  mu- 
tano, si  à  intero  arbitrio  di  chiedere  quale  delle  forze 
della  materia  valse  a  tanta  opera  e  come  accadeva  che 
la  virtù  sua  portentosa  venisse  indi  al  niente. 

131.  —  Parlandosi  in  genere,  lo  straordinario  è  ac- 
cidentale; perciocché  quello  che  in  un  essere  è  so- 
stanziale e  qualitativo  opera  sempre;  e  se  non  sempre, 
opera  almeno  con  regola  ferma  di  alternazione  ;  dapoi- 
chè  la  regola  esce  appunto  dal  fondo  costante  e  sostan- 
ziale dell'  essere:  Ma  1'  accidente,  o  dir  vogliamo  la 
fugace  modificazione  e  congiuntura  delle  cose,  non  in- 
duce se  non  effetti  altresì  accidentali;  e  come  la  ca- 
gione fu  transitoria,  medesimamente  sono  gli  effetti. 
Ma  è  impossibile  attribuire  il  fatto  sostanzialissimo 
dalla  vita  vegetativa  e  il  suo  rinnovarsi  e  perpetuarsi 
a  cagioni  accidentali  e  fugaci.  Oltreché,  la  materia 
avrebbe  per  accidente  operato  cose  più  perfette  e  me- 
glio conformi  al  fine  delle  esistenze  che  quando  opera 
a  norma  di  sua  natura  propria  e  costante. 


476  LIBRO  QUARTO. 

132.  —  Questo  medesimo  si  risponde  ai  nuovi  ma- 
terialisti tedeschi  e  in  particolare  al  signor  Biichner, 
il  quale,  per  nostro  avviso,  cade  due  volte  in  contraddi- 
zione. L'  una,  attribuendo  alla  materia  la  forza  vitale 
che  è-d'  altra  natura  e  d' altro  principio  ;  la  seconda, 
che  mentre  V  attribuisce,  la  nega  implicitamente  per- 
chè concede  che  oggidì  la  materia  è  incapace  di  pro'^ 
durre  la  vita  e  questa  si  mantiene  per  la  successione 
dei  germi. 

133.  —  Vero  è  che  gli  avvenimenti  i  quali  a  noi 
compariscono  straordinarj  ed  accidentali  perchè  non 
veduti  mai  prima  e  perchè  li  giudichiamo  sforniti  di 
legge  e  senza  tempo  determinati,  possono  al  contrario 
]>ossedere  l' una  e  V  altro  perfettamente  sebbene  in 
modo  non  apprensibile  alla  nostra  esperienza.  Vero  è 
similmente,  che  posta  pure  da  banda  la  gretta  mate- 
ria e  invocato  per  dar  nascimento  alla  vita  alcun 
altro  principio,  nondimeno  convien  riconoscere  che  in 
questo  principio  medesimo  intervenne  alcuna  cosa 
straordinaria  e  non  più  ripetuta  dappoi.  Conciossiachè 
la  vita,  tuttoché  operi  sempre  ed  in  ogni  luogo,  ciò  fa 
mediante  la  successione  dei  germi;  e  vedesi  che  non 
potrebbe  in  guisa  veruna  ripigliare  il  suo  corso,  inter- 
rotta che  fosse  quella  catena  riproduttiva. 

134. — Noi  sopra  ciò  diciamo  per  al  presente  che  lo 
straordinario  è  pur  anche  accidentale  e  non  esce  dal 
fondo  deir  essere  qualunque  volta  la  causa  che  opera 
non  riceve  nulla  dal  di  fuori  e  non  intervengono  na- 
ture sostanziose  e  affatto  diverse  alla  produzione  del 
nuovo  fenomeno;  che  era  il  caso  appunto  della  materia 
operante  da  sé  e  per  sé.  Diciamo  poi  che  certamente 
al  principio  vitale,  affine  che  venga  in  atto,  bisognano  in 
origine  alcune  occasioni  esteriori  ed  alcuni  apparecchi 
non  dipendenti  da  lui  e  levati  i  quali  esso  rimane  in 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     477 

istato  di  mera  potenza;  nel  modo  che  tutte  le  forze 
ed  i  componenti  chimici  giacerebbono  inattivi  e  in  solo 
stato  virtuale  quando  fossero  impediti  di  approssimarsi 
fra  loro  dentro  quel  termine  dove  l' attrazione  di  af- 
finità incomincia. 

135.  —  Quello,  pertanto,  che  il  nostro  discorso  esclu- 
deva pili  sopra  in  modo  assoluto  si  era  che  la  mate- 
ria procreasse  la  vita  con  la  sola  materia  quali  che 
fossero  le  attitudini  e  le  condizioni  delle  sue  forze  e 
figurandole  a  piacer  nostro  ordinarie  o  straordinarie, 
peculiari  o  comuni,  sostanziali  od  accidentali  operanti 
per  efiicienza  o  per  occasione  ;  eccetto  sempre,  che  non 
si  muti  significazione  ai  vocaboli  e  la  materia  venga 
ad  esprimere  cosa  troppo  diversa  da  quello  che  cono- 
sciamo sotto  tal  voce.  Ma  rimanendo  fermo  il  valor 
del  vocabolo  e  concedendo  per  esso  alla  natura  dei 
corpi  le  qualità  sole  del  mondo  meccanico  e  della  chi- 
mica inorganica  noi  manteniamo  che  nulla  giova  al 
Biichner  ed  a'  suoi  consorti  l' appellarsi  all'  autorità  e 
potenza  del  tempo  e  affermare  intrepidamente  che  i 
bilioni  di  secoli  valsero  a  condurre  una  tenuissima 
cellula,  organica  allo  sviluppo  varietà  e  complicazione 
del  presente  organismo.  Colui  che  stupiva  dell'avere 
san  Dionigi  recata  sulle  proprie  palme  la  propria  testa 
pel  tratto  di  una  lega,  sentì  dirsi  con  ragione  che  la 
difficoltà  consisteva  tutta  nel  primo  passo. 

136.  —  Tu  mi  chiedi  nuli'  altro  che  una  cellula 
microscopica  con  la  virtiì  di  componie  altre  a  sé  si- 
miglianti,  e  sembri  la  persona  piii  discreta  del  mondo. 
Ma  invece  mi  chiedi  effettivamente  ogni  cosa,  perchè 
vuoi  ti  conceda  la  forza  di  organizzar  la  materia  e 
mantieni  che  quella  forza  debb'  essere  d' una  stessa 
natura  con  la  materia  medesima. 


478  LIBRO  QUARTO- 

VI. 

137.  —  La  causa  adunque  e  il  principio  della  vita 
vegetativa  dififerisce  da  tutte  le  forze  che  operano 
nella  materia  comune  ed  è  superiore  ad  esse,  dacché 
le  predomina  ed  alle  leggi  sue  proprie  e  particolari  le 
sottomette. 

138.  —  Simile  causa  non  può  risolversi  in  vuota 
astrazione  ne  mancare  d'  un  subbietto  in  cui  si  su- 
stanzii;  e  ciò  che  domandasi  forza  vitale  vegetativa 
debbe  riuscire  un  principio  reale  e  fondamentale  di 
attività  non  un  modo  né  un  accidente.  Quindi  da  que- 
sto lato  si  mossero  censure  legittime  ai  vitalisti  che 
spesso  parlarono  in  guisa  da  far  della  vita  qual  cosa 
d' indeterminato  e  d' aereo,  una  certa  generalità  che 
mai  non  si  concreta  nel  positivo  e  nel  sussistente. 

139.  —  Ma  però  il  subbietto  di  cui  discorriamo  nem- 
manco  debb'essere  necessariamente  uno  ;  e  se  uno  sotto 
certi  rispetti,  non  può  essere  assolutamente  impartibile 
e  indivisibile.  Conciossiaché  V  esperienza  ne  mostra  ogni 
dì  che  il  ramo  d' una  pianta  può  metter  radice  e  fare 
pianta  da  sé  ;  e  molti  semplici  si  moltiplicano  mediante 
le  foglie  loro  ;  ed  eziandio  la  metà  d'una  foglia,  o  meno, 
è  bastevole  a  ciò.  Una  foglia  d'Omitagalo  tirsoide  con- 
servata nelle  cartelle  d' un  erbario  spiegò  dentro  al 
tessuto  del  suo  parenchima  gran  copia  di  corpicelli 
globulosi,  alcuno  de'  quali  messo  fra  terra  con  modo 
e  riguardo  germogliò  e  produsse  un  nuovo  Omitagalo 
tirsoide.  Che  più?  Vogliono  i  botanici  che  qualunque 
cellula  di  pianta,  posto  che  ogni  circostanza  sia  favo- 
revole, può  convertirsi  in  gemma  e  da  questa  pullulare 
la  pianta  novella,  e  se  ne  à  esempio  nella  origoma 
della  Lunularia  e  in  qualche  altro  semplice.  Né  ciò 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     479 

si  avvera  unicamente  nei  vegetabili  ;  che  v'  à  certa 
specie  di  polipi  i  quali  trinciati  a  minuzzoli  ripigliano 
in  ciascuno  di  questi  la  vita  e  ciascuno  si  converte  in 
polipo  nuovo. 

140.  Ora,  se  nelle  piante  e  in  certi  animali  infe- 
riori il  principio  vitale  fosse  uno  e  impartibile,  qua- 
lunque membro  se  ne  staccasse  dovrebbe  perire,  o  perir 
dovrebbe  il  corpo  e  vivere  il  membro;  dapoichè  quel 
principio  vitale  non  può  rimanere  uno  e  dividersi  in- 
sieme insieme  tra  il  corpo  principale  e  il  membro 
spiccato. 

141.  —  Può  darsi,  adunque,  una  vita  ed  un  orga- 
nismo vegetativo  senza  bisogno  di  sostanziale  unità,  e 
però  entrambi  non  procedono  da  causa  impartibile 
come  sarebbe  ciò  che  domandasi  un'  anima.  Per  altro, 
quale  che  sia  cotal  causa,  ella  debb'  essere  tuttora  pre- 
sente e  operosa  in  ogni  molecola  del  corpo  organato 
e  debbe  almeno  costituire  un  complesso  distinto  e  se- 
paratissimo  dalla  natura  fìsica  ambiente,  serbando 
altresì  fra  le  parti  una  specie  di  nesso  comune  ignoto 
alle  sostanze  inorganiche. 

142.  —  E  perchè  appunto  cotesto  tutto  organato  si 
scevera  profondamente  per  le  sue  qualità  ed  atti  dalla 
nuda  materia,  usurpa  il  nome  di  vita  e  di  organismo 
vegetativo;  sebbene  la  vita  vera  e  perfetta  è  in  esso 
appena  iniziata,  come  il  progresso  di  questo  trattato 
verrà  dimostrando. 

143. — Imperò,  cotesta  causa,  o  virtù  eflSciente  che  la 
si  chiami,  ancora  che  per  gli  efifetti  visibili  paia  identica 
a  sé  medesima  per  ogni  parte  dell'  ente  organato,  può, 
certo,  esser  molteplice  e  varia  ne'  suoi  fattori  ;  e  può 
eziandio  succedere  che  nell'  ente  organato  non  operi  e 
non  disponga,  come  a  dire,  una  monade  sola  e  sovrana, 
ma  parecchie  e  forse  anche  innumerevoli,  unite  insieme 


480  LIBRO  QUARTO. 

coordinate  e  costituenti  un  sistema  particolai'e  di  azioni 
diverse  ed  ancora  opposte  all'azione  ambiente.  Dalla 
sfera  di  quelle  azioni  interiori  e  diverse  è  costituito 
r  individuo  vivente  di  cui  discorriamo  ;  e  quindi  corno 
l'unità  sua  è  relativa  cosi  la  sua  individualità.  Lti 
vera  e  assoluta  à  luogo  nel  colmo,  a  così  parlare, 
della  gerarchia  dei  viventi  nel  modo  che  fu  accennato 
più  sopra  e  ripeteremo  qua  oltre.  Tale  sistema  d'azioni, 
che  in  sul  primo  raccogliesi  virtualmente  dentro  i  con- 
fini del  germe,  diffondesi  poi  e  dilata  a  reggere  la  or- 
ganizzazione intera  o  della  pianta  o  dell'  animale  infe- 
riore. 

144. —  Teniamo,  adunque,  per  ben  dimostrato  e  ben 
saldo  che  i  principj  attivi  d'  un  ente  organato  (guar- 
dandosi alla  vita  sola  vegetativa)  sono  tanti  per  lo 
meno  in  quante  parti  si  può  quello  dividere.  E  per- 
chè ciascuna  di  esse  parti  divenuta  un  individuo  sepa- 
rato e  vivente  può  soggiacere  allo  smembramento  me- 
desimo ed  ai  medesimi  effetti,  cosi  chiunque  non  isti  mi 
di  riporre  nel  primo  vegetabile  o  nel  primo  inferiore 
animale  comparso  nel  mondo  un  numero  effettualmente 
infinito  di  monadi  sufficiente  alla  indefinita  moltipli- 
cazione di  quel  vegetabile  e  di  quell'  animale  giù  pel 
succedere  di  tutti  i  secoli,  si  sentirà  violentato  ad  am- 
mettere che  v'  à  negli  enti  organati  non  pure  un  flusso 
perpetuo  di  nuova  materia,  ma  eziandio  un  flusso  scarso 
0  copioso,  tardo  o  frequente  di  principj  attivi  o  monadi 
che  le  si  voglian  chiamare.  Peggior  partito  sarebbe  di 
credere  che  ogni  germe  nuovo  ed  ogni  membro,  ramo 
o  foglia  spiccata,  accatta  dal  germe  anteriore  e  dal 
corpo  e  tronco  una  emanazione  o  comunicazione  di 
principj  vitali  attivi.  Dacché  abbiamo  riconosciuto  qua 
poco  addietro  e  cento  volte  l'abbiam  ripetuto  nell'Opera 
nostra  che  i  principj  quanto  le  forze  non  si  emanano 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     481 

e  comunicano  da  subbietti  sostanziali  finiti  ;  imperoc- 
ché ciò  varrebbe  come  crearli. 

145.  —  Negandosi  poi  tutto  questo,  rimane  di  ab- 
bracciare per  realità  le  astrazioni.  Avvegnaché  la  na- 
tura è  tuttaquanta  costituita  di  enti  particolari  ;  e  per 
ciò  medesimo  noi  ripudiamo  quelle  eflScienze  individue 
insieme  ed  universali,  i  Genj  delle  sfere,  T  anima  del 
mondo,  V  Archeo  e  simili  esseri  misteriosi  e  d' infinita 
potenza.  Nessuna  cosa,  al  credere  nostro,  tolse  credito 
alla  tìsica  antica  e  alle  cosmologie  del  secolo  decimo- 
sesto e  decimosettirao  quanto  cotali  supposti  di  influenze 
e  ingerenze  universali  ed  astratte  che  in  niun  subbietto 
particolare  si  concretano  e  si  sustanziano.  Né  perchè 
simili  fantasie  rinascano  ora  col  nome  d'Idea  Assoluta 
tragittantesi  per  varie  trasmutazioni  legate  insieme  da 
sola  apparenza  di  necessità  fìsica  o  logica,  veggomi 
astretto  di  approvarle  e  accettarle  più  volentieri. 

146.  —  Del  resto,  a  noi  sembra  un  voler  quasi  op- 
pugnare la  evidenza  medesima  pereistendo  a  negare 
che  nella  forza  vitale  non  sia  qual  cosa  di  ben  defi- 
nito di  sostanziale  e  d' intrinseco  all'  ente  particolare  ^ 
in  cui  si  manifesta,  e  il  quale  é  complessionato  via  via 
e  serbato  intiero  ed  incolume  sempre  da  un  atto  im- 
manente di  lei.  Quindi  V  operar  suo  non  à  somiglianza 
con  quello,  per  modo  d'esempio,  dei  fluidi  impondera- 
bili, la  cui  natura  porta  che  ancora  che  compariscano 
per  ogni  dove  e  sieno  come  a  dire  forze  concomitanti 
e  perpetue  d' ogni  fatto  e  fenomeno  fisico,  nullameno 
per  sé  non  costituiscono  nessun  corpo  individuo  e  non 
anno  forma  propria  e  durevole  nella  maniera  che  non 
ne  à  l'aria  od  altra  sostanza  gazeiforme. 

147.  —  Quindi,  se  la  forza  vitale  dimora  ed  opera 
interiormente  e  sostanzialmente  nel  corpo  entro  il  quale 
si  palesa;  e  d'altro  canto,  non  é  una  di  necessità  e 

Ma  VIARI. —11.  SI 


482  LIBRO  QUARTO. 

ìmpartibile  ed  anzi  può  dividersi  in  tanti  principj  at- 
tivi in  quanti  rami  o  foglie  o  semi  o  membretti  si  an- 
noverano in  certa  pianta  e  in  certo  animale  inferiore, 
quegli  agenti  diversi  dalla  materia  a  cui  demmo 
nome  di  monadi  sono  cosa  reale  e  provata.  Risulta 
eziandio  dall'  osservazione  generale  e  costante  sui  fe- 
nomeni organici  e  segnatamente  sul  fatto  del  conver- 
tirsi in  nuovo  individuo  le  parti  staccate  e  da  ogni 
banda  separate  che  un  flusso  di  monadi  nuove  l' una 
air  altra  succedenti  nel  corpo  organato  è  verità  posi- 
tiva e  non  guari  suppositiva. 

148.  —  Ora,  aggiungiamo  che  sebbene  per  la  im- 
materialità loro  non  s' incontri  quella  dimostrazione 
piena  e  patente  che  esponemmo  di  sopra  rispetto  a 
un  più  alto  principio  spirituale,  non  pertanto  è  assai 
ragionevole  che  le  si  reputino  inestese  affatto  e  incom- 
poste ;  perocché,  da  un  lato,  elle  sono  prevalenti  mai 
sempre  sulla  materia  in  che  operano  ;  ne  dee  pensarsi 
che  quando  cessa  la  vita  vegetativa  soccombano  per 
lo  contrario  alle  forze  della  materia  inorganica  ;  es- 
sendoché od  elle  cessano  al  tutto  ogni  attività  loro 
ed  ogni  passività,  ovvero  trapassano  ad  avvivare  altra 
materia  disposta  a  ricettarle.  D'  altro  lato,  si  fanno 
esse  conoscere  sempre  quali  forze  invisibili  ;  e  voglia- 
mo significare  che  niun  fenomeno  di  materia  e  di  spa- 
zio può  ad  esse  attribuirsi  come  loro  immediata  ine- 
renza e  accidenza  ;  ma  in  quel  cambio  ogni  fenomeno 
corporeo  manifestasi  esternamente  quale  pertinenza  e 
modo  della  materia  organata,  tuttoché  la  cagione  sua 
vera  efiìciente  ed  intrinseca  sia  di  continuo  da  rico- 
noscere neir  azione  occulta  e  profonda  di  quelle  forze. 

149.  —  Del  pari,  il  consenso  perfetto  che  lasciasi 
scorgere  in  tutti  gli  atomi  d'  un  corpo  vivente  sembra 
convenire  all'azione  di  esseri  che  non  conoscono  ma- 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     483 

terìale  separazione  nel  comunicarsi  la  loro  virtù  e  che 
ponno  farsi  presenti  in  qualunque  minima  parte  sic- 
come nel  tutto. 

150.  —  Ad  ogni  modo,  se  materiali  sono  le  monadi 
organatrici,  del  sicuro  la  materia  loro  è  dififerentissi- 
ma  per  intima  essenza  dall'  altra  comune  e  della  quale 
è  costituito  il  mondo  meccanico  e  il  mondo  chimico. 
Per  lo  contrario,  se  tali  monadi,  com'  è  giusto  di  cre- 
dere, sono  sfomite  d'ogni  materia,  operano  nondimeno 
nello  spazio  e  nei  corpi  e  sono  congiunte  assai  stret- 
tamente a  qualche  forma  di  estensione  per  modo  che 
tolte  di  là  e  separate  perdono  ogni  virtù  attiva  e  ri- 
cascano nel  nudo  essere  potenziale. 

VII. 

151.  —  Coteste  monadi  poi  sono  o  diverse  in  fra 
loro  0  diversamente  operano  l'una  a  rispetto  dell'al- 
tra o  sono  e  fanno  entrambe  le  cose.  Né  sembra  cre- 
dibile eh'  elle  discordino  dalla  legge  comune  a  tutto 
il  creato  e  la  qual  pone  il  contrario  dentro  alle  somi- 
glianze medesime  e  che  per  taluno  fu  domandata  ele- 
gantemente legge  di  polarità.  Conciossiachè  negli  enti 
finiti  e  corporei  non  si  esce  dalla  impotente  medesi- 
mezza eccetto  che  per  alcuna  diversità  ed  eterogeneità 
di  complessione  e  di  atti.  Già  notavasi  nelle  piante 
certa  specie  di  polarità  fra  la  più  mula  e  la  radichetta 
e  che  il  fusto  ed  ogni  altro  organo  dividesi  in  due 
parti  conformi  e  contrarie  insieme;  perocché  in  verso 
contrario  vanno  a  congiungersi.  Ma  di  ciò  parleremo 
ad  altra  occasione,  e  gli  esempj  si  ofifrono  per  sé  stessi 
dovunque  si  guardi. 

152.  —  Si  aggiunga  che  negli  enti  di  maggior  per- 
fezione organica  non  debbono  far  mancamento  varj 


484  LIBRO  QUARTO. 

ordini  di  monadi  alcune  prevalenti  ed  alcune  subor- 
dinate. Avvegnaché  le  parti  diverse  di  un  tutto  non 
bene  concordano  insieme  e  non  compongono  forte  e 
feconda  unità  se  non  per  mezzo  della  suggezione  loro 
da  certa  virtii  centrale  predominante  e  coordinatrice. 
La  quàl  virtù  nondimeno  negli  enti  di  cui  discorria- 
mo è  di  doppio  grado.  L' uno  è  delle  monadi  bensì 
prevalenti  ma  che  per  essenza  dalle  altre  non  si  di- 
schierano. Il  secondo  è  delle  monadi  al  tutto  spirituali 
e  dotate  per  lo  meno  di  facoltà  sensitiva  ed  appetitiva, 
e  sono  perciò  quegli  esseri  a  cui  si  costuma  partico- 
larmente di  dar  nome  di  anime.  Tali  monadi  ciascuno 
avvisa  che  non  ponno  essere  più  d'una  per  ogni  vi- 
vente; e  con  l'atto  di  loro  presenza  originano  una  forma 
di  vivere  superiore  e  diversa  dalla  pura  vegetativa. 

vra. 

153.  —  Il  germe  compito  è  ciò  che  risulta  dal  primo 
svegliarsi  ed  operare  delle  monadi  ;  quindi  è  l' azione 
immediata  e  scambievole  di  loro  forze  interiori  ed  è 
un  primo  dispiegamento  della  virtù  che  domande- 
remo plastica  e  del  poter  loro  sulla  materia  organiz- 
zabile  entro  la  quale  sonosi,  come  a  dire,  annicchiate. 
In  questo  atto  le  monadi  operando  non  con  altro  im- 
pulso che  proprio  si  equilibrano  alla  fine  e  riposano; 
come  accade  a  qualunque  moto  proprio  e  interiore 
della  materia  imponderabile,  e  come  per  alcun  grado 
di  simiglianza  può  dirsi  che  incontra  nel  regno  inorga- 
nico ai  cristalli  regolari  rispetto  alle  mutue  tendenze 
ed  affinità  delle  molecole  componenti.  Il  germe  è 
del  sicuro  un  cristallo,  ma  con  questa  diversità  essen- 
zialissima  che  è  gravido  di  virtualità  e  capace  di  svi- 
luppo e  cava  le  forme  plastiche  dall'intimo  suo  fondo, 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     485 

mentre  nel  cristallo  inorganico  elle  succedono  pel  so- 
prapporsi  regolare  delle  molecole  e  portando  ciascuna 
certa  sua  costruttura  e  figurazione. 

154.  —  Certo,  le  monadi  organiche  non  diversamente 
da  ogni  principio  attivo  creato  mancano  in  sé  stesse  del 
cominciamento  iniziale  assoluto  del  proprio  operare  ;  e 
mancano  di  quello  eziandio  delle  successive  rimutazioni 
in  quanto  si  legano  alle  circostanze  esteriori.  Da  ciò  pro- 
viene che  ogni  virtualità  loro  di  moto  e  sviluppamento 
pericola  o  di  non  passare  all'  atto  o  di  fermarsi  per 
via  in  ciascun  istante.  Anno,  invece,  in  se  medesime 
la  cagion  della  quiete  subito  che  compiettero  e  quasi  a 
dire  saziarono  certe  loro  essenziali  e  native  tendenze  e 
certa  loro  scambievole  polarità.  Cosi  nel  germe  qual- 
chessia le  monadi  si  riposano  col  minimo  grado  di 
azione  e  il  massimo  della  potenzialità;  in  maniera 
peraltro  che  la  forza  loro  di  resistenza  riesca  tanto 
maggiore  quanto  proviene  dall'ultimo  fondo  dell'essere 
e  dalle  combinazioni  immediate  ed  innaturate  che  ne 
derivano.  Il  che  spiega  il  fatto  costante  e  comune  della 
perseveranza  dei  germi  tenuissimi  e  talvolta  invisibili 
contro  le  forze  piìi  intense  e  più  poderose  del  mondo 
fisico.  E  appunto,  perchè  l'atto  onde  il  germe  è  co- 
stituito esce  dalla  energia  essenziale  ed  originale  del 
principio  organico  toma  necessario  non  che  naturale 
che  sempre  si  rinnovi  e  ripeta,  se  altre  forze  ed  ecci- 
tazioni non  lo  rattengono  ovvero  non  lo  trasformano. 
Di  quindi  nasce  la  propensione  generale  ed  assidua 
di  tutti  gli  enti  organati  a  riprodurre  il  germe  loro, 
ossia  tornare  alla  forma  primigenia  e  normale.  Così 
la  forza  riproduttiva  di  simili  enti  è  analoga  in  per- 
fetto modo  alla  forza  di  elasticità  nei  corpi  inorganici. 

155.  —  Se  non  che,  ogni  germe  deb b' essere  altresì 
analogo  e  proporzionato  allo  sviluppo  ulteriore  della  prò- 


486  LIBRO  QUARTO. 

pria  organizzazione.  Di  quindi  la  varietà  dei  germi  e  la 
costituzione  loro  talvolta  progressiva  ;  di  quindi  ezian- 
dio i  metodi  differenti  della  natura  per  accertarne  la 
ripetizione  pronta  perfetta  e  copiosa. 

156.  —  Puossi  concepire  un  essere  organico  tanto 
semplice  che  V  atto  primo  delle  sue  monadi  e  la  prima 
esplicazione  della  sua  forza  plastica  esaurisca  quasi  la 
potenza  organatrice  la  quale  per  flusso  di  materia  e  per 
gli  stimoli  esterni  debbo  pigliare  incremento  e  sviluppo. 
Noi  siamo  chiari  che  in  tal  supposto  il  germe,  ossia  la 
ripetizione  dell'atto  primo,  consisterà  in  qualche  forma 
di  cellula  la  meno  composta  che  sia  fattibile  e  assai 
bene  rispondente  alla  semplicità  estrema  del  susse- 
guente sviluppo.  Nei  casi  di  piii  complicata  organiz- 
zazione il  germe  porterà  seco  i  rudimenti  e  il  com- 
pendio della  pianta  o  dell'animale  futuro;  e  perchè 
à  complessione  più  dilicata  ed  à  maggior  dipendenza 
dalla  natura  esteriore,  perciò  avrà  seco  un  apparecchio 
nudritivo  e  preservativo:  di  quindi  la  costituzione  di 
tutti  i  semi  nelle  piante  e  ogni  ragione  e  contenenza 
delle  uova  negli  animali  ovipari. 

157.  —  Ma  perchè  il  germe,  ovverosia  la  struttura 
iniziale  dell'ente  organato,  racchiude  tanta  maggiore 
efficacia  quanta  è  più  viva  la  eterogeneità  de' suoi 
componenti,  e  questa  risolvesi  nell'  antagonismo  d'  un 
principio  attivo  e  d' un  principio  passivo  contrapposti 
sempre  fra  loro  e  sempre  ordinati  a  quotarsi  da  ultimo 
in  certa  superiore  unità,  ne  segue  che  la  natura  nei 
viventi  meno  imperfetti  e  di  più  complicato  sviluppo 
divise  i  due  principj  attivo  e  passivo  in  fra  due  sub- 
bietti  separati,  e  dispose  nondimeno  che  venissero  alla 
congiunzione  con  quella  energia  e  quell'impeto  che 
avvisiamo  tuttodì  nelle  scariche  elettriche. 

158.  —  In  ciò,  come  vede  il  lettore,  consiste  la  sepa- 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     487* 

razione  dei  sessi  e  il  procedimento  mirabile  della  fecon- 
dazione per  effetto  della  quale  al  germe  primo,  troppo 
debole  e  male  proporzionato  al  futuro  sviluppo,  succede 
altro  germe  elaboratissimo  col  nome  di  sementa  o  d'uovo 
o  di  feto,  in  cui  le  monadi  organiche  non  pure  rifanno  la 
complessione  loro  iniziale,  ma  vi  compendiano  i  rudi- 
menti del  già  conseguito  sviluppo  in  quanto  esso  dipende 
dalla  efficacia  interiore  e  nativa.  Quindi  è  che  le  mo- 
nadi intendono  a  cotesto  lavoro  subitochè  il  travaglio 
dello  sviluppo  tocca  il  suo  termine  ed  elle  possono, 
per  via  di  parlare,  tornarsene  in  dietro  e  produrre 
di  nuovo  quegli  atti  che  loro  sono  essenziali  ed  inge- 
niti con  quel  di  più  di  efficacia  che  rappresenta  la 
virtualità  intera  d'ogni  incremento  e  dispiegamento 
posteriore.  Così  il  fiore  ed  il  frutto  sono  l' ultima  ope- 
razione della  pianta  già  bene  conformata  e  cresciuta 
in  ogni  sua  parte,  e  v'  à  di  quelle  che  dopo  la  fecon- 
dazione ed  il  frutto  appassiscono  e  muoiono.  Simil- 
mente r  uovo  e  la  pregnezza  accennano  alla  compitezza 
di  tutti  gli  organi  e  al  colmo  della  vita  degli  enti  nei 
quali  appariscono;  e  per  la  ragione  medesima  l'ap- 
parecchio generativo  degli  animali  si  compie  insieme 
con  la  maturazione  del  feto. 

159.  —  Abbiamo  discorso  qua  sopra  di  quel  che  ac- 
cade nelle  organizzazioni  semplicissime  ;  in  altre  meno 
semplici,  ma  che  risultano  di  parti  per  affatto  similari 
(e  intendesi  quanto  alla  forma  sostanziale),  gli  è  mani- 
festo che  ogni  parte  verrà  capace  per  questo  medesi- 
mo di  riprodurre  l'intero  individuo  se  le  condizioni 
esterne  la  favoriscono  ;  perocché  l' intero  individuo  non 
è  molto  più  che  espansione  successiva  ed  ingrandi- 
mento della  parte  similare.  Di  quindi  la  moltiplica- 
zione di  assai  vegetabili  per  ispori,  escrescenze,  gemme, 
rami  e  foglie.  Di  quindi  accade  eziandio  che  qualun- 


488  LIBRO  QUARTO. 

que  ritaglio  di  certi  polipi  si  trasmuta  esso  medesimo 
in  polipo  intero. 

IX. 

160.  —  Dunque  della  Tita  vegetativa  sono  due  gli  atti 
e  le  funzioni  principalìssime,  assimilazione  e  riprodu- 
zione. Alla  prima  gli  antichi  e  fra  questi  Aristotele 
dettero  più  volentieri  nome  di  nutrizione  e  di  accre- 
scimento, la  quale  ultima  appellazione  risponde  con 
esattezza  a  ciò  che  modernamente  usa  chiamarsi  svi- 
luppo. 

161.  —  Della  riproduzione  abbiamo  parlato  con  suf- 
ficienza, e  rimane  fermo  questo  concetto  eh'  ella  sia 
sempre  la  rinnovazione  dello  stato  proprio  e  iniziale 
delle  monadi  organiche,  il  qual  provenendo  dalla  es- 
senza vera,  costante  ed  inalterabile  di  esse  e  da  quel 
primo  atto,  per  cui  si  dispongono  e  uniscono  nella  so- 
stanza acconcia  ad  accoglierle^  dee  ricominciare  e  ri- 
petersi di  piena  necessità  ogni  volta  che  gli  stimoli 
esterni  e  il  flusso  della  materia  ed  altri  accidenti  non 
costringe  le  monadi  al  lavoro  incessante  del  crescere 
e  dello  svilupparsi.  E  perchè  quel  gruppo  di  monadi 
a  cui  è  stato  fattibile  il  rintegrare  l' essere  loro  pri- 
mitivo e  normale  né  può  mantenerlo  intatto,  mescolato 
siccome  è  alle  forme  dello  sviluppamento,  né  abolirlo 
e  impedire  che  si  ripeta  ;  perciò  proseguendo  la  neces- 
sità primitiva  di  lor  natura  ;  si  scevera  al  tutto  dallo 
sviluppo  vegetativo  di  già  compiuto  e  quindi  incomin- 
cia la  esistenza  separata  d'  un  nuovo  individuo. 

162.  —  Tutto  il  che  è  molto  diverso  dalla  spiega- 
zione mistica  messa  innanzi  dall'  intera  scuola  peripa- 
tetica, dicendo  che  i  vegetabili  e  gli  animali  si  ripro- 
ducono per  solo  istinto  e  desiderio  d' immortalità  ;  il 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.      489 

perchè,  non  venendo  tal  desiderio  appagato  negP  in- 
dividui, era  provveduto  che  si  appagasse  nella  conser- 
vazione e  propalazione  della  specie. 

163.  —  È  chiaro  che  ciò  confonde  il  fine  specula- 
tivo con  la  necessità  fisiologica  degli  enti  organati. 
Certo,  la  natura,  e  qui  intendesi  la  divina  mentalità, 
mira  a  perpetuare  la  vita  sotto  qualunque  sembianza 
ed  abito;  ma  quello  che  alla  scienza  appartiene  di 
scoprire  si  è  il  modo  positivo  e  la  legge  fisica  e  orga- 
nica, onde  i  viventi  per  forza  fatale  dell'  essere  proprio 
attingono  al  fine  dalla  provvidenza  voluto. 

164.  —  I  panteisti  odierni  tedeschi  trassero  in  mezzo 
un'  altra  sorta  di  ragione  meno  salda  ancora,  per  mio 
sentire,  dell'antica  d'Aristotele.  Dicono,  dunque,  che 
1'  uno  perfetto  e  assoluto  dee  di  necessità  palesarsi  e 
dar  cosi  nascimento  al  composto  e  al  molteplice;  ag- 
giungono che  il  più  semplice  modo  di  composizione  e 
pluralità  è  la  divisione  dell'identico  in  due  parti 
ugualissime  ;  e  in  fine,  che  tal  divisione  equivale  al 
producimento  del  simile.  Sul  che  io  noto  che  tal  ra- 
gione generalissima  valer  dovrebbe  nella  materia  mec- 
canica quanto  nella  organata  e  che  intanto  la  pri- 
ma non  genera  nulla  di  simile  a  sé,  ed  un  minerale 
si  rimarrà  eternamente  con  1'  aggregato  che  per  acci- 
dente si  venne  dal  di  fuori  formando.  In  secondo  luogo 
se  la  cellula  genera  un'altra  cellula  per  dividere  la 
identità  propria  in  due  parti  ugualissime,  ciò  dovrebbe 
proseguire  senza  mai  termine,  conciossiachè  nell'ultima 
cellula  procreata  v'  è  tanta  necessità  di  ripetere  sé  me- 
desima quanta  in  ogni  altra  che  l'  antecede.  In  fine 
qui  ei  confondono  due  fenomeni  al  tutto  diversi,  e  cioè 
la  reiterazione  delle  parti  similari  con  la  rinnovazione 
del  germe;  e  ninno  dirà,  per  via  d' esempio,  che  l'uovo 
degli  animali  rjpetesi  in  ciascuna  cellula  del  lor  tes- 


490  LIBRO  QUARTO. 

8uto  per  modo  che  questo  risulti  d'  una  coutiuua  ag- 
glomerazione delle  uova  germinative. 

1G5.  —  Quanto  all'  assimilazione,  non  par  difficile 
intendere  per  qual  ragione  essenziale  e  perenne  l'ente 
organato  pigli  dal  di  fuori  la  sua  materia  e  l' aumenti 
e  informi  di  sé  medesimo,  tanto  che  la  conduca  a  grado 
per  grado  a  quella  misura  e  figura  che  più  gli  sono 
confacevoli.  Ma  non  è  altrettanto  facile  intender  bene 
la  cagione  e  necessità  del  flusso  continuo  e  del  conti- 
nuo permutarsi  di  sua  materia.  Nel  che,  nondime- 
no, consiste  il  fatto  più  rilevato  e  il  fondamento  ge- 
nerale di  tutta  la  economia  del  mondo  dei  viventi  a 
noi  noti. 

166.  —  Ciò  non  ostante  è  da  porre  V  animo  a  questo 
vero  solenne  e  principalissimo  nella  scienza  della  vita, 
e  cioè  che  V  organo  quando  non  tramezzi  per  sua  na- 
tura fra  r  ente  che  V  applica  e  l' oggetto  al  quale  si 
applica  diventa  incapace  del  proprio  ufficio.  Così  la 
mano,  perchè  afferri  i  corpi  e  li  stringa  o  perchè  gli 
alzi  ed  aggiri,  conviene  sia  resistente  non  meno  di  essi 
e  con  la  forza  muscolare  e  la  leva  del  braccio  vinca 
la  forza  del  peso  loro  e  voltandosi  li  volti  e  pieghi  la 
palma  e  le  dita  secondo  i  contorni  delle  loro  figvrre. 
Di  questo  nasce  che  1'  organo  sebbene  dee  prevalere 
alla  materia  comune  ed  a  sé  assimilarla,  pure  non 
può  eccederla  al  segno  da  farsi  alieno  ad  ogni  pro- 
prietà e  forza  di  lei. 

167.  —  Quindi  nasce  eziandio  che  V  atto  d'  assimi- 
lazione è  una  specie  di  vittoria  sopra  gli  elementi 
esteriori  e  non  à  carattere  durevole.  Avvegnaché  l' as- 
similazione perpetua  vorrebbe  dire  o  che  la  materia 
à  perduta  la  sua  natura  o  che  V  organo  poco  o  nulla 
diflferisce  dalla  materia;  due  estremi  del  pari  impossi- 
bili. Stantechè  col  primo  l'organo  cesserebbe  di  ma- 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.    491 

neggiar  la  materia  esteriore  e  col  secondo  cesserebbe 
di  esser  vivente. 

168.  —  Rimane  che  la  materia  organata  fluisca  e 
muti  a  ciascun  istante;  perocché  solo  in  tal  caso  an- 
cora che  obbedisca  per  poco  alla  violenza  della  forza 
vitale,  tuttavolta  permane  identica  a  se  medesima  e 
serba  incessante  la  comunicanza  e  la  convenienza  tra 
la  vita  e  il  mondo  esteriore. 

169.  —  Il  supposto  d'una  materia  non  bisognevole 
di  flussione  perpetua  ricerca  che  la  non  differisca  gran 
fatto  dal  principio  spirituale  e  però  l'assimilazione 
divenga  per  lei  una  tal  quale  modificazione  non  molto 
profonda  e  in  che  sia  per  dimorare  senza  sforzo  nessuno. 
Il  qual  supposto  mena  poi  drittamente  alla  necessità 
dell'  altro  supposto,  e  cioè  che  l' ambiente  natura  possa 
ricevere  con  prestezza  ed  arrendevolezza  tutti  gli  im- 
pulsi dell'organo;  il  che  importa  approssimazione  e 
omogeneità  di  essenza.  Tutta  questa  varietà  di  rap- 
porti e  di  proporzioni  non  è  certo  impossibile,  ma  è 
impossibile  che  si  avveri  nella  materia  che  conosciamo. 

170.  —  Nel  generale  poi  il  flusso  della  materia  or- 
ganica costituisce  una  specificazione  molto  distinta  e 
qualificata  della  polarità  fisica  e  della  vitale.  Perocché 
eziandio  in  quel  flusso  avverasi  continuamente  certa 
attrazione  del  diverso  e  certa  ripulsione  del  simile  ;  po- 
tendosi senza  troppo  abusar  delle  voci  chiamare  di 
cotal  nome  la  reiezione,  la  quale  adempiesi  nelle  so- 
stanze divenute  simili  all'  organismo  ma  incapaci  di 
mantenervisi  e  necessitate  di  ripigliar  1'  abito  loro  es- 
senziale inorganico. 


492  LIBRO  QUARTO. 


CAPO  QUINTO. 

DELLA    VITA    ANIMALE. 


I. 


171.  —  Adunque,  se  è  proprio  il  dire  che  le  piante 
vivono  e  qualche  animale  stremamente  imperfetto  vive, 
noi  abbiamo  di  tale  atto  determinata  la  causa  e  il 
principio  e  lo  domandammo  virtù  e  forza  vegetativa. 
Da  lei  sono  creati  individui  imperfetti  e  di  vera  unità 
sforniti  ;  onde  essi  piuttosto  compongono  certa  totalità 
relativa,  in  quanto  il  complesso  loro  si  scevera  e  diffe- 
risce sostanzialmente  dalla  materia  circostante  e  vi  ope- 
rano dentro  le  leggi  meccaniche  e  chimiche  ad  ogni  mo- 
mento modificate  ed  anzi  trasmutate;  tutto  il  che  pro- 
viene da  certa  unione  operosa  di  forze  coordinate  e  non 
materiali  che  monadi  appellammo. 

172.  —  Cotesto  monadi,  in  quanto  s'  appartiene  alla 
vita  vegetativa,  sebbene  reagiscano  inverso  gli  stimoli 
esterni,  in  quel  modo  peculiare  dell'organismo  che  do- 
mandiamo eccitabilità  od  irritazione;  sebben'fe  eziandio 
svegliando  insino  dal  primo  atto  loro'  molta  e  propria 
e  diversa  virtualità  modifichino  profondamente  le  so- 
stanze nelle  quali  risiedono  ;  e  tuttoché,  infine,  per  certo 
sistema  di  azioni  scambievoli  e  per  una  coordinazione 
stretta  e  continua  di  moto,  di  affinità  e  di  forma  plastica 
producano  quello  che  domandiamo  comunalmente  svi- 
luppo e  giungano  a  costituire  un  qualche  individuo, 
imperfetto,  è  vero,  ma  separato  e  diverso  dall'  ambiente 
natura  ;  ciò  non  ostante  elle  operano,  a  cosi  parlare,  sul 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     493 

fondo  delle  foize  della  materia,  commosse  per  altro  e 
commutate  a  maniera  che  senza  quello  ingerimento  e 
mescolamento  di  forze  spirituali  mai  non  conoscerebbero 
l'atto  di  vita.  Nullameno  questo  atto  rivelasi  unicamente 
in  combinazioni  chimiche  peculiari,  in  forme  cristalloidi 
e  in  flussione  di  sostanze  incluse  od  escluse.  Ancora  in 
simile  sorta  di  vita  non  apparisce  alcuna  cosa  d' intera- 
mente spirituale,  e  vogliamo  dire  alcun  fatto  il  quale 
sebbene  otcasionato  dalla  materia  organica  pure  ad 
essa  materia  non  possa  tribuirsi  tanto  né  quanto  e  non 
consista  minimamente  in  una  modificazione  profonda  di 
lei  cagionatale  per  ingerimento  eflftcace  ed  intrinseco 
delle  monadi  vegetative. 

173.  —  Ora,  1'  atto  di  vita  nel  quale  ravvisasi  pri- 
mamente il  carattere  di  che  parliamo  è  la  sensasiioiu- 
e  la  volontà;  nel  primo  è  la  spirituale  passività  del 
principio  vivificante,  nel  secondo  è  1'  attività;  e  dicia- 
mo spirituale  per  dinotare  che  sorge  dalla  essenza  in- 
tima e  qualitativa  di  quel  principio;  e  ancora  che  ab- 
bisogni dello  stimolo  esterno  acconciamente  disposto 
e  organato,  nientedimanco  differisce  funditus  dalla 
materia  stessa  organata  e  da  qualunque  attribuzione 
di  lei,  come  da  tutte  le  efficienze  che  abbiamo  insino 
a  qui  divisato  e  descritto  dentro  le  monadi. 

174.  —  Ma  tra  la  sensazione  e  la  volontà  inter- 
viene eziandio  questa  sostanziai  differenza,  che  la  se- 
conda non  traggo  dall'organismo  occasione  all'esistere 
se  non  in  quanto  tiene  dietro  alla  sensazione;  e  giunge  di 
poi  negli  animali  perfetti  a  deliberare  ed  a  moversi  per 
cause  molto  remote  dalla  sensibilità.  Laonde  quel  primo 
grado  della  facoltà  volitiva,  del  quale  parliamo  al  pre- 
sente e  che  sorge  accosto  accosto  alla  sensazione,  dovreb- 
be, per  mio  giudicio,  pigliar  sempre  nome  di  appetito  ; 
ed  è  il  reagire  che  fa,  secondo  sua  forma  spirituale,  la 


494  LIBRO  QUARTO. 

monade  sovrana  ed  unificante  inverso  lo  stimolo  estemo 
ora  fuggendolo  ed  ora  invece  accogliendolo  con  intimo 
soddisfacimento. 

IL 

175.  —  Seguita  di  cercare  se  la  sensazione  e  quel 
sensuale  volere  che  è  l'appetito  domandano  la  indi- 
vidualità perfetta,  e  intendesi  V  unità  compita  e  asso- 
lutamente impartibile;  e  però  se  occorre  di  attribuire 
entrambe  a  un  qualche  sistema  di  monadi,  o  sola- 
mente ad  una  monade  superiore  od  anima  che  voglia 
chiamarsi. 

176.  —  Per  prima  cosa,  convien  notare  che  la  sen- 
sazione porta  seco  una  specie  particolare  di  organo  e 
questo  si  raccoglie  in  alcuni  centri.  Negli  animali  in- 
feriori raccogliesi  entro  una  serie  di  ganglj  fra  loro 
legati.  Ne' superiori  vi  si  aggiunge  e  connette  l'ence- 
falo. Per  verità,  non  conosco  argomento  il  quale  dimo- 
stri per  via  dialettica  che  la  facoltà  sensiva  non  possa 
spartirsi  e  moltiplicarsi  col  numero  dei  centri  nervosi 
e  ganglionari  ;  e  perchè  il  sentire  è  potenza  più  nobile 
di  tutte  le  altre  vegetative,  in  quanto  à  capacità  del 
piacere  e  del  dolore  e  in  quanto  sembra  doversi  con- 
nettere necessariamente  con  l'appetito;  qualora  v'abbia 
animale  in  cui  la  facoltà  del  sentire  non  sia  una  e  im- 
partibile, ma  separata  e  distribuita  in  diversi  centri 
e  però  inwente  in  diverse  monadi,  è  ragionevole  dire 
che  ciascuno  di  essi  centri  è  già  per  sé  un  animale,  e 
il  tutto  insieme  di  tale  individuo  somiglia  più  presto 
ad  una  madrepora  o  ad  un  polipaio  che  ad  altra  cosa. 

177.  —  Sebbene  è  difficilissimo  il  concepire  che  sorta 
di  sensazione  sia  per  riuscire  mai  quella  che  si  divide 
e  separa  fra  tutti  i  ganglj,  e  la  quale  non  piglia  de- 


DELLA  VITA  E  DEL  FINE  NELL'UNIVERSO.     495 

terminazione  e  forma  speciale  negli  organi  propriamente 
sensivi  o  di  relazione  come  usano  domandarli  i  fisiologi. 
E  animale  fornito  di  veri  nervi  e  privo  tutta  volta  di  qua- 
lunque organo  di  relazione  non  istimo  che  si  conosca. 

178.  —  Ma  dove  sono  cotesti  organi  torna  impossi- 
bile che  non  dimori  una  monade  in  cui  si  radunino  le 
sparse  e  differenti  affezioni  sensive.  Perocché,  se  V  udito 
e  il  tatto  e  la  vista  non  procedessero  d' accordo  e  l' uno 
all'altro  non  si  riferissero  e  tutti  poi  non  mettessero 
capo  in  un  che  indiviso,  come  dirigerebbe  V  animale 
i  moti  del  suo  appetito  e  la  sequela  degli  atti  che  mi- 
rano a  soddisfarlo?  E  ciò  trasse  a  forza  Aristotele,  chi 
ben  considera,  a  ragionare  del  sensorio  comune  an- 
cora che  prenda  abbaglio  nel  dargli  il  cuore  per  sede. 
Vero  è  che  insino  dal  libro  immortale  del  Redi  sugli 
animali  viventi  in  altri  animali,  furono  descritte  e  ana- 
tomizzate le  vipere  da  due  teste  e  due  colli  ;  e  fu  con 
rigor  dimostrato  ch'elle  anno  a  comune  tutti  i  nervi 
della  spina  dorsale  mentre  il  cervello  è  duplicato  e  si- 
milmente i  più  nobili  visceri  e  ogni  capo  à  organi 
proprj  e  divisi. 

179.  —  Giudicherei  che  in  cotali  vipere  come  il 
cervello  'è  replicato  così  debba  esistere  doppio  e  sepa- 
rato il  sensorio  centrale  ed  unificatore,  nel  quale  poi 
i  nervi  che  nel  rimanente  corpo  sono  a  comune  man- 
dano le  sensazioni  loro  geminate  e  ugualissime,  e  vale 
a  dire  che  la  impressione  medesima  è  ai  due  cervelli 
comunicata  e  in  ciascheduno  il  principio  spirituale  se- 
parato la  sente  e  però  la  impressione  è  una  e  due  sono 
le  sensazioni. 

180.  —  Comunque  ciò  sia,  la  prova  dell'  unità  della 
vita  interiore  apparisce  piena  ed  irrepugnabile  colà 
soltanto  dove  la  volontà  è  mossa  dalla  intellezione  e 
dal   gindicio  e  sempre  s'accompagna  con  l'unità  di 


496  LIBRO  QUARTO. 

coscienza.  Per  argomento  di  analogia  siamo  indotti 
quindi  a  ravvisarla  ed  ammetterla  in  quegli  animali 
in  cui  ci  sembra  veder  balenare  un  vestigio  di  men- 
talità e  di  ragione  e  tale  armonia  e  cospirazione  di 
atti  e  di  moti  e,  se  può  dirsi,  di  desiderj  che  tolta  e 
negata  ogni  qualunque  unità  interiore  e  spirituale  ci 
divengono  inesplicabili.  Così  d'  accordo  con  la  opinione 
comune  conclude  la  scienza  e  di  poco  o  nulla  s' av- 
vantaggia sopra  di  lei.  E  qui  lasciamo  ai  libri  e  trat- 
tati particolari  di  psicologia  il  decidere  (quando  pure 
lo  possano)  se  all'  appetito  animale  occorre  innanzi  di 
concepire  mentalmente  V  oggetto  od  un  suo  fantasma  ; 
e  se  r  istinto  eziandio  animale  trae  seco  qualche  spe- 
cie d'intelligenza  e  che  specie  mai  possa  essere. 

III. 

181.  —  Non  è,  per  lo  certo,  il  sistema  nervoso  una 
espansione  ed  uno  sviluppo  ulteriore  del  sistema  va- 
scolare e  circolatorio.  Stantechè,  sebbene  entrambi 
s' incontrano  e  si  connettono  in  ciascuna  parte  del 
corpo  animato,  pure  non  si  confondono  mai,  e  i  centri 
e  le  origini  e  la  costruzione  e  la  sostanza  soù